LA LOTTA NO TAP NON SI ARRESTA!

+++ INCONTRIAMO GLI ATTIVISTI NO TAP: VENERDÌ 2 APRILE H. 18.30 DIRETTA DALLA PAGINA FB DI NOI RESTIAMO +++

Diamo la parola a una popolazione in lotta contro il gasdotto e il tentativo di reprimerla!

Il 19 marzo, al Tribunale di Lecce si è concluso il primo grado di giudizio di tre processi a carico degli attivisti NO TAP. La sentenza emessa è molto pesante: 86 dei cento attivisti imputati hanno ricevuto dai 3 mesi ai 3 anni e svariate migliaia di euro di risarcimenti per le proteste condotte dal 2017 al 2019 in occasione dell’avvio dei lavori per la realizzazione del gasdotto TAP (TransAdriatic Pipeline) a Melendugno, San Foca, in Salento.

Il progetto TAP prevede la costruzione di un gasdotto che parte dall’Azerbaijan e arriva in Europa, con punto di approdo in Salento e ricongiungimento a Brindisi alla rete SNAM. Il comitato NO TAP in quasi 10 anni ha lavorato per informare e mobilitare la popolazione locale di fronte alla possibilità di un’opera che avrebbe danneggiato non solo il patrimonio naturalistico e marino delle zone coinvolte, ma anche le attività, principalmente agricole, della zona. La costruzione di un impianto di depressurizzazione inoltre comporterebbe emissioni gassose pericolose per la salute umana – in un territorio, quello pugliese – già mortificato da un inquinamento atmosferico che è il principale responsabile dell’aumento di tumori. Inoltre il progetto non è giustificato affatto da esigenze energetiche del paese ed è stato anche oggetto di indagini che hanno svelato rapporti collusi tra le aziende coinvolte e la criminalità organizzata, oltre ad essere diventato l’ennesimo esperimento di “sospensione della democrazia” quando si tratta di reprimere chi tenta di difendere l’ambiente e la salute della propria comunità.

La giustizia italiana in questa vicenda ha mostrato una straordinaria efficienza: la velocità con cui è stato condotto il processo non solo ha dato difficoltà nell’organizzazione e preparazione della difesa, ma ha dimostrato chiaramente che la sentenza ha assunto un significato e un posizionamento politico a favore di un sistema di sviluppo che favorisce poteri economici ben precisi e schiaccia invece il destino di un’intera popolazione. A rafforzare questo atteggiamento sta anche la decisione del giudice nel raddoppiare le richieste di condanna avanzate dal Pubblico Ministero.
Incontriamo gli attivisti NO TAP che potranno raccontarci la loro esperienza di movimento e di lotta contro l’ennesimo crimine ambientale e contro l’opera di repressione di cui la giustizia italiana e gli interessi economici dei colossi energetici sono la regia.

La solidarietà è un’arma soprattutto quando la repressione si abbatte sui movimenti sociali e ambientalisti!
Qui il link per sostenere il movimento: https://www.notap.it/sostienici/

MOBILITAZIONE PER LA CASA E GLI AFFITTI, ANCHE I GIOVANI STUDENTI E LAVORATORI SCENDONO IN PIAZZA!

La lotta paga: a Roma una delegazione delle realtà organizzatrici è stata ricevuta presso il Ministero che ha manifestato la disponibilità al confronto sull’emergenza abitativa, starà a noi costruire passo passo i rapporti di forza adeguati ad imporre un cambio di rotta radicale.

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La nostra generazione subisce da anni un’emergenza abitativa che si è aggravata ulteriormente con tutte le conseguenze che ha comportato la pandemia da Covid-19 a livello sia economico che sociale. Nessun provvedimento, né a livello nazionale né regionale o comunale, ci ha tutelati nel momento in cui non siamo più stati in grado di pagare l’affitto. I vari bonus, già di per sé insufficienti, si sono letteralmente arenati per i rallentamenti dovuti anche alla mancanza di personale per la gestione delle pratiche. Senza pensare al fatto che i criteri per potervi accedere erano fin troppo stringenti per la maggior parte dei potenziali beneficiari, che sono rimasti di conseguenza esclusi.

In questo anno abbiamo visto il diritto alla casa, e di conseguenza allo studio e alla salute dei giovani, in quanto studenti e lavoratori precari, venir messi dopo gli interessi economici dei privati, che sono riusciti a lucrare sui nostri diritti sociali anche in questa situazione. Ma come abbiamo sempre detto, la situazione era già critica prima.
Il disegno politico che è stato portato avanti negli ultimi anni da tutto l’arco parlamentare ha visto il progressivo abbandono delle periferie e il soccombere, agli interessi del mercato speculativo, del patrimonio immobiliare pubblico, svenduto pezzo per pezzo a palazzinari ed aziende private: dalla legge 431/98 sulla liberalizzazione degli alloggi, e in seguito dall’art.5 della legge Renzi-Lupi, alla privatizzazione delle utenze e ai criminali e continui tagli al settore pubblico. L’abolizione dell’equo canone, inoltre, ha soppresso il controllo statale sui canoni di locazione nonché il compito di calmierare il costo degli alloggi.

Questo è frutto di un modello di sviluppo urbano che ha ridisegnato le città con la funzione di attrarre capitali privati a mettere a valore sempre nuovi spazi ed interi quartieri, senza badare alle vere necessità del territorio e delle classi popolari: spacciandola per riqualificazione e rigenerazione urbana, le amministrazioni pubbliche hanno così alimentato la speculazione immobiliare e il carovita che ha portato alla gentrificazione e alla turistificazione forzata dei quartieri. Tutto questo, unito anche all’averne intenzionalmente trascurato la manutenzione, ha portato ad avere un’edilizia residenziale pubblica insufficiente ed incapace a supportare le famiglie e, di conseguenza, impossibilitata a garantire un futuro alle giovani generazioni.

Siamo la “generazione in affitto”, la generazione costretta ad emigrare e che riesce a campare solo con i cosiddetti “lavoretti”, sempre più precari e sfruttati, con i quali già prima a stento sopravvivevamo e che ora abbiamo anche perso. Lasciati senza alcuna concreta tutela all’altezza della situazione d’emergenza, ora non riusciamo nemmeno a pagare l’affitto e viviamo anche con il rischio di essere buttati in mezzo a una strada durante una pandemia: come sta succedendo a Totta, studentessa precaria siciliana iscritta all’università di Torino, con cui da gennaio resistiamo allo sfratto assieme ad Asia-Usb, a causa del parziale blocco degli sfratti del decreto milleproroghe che esclude quelli per finita locazione.

Un caso emblematico che rappresenta le condizioni di un’intera generazione e di tanti studenti fuori sede, stretti tra la morsa di esorbitanti prezzi degli affitti, la mancanza strutturale di sufficienti residenze pubbliche studentesche e la volontà politica del governo, regioni, comuni, atenei ed enti per il diritto allo studio universitario che non vogliono investire in edilizia pubblica residenziale e in politiche abitative che tutelino il diritto alla casa per tutti.

Subiamo da anni le menzogne di una narrazione che ci descrive una realtà piena di grandi opportunità e che ci colpevolizza se non troviamo lavoro o siamo sottosfratto, una narrazione che oggi si infrange contro la cruda oggettività dei fatti che ci dice tutto il contrario.
È fin dalla prima ondata che ci organizziamo per pretendere misure veramente all’altezza dell’emergenza che stiamo vivendo.
Sappiamo che con il nuovo governo di Mario Draghi la situazione non cambierà, sappiamo che i soldi del Recovery Fund sono vincolati a dei precisi indirizzi politici secondo le necessità produttive dell’Unione Europea e quindi non andranno a risolvere i problemi dei giovani e studenti ma soltanto a confermare un modello economico e sociale del tutto iniquo. Il nuovo Decreto Legge n. 41 del 22 marzo 2021 ne ha già dato un esempio eliminando il bonus affitto che era stato introdotto con la Legge di Bilancio 2021 e che oltre a non essere una vera soluzione all’emergenza abitativa in corso non era comunque mai stato attuato.

L’emergenza abitativa a cui ci stanno costringendo è emblematica di un modello di sviluppo chiaramente non più sostenibile, che trova la sua unica possibilità di esistenza nell’aumento dello sfruttamento e della miseria.
Noi giovani siamo i primi a subire queste politiche e a pagare la crisi.
La lotta per il diritto all’abitare è fondamentale perché rappresenta la lotta contro un modello produttivo che nega i diritti sociali.
Per questo ieri, nella giornata transnazionale contro gli sfratti e gli affitti, siamo scesi in piazza nelle principali città del Paese e continueremo a farlo!

Ciao Sante! Rivoluzionario, bandito, poeta, comunista.

Ciao Sante! Rivoluzionario, bandito, poeta, comunista. Si è spento ieri nella sua casa a Bologna, dopo aver combattuto il Covid 19, Sante Notarnicola.

Quella di Sante è una storia che ci parla.

