DIRITTO ALL’ABITARE: LA CRISI NELLA CRISI PER I GIOVANI! RIAPRIAMO UNA STAGIONE DI LOTTA PER LA CASA!

LE PROSPETTIVE GIOVANILI ALLA LUCE DELLA PANDEMIA

L’emergenza abitativa è una vera e propria emergenza sociale, che non ha fatto che aggravarsi dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19, e che si è inevitabilmente andata a depositare sulle spalle già cariche delle nuove generazioni.
La pandemia ha fortemente alimentato la crisi di prospettive dei giovani, allontanando ulteriormente la possibilità di avere una propria indipendenza economica e, in generale, una stabilità futura. Se già con la crisi del 2008 queste aspettative sembravano realizzabili con non poche difficoltà, adesso appaiono come uno scenario ai limiti dell’utopistico, dimostrando così il carattere ormai regressivo del sistema capitalista, fase dalla quale non può più tornare indietro.
Il 2020 ha rappresentato un vero e proprio spartiacque, evidenziando chiaramente tutte le contraddizioni del modello che veniva spacciato per normalità.

In quanto universitari e giovani lavoratori precari siamo sempre stati al centro dell’economia delle città. Siamo la fascia di mercato del business degli affitti nei quartieri universitari, e della loro vita sociale, e siamo anche gran parte dei lavoratori che fanno le consegne o lavorano nei locali.

O meglio, eravamo.

Per la nostra generazione, infatti, la parola “crisi” è stata una costante che ha accompagnato la nostra crescita e, quella che stiamo vivendo adesso, si è portata via la vita, già di per sé precaria, a cui ci eravamo abituati.
Durante la prima ondata i più giovani sono stati tra i primi a perdere il posto di lavoro, perlopiù in nero, e non sono più riusciti a permettersi il costo dell’affitto o delle tasse universitarie. Nessun provvedimento, né a livello nazionale né regionale o comunale, li ha veramente tutelati nel momento in cui non sono più stati in grado di mantenersi.
Neanche il blocco degli sfratti è servito a garantire il diritto alla casa, essendo stati vari i casi in cui questo blocco formale si è rivelato facilmente aggirabile. Sono stati per esempio esclusi i casi di “finita locazione”, scelta che porterà presto allo sfratto principalmente di studenti e giovani lavoratori. A loro, infatti, a causa della costante precarietà lavorativa, i proprietari di casa tendono ad affittare un alloggio solo con contratti di tipo transitorio e di brevissima durata.

Chi non aveva un contratto e si è ritrovato senza lavoro è stato penalizzato in quanto lavoratore in nero e non ha avuto l’appoggio del welfare. A tanti studenti sono mancati i mezzi necessari per seguire dignitosamente la didattica a distanza, e molti fuorisede si sono trovati a dover gravare ulteriormente sulle spalle delle proprie famiglie in un momento già di per sé di grande difficolta.

È stata da subito data la priorità al profitto dei privati, non prevedendo un reale blocco o sospensione del pagamento di affitti e utenze, ma delegando la questione ai liberi accordi tra privati.
Il Governo nel periodo del lockdown si è limitato a fornire dei miseri risarcimenti, senza prevedere un piano strutturale per sostenere tutte le categorie danneggiate, e ad oggi questa situazione viene ancora definita, e trattata, come “emergenziale”.

I criteri fissati per accedere ai vari bonus, già di per sé insufficienti, sono stati fin troppo stringenti per la maggior parte dei potenziali beneficiari, in particolare tantissimi giovani, che ne sono stati di conseguenza tagliati fuori, e, come se non bastasse, le pratiche avviate si sono gradualmente arrestate anche a causa dei rallentamenti dovuti alla mancanza di personale per la loro gestione.

Il governo si è rivelato completamente cieco davanti ai numerosi affitti in nero che, specialmente nelle regioni del Sud, sono una condizione che colpisce soprattutto i giovani e in particolar modo gli universitari.
Adesso, a ormai più di un anno dallo scoppio dell’emergenza, siamo rimasti intrappolati in un limbo che sembra non avere via d’uscita.

CITTÀ E METROPOLI: LE RADICI STRUTTURALI DEL PROBLEMA

Il modello di sviluppo urbano che è stato portato avanti negli ultimi decenni ha letteralmente ridisegnato le città, rimodellandole al mero scopo di attirare capitali privati.
Questo obiettivo è stato portato avanti attraverso, ad esempio, una serie di tagli all’amministrazione, alla svendita dei servizi pubblici essenziali ad aziende private o al ripensamento degli spazi della città spacciato per riqualificazione e rigenerazione urbana.