Ci parla di miseria: quella vissuta nella sua Puglia, per 13 anni, come poi nella Torino del “miracolo” economico, da una generazione di giovani che migrava, che inseguiva i sogni e le promesse di un’Italia che sulle macerie della guerra e del fascismo prometteva di ricostruirsi nuova, prometteva di ricostruirsi per tutti, e invece non faceva altro che trascinare uomini, donne, braccia, lontano dalle proprie case, per nutrire le fabbriche che nel triangolo industriale aprivano una nuova era di violenza, di soprusi e di sfruttamento.

Ci parla di quella vita dignitosa e degna di essere vissuta, sempre promessa, sempre cercata e mai trovata.

Ci parla di rabbia e audacia: quello della Banda Cavallero, di banditi, uomini veri, prima di tutto comunisti, che seppero alzare la testa, che si incaricarono, per usare le parole di Sante, “di aprire i forzieri del boom economico, perché la Resistenza non aveva fatto la rivoluzione”, che seppero portare presagi di un mondo nuovo “mentre fuori si respirava il fumo delle fabbriche e dentro gli uffici si udiva solo il tintinnio delle macchine da scrivere”.

Ci parla della forza che seppero profondere in una intera generazione quei banditi che andavano in tribunale con il pugno alto, che sapevano “far arrossire le beghine ed intimorire la DC”.

Ci parla di militanza, di un altro modo di intendere la vita, delle rotture con quel PCI che a Piazza Statuto aveva mostrato a tutti di stare contro i suoi, del coraggio di rilanciare sempre, contro tutto e tutti, oltre l’ipocrisia della sinistra parlamentare, per tutti gli oppressi, ci parla di un rapporto autentico con la classe, di chi veniva dalla classe e agiva per la classe, di chi sapeva imparare stando in mezzo al popolo, ci parla della volontà di sacrificare se stessi e la propria libertà, per l’organizzazione rivoluzionaria.

Ci parla di un desiderio ardente, quello di cambiare le cose, di prendersi ciò che è giusto, ciò che ci spetta, con la rabbia della sofferenza di tutti gli antenati e con la forza delle proprie azioni.

Ci parla di lotta, di spirito indomito, di una continua capacità di rigenerarsi, di chi condannato all’ergastolo seppe direttamente organizzare la straordinaria stagione di politicizzazione delle carceri e lanciare alcune tra le più importanti rivolte carcerarie della storia di un paese, che chiudeva e dimenticava in anfratti bui tutti i propri fantasmi.

Ci parla di umanità, della capacità di stare sempre istintivamente e razionalmente dalla parte giusta, ci parla di bellezza, di poesia, di sogni, perché in quelle carceri il proletariato detenuto incontrava banditi e militanti e tutti compagni forgiavano la generazione che avrebbe fatto tremare i palazzi e organizzato l’assalto al cielo.

Ci parla di vittorie concrete come la grande riforma carceraria del 1975, ma soprattutto ci mostra la possibilità concreta della vittoria più grande, contro tutti gli opportunisti, i riformisti, i rinunciatari, i venduti, gli ammanicati, contro tutti i teorici della sconfitta.

É per tutti questi motivi che la storia di Sante è storia nostra, fa da staffetta tra un mondo che poteva essere e un mondo che dovrà essere; è storia comunista, per bisogno e necessità, per giustizia e per scelta, per fortissima volontà, a dispetto dei ritratti distorti che stanno uscendo in queste ore sui media mainstream, tra chi cerca di romanticizzare la sua epopea, traslandola fuori dal mondo reale, chi cerca di sbiadirla svuotandola di ogni portato rivoluzionario e chi cerca moralisticamente di screditarla. Noi sappiamo che non esiste memoria condivisa tra noi e loro. Esiste una storia nostra che ci mostra la direzione.

Diceva Brecht che i “deboli non combattono. Quelli più forti lottano per un’ora. Quelli ancora più forti lottano per molti anni. Ma quelli fortissimi lottano per tutta la vita. E Costoro sono indispensabili.” Quello di Sante è per la nostra generazione, una generazione vessata, illusa, e disillusa, frustrata e tradita, l’esempio indispensabile, perché sappiamo “che anche in questo tempo bastardo ed ingrato bisogna provarci”, perché abbiamo ragione, perché la strada per l’alternativa possibile, fatta di lotta, di studio, di militanza, di organizzazione, è tracciata, occorre solo trovare la forza di percorrerla.

PER UN EMBARGO MILITARE CONTRO ISRAELE

La trascrizione del nostro intervento in occasione dell’iniziativa “VUOI LA PACE? PREPARA LA PACE” promossa da BDS Italia nell’ambito della Settimana contro l’apartheid 2021 (#IsraeliApartheidWeek).

La legittimazione e il sostegno da parte degli alleati occidentali a Israele va inquadrato in una fase di grande instabilità e complessità sul piano internazionale.

Israele rappresenta una roccaforte dell’imperialismo occidentale in Medio Oriente: per questo, in una fase di forte tensione inter-imperialistica, in cui la Cina contende direttamente l’egemonia ai paesi dell’Alleanza atlantica, Israele assume nuova importanza strategica, sia per gli Stati Uniti che per i paesi dell’Unione Europea.

La crisi pandemica mondiale ha colpito un sistema già da lungo tempo in crisi, in cui gli spazi di valorizzazione andavano calando, la competizione si intensificava, e i margini di redistribuzione, riducendosi, spingevano la classe dirigente occidentale a intensificare la lotta di classe dall’alto ai danni delle classi subalterne e dei popoli sfruttati.

In questo contesto, la pandemia ha accelerato l’esplosione di tutte le contraddizioni di un sistema di produzione che subordina l’interesse collettivo al profitto. Proprio le tradizionali potenze imperialistiche sono quelle più duramente colpite dalla pandemia, che ha messo in discussione a livello globale la credibilità del loro modello e la tenuta della loro egemonia.

È questa crisi egemonica profonda che costringe gli Stati Uniti ad intensificare le pratiche di ingerenza imperialistica nei nodi cruciali della competizione, dove deve tutelare ad ogni costo i propri interessi strategici. In questo senso si spiegano le dichiarazioni di Biden e Harris sulla necessità di rafforzare la cooperazione tra i membri della NATO e di sostenere con accordi economici e militari Israele, la stessa nomina della vice-presidente Harris e del segretario di stato Blinken, e la loro netta opposizione al procedimento avviato dalla Corte Penale Internazionale per i crimini commessi da Israele contro i palestinesi.

Israele resta dunque la testa di ponte occidentale in Medio-Oriente, argine contro coalizioni di paesi arabi in chiave anti-imperialistica e braccio armato di europei e americani negli affari mediorientali.

Il modello di sviluppo capitalistico-liberista è certamente in crisi nell’UE tanto quanto negli USA, anche se le contraddizioni in Europa non sono ancora esplose con la stessa violenza: nella gestione di produzione e somministrazione dei vaccini è emersa chiarissima nel vecchio continente, infatti, la contraddittorietà di un sistema che mette il profitto davanti alla salute, e che fa pagare questa scelta, da moltissimi punti di vista, all’intera collettività e in maggior misura alle fasce più deboli della popolazione.

Di fronte all’emergenza l’UE si è trovata piegata alla volontà di profitto delle grandi case farmaceutiche, si è vista tagliata, una dopo l’altra, le forniture di vaccini concordate con le compagnie private, a causa di accordi più vantaggiosi che queste hanno stretto con Stati Uniti e appunto Israele, eppure non ha potuto che esprimersi in modo contrario alla liberalizzazione dei brevetti, mostrando l’impossibilità di risolvere le contraddizioni all’interno del sistema che le ha prodotte.

Ciò non ha comunque impedito allo stato ebraico di autocelebrarsi e all’occidente di indicarlo come modello per la campagna vaccinale che sta portando avanti, tacendo sulla scelta politica in stile apartheid di somministrare il vaccino nelle zone occupate ai soli coloni ebrei.

Ancora una volta vediamo un esempio di come la crisi pandemica sia usata dai paesi imperialisti e dalle classi dominanti come strumento di ulteriore oppressione ai danni dei popoli e delle classi subalterne.

Il processo di accentramento e ristrutturazione capitalistica che la classe dominante europea sta mettendo in atto si inserisce nello stesso solco: strumenti quali il recovery fund, ad esempio, sono funzionali a una ulteriore liberalizzazione e privatizzazione delle economie dei paesi riceventi, e proseguiranno l’opera di accentramento di capitali e cervelli nei nuclei strategici del progetto europeo, con l’effetto di flessibilizzare, precarizzare e vulnerabilizzare ulteriormente sia i paesi della periferia, che le classi lavoratrici.

Si tratta di un attacco dall’alto, che noi, come giovani precari del sud Europa, privati di ogni prospettiva, paghiamo da anni, costretti a emigrare, da sud a nord, dal nord verso l’Europa, alla ricerca di condizioni salariali accettabili. È un attacco che ogni giorno si fa più pesante sulle nostre spalle, le spalle di una generazione a tutti gli effetti tradita.

Le stesse dinamiche centro-periferia l’Unione Europea le alimenta anche sul piano internazionale, rispetto ai confini larghi che si è data, in particolare in Medio-Oriente e Nord-Africa, dove le ingerenze politiche, ad opera sia delle ex-potenze coloniali sia a livello coordinato europeo, come ci ha mostrato ad esempio la gestione dei flussi migratori, sono sempre intensissime: ce ne danno una prova le proteste dei giovani tunisini e le mobilitazioni in Algeria degli ultimi mesi.