Tutto questo senza badare minimamente alle vere necessità dei territori e di chi li vive. I progetti di “rigenerazione urbana” sono diventati, infatti, vettore della gentrificazione e della turistificazione forzata dei quartieri. Questo ha condotto ad una vera e propria espulsione degli abitanti, dovuta al rincaro degli affitti, ad esempio, o per il fatto che i locatari ormai prediligono sempre di più affittare i loro immobili ai turisti.

A causa di questo processo la disparità tra le diverse zone è diventata sempre più evidente.

Quando il privato si impone nell’economia, gli investimenti riguardano solo determinate parti della città. Le periferie sono letteralmente lasciate a loro stesse e mancano le basi per permettere a chi ci abita di avere una vita sociale, di lavorare e di studiare. Vengono lasciate a quello che viene definito “degrado”, tra criminalità, povertà dilagante e senso di abbandono generalizzato, per non parlare dell’inquinamento sempre più diffuso che mette a serio rischio la salute degli abitanti. È importante sottolineare però come questa non sia una condizione culturale, ma una diretta conseguenza di costrizioni materiali.

La periferia non è solamente un’area geografica, ma rappresenta parte integrante di un nuovo processo di urbanizzazione. Svolge ormai una funzione contenitiva delle fasce sociali più povere e non strategiche per il ciclo economico attuale, rivelandosi dunque una gabbia, soprattutto per i giovani, da cui uscire diventa sempre più difficile. Una gabbia fatta di precarietà lavorativa e di disoccupazione, conseguenze dovute alla flessibilizzazione del mondo del lavoro, che hanno portato ad un aumento esponenziale dei Neet.

Le condizioni delle giovani generazioni nel nostro paese sono, inoltre, strettamente connesse al luogo di nascita e proprio da queste disuguaglianze nasce il fenomeno della “fuga di cervelli”, un’emigrazione forzata di massa verso i paesi cardine dello sviluppo europeo, o dal Sud al Nord Italia. Ma i processi di emigrazione sono estendibili anche a quelli che avvengono all’interno delle stesse città, principalmente verso il “centro” produttivo.


Questo è possibile proprio perché le colonne portanti di quello che viene definito “ascensore sociale”, quali il lavoro e i titoli di studio, per chi vive in periferia vengono il più delle volte a mancare, privando così le giovani generazioni di qualsiasi prospettiva futura.

In questa chiave possiamo leggere le trasformazioni a cui le città dagli anni ‘90 vanno sempre più velocemente incontro: una sempre maggiore preponderanza dell’economia finanziaria, che ha individuato nello spazio della città un’opportunità di valorizzazione, a discapito di quella reale, una ricchezza sempre meno indirizzata al fattore lavoro e sempre più concentrata nelle mani dell’élite finanziaria, accentuando ancora di più le disuguaglianze.
Questa trasformazione dell’economia che ha portato ad un ripensamento delle città e del loro ruolo ha altresì creato un’alterazione delle condizioni in cui vivono gli studenti e i giovani lavoratori.

Questa trasformazione è ovviamente promossa e incoraggiata dall’Unione Europea, in quanto rappresentante degli interessi del capitale finanziario e delle grandi multinazionali, tramite pacchetti di riforme ben precise che sembrano riconfermare alcune tendenze. Si punta sempre di più a delle “città-vetrine”, svuotate dei loro abitanti e ripopolate da attori dinamici e più appetibili, come l’archetipo dello “studente-turista”. Questo processo, specialmente dopo lo scoppio della pandemia, è stato inevitabilmente accelerato dal maggiore spazio occupato dallo smartworking nel mercato del lavoro e delle varie trasformazioni digitali a cui abbiamo assistito nell’ultimo anno.

Viene spontaneo quindi chiedersi quanto terreno fertile stia trovando la speculazione immobiliare, una volta che molti uffici sono stati fisicamente “spostati”, e di conseguenza sono spariti dal centro delle città. Per non parlare di come il subentrare della didattica a distanza stia non solo modificando il mondo della formazione, ma venga anche sfoggiata come una “soluzione” alla mancanza di posti all’interno degli Studentati. Questo nuovo modello urbano viene definito intelligente, inclusivo e sostenibile. Anche il Recovery Fund, infatti, prevederà un piano nazionale dell’abitare e un fondo di investimenti per l’abitare basato sulla rigenerazione urbana, la ristrutturazione degli edifici in modo ecologico, e la ricerca di un equilibrio tra le zone edificate e le zone verdi; il tutto in conformità con il Green Deal EU.

Sul piano nazionale il governo nell’ultimo anno si è mosso in questa direzione, approvando il decreto interministeriale (Mit, Mibac) n. 395 del 16 settembre 2020 per l’attuazione del Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare (PINQUA). Tramite questo programma vengono assegnati 853,81 milioni di euro per riqualificare e incrementare il patrimonio pubblico, attraverso interventi congrui con gli obiettivi dell’Unione europea, ovvero quello di ricreare le cosiddette “Smart city”.

Questo disegno politico, voluto da tutto l’arco parlamentare, getta però le sue radici in tempi meno recenti, e che precedono lo scoppio dell’emergenza. Negli ultimi tempi abbiamo visto il patrimonio immobiliare soccombere sotto i soffocanti interessi del mercato speculativo, dalla legge 431/98 sulla liberalizzazione degli affitti, e in seguito dall’art.5 della legge Renzi-Lupi, alla privatizzazione delle utenze e ai continui tagli al settore pubblico.
Si è poi favorita una cementificazione selvaggia, senza occuparsi della sostenibilità ambientale, né tantomeno di quella sociale.

La totale assenza di investimenti di edilizia popolare ha, inoltre, portato ad un’edilizia residenziale pubblica totalmente inconsistente e inadeguata a sostenere le numerose famiglie bisognose e, di conseguenza, impossibilitata ad assicurare un futuro dignitoso alle giovani generazioni. Nel corso degli anni abbiamo visto misure come l’Equo canone venir abolite in nome del principio di autoregolazione del mercato. L’equo canone era stato introdotto in Italia dalla legge n. 392 del 27 luglio 1978, che stabiliva il valore locativo degli immobili in funzione di alcuni parametri. Questa misura è stata tuttavia abrogata dopo la legge n. 431 del 9 dicembre 1998, con cui si è di fatto rinunciato al controllo pubblico sui canoni di locazione e ignorato il ruolo calmieratore dell’edilizia popolare nel mercato degli affitti.

Anche per le utenze negli ultimi anni abbiamo assistito ad una forte privatizzazione del settore. Da inizio 2000 è in netta crescita il costo di tutte le utenze domestiche, le liberalizzazioni sono avvenute nel 2003 per quanto riguarda il gas e nel 2007 per l’elettricità, ma si tratta di un processo che trova le sue origini molto prima. Inoltre, con il passaggio al libero mercato, le famiglie si sono trovate a dover pagare di più, mentre le imprese di meno. La Liberalizzazione del mercato immobiliare assoggetta i prezzi della casa agli interessi delle grandi proprietà immobiliari. La Legge 431/98, in origine, era stata venduta come strumento regolatore del mercato immobiliare. Questo sarebbe dovuto avvenire attraverso la liberalizzazione dei canoni, gli incentivi fiscali per i proprietari e il bonus casa per gli inquilini a basso reddito. Ma, come era prevedibile, il vero scopo della riforma si è presto svelato e la liberalizzazione dei canoni ha soltanto comportato un aumento insostenibile del costo degli affitti, nonché tantissimi sfratti.

Una riforma successiva, oltre che inconcepibile, è quella sancita dall’Articolo 5 del Piano Casa Renzi-Lupi del 2014. Questo articolo vieta la residenza e l’allaccio delle utenze a chi ha occupato immobili e alloggi, anche se in condizione di necessità, ostacolando quindi i meccanismi di regolarizzazione degli inquilini senza titolo nel patrimonio residenziale pubblico. L’articolo ha inoltre prodotto forti conseguenze in termini di accessibilità a servizi essenziali come scuola e sanità, dimostrandosi un ostacolo rispetto all’accesso al welfare, nonché una forte ondata di repressione.

Davanti a questo scenario disastroso, che non sta facendo che peggiorare dopo lo scoppio dall’emergenza, continuano a venirci proposte soluzioni edilizie hi-tech e “verdi” guidate da gruppi di speculazione privati e che puntano ad un pubblico di turisti e studenti d’élite, ed escludono le fasce popolari. Come conseguenza di queste scelte politiche, ad oggi, nelle città segnate dall’assenza di turisti e studenti, stanno proliferando gli acquirenti stranieri sullo sfitto turistico o rimasto vuoto.
La pandemia ha difatti inflitto un duro colpo all’economia delle città, riducendo di conseguenza la domanda immobiliare in arrivo da turisti e studenti, che sono il vero e proprio motore delle realizzazioni delle opere avviate negli ultimi tempi.
In molte città da anni ormai troviamo strutture fatiscenti come residenze di lusso, hotel prestigiosi e costosissimi alloggi studenteschi (primo fra tutti The Student Hotel).