Israele in questo contesto, di fronte all’accresciuta necessità di dare una dimostrazione di forza, resta alleato fondamentale per tutelare gli interessi del sistema Europa, in uno dei suoi due confini caldi.

Noi a questo sistema di sfruttamento e oppressione, e a una classe intellettuale che lo ha servito per decenni, che si è resa complice della devastazione sociale qui come dei crimini Israeliani in Palestina, ci vogliamo opporre.

Lo stato di Israele e i suoi alleati sono l’espressione di un sistema che si alimenta di violenza e che, pur di tutelare gli interessi di pochissimi, devasta terre e popoli; un’alternativa a questo sistema rappresenta l’unica possibilità per noi, per il popolo palestinese, per i sempre più oppressi, e questa alternativa va costruita assieme, lottando, sostenendoci, organizzandoci, passo dopo passo.

INFRASTRUTTURE: PER CAMBIARE ROTTA È SUFFICIENTE MODIFICARE IL NOME? SABATO 27 MARZO MANIFESTAZIONE A ROMA, NELLA GIORNATA TRASNAZIONALE, A PORTA PIA SOTTO AL MINISTERO!

Ricondiviamo il comunicato congiunto verso l’appuntamento di mobilitazione transnazionale per il diritto all’abitare. Come organizzazione politica giovanile siamo da sempre in prima linea per la difesa del diritto inalienabile alla casa.

La gestione della pandemia – del governo Conte prima e Draghi ora – sta scaricando i pesanti costi di questa nuova crisi sulle spalle delle fasce più deboli della popolazione, giovani in primis. Per questo è importante costruire alleanze di classe e portare avanti lotte comuni per respingere questo nuovo attacco dall’alto sintomo di una ristrutturazione che il modo di produzione dominante si sta dando a fronte di una recrudescenza della competizione internazionale.

INFRASTRUTTURE: PER CAMBIARE ROTTA È SUFFICIENTE MODIFICARE IL NOME? SABATO 27 MARZO MANIFESTAZIONE A ROMA, NELLA GIORNATA TRASNAZIONALE, A PORTA PIA SOTTO AL MINISTERO!

Si chiamerà “Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili”, al plurale. Il neoministro Giovannini considera questo come un chiaro segnale di svolta che dal nome passerà all’azione politica, utilizzando le risorse del Recovery Plan secondo i principi della sostenibilità e dell’eguaglianza sociale. Ci aspettiamo davvero questo balzo sociale promesso, non solo per il curriculum socialmente impegnato dell’ex dirigente dell’Istat, da sempre attento al disagio e alle cosiddette fragilità economiche. Ce lo aspettiamo perché da anni affermiamo con forza la necessità di mettere mano al vergognoso stato dell’arte delle politiche abitative di questo paese.

Un disastro che non è casuale, ma il prodotto di deliberate scelte politiche a livello nazionale, nonché di scelte urbanistiche scellerate che hanno fatto sì che nelle città (e non solo) si cementificasse a dismisura per accontentare le pretese della rendita parassitaria e della speculazione finanziaria, senza badare alla sostenibilità ambientale, né tantomeno a quella sociale. Inoltre, con l’abolizione dell’equo canone, si è rinunciato al controllo pubblico sui canoni di locazione e ignorato il ruolo calmieratore dell’edilizia popolare nel mercato degli affitti. Allo stesso modo è mancato il contrasto ai nefasti effetti sociali causati dai processi di privatizzazione e dismissione del patrimonio degli enti previdenziali e dei loro fondi immobiliari, cancellando la loro funzione di calmierazione del mercato della casa, ancora, è mancato il controllato sulle modalità con cui sono stati realizzati gli interventi pubblici di edilizia agevolata nei famosi piani di zona, nella realizzazione dei quali è emersa una gestione speculativa messa sotto accusa dalla magistratura con inchieste e processi per truffa ai danni dello Stato e degli inquilini.

Scelte che hanno trasformato la casa da diritto e risorsa fondamentale, a un bene di scambio nelle mani di un mercato sempre più esigente e concentrato nelle mani di grandi costruttori e proprietari. Questo profilo orientato al profitto, d’altronde, ha contraddistinto l’azione del Ministero alle Infrastrutture tanto rispetto alla delega all’emergenza abitativa quanto alla pianificazione delle Infrastrutture stesse. Entrambi gli ambiti sono stati concepiti come grandi opere da cui estrarre profitto, a prescindere dal colore politico e dalla coalizione di turno che si è avvicendata al Ministero. Questi problemi li abbiamo posti ad ogni istituzione, nonché all’ANCI in quanto rappresentante di tutti gli amministratori locali italiani, benché non abbiamo riscontrato grande sensibilità, né disponibilità ad incontrarci. Si è venduto il patrimonio pubblico mentre si è deliberatamente trascurata la manutenzione degli immobili di edilizia residenziale pubblica.

Interi pezzi di città in Italia sono poi stati ceduti alla gentrificazione e alla touristificazione, determinando violenti processi espulsivi e una grande scarsità di alloggi, il tutto in nome della ‘riqualificazione urbana’. Sono state inasprite le misure punitive contro il dissenso sociale, utilizzando persino la residenza come strumenti preventivo e repressivo. Lo stesso Ministero delle Infrastrutture si è macchiato dell’approvazione dell’art. 5 del Decreto Renzi-Lupi, che insieme alla residenza nega l’accesso a sanità, scuola e servizi fondamentali a chi ha occupato per necessità immobili e appartamenti ERP inutilizzati, inclusi bambini e bambine. Si è scivolati sempre più verso la gestione dell’emergenza abitativa piuttosto che verso soluzioni strutturali, non facendo altro che aggravare le condizioni di disagio abitativo sofferte da milioni di famiglie ormai da anni. Si è così arrivati all’attuale punto di non ritorno, nel quale le giovani generazioni si vedono negato il futuro, anche per la crisi abitativa, economica e sociale. Tutte problematiche inevitabilmente aggravate dalla crisi pandemica in corso.

Vista la situazione così lampante, non smetterà mai di stupirci come ci sia ancora chi sostiene che gli sfratti, gli sgomberi e i pignoramenti siano colpa della cattiva coscienza, o peggio della furbizia, di chi li subisce, e quindi li affronta come un problema di ordine pubblico. Pensare questo significa infatti colpevolizzare la povertà, ed ignorare le pluridecennali radici del problema. Bisogna invece rendersi conto che ci sono, in molte città metropolitane e in questo Paese, migliaia di nuclei che hanno scelto in qualche modo di sopravvivere, non potendo affidarsi ai propri risparmi, al welfare familiare o statale, né volendo scegliere tra pagare il canone o la bolletta della luce, dell’acqua, della nettezza urbana, e la rinuncia a mangiare, o a curare la propria salute. Alcuni lo hanno fatto occupando in maniera organizzata, altri individualmente. C’è chi si è autoridotto, e non ha pagato l’affitto, chi ha smesso di pagare il mutuo alla banca non volendo scegliere tra quello, e il mettere insieme il pranzo con la cena per sé, e magari i propri figli.

Quando il ministro affronta il tema della sostenibilità, dovrebbe dunque tenere conto che quella sociale, ed economica, va messa al primo posto, e che senza un deciso cambio di rotta del suo Ministero ciò non accadrà. Questa crisi lo ha ribadito: il primo dispositivo di sicurezza sociale è un alloggio dignitoso e stabile. Quante volte da marzo 2020 ci è stato ripetuto “restate a casa”, supponendo che questo luogo fosse la miglior difesa dal rischio del contagio, o il luogo d’elezione per trascorrere una eventuale quarantena? Quante volte si è vista l’inefficacia di misure tampone come bonus di sostegno e voucher per l’affitto per contenere la marea di sfratti e pignoramenti, tanto più se erogati nelle tasche dei proprietari? Di fronte alla persistenza di questa situazione, diventano inevitabili l’autorganizzazione, e persino la difesa individuale. Lo sciopero dell’affitto è uno di questi strumenti, e le occupazioni abitative un altro. Che linea intende tenere il neoministro Giovannini di fronte a questi problemi strutturali, tenendo conto che da almeno un trentennio non viene più finanziato e realizzato un piano nazionale di edilizia pubblica? Affrontare il problema in maniera coerente e strutturale, oppure fare dichiarazioni di intenti per poi ricorrere alla criminalizzazione dei poveri per decreto, come avvenuto col Piano Casa del 2014? Ad esempio, nelle sue prime dichiarazioni, il neosegretario PD Letta ha affermato che bisogna ripartire dallo “ius soli”, un altro tema che Giovannini conosce piuttosto bene.

Ci ha sorpres* non poco considerando la pervicace opposizione del suo partito nell’abolire l’articolo 5, e le sue brutali conseguenze sulla vita di migliaia di persone (ad esempio, nell’accesso alla sanità e nel rinnovare i permessi di soggiorno), nonché l’attaccamento culturale alla decretazione securitaria che ne è seguita. Tale legislazione, accomunando povertà e accoglienza, produce una miscela omogenea da combattere piuttosto che affrontare, dando il destro alla propaganda più retriva e razzista, capace di mettere gli ultimi contro i penultimi, nonostante i secondi siano sempre più nelle stesse condizioni dei primi. L’unica cosa da fare per risolvere questa situazione è mettere le risorse economiche in arrivo a disposizione di una programmazione che trascini la questione dell’abitare fuori dall’emergenza.

In nome della tanto menzionata sostenibilità, questo andrebbe fatto utilizzando ciò che è costruito senza ulteriore consumo di suolo, garantendo un alloggio a tutti coloro che ne hanno necessità e facendo sì che i canoni di locazione tornino ad essere realmente sostenibili e tarati sulla capacità economica dei nuclei familiari. Solo in questo modo l’abitazione può tornare ad essere un bene d’uso collettivo, anziché un bene di scambio individuale, o un ormai sgonfio paracadute di welfare familiare per affrontare questa e la prossima crisi. Per tutte queste ragioni, il 27 marzo ci ritroveremo alle h.15 a Porta Pia a Roma, e verranno organizzate iniziative in altre città italiane, aderendo alla mobilitazione transnazionale lanciata da RentVolution e dalla European Housing Coalition per avviare una campagna di pressione sociale capace di riaprire una nuova stagione di politiche abitative pubbliche e strutturali, che sappiano rimettere l’affitto e la necessità di un nuovo piano di edilizia residenziale pubblica al centro del dibattito pubblico.

Verso la mobilitazione generale di giugno, pront* alla lotta per difendere le decine di migliaia di famiglie che convivono con la spada di Damocle dei procedimenti di sfratto (per morosità) sospesi solo fino al 30 giugno 2021.

Associazione Inquilini e Abitanti (Asia Usb)
Movimenti per il Diritto all’Abitare
Noi Restiamo
#RentvolutioEU
European Housing Coaliti

[Documento] Oceani interi da conquistare! Assemblea nazionale, 11 aprile 2021, Roma

VENTO CHE NON SMETTE DI SOFFIARE, OCEANI INTERI DA CONQUISTARE.
Una prospettiva giovanile comunista contro la crisi di civiltà del capitalismo.

Assemblea nazionale, Roma, 11 aprile 2021.

Introduzione:

Non sappiamo quale anno sarà assunto dalla storiografia futura come inizio convenzionale della crisi, quello che sappiamo però è che gli eventi che hanno caratterizzato il 2020 rappresentano per il mondo intero una cesura senza ritorno e un aggravamento della crisi di egemonia delle classi dominanti per il nostro ridotto mondo occidentale. Il livello delle contraddizioni che la pandemia da Covid-19 ha prodotto, infatti, rimette al centro questioni che trent’anni di mistificazioni neoliberiste avevano derubricato festeggiando la fine della storia dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Negli ultimi anni abbiamo assistito ai disastri prodotti dalla finanziarizzazione dell’economia, al risorgere della povertà assoluta nei paesi “sviluppati” dell’Occidente, al crollo del mito della superiorità statunitense nonché allo sgretolarsi della favola dell’austerità “espansiva” imposta dall’Unione Europea come veicolo di competitività su scala globale.

Le conseguenze dell’attacco padronale al welfare state, ai salari, alle condizioni di lavoro e di vita di milioni di persone in Occidente e alla tenuta ambientale ed ecologica del pianeta si palesano oggi in tutta la loro drammaticità nelle migliaia di morti dovute alla devastazione ambientale, ai tagli alla ricerca e alla sanità pubbliche, nei milioni di disoccupati vittime di un mercato del lavoro spietato che ha come effetto una crisi di prospettive che sta travolgendo e annichilendo intere generazioni.

La diffusione del Covid-19 è il cigno nero del capitalismo occidentale, ormai dimostratosi incapace di gestire le precipitazioni che esso stesso produce nonché palesatosi come inferiore nel garantire salute e tutele a larghe fette della popolazione rispetto a sistemi sociali ed economici, anche differenti tra loro, che hanno invece mantenuto il primato della pianificazione economica a favore della collettività come Cina e Cuba.

A perdere credibilità non è tuttavia solo materialmente un modello di sviluppo basato sul profitto e sull’attacco costante ai diritti sociali, ma anche il forte apparato ideologico classista e individualista che lo sorregge: siamo di fronte a una crisi di civiltà che espone le classi dominanti al rischio costante di una rimessa in discussione, non a caso le “democrazie occidentali” non perdono occasioni per restringere l’agibilità democratica, sindacale e di partecipazione popolare a favore di politiche securitarie di controllo e repressione preventiva del dissenso, in particolar modo nei confronti di attivisti e militanti sociali e politici. Crediamo dunque che il contesto di crisi profonda in cui siamo immersi dimostri l’urgenza di sfidare apertamente la realtà e lavorare per costruire l’organizzazione giovanile comunista come alternativa presente e complessiva alla barbarie capitalista.

La crisi è sistemica e sul piano sistemico è necessario rispondere. Esplicitare la prospettiva comunista significa quindi rispondere sul piano alto delle contraddizioni di sistema che l’avvento del Covid-19 ha palesato, ossia quello dello scontro tra modelli sociali e di produzione alternativi. Costruire lo strumento d’avanguardia concreta significa sgombrare il campo da ogni illusione di scorciatoia possibile, assumendo la scelta della militanza come stile di vita ed il costante lavoro processuale dell’organizzazione. Una scelta che va nella direzione opposta a quella delle finte soluzioni individuali offerte dal modello dominante.

La competizione tra blocchi geopolitici di potere su scala globale, lungi dall’essere superata dal mito della globalizzazione e dell’Impero di negriana memoria, rimane per noi la lente corretta tramite cui analizzare gli scenari internazionali. La pandemia ha accelerato sul piano internazionale alcune tendenze quali lo spostamento del “baricentro” della rigenerazione economica in Asia e la corsa delle oligarchie europee a ultimare la costruzione del proprio polo imperialista autonomo tramite anche l’utilizzo delle risorse del Next Generation EU per la ristrutturazione delle filiere produttive e il rafforzamento ideologico della favola dell’Europa “solidale”. Usa, Ue e Cina si confermano quindi gli attori principali nel nuovo scenario globale di cui sono ancora incerti gli esiti; di certo però sono mutati i rapporti di forza che vedono la superpotenza sta tunitense in fase di declino anche a causa dell’incapacità strutturale di gestione degli effetti della pandemia.

Una corretta comprensione delle dinamiche globali è il punto di partenza per costruire “in casa nostra” l’organizzazione all’altezza delle sfide del presente e per analizzare i profondi mutamenti avvenuti all’interno della classe sia dal punto di vista materiale (la proletarizzazione di ampi strati della società, compreso il cosiddetto ceto medio, sconfessa chi aveva ipotizzato il superamento delle classi sociali) che dal punto di vista ideologico (es. la crescita e poi il fallimento di partiti definiti “populisti” e percepiti come alternativa). L’evidente accelerazione della centralizzazione del potere politico ed economico dell’Unione Europea, organismo politico sovranazionale costruito su trattati irriformabili e non l’unione tra i popoli falsamente narrata, ci conferma la necessità di rompere la gabbia europea qui e ora, precondizione per un processo progressista di emancipazione delle classi popolari, tra cui noi giovani nati a sud della crisi.

Lo sganciamento della periferia europea, descritto dal teorico marxista Samir Amin come premessa necessaria per superare la polarizzazione capitalistica tra centro e periferia, non può che essere profondamente internazionalista e significa per noi promuovere la costruzione dell’Alba Euro-Afro Mediterranea come unione di solidarietà, mutuo appoggio e indipendenza dei popoli subalterni all’imperialismo UE e alla Nato sull’esempio bolivariano del Socialismo del XXI secolo.

L’urgenza materiale della rottura nel contesto di crisi fin qui descritto si scontra però con un movimento di classe estremamente arretrato ed un blocco sociale frammentato e disarmato a causa dello smantellamento sistematico degli strumenti ideologici e concreti per la lotta di classe, operato negli ultimi trent’anni proprio da quelle organizzazioni della “sinistra” divenute gradualmente completamente subalterne al pensiero dominante. I nostri settori di riferimento si apprestano infatti ad attraversare questo tornante storico in una condizione di atomizzazione sociale e con lo sguardo rivolto all’indietro, rimanendo cioè aggrappati alle poche tutele lavorative e di welfare diretto e indiretto rimaste, abdicando sempre di più alla lotta e abbandonando in una condizione di disgrazia comune giovani e migranti.

L’aggressione al patrimonio politico-culturale del movimento operaio e di classe del nostro Paese è stata portata avanti scientificamente dai cantori del capitale con la complicità dell’arcipelago della sinistra, anche radicale, a partire dalla svolta socialdemocratica del Pci resa evidente poi nel cosiddetto compromesso storico di Berlinguer e la svolta dell’Eur della Cgil nel 1978. Per questo riteniamo oggi imprescindibile, per ogni ipotesi che dichiara di operare in funzione dell’abolizione dello stato di cose presenti, sviluppate indipendenza economica, politica e ideologica completa dalla sinistra in tutte le sue svariate sfaccettature.