Queste strutture sono rivolte alle fasce abbienti della popolazione e hanno ovviamente prezzi proibitivi, creando così una netta divisione tra chi può accedere a beni e servizi e chi no. In questo ambito è emblematico il caso di Firenze, sono infatti svariati i nomi dei gruppi stranieri che stanno facendo investimenti immobiliari nel capoluogo toscano, che è solo una delle città profondamente turistificate presenti in Italia. A questo aspetto, già di per sé irresistibile per la speculazione estera, si aggiunge la presenza di tanti immobili vuoti da recuperare e rigenerare, che si scontra con le carenze infrastrutturali, le difficoltà autorizzative e l’incertezza normativa che stanno lasciando libero spazio agli investitori stranieri di agire indisturbati nella città.

Assistiamo ancora una volta a come, nonostante il momento critico e in cui vediamo riaccendersi il dibattito sul riuso del patrimonio inutilizzato, invece di destinare questi beni immobili al servizio della collettività si scelga di favorire gli interessi della grande borghesia internazionale.

QUALE SPAZIO PER GLI STUDENTI?

Gli studenti universitari sono circa 1,7 milioni. Tra chi vive in famiglia: 284 mila (17%) abitano nella stessa città dove studiano, mentre il 49,8% frequenta l’ateneo da pendolare. I fuori sede raggiungono i 570 mila (33,5%).
Per un appartamento in condivisione (spesso in nero), tra vitto e alloggio, si arriva a spendere mediamente 650 euro al mese. Per quanto riguarda gli Studentati, gli affitti in media si aggirano intorno ai 200-250 euro al mese, in linea con il resto d’Europa, ma la differenza sta nei posti disponibili.

I posti a disposizione in Italia negli alloggi per il diritto allo studio e nei collegi universitari sono poco più di 48 mila.
I posti vengono assegnati tramite bando di concorso agli studenti con un reddito famigliare Isee sotto i 18 mila euro che si sono aggiudicati la borsa di studio da 5.200 euro.

La priorità di accesso è riservata a chi ha un reddito basso ed è considerato “meritevole”, poi vengono tutti gli altri.
Di fatto riesce ad entrare in uno Studentato solo il 3% della popolazione universitaria totale, contro la media europea del 18%. E anche tra chi ha diritto ad un alloggio per motivi di reddito, solo uno studente su tre riesce ad ottenerlo.
Proprio per costruire più Studentati è stata fatta una legge, la legge 338 del 14 novembre 2000. Questa legge prevede un cofinanziamento pubblico fino al 50% alle università e agli enti per il diritto allo studio per interventi mirati alla realizzazione, o ristrutturazione, di alloggi e residenze per studenti universitari, e per la gestione delle residenze nel rispetto degli standard abitativi.

I soldi li dispone il ministero dell’Istruzione, dopodiché una commissione esamina i progetti che hanno partecipato al bando pubblico, infine un decreto stabilisce la graduatoria di chi riceverà i fondi. Non si tratta però di edilizia propriamente pubblica, nonostante i soldi lo siano. Sono molte, infatti, le fondazioni private che hanno usufruito dei finanziamenti del bando, e non si tratta, nella maggior parte dei casi, di nuove costruzioni ma piuttosto di ristrutturazioni, abbattimento delle barriere architettoniche o adeguamenti.

Il mondo della formazione e della ricerca è legato a doppio filo agli interessi e agli obiettivi della classe economica e politica dominante, che si dipinge in veste smart con l’obiettivo di formare i lavoratori, in particolare la classe dirigente, del domani fornendogli uno specifico bagaglio basato su competenze, lifelong learning e autoimprenditorialità.
Oggi, dopo ormai trent’anni di snaturamento del ruolo che l’alta formazione dovrebbe occupare, ci ritroviamo di fronte ad un processo che persegue una privatizzazione incessante e una vera e propria aziendalizzazione dell’Università, istigando così la competizione tra studenti e l’individualismo più estremo. Questo si traduce in uno scenario di concorrenzialità tra gli atenei, dove le “eccellenze” vengono premiate attraverso l’erogazione di maggiori fondi; da qui la dicotomia tra gli atenei considerati di serie A e quelli di serie B.

L’ABBANDONO DELLO STATO: FRA REGIONALIZZAZIONI E LIBERO MERCATO

L’istituzione delle Regioni negli anni ’70 ha prodotto una regionalizzazione del welfare e dei servizi, come sanità e istruzione. Successivamente, negli anni ’90, alcune materie sono passate da legislazione statale a quella regionale, infine nel 2001 è stato riformato il Titolo V della Costituzione che ha permesso alle Regioni a statuto ordinario di gestire autonomamente alcune materie.

Attraverso questo processo le regioni potranno mantenere sul proprio territorio il gettito fiscale (dato che non verrà del tutto versato allo Stato ma verrà mantenuto dalle Regioni stesse per far fronte alle spese delle varie materie) e avere potere decisionale su una serie di competenze fondamentali, come la sanità, l’istruzione e l’ambiente. Questo processo ha legittimato e istituzionalizzato le diseguaglianze generate da questo modello di sviluppo, poiché le regioni più ricche, come Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto che non a caso sono anche le maggiori sostenitrici della cosiddetta autonomia differenziata, potranno disporre di una quantità maggiore di risorse.

L’università è una delle colonne portanti di questo disegno politico. Il processo di regionalizzazione avviato negli scorsi anni prevede, infatti, ampie competenze nell’ambito dell’alta formazione e del welfare studentesco, nonché lo stanziamento regionale del 40% del FIS (Fondo Integrativo Statale). La gestione regionale dei servizi dedicati al diritto allo studio, come alloggi studenteschi e mense, ha causato da un lato l’aumento esponenziale delle tasse universitarie e dall’altro ha inficiato negativamente sui servizi erogati e la qualità della didattica. Tutto ciò ha diminuito l’accessibilità all’alta formazione, determinandone una progressiva elitarizzazione.

Questo aumento delle competenze normative ed amministrative delle Regioni coinvolge a pieno anche l’ambito abitativo. Dopo la Riforma del titolo V abbiamo da un lato visto, infatti, il patrimonio immobiliare pubblico venir progressivamente dismesso, e dall’altro il prezzo del canone degli affitti lievitare a causa della liberalizzazione del mercato immobiliare.

In un mercato degli affitti in forte crescita ma anche particolarmente complesso come quello italiano, in cui vediamo la speculazione immobiliare agire indisturbata, esistono inoltre diverse categorie di contratto.
Per l’affitto di abitazioni si hanno due opzioni principali: contratto a canone libero e contratto a canone concordato. Le due tipologie differiscono per durata e canone.

Il canone concordato riguarda le proprietà di privati concesse in affitto ad uso abitativo, transitorio, a studenti universitari.
L’importo del canone deve essere compreso in una fascia tra un valore minimo e uno massimo come stabilito negli accordi territoriali (convenzioni locali tra organizzazioni di proprietari e inquilini). All’interno degli accordi territoriali sono stabilite tutte le indicazioni utili al calcolo del canone sulla base di precisi parametri. Questo rappresenta la principale differenza con il canone libero, che invece prevede la libera contrattazione tra privati e segue i prezzi di mercato. In genere, il canone concordato dovrebbe essere più basso rispetto ai prezzi di mercato, spesso inaccessibili, soprattutto nelle grandi città come Milano e Roma.

La maggioranza degli accordi vengono firmati tra associazioni di proprietari e associazioni d’inquilini, che fanno principalmente riferimento ai sindacati confederali. Il prezzo medio a metro quadrato va dagli 89 € all’anno in città come Napoli a 100-200€ per Roma o Milano. A queste cifre vanno inoltre aggiunti parametri di aumento dal 50% al 125% per servizi minimi come classi energetiche D, ascensore, finestre e porte blindate. I “lussi” come androni condominiali, vista sulla strada principale o cortili interni possono addirittura arrivare a triplicare il costo del canone.

È importante sottolineare, inoltre, come negli ultimi dieci anni il valore degli immobili sia sceso mediamente del 30%, ma il prezzo degli affitti abbia continuato ad aumentare nonostante il nostro paese abbia affrontato una crisi che ha coinvolto l’intero sistema economico e, di conseguenza, il panorama abitativo.
Per tutta risposta i sindacati confederali degli inquilini hanno assecondato questo processo, presentando un accordo già concordato con i proprietari che prevede ancora forti aumenti degli affitti e norme capestro, dimostrando ancora una volta come la loro priorità sia difendere ad ogni costo il tornaconto dei proprietari, a danno degli inquilini che dovrebbero rappresentare.