L’irriformabilità dei grandi sindacati confederali, la funzione di stampella dello smantellamento del sistema pubblico di gran parte del mondo dell’associazionismo, la subalternità al progetto imperialista dell’UE dei vecchi partiti della sinistra radicale e la scarsa incidenza nelle dinamiche reali del mondo autorganizzato e di movimento rafforzano la nostra convinzione nel lavorare assieme alla Rete dei Comunisti nel compito storico della sedimentazione delle forze e della strutturazione di un’ipotesi politica comunista, organizzata e indipendente, capace di affermarsi tramite un approccio dialettico con la realtà e sviluppando sempre di più l’internità nel sindacalismo conflittuale e metropolitano come nelle sperimentazioni di rappresentanza politica degli interessi del nostro blocco sociale di riferimento.

Ci accingiamo quindi a lavorare per costruire il nuovo soggetto giovanile comunista individuando la contraddizione tra aspettative e realtà, ovvero tra la narrazione dominante di un futuro roseo pieno di possibilità per i giovani e un destino concreto di precarietà lavorativa ed esistenziale, mettendo a disposizione di chi vorrà il bagaglio di esperienza militante di Noi Restiamo.

Le categorie storico-materialistiche della critica dell’economia politica marxiana ci offrono infatti la possibilità di leggere la crisi sistemica in atto con metodo scientifico e di valutarne gli effetti sui settori sociali. La contraddizione crescente tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione è la chiave di comprensione/individuazione delle possibilità concrete di intervento politico sulle nuove generazioni, che percepiscono materialmente e progressivamente lo sgretolarsi dei falsi miti decantati dall’apparato culturale – mediatico mainstream.

Per agire abbiamo deciso di individuare quattro terreni di scontro e sperimentazione su cui costruire materialmente spazio di intervento politico.

  • Il mondo della formazione e della ricerca, ambito privilegiato di battaglia diretta contro il sistema di pensiero dominante;
  • Le contraddizioni materiali, risultato dei processi di riorganizzazione internazionale del mercato del lavoro e della costruzione del polo imperialista dell’Unione Europea, che stanno producendo una gravissima crisi di prospettive per le fasce giovanili, con particolare gravità sulla componente femminile;
  • La lotta ambientalista e lo sviluppo della contraddizione tra capitale e natura, una sfida non più procrastinabile che ha visto negli ultimi anni crescere un attivismo giovanile purtroppo spesso sussunto dalle classi dominanti per i propri fini;
  • La battaglia ideologica e culturale, indispensabile per un rafforzamento delle ragioni dei comunisti e precondizione per un’emancipazione reale dal pensiero dominante in grado di produrre una concezione di mondo alternativa.

Apriamo quindi la fase costituente del nuovo soggetto politico giovanile comunista a tutte le realtà, i collettivi, i singoli militanti e attivisti che condividono con noi l’urgenza di agire ora in maniera organizzata e dinamica, mettendo al centro la prassi rivoluzionaria e la presenza militante nelle contraddizioni.

Dotarci dello strumento organizzativo e di sintesi politica all’altezza delle sfide del presente significa infine porre le basi per una soggettività che fa dell’antifascismo militante, dell’antirazzismo, dell’antisessismo e della lotta contro il patriarcato, dell’internazionalismo e dell’antimperialismo le colonne portanti del proprio agire dentro e fuori l’organizzazione.

Per il riscatto di una generazione tradita, costruiamo l’alternativa alla barbarie capitalista stando sempre un passo avanti la realtà. Ci sono oceani interi da conquistare.

Intervista alla lista universitaria Antitesi: una sperimentazione di lotta nell’Università di Torino

In diverse università italiane si terranno quest’anno le elezioni dei rappresentanti degli studenti, un appuntamento che cade in un contesto storico per le giovani generazioni inedito ed estremamente complesso come quello della pandemia da Covid-19.

Da anni come Noi Restiamo denunciamo come l’Università sia al centro di una profonda trasformazione sotto la spinta delle politiche sovranazionali: un indirizzo che ha trovato d’accordo governi tanto di destra quanto di sinistra che hanno contribuito a smantellare, gradino su gradino, la formazione pubblica. Alle lotte e alle mobilitazioni quotidiane che portiamo avanti sui territori e a livello nazionale si aggiunge quest’anno un nuovo strumento, quella della rappresentanza universitaria che alcuni compagni e compagne hanno scelto di sperimentare in alcuni atenei.

Riportiamo qui di seguito l’intervista fatta ai compagni di Torino che con la lista Antitesi si candideranno alle elezioni universitarie di Unito il 23-24-25 di marzo.

Già da anni Noi Restiamo interviene sul piano cittadino e universitario, costruendo analisi dei mutamenti che lo attraversano e contemporaneamente costruendo mobilitazioni (tra le altre, ricordiamo la campagna contro l’apertura del Burger King negli spazi dell’università, quella contro la criminalizzazione degli studenti antifascisti e quella più recente per il blocco delle tasse universitarie). Perché avete deciso, oggi, di dotarvi di un ulteriore strumento come la lista di rappresentanza Antitesi e come è maturato questo nuovo impegno?

Il ragionamento collettivo che ha portato alla creazione di questo strumento parte da lontano: già alle precedenti elezioni universitarie, avvenute a poca distanza dalla mobilitazione contro l’apertura di un Burger King all’interno della palazzina Aldo Moro, di proprietà di Unito, abbiamo iniziato ad interrogarci sull’inefficacia delle attuali proposte di rappresentanza e sulla conseguente disaffezione degli studenti verso la dinamica elettorale (alle scorse elezioni l’affluenza è stata inferiore al 10%).

Contemporaneamente, nel corso delle mobilitazioni, e in particolar modo durante quella dello scorso autunno per il blocco delle tasse, ci siamo resi conto di come da una parte le rivendicazioni provenienti dalla piazza fossero più avanzate di quelle che venivano portate dentro gli organi dalle sedicenti rappresentanze “di sinistra”, che sistematicamente ne hanno “spuntato” l’impatto; dall’altra di come quelle stesse rappresentanze, pur avendo accesso a strumenti e dati che avrebbero permesso una maggior incisività delle mobilitazioni stesse, non li abbiano messi a disposizione degli studenti.

In sintesi, ci siamo resi conto di quanto la “cinghia di trasmissione” delle rivendicazioni espresse dagli studenti verso le sedi del potere politico si fosse ormai spezzata. Da qui l’esigenza di dotare le mobilitazioni (che sono per noi il luogo dove costruire rapporti di forza favorevoli, dato anche lo scarso potere dei rappresentanti degli studenti all’interno degli organi) dello strumento-Antitesi, mettendo al centro il suo essere fondata all’interno delle lotte, delle quali deve rappresentare la parte più avanzata, pena l’irrilevanza politica e lo scadere nel burocratismo, nella mera gestione dell’esistente.

Si è accennato ai mutamenti che in questi anni hanno attraversato l’Università, trasformandola nel senso di una sempre maggiore esclusione delle fasce più deboli e di una sempre maggior sudditanza agli interessi del privato. Con il Covid19 questa dinamica si è accentuata, facendo emergere molte delle contraddizioni di questo modello. Quali sono le principali battaglie da portare avanti perché si abbia una reale inversione di rotta?

Crediamo che la pandemia, oltre a far emergere con violenza le difficoltà materiali sempre più grandi che affrontiamo durante gli studi, abbia anche reso evidente quanto gli interessi dell’amministrazione universitaria e quelli degli studenti siano diametralmente opposti. Da un lato infatti c’è una generazione impoverita, che finora era riuscita a barcamenarsi tra lavoretti sempre più malpagati e precari e costi in crescita; dall’altro c’è un’istituzione universitaria completamente piegata ai voleri delle grandi imprese, con le quali agisce come un qualsiasi soggetto di mercato e che non ha nessuna intenzione di affrontare le difficoltà degli studenti, perché incompatibili con i suoi obiettivi “d’impresa”.

Di fronte a questa situazione, crediamo ci siano una serie di misure immediate da mettere in atto, a cominciare dal blocco delle tasse universitarie, proseguendo poi con un vero investimento in edilizia residenziale studentesca (ad oggi in Piemonte esiste circa un posto letto ogni 50 studenti, contro una media italiana di 1 su 30 ed una tedesca di 1 su 14!) ed un aumento delle collaborazioni retribuite per studenti, che potrebbero strappare molti dallo sfruttamento e dalle condizioni in cui sono costretti. Queste, tuttavia, si intersecano con una critica complessiva a questo modello di università, che è pienamente complice della speculazione in atto in città (su cui abbiamo scritto qui), prestandosi anche ad operazioni di greenwashing (come nel caso degli studi commissionati da TELT, società costruttrice della TorinoLione).

Chiediamo quindi che UniTo interrompa le collaborazioni con aziende complici della devastazione di interi territori, che smetta di svendere i suoi spazi, tramite la pratica del project financing, ad imprese private, e che si adoperi per una ricerca veramente pubblica, fuori dai vincoli del trasferimento tecnologico, che l’hanno asservita ai voleri delle imprese private, privatizzando i guadagni e scaricando sul pubblico i costi di ricerca e sviluppo.

Nel vostro manifesto politico definite Antitesi come una rappresentanza politica, di rottura, e partecipativa: in che modo queste parole d’ordine rappresentano la vostra idea di rappresentanza universitaria?

Antitesi nasce dalle battaglie che in tutti questi anni come Noi Restiamo abbiamo portato avanti in Università, per denunciare un modello formativo irriformabile e che dalle sue fondamenta va ribaltato: quest’idea non va assolutamente trascurata nel momento in cui si sceglie di dotarsi di uno strumento nuovo come quello della rappresentanza studentesca.

Il nostro non può essere un ruolo tecnico, volto a migliorare o a rendere l’Università più efficiente, sostituendosi alle segreterie di Ateneo, ma tutto politico, perché anche quelle più piccole mancanze che come studenti percepiamo (dalla mancata attivazione di un corso con pochi iscritti, alla chiusura di un’aula studio autogestita) sono il risultato di scelte politiche che l’Università ha fatto. Sta a noi, in primis come rappresentanti trasparenti e informati su ciò che accade nei luoghi in cui studiamo, costruire una risposta collettiva e organizzata che è ovviamente politica. Con la pandemia inoltre, è diventato ancora più evidente che l’Amministrazione universitaria si fa portatrice di interessi opposti ai nostri, diventando mera esecutrice di politiche governative. Se questo è il livello dello scontro in atto non possiamo pensare, anche all’interno degli organi, di sedersi ai tavoli della contrattazione con rivendicazioni al ribasso, ricercando un dialogo con un’amministrazione sorda alle istanze degli studenti.

La strada del compromesso, perseguita anche dalle rappresentanze di sinistra che da anni si occupano di sindacalismo fra gli studenti, ci ha condotto all’attuale situazione. Per noi ogni lotta, anche la più vertenziale, è in realtà altamente politica ed è un passo in avanti per la costruzione di un’ università che deve essere completamente differente da come lo è stata finora. Per farlo ovviamente la lotta all’interno degli organi non è sufficiente, per questo vogliamo sfatare il “mito della delega” di cui sono investiti i rappresentanti. Una manciata di voti non sopprime gli accordi che il nostro ateneo ha con l’industria appaltatrice del TAV o con le Università israeliane complici dell’occupazione e dei bombardamenti dei territori palestinesi, così come non può sbloccare fondi straordinari per il diritto allo studio universitario.

Occorre costruire una forza maggiore, nelle lotte reali, partecipate, dove la rappresentanza studentesca può essere l’espressione più avanzata delle istanze degli studenti e di quelle lotte, un’arma in più per far sentire, anche negli organi, le nostre ragioni. Per questo motivo abbiamo costruito Antitesi, prima di tutto come progetto aperto e come appello alla partecipazione che abbia l’obiettivo di porsi in antitesi, appunto, con lo stato di cose presenti.

A Torino le elezioni studentesche si terranno il 23-24-25 marzo. Che cosa farà Antitesi dopo questa data?

La pandemia ha reso ancora più evidenti le storture del modello di università che abbiamo conosciuto in questi anni: un modello elitario, sempre più privatizzato e polarizzato da Nord a Sud sulla base dell’autonomia scolastica. Con la retorica della meritocrazia e dell’eccellenza hanno per anni giustificato le enormi differenze di classe che l’Università, invece di appianare, riproduce e amplifica.

Questo aspetto strutturale non cambia nemmeno con il nuovo Governo Draghi e con la nuova ministra dell’Università e Ricerca Maria Cristina Messa, anzi. Si parla tanto di utilizzare i soldi del Recovery Fund per l’istruzione, ma quale sarà l’indirizzo politico che prenderà l’Università? Su questo si apre una battaglia che è tutta da giocare. Da parte nostra continueremo a portare avanti le nostre rivendicazioni indipendentemente dal risultato elettorale, convinti che è per ribaltare l’attuale paradigma formativo e sociale è necessario costruire una forza che davvero sappia incidere nella realtà.

Le elezioni certamente sono un momento in cui c’è un’ attenzione maggiore su determinate tematiche che tuttavia, non possono essere risolte nemmeno in due anni di mandato. Per questo è necessario un lavoro capillare che continuerà, esattamente come abbiamo sempre fatto in questi anni, su temi fondamentali volti a costruire un’università davvero pubblica e accessibile a tutti, senza accontentarsi delle briciole che finora sono state elargite né cedendo agli inganni retorici con cui dipingono l’Università digitalizzata e sostenibile che le politiche europee vorrebbero.

Nelle prossime settimane sarà sicuramente centrale il tema delle tasse universitarie (sul quale già ci stiamo mobilitando) che nel caso di Torino sono rimaste invariate a distanza di un anno. Siamo di nuovo in zona rossa, la scuola si è bloccata un’altra volta ma i costi dell’istruzione non si sono mai fermati, anzi la contribuzione studentesca è in crescita da anni : si avvicina la scadenza della terza rata (31 marzo) e molti di noi non sanno come pagarla. Un discorso analogo è quello degli affitti: come Antitesi abbiamo seguito da vicino il caso di Totta, studentessa precaria e sotto sfratto da inizio anno perchè rimasta senza fonte di reddito, riuscendo, insieme ad altre forze politiche e sociali a rinviare lo sfratto fino al 20 aprile, data per la quale ci stiamo fin da subito attrezzando.

Il nostro impegno non finirà dopo il 25 marzo, anche perché siamo ben consapevoli che non è il voto ma la lotta che decide.

QUALE EMANCIPAZIONE FEMMINILE DAL VIRUS DELL’OPPRESSIONE CAPITALISTICA?

Riflessioni a margine dello sciopero dell’8 marzo su giovani, donne e crisi pandemica.

Se sei una donna, giovane e magari anche immigrata di prima o seconda o terza generazione e sei nata nel nostro Paese o, ancor di più, nel Sud Italia o nelle periferie delle città metropolitane sei oggettivamente svantaggiata e in condizione di inferiorità dal punto di vista sociale, politico ed educativo: questo è il quadro che emerge da tutte le ricerche statistiche pre-Covid e che viene aggravato notevolmente nel contesto pandemico. La condizione femminile è ancora oggi (e anche in un paese occidentale a capitalismo cosiddetto avanzato) strettamente correlata al contesto geografico, sociale e culturale di provenienza e, di conseguenza, si può quindi in primo luogo affermare che non tutte le donne sono uguali e la crisi pandemica renderà più acute le disuguaglianze strutturali, andando ancora una volta ad alimentare la competitività anche all’interno dei generi al fine di selezionare le donne “smart” e carismatiche, possibili leader nella ristrutturazione capitalistica in atto.                                                              

L’esplosione negli ultimi anni dei movimenti femministi e anti-sessisti nel nostro Paese così come a livello internazionale ha (finalmente) rimesso nel dibattito pubblico la questione femminile. Tuttavia riteniamo che per comprendere fino in fondo le disparità di genere e l’utilizzo che il Capitale fa delle strutture patriarcali occorra superare la retorica interclassista propinata dall’intero apparato mediatico e politico (atta a sussumere le proteste e gli scioperi delle donne) e leggere la realtà a partire dalla crisi pandemica in atto e dalle conseguenti modificazioni del nostro modello di sviluppo e della produzione.

La pandemia da Covid-19 continua tragicamente a mietere vittime colpendo con maggior forza nel mondo capitalistico occidentale, dove la vendetta delle classi dirigenti si è concentrata per più di un trentennio nella distruzione dei sistemi di welfare state e dei diritti sociali conquistati dal movimento di classe. E’ in questo contesto, infatti, che la crisi strutturale del nostro modello di sviluppo e produzione si palesa ed esprime le sue contraddizioni con maggiore chiarezza proprio nell’acuirsi della crisi sanitaria, dimostrando di essere veicolo di regressione economica, politica e culturale piuttosto che “il migliore dei mondi possibili” come vuole la narrazione dominante. Il peso della crisi ricade necessariamente, oggi più di ieri, sui settori sociali già vittime dello sviluppo diseguale e avrà ripercussioni drammatiche in particolare sulle giovani generazioni, sulle donne e sui migranti, cioè quelle categorie che tutti i dati statistici evidenziano come le più danneggiate dalla strategia occidentale della ‘convivenza con il virus’ e a causa di una condizione di precarietà esistenziale e lavorativa preesistente.

Il dato più lampante e più citato riguarda le conseguenze della pandemia in termini di occupazione lavorativa: dei 101mila occupati in meno registrati in numero assoluto a dicembre 2020, 99mila sono donne e anche su base annua, su 4 posti di lavoro persi nell’ultimo anno 3 erano ricoperti da donne. Se infatti il blocco dei licenziamenti e l’utilizzo della cassa integrazione hanno salvaguardato, finora, il lavoro regolare a tempo indeterminato, ad essere colpite sono state tutte le altre tipologie di contratto e i lavoratori a nero: le donne e i giovani che da tempo firmano contratti precari o sopravvivono con i cosiddetti “lavoretti” si ritrovano oggi senza alcuna prospettiva futura e pagano caro il prezzo della flessibilizzazione del mercato del lavoro imposta dalla svolta neoliberista.