I livelli dei canoni di locazione sul mercato privato, quindi, non sono affatto calati e gli stessi canoni concordati sono spesso superiori a quelli del libero mercato. Questa modalità di discutere il tema degli affitti ha sottratto definitivamente agli inquilini l’unico strumento previsto dalla L. 431/98, quello degli accordi territoriali, che doveva almeno tentare di mantenere una percentuale del patrimonio abitativo a prezzi contenuti

PER L’INDIPENDENZA DEI GIOVANI: CONQUISTIAMO IL DIRITTO ALL’ABITARE PER TUTTI!

Di fronte a questo scenario complesso, per non dire ai limiti, dell’attuale assetto sociale, è ormai palese il carattere totalmente regressivo del sistema economico capitalista. La pandemia non ha fatto che rendere più evidenti tutti i limiti e le storture del modello sociale corrente.

È evidente anche quanto il grande problema del diritto all’abitare richieda necessariamente un cambio radicale di sistema. L’enorme contraddizione delle prospettive future per le giovani generazioni è, infatti, la dimostrazione che si è arrivati ad un capolinea che richiede inevitabilmente un ribaltamento del presente. Il tema abitativo, in questo senso, rappresenta a pieno l’assenza di prospettive future dei giovani e, per questo, costituisce un terreno di lotta interessante che apre le porte ad un bacino enorme di giovani (Neet e non) dei quartieri periferici che vivono nell’impossibilità di un’indipendenza economica e abitativa, ma che potenzialmente potrebbe svolgere anche una funzione ricompositiva, dagli studenti universitari, ai Neet, ai giovani lavoratori.

Come organizzazione giovanile comunista inquadrare il tema abitativo e saperlo declinare nel contesto presente risulta fondamentale, per questo individuiamo due binari di proposte al riguardo: uno specifico per il primo periodo emergenziale ed uno che guardi al futuro delle nuove generazioni.

A più di un anno dallo scoppio della pandemia, la ricetta emergenziale del blocco affitti e utenze non è più sufficiente, ma il perdurare delle restrizioni sanitarie impongono oggi la cancellazione di ogni debito per il mancato pagamento di quegli affitti e di quelle utenze, per mettere fine ai numerosi sfratti, sgomberi e pignoramenti previsti, compresi i casi di finita locazione, proprio perché riguardano le tipologie di contratto a breve termine che maggiormente sono costretti a stipulare i giovani lavoratori e gli studenti fuori sede. Bisogna inoltre attenzionare anche i casi di affitto in nero che rimangono esclusi da ogni tutela come il blocco degli sfratti, casi di affitto particolarmente diffusi tra gli studenti fuori sede e nelle grandi città metropolitane.

Da questo periodo, tuttavia, è necessario aprire una nuova stagione di politiche abitative, con una particolare attenzione per quanto riguarda le giovani generazioni, che partano non dal profitto ma dal diritto allo studio, all’abitare e al futuro. Per i giovani un primo scoglio è il vincolo all’isee familiare, ostacolo nell’accesso ai bandi per il diritto allo studio e alle case popolari, ma anche a tutte le forme di welfare.
È cruciale superare l’isee familiare ed incentivare l’indipendenza economica giovanile, considerando la fase di transizione in relazione alle condizioni del mercato del lavoro (precario e a nero) e dell’alto costo degli studi. In questo senso è indispensabile ristabilire nell’ambito abitativo il ruolo centrale dello Stato sul piano nazionale, e non lasciandolo più alle singole regioni.

È necessario prevedere un nuovo piano di Edilizia Residenziale Pubblica, che permetta la costruzione di più case e la ristrutturazione di quelle già edificate, in modo da ridare finalmente dignità al patrimonio residenziale pubblico in periferia, ma anche costituendo un’alternativa alle infinite condizioni di affitto in nero. Anche il “centro” deve essere popolare: Bisogna destinare i numerosi edifici inutilizzati del centro all’Edilizia Residenziale Pubblica e incentivare l’accesso dei giovani alle case popolari, superando anche la visione negativa e respingente della funzione del pubblico.

È fondamentale trattare il tema delle residenze universitarie pubbliche a livello nazionale, superando gli enti regionali, sia come garanzia di diritto allo studio (MUR) che di diritto all’abitare (MIMS). Investire per maggiori posti negli studentati pubblici, recuperando il patrimonio inutilizzato anche privato, garantire l’accesso ai bandi ed imporre la gratuità, eliminare i finanziamenti a società e aziende di servizi private, bloccare la possibilità di stipulare convenzioni tra le Università e i residence o gli hotel privati e fermare il proliferare degli studentati di lusso come il The Student Hotel.

Bisogna mettere un freno ai continui tagli al settore pubblico, che permettono ai privati di controllare l’economia e di speculare sulle spalle delle famiglie e dei giovani, abolendo la legge 431/98 sulla liberalizzazione degli alloggi. È cruciale ristabilire un equo canone a livello nazionale che tenga conto del periodo di crisi, ma soprattutto del reddito degli inquilini, istituendo inoltre la specificità giovanile che tenga conto, dunque, del costo degli studi e della precarietà lavorativa.
Eravamo la generazione “in affitto” e del “coinquilinaggio”, ora una generazione in bilico sul filo di un rasoio. Pretendiamo un’inversione di rotta che prenda finalmente in considerazione le nostre condizioni e che metta le basi per permetterci di costruirci una nostra indipendenza.

È TEMPO DI CAMBIARE ROTTA

Contro la crisi di civiltà del capitalismo, per il riscatto di una generazione tradita, è tempo di CAMBIARE ROTTA!

Si è svolta domenica 11 aprile nei locali del laboratorio Acrobax di Roma l’assemblea nazionale per delegazioni “Vento che non smette di soffiare, oceani interi da conquistare” che, come rete nazionale Noi Restiamo, abbiamo promosso partendo dall’esigenza di riscattomaturata dentro l’emergenza pandemica che tuttora ci attanaglia.

Il covid-19 ha reso evidenti i limiti intrinsechi al modello di sviluppo dominante in occidente che nemmeno le teste d’uovo della borghesia oggi negano, salvo poi proporre come soluzione un accentuarsi delle stesse politiche fallimentari inseguite finora. Come abbiamo avuto modo di scrivere nelle prime settimane in cui l’epidemia si diffondeva nel nostro paese: il coronavirus è il cigno nero del capitalismo che rimette in discussione lo stato di cose presenti, dimostrando che quella in cui ci hanno costretto a vivere non è l’unica realtà possibile.

Crediamo che questo evento storico abbia aperto una frattura che dobbiamo saper cogliere qui e ora ponendo al centro della nostra azione una prospettiva altra per l’Umanità intera, e che questa debba essere quella Comunista.

Non si tratta di mettere il carro davanti ai buoi, ovvero di credere che una forzatura soggettiva possa determinare il processo storico – tanto più per quello che oggi esprime il movimento di classe nel nostro paese – quanto piuttosto esplicitare una prospettiva imprescindibile da qui in avanti lavorando sulla maturazione delle contraddizioni.

Abbiamo così lanciato un appello a ragionare assieme i caratteri di una soggettività giovanile comunista con l’ambizione di costruire lo strumento d’intervento adeguato ad agire nella realtà senza però che questa lo trascini nella degradazione degli approcci miopi e sterili del basismo tanto quando quelli della mera testimonianza identitaria.

La strategia elaborata è stata quella di lavorare sulla contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti sociali di produzione dominanti, contraddizione che si manifesta oggi come discrepanza tra le aspettative e realtà. Declinando questo divario in quattro ambiti d’intervento principali:

1) Il mondo della formazione e della ricerca, ambito privilegiato di battaglia diretta contro il sistema di pensiero dominante;

2) Le contraddizioni materiali, risultato dei processi di riorganizzazione internazionale del mercato del lavoro e della costruzione del polo imperialista dell’Unione Europea, che stanno producendo una gravissima crisi di prospettive per le fasce giovanili, con particolare gravità sulla componente femminile;

3) La lotta ambientalista e lo sviluppo della contraddizione tra capitale e natura, una sfida non più procrastinabile che ha visto negli ultimi anni crescere un attivismo giovanile purtroppo spesso sussunto dalle classi dominanti per i propri fini;

3) La battaglia ideologica e culturale, indispensabile per un rafforzamento delle ragioni dei comunisti e precondizione per un’emancipazione reale dal pensiero dominante in grado di produrre una concezione di mondo alternativa.

Il superamento dell’esperienza di “Noi Restiamo” e l’allargamento delle relazioni intraprese nella costruzione di un soggetto politico più generale ci ha richiesto anche un superamento del nome stesso dato che quello era il prodotto di una lotta particolare contro l’emigrazione giovanile forzata. Si è dunque deciso il nuovo nome “Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista“.

Non cambiano invece le caratteristiche che da sempre ci contraddistinguono nel lavorare oltre che sulla nostra soggettività anche in funzione di rafforzamento del movimento di classe internazionalista indipendente e fuori dalla subalternità ideologica del capitale. Dunque prosegue e si rafforza la sinergia con la Rete dei Comunisti, l’intervento nelle scuole superiori con OSA e l’internità nel sindacalismo conflittuale e metropolitano come nelle sperimentazioni di rappresentanza politica degli interessi del nostro blocco sociale di riferimento.