I tagli ai servizi pubblici, l’impoverimento generalizzato, la precarizzazione e la mancanza di lavoro possono essere considerate tra le cause anche del progressivo calo generale delle gravidanze registrato negli ultimi anni, con una percentuale crescente di mamme sopra i 40 anni: si può quindi dedurre che nella maggior parte dei casi le ragazze non possono scegliere liberamente di avere figli e “metter su famiglia” a causa dell’incertezza esistenziale e lavorativa. Questa tendenza sembra essere accentuata dalla crisi pandemica: secondo le analisi dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo su un campione di persone tra i 18 e i 34 anni comparati tra Italia, Germania, Spagna, Francia e Regno Unito, quasi 2 giovani italiani su 3 hanno accantonato i propri progetti di vita come andare a convivere, sposarsi ed avere figli. Tuttavia, anche la tendenza generale presenta importanti differenziazioni interne: rimane alta infatti la percentuale di giovani mamme nel sud Italia e nelle periferie delle grandi metropoli, dove di fronte all’assenza totale di servizi e alla disoccupazione di massa spesso diventare madri è un destino più che una scelta.

La situazione è tragica anche dal punto di vista del rapporto tra la carriera universitaria e l’accesso al mondo del lavoro, dal quale emergono le disuguaglianze di genere ma anche territoriali, a riconferma che il mondo della formazione, costruito sulla base delle esigenze produttive dei privati e delle necessità del nascente polo imperialista europeo, non solo pone barriere all’ingresso ma riproduce e amplifica le disparità interne alla società. Infatti, secondo l’ultimo Report Istat sui livelli di istruzione durante il 2019 l’Italia conta un numero maggiore di donne laureate (22,4%) rispetto agli uomini (16,8%) e una quota di donne con un diploma di circa cinque punti percentuali superiore a quella degli uomini. Da questi dati sembrano indicare come l’istruzione venga percepito come il principale fattore protettivo per le giovani ragazze rispetto all’ingresso nel mondo del lavoro, una percezione che le spinga a studiare più dei coetanei uomini. Significativo in questo senso è anche il fatto che sia maggiore tra le donne, la percentuale di chi ha usufruito di borse di studio: il 24% contro il 20% dei maschi (secondo il rapporto Almalaurea del 2017 sul Profilo dei Diplomati). Tuttavia il tasso di occupazione femminile è solo del 56,1% contro il 76,8% degli uomini: questo divario, superiore di gran lunga alla media europea, si riduce all’aumentare del livello di istruzione senza mai scomparire del tutto, a riprova non solo della disparità di genere nell’accesso al lavoro ma anche delle disuguaglianze interne alla componente giovanile e femminile della nostra società. Non a caso, infatti, la situazione si fa più critica se restringiamo il campo di analisi alla differenza tra le neolaureate con o senza figli: secondo i dati di Almalaurea riferiti al 2017, il tasso di occupazione delle laureate senza prole è pari all’80%, con un differenziale di 19 punti percentuali rispetto alle donne con figli e il divario rimane ampio anche in termine di qualità contrattuale e di retribuzione. I dati raccolti da Almalaurea sul 2020 certificano infine la diminuzione del tasso di occupazione tra i neolaureati rispetto alle cifre del 2019 come effetto della crisi pandemica e rispettivamente del -9% per i laureati di primo livello e -1,6% per i laureati di secondo livello, con differenziali di genere e territoriali molto accentuati. Sempre a un anno dal conseguimento del titolo di studio, le retribuzioni mensili nette risultano in diminuzione sia per gli uomini sia per le donne, sia al Nord sia al Sud, con donne e Sud comunque più svantaggiati: gli uomini mostrano rispetto alle loro colleghe un +19,1% per il primo livello e +18,3% per il secondo livello, mentre tra gli occupati del Nord, rispetto a quelli del Sud, si rileva un +17,9% per il primo livello e +23,1% per il secondo livello.

La pandemia continua ad avere ripercussioni drammatiche anche dal punto di vista psicologico e culturale: la crisi sistemica, che attraversa il capitalismo occidentale sin da metà degli anni ’70, si manifesta in ogni ambito della vita sociale e, grazie alle accelerazioni prodotte dalla pandemia, assume le forme di una crisi di valori senza precedenti, dell’acuirsi dell’imbarbarimento diffuso e delle strutture sociali di dominio, della crisi di prospettive che investe in particolar modo le categorie più danneggiate dal punto di vista economico. I dati disponibili confermano anche in questo caso che le conseguenze della crisi pandemica non si riversano in maniera uguale nella società ma anzi ‘i sintomi depressivi mostrano punteggi più alti nuovamente nelle donne, nei giovani, nelle persone che incontrano incertezze professionali e negli individui con status economico meno agiato’. Inoltre, le lunghe permanenze in casa dovute all’emergenza sanitaria hanno aumentato esponenzialmente i casi di violenza domestica, specialmente nei confronti delle molte donne che hanno perso le entrate proveniente dai lavori informali e sono risultate maggiormente esposte perché economicamente più dipendenti dai loro compagni. Secondo i dati raccolti dall’Istat, infatti, il numero delle chiamate al 1522 nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020 è notevolmente cresciuto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+71,7%) e la crescita delle richieste di aiuto tramite chat è triplicata.

Abbiamo voluto evidenziare alcuni dati esemplificativi perché riteniamo che per comprendere la complessità della ‘questione femminile’ occorra inserire questa all’interno delle dinamiche di sviluppo (e sottosviluppo) del modo di produzione capitalistico occidentale. Non dobbiamo ricadere in analisi meccanicistiche o semplificazioni economiciste, ma è chiaro che la condizione e il ruolo delle donne sono subordinate innanzitutto alle relazioni sociali determinate nella produzione e riproduzione della vita umana in ogni suo aspetto e al contesto sociale ed economico in cui viviamo. Sappiamo bene che il ruolo della donna all’interno del processo storico e dei contesti produttivi, sociali ed economici del paese è mutato nel tempo, dovendosi adattare a diverse fasi economiche e politiche. Perciò in questo momento, in cui siamo di fronte a una profonda crisi sistemica del modo di produzione capitalista, ci chiediamo: quale sarà il ruolo che la ristrutturazione del capitale proverà ad assegnare alle giovani donne?

Non abbiamo la sfera di cristallo ma possiamo iniziare a tracciare alcune tendenze.

La prima riguarda il peso decisivo che stanno assumendo le competenze digitali e tecnologiche nella competizione internazionale e il conseguente interesse per ridurre le differenze di genere proprio in questi settori. Lo vediamo ad esempio nei vari progetti, seminari e corsi di formazione che si sono tenuti al Politecnico di Milano, per promuovere le materie tecnico-scientifiche e diffondere la cultura digitale, incentivando lo studio STEM fra le ragazze, (dato che una bassissima percentuale di giovani donne nel nostro paese frequenta facoltà scientifiche, tecnologiche, d’ingegneria o matematica, precisamente il 18%) a partire da progetti interattivi per bambini fino ad arrivare al progetto “inspiringirls”, che ha l’obiettivo di creare nelle ragazze consapevolezza del proprio “talento”, fornendogli dei modelli a cui ispirarsi. Un interesse che possiamo verificare anche dalle parole della rettrice della Sapienza, che ha esposto la sua opinione sull’importanza di indirizzare le ragazze sin dalle scuole medie alle lauree STEM e dunque in quelle materie che “faranno la differenza nel progresso e nell’innovazione economica del futuro” come ha sottolineato, non a caso, Mario Draghi.

Se poi guardiamo alle tendenze inerenti al mondo del lavoro, la parole d’ordine predominante è auto-imprenditorialità declinata al femminile. Un esempio lampante è il fondo da 500.000€ lanciato da Amazon a sostegno dell’imprenditoria femminile, più nello specifico di tutte le donne che vogliono creare la propria azienda di consegne; ma non solo. O pensiamo anche alla retorica sottostante le piattaforme online di Network Marketing per la promozione di prodotti cosmetici, nelle quali il 76% sono donne di cui al 94% tra il 25 e i 50 anni, la maggior parte con la sola licenza superiore e che vengono vendute come possibilità di emancipazione economica ma che in realtà scaricano sull’individuo il rischio di impresa.

La retorica borghese delle pari opportunità propinata tramite proclami di ministri, accademici, intellettuali e personaggi dello spettacolo si scontra duramente con quella che invece è la realtà dei fatti, che parla di una crisi economica che sta colpendo più duramente proprio le donne e i giovani, una realtà in cui il sessismo e il ricatto economico è più pesante proprio in quei settori, come la ristorazione e il turismo, che sono tra i più precari: basti pensare alla quantità di annunci che si basano sulla “bella presenza”. La condizione oggettiva delle ragazze cozza quindi profondamente con la retorica sull’empowerment femminile portato avanti dalle classi dominanti, che nelle forme proposte non ha a che fare con un processo reale di emancipazione ma che si concretizza con una polarizzazione tra determinate donne con caratteristiche utili alla ristrutturazione del modo di produzione capitalista (utili per difendere determinati interessi) e una fetta enorme di giovani donne che vedrà un netto peggioramento delle proprie condizioni materiali e di possibilità di costruirsi un futuro.

Dentro questo sistema non può esistere l’equazione tra la posizione di potere da parte di una donna e la lotta contro lo sfruttamento delle donne: non riconoscerlo e assecondare la retorica interclassista dominante significa fare gli interessi degli sfruttatori e voler pacificare il potenziale rivoluzionario delle lotte delle donne. L’alternativa deve essere di sistema, cioè la costruzione di un altro modello di sviluppo basato su un’uguaglianza sostanziale, un’inversione di rotta sui temi del lavoro e del modello di formazione e ricerca, smontando pezzo per pezzo la narrazione dominante: il tema dell’alternativa sociale diventa oggi una necessità urgente per noi giovani generazioni su cui pesa come un macigno la crisi economica, culturale e di prospettive. Un crisi che ha prodotto un imbarbarimento sociale senza precedenti e che moltiplica pericolosamente la violenza all’interno dei rapporti sociali.

Come comuniste rifiutiamo il modello di finta emancipazione borghese che si basa sulla polarizzazione, sulla competizione e sull’uscita individuale dalla crisi così come rifiutiamo anche il tentativo da parte della sinistra compatibilista di depotenziare gli scioperi e le battaglie femminili con una visione interclassista e che relega la donna al ruolo di vittima. Non siamo né vittime inoffensive né vogliamo essere costrette a competere tra di noi per salvarci.  Per questo crediamo nella costruzione dell’organizzazione come elemento concreto di emancipazione e di lotta contro lo sfruttamento.

Libertà per gli studenti e le studentesse palestinesi!

Rispondiamo anche dall’Italia all’appello mondiale promosso da Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network e sottoscritto da centinaia di organizzazioni giovanili e studentesche di tutto il mondo per rivendicare la liberazione immediata degli studenti palestinesi prigionieri, la tutela del loro diritto all’educazione, all’espressione e all’impegno politico cosí come il loro diritto a determinare il loro avvenire. Non possiamo e non dobbiamo restare in silenzio di fronte alla persecuzione del movimento studentesco palestinese e degli studenti palestinesi dietro le sbarre israeliane. Siamo al fianco degli studenti palestinesi!
Ci uniamo per invitare all’azione e al sostegno di questi studenti palestinesi dietro le sbarre:

  • Il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele, comprese le istituzioni accademiche israeliane, che sono pienamente complici della sistematica privazione dei diritti dei palestinesi.
  • La cessazione di tutti gli aiuti militari ed economici, le transazioni militari, i progetti comuni e il finanziamento diretto del regime di occupazione israeliano da parte dei governi di tutto il mondo.
  • La messa in discussione dei programmi di “normalizzazione” che mirano a legittimare l’occupazione israeliana e che incarnano un tentativo di legittimare la criminalizzazione e il prendere di mira gli studenti palestinesi.
  • Organizzarsi per creare legami diretti di solidarietà con gli studenti palestinesi e il movimento studentesco palestinese, assicurando il fallimento dei tentativi di isolarli dal sostegno della comunità internazionale nonostante tutti i tentativi dell’occupazione israeliana.

#FreePalestinianStudents

NEI NOSTRI QUARTIERI L’UNICO INTERVENTO PUBBLICO È QUELLO DELLA POLIZIA

Solidarietà contro l’accanimento repressivo. La nostra generazione vale più di una vetrina di Gucci.

Due notti fa, approfittando del coprifuoco, un ingente dispiegamento di forze dell’ordine ha eseguito 37 arresti nella periferia torinese. L’accusa è pesantissima: devastazione e saccheggio.
I ragazzi colpiti dalle misure cautelari provengono dalle periferie della metropoli torinese, per lo più giovanissimi e immigrati, figli di un storia coloniale e imperialista europea, vittime degli stessi meccanismi di emigrazione forzata che da anni coinvolgono nello stesso modo le giovani generazioni del sud e del nord Italia, attratti dalle false aspettative del centro e nord Europa.

L’attitudine repressiva messa in atto dalla questura di Torino è un elemento che ha contraddistino i governi di ogni colore, da quelli di “sinistra” a gestione democratica fino a quelli di destra.
Allo stesso modo la tendenza a trattare i problemi sociali come problemi di ordine pubblico è un elemento proprio tanto della gestione pentastellata dell’amministrazione cittadina torinese, quanto di quella passata del Partito Democratico.
Ora che si è insediato il governo Draghi possiamo benissimo notare come questa “linea dura” non sia di fatto cambiata rispetto i precedenti governi. Dato palese di quello che ci aspetterà nei prossimi mesi.

I fatti contestati dalle misure cautelari arrivate a 37 ragazzi l’altra sera, sono quelli della manifestazione del 26 ottobre scorso in piazza Castello, quando sulla scia delle proteste di Napoli, anche la metropoli torinese aveva vissuto una notte intensa di scontri tra le vie “vetrina” del centro città.
La manifestazione che si svolse a Torino, in vista del secondo lockdown che toccò la nostra regione, fu una piazza variegata e per certi versi molto contraddittoria. Quello che certamente non possiamo trascurare è che alla chiamata del concentramento di Piazza Castello, prese parte una larga componente di giovani, spesso di seconda generazione, abitanti delle periferie laddove la mancanza di aiuti, di sostegno e l’assenza dello Stato è decisamente forte.
Tra i vari protagonisti della piazza del 26 ottobre vi fu certamente la rabbia di una generazione trascurata, confinata ai margini di una città che nel  tentativo di lasciarsi indietro il suo passato industriale si appresta a diventare sempre più una città vetrina, a formato di ricchi.
Tutto questo mentre il disagio sociale delle vecchie e nuove generazioni di migranti viene marginalizzato sempre più al di fuori del centro,  verso le periferia, rappresentazione plastica del fallimento di  un modello economico e sociale classista, elitario e sempre più escludente.

Un modello di sviluppo che ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue storture con la crisi sanitaria del Coronavirus, nel momento in cui ha abbandonato le classi popolari di questo paese, spesso recluse ai margini delle grandi metropoli, lasciandole morire di Covid e di fame, senza mai mettere in campo nessun tipo di aiuto reale e concreto, ma concedendo, neanche troppo spesso, solamente briciole e misure di comodo.
L’esplosione sociale che ha colpito Napoli e poi successivamente altre città di Italia, tra cui il 26 ottobre Torino, è  figlia di una rabbia generalizzata verso uno Stato che fa solo gli interessi delle classi dominanti.
Ci troviamo di fronte a una classe dirigente assassina che da anni porta avanti il suo progetto di sogno europeo classista e basato sullo sfruttamento, scaricando tutto il peso e i costi di questo sogno, sulle spalle delle giovani generazioni e degli immigrati e che si aggraverà solamente col governo Draghi. La rabbia generalizzata che è esplosa quel 26 ottobre non è figlia diretta della pandemia da Covid, ma di più di trent’anni di tagli della spesa pubblica e di smantellamento dello stato sociale, di privatizzazione sfrenata e di abbandono delle classi popolari, di tutti quei fenomeni che questa crisi sanitaria, economica e sociale in atto non ha fatto altro che aggravare e rendere più evidente.

L’altra sera, a Torino, abbiamo visto mettersi in moto il meccanismo repressivo. Un meccanismo che nell’ingiunzione di pene legali arriva solamente al suo ultimo stadio, ma che in realtà inizia ben prima: dalla criminale e spropositata gestione dell’ordine pubblico, fino all’attivazione della macchina del fango e della propaganda intenta a dipingere quel disagio sociale come un fenomeno gestito e diretto dalla criminalità organizzata.
Una retorica, ad esempio, che punta il dito sulla vetrina frantumata di Gucci, mentre nasconde come in tutti questi anni abbiano infranto e devastato il futuro di chi ha spaccato quella vetrina.
La repressione messa in atto dalla questura di Torino fa parte di quella strategia ben nota e sistematicamente utilizzata dalla nostra classe dirigente, di intervenire nella società “con il bastone e con la carota”.
Da una parte elargendo le briciole e rivendicando di essere dalla parte di una popolazione che vive problematiche immense, senza mai però dimostrare la volontà politica di intervenire in maniera strutturale per risolvere le numerose contraddizioni di questa società; dall’altra parte bastonando, normalizzando e reprimendo il dissenso ogni qual volta quelle vittime di un sistema loro nemico provano ad alzare la testa per ottenere condizioni di vita migliori.

Tutti questi fenomeni danno il senso di una classe dirigente allo stesso modo in crisi, con il timore di non essere più in grado di gestire una situazione che è una polveriera.
I ragazzi delle periferie che oggi si trovano a subire pene severissime fanno parte di una generazione invisibile, che esiste solamente nel momento in cui vengono scaricati su di essa tutti i costi sociali della crisi in atto. Una generazione che prova una immensa rabbia per la mancanza di futuro e di prospettive di un modello di sviluppo fallimentare che in un momento come questo non è nemmeno in grado di garantire una vaccinazione di massa che permetterebbe di arginare, dopo un anno, la nuova ondata pandemica.

Contro questo modello criminale ogni giorno dovremmo organizzarci per resistere e combattere.
Per questo non possiamo che esprimere tutta la nostra solidarietà e complicità ai destinatari delle misure.
Davanti alla repressione non ci sono distinguo, ma soltanto due lati della barricata: noi abbiamo scelto il nostro.

Noi Restiamo Torino
OSA Torino

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