Infine, l’assemblea ha da subito individuato temi, campagne e iniziative di mobilitazione con un programma semestrale che ci vedrà attivi su tutti e quattro gli ambiti di lavoro individuati, inoltre, si è espressa l’intenzione di promuovere un confronto aperto sulle forme e gli spazi di una moderna ipotesi comunista nel nostro Paese.

Contro la crisi di civiltà del capitalismo, per il riscatto di una generazione tradita, l’organizzazione è scelta, ragione e forza. Avanti tutta, ci sono oceani interi da conquistare!


[spoiler title=”I saluti dell’Unione dei Giovani Comunisti di Cuba”]

Messaggio della Unione dei Giovani Comunisti di Cuba in occasione della fondazione della organizzazione Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista

Stimati compagni,
La gioventù cubana e la Unione dei Giovani Comunisti desidera inviarvi un caloroso saluto in occasione dell’Assemblea fondativa dell’organizzazione Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista.
Questa fondazione è arrivata in un contesto mutato, dove la difficile situazione causata dal COVID-19 che hanno vissuto e vivono le nostre nazioni ha fatto assumere loro nuovi compiti, sempre sotto la conduzione e la guida delle nostre organizzazioni, e dove riveste una vitale importanza, nonostante le difficoltà, continuare a rafforzare l’azione giovanile con un ruolo da protagonista per portare avanti gli ideali delle generazioni passate.
Con questa stessa forza speriamo che i giovani e il popolo italiano continueranno ad apportare il loro contributo al futuro della loro nazione, e che potremo proseguire insieme stringendo legami di solidarietà, unità e fratellanza tra le nostre organizzazioni.
Ricevete in nome della gioventù cubana impegnata a portare avanti le idee di Fidel, Raúl, del nostro Presidente Díaz Canel e del Partito Comunista, la solidarietà e l’accompagnamento nella costruzione di un futuro migliore per le nostre nazioni.

Fino alla vittoria sempre!

Bureau nazionale della Unione dei Giovani Comunisti di Cuba

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti dell’Unione Sindacale di Base”]

Carissim@ compagn@

Abbiamo letto con molto interesse il vs documento di preparazione dell’Assemblea di costituzione dell’organizzazione giovanile comunista, trovandovi spunti, riflessioni e indicazioni che non sono affatto lontani dalle nostre analisi sulla fase storica che stiamo attraversando, caratterizzata da un feroce attacco padronale alle condizioni delle classi meno abbienti, che approfitta della pandemia per fiaccare ancora di più lo spirito di resistenza e di ribellione che in altre epoche hanno caratterizzato il movimento di classe nel nostro paese.

Siamo ben consapevoli che in questo paese, che alcuni decenni fa costituiva un’anomalia nel mondo capitalistico occidentale e segnatamente in Europa per l’esistenza di un fortissimo movimento operaio, persino la memoria delle lotte passate, che vedevano uniti studenti e lavoratori, è stata cancellata.

Ci troviamo, da alcuni decenni, immersi in quella che abbiamo chiamato lotta di classe dall’alto, una vendetta ben orchestrata che con molte e diverse armi è arrivata a cancellare conquiste sociali importanti, in omaggio ad una religione, quella del Dio Mercato, che si alimenta di speculazioni finanziarie, di guerre commerciali e non tra poli imperialisti, di povertà dei più, di asservimento di interi popoli, di schiavismo fin nelle cittadelle del capitalismo.

E i giovani e le donne sono coloro che vengono maggiormente colpiti dalle politiche di austerità, dalla dequalificazione della scuola, delle Università e della ricerca; coloro ai quali viene riservato un futuro di disoccupazione e di precarietà, vanificando le loro speranze e i loro sogni.

Abbiamo imparato a conoscervi, a conoscerci nelle lotte per la casa, nell’occupazione di Via Irnerio a Bologna, nei picchetti ai magazzini della logistica a Piacenza dove la ferocia e la violenza dei servi dei padroni dell’e-commerce ha ucciso il nostro compagno ABD El Salam.

Hanno fatto male i conti, siamo cresciuti, siete cresciuti conquistando credibilità e forza, con la coscienza che solo l’organizzazione e il metodo dell’analisi delle caratteristiche strutturali che determinano la realtà. poteva permetterci di affrontare situazioni molto complesse e nemici potenti.

Lo stesso metodo di analisi che già da qualche anno ci ha convinti che il lavoro sindacale non poteva fermarsi ai posti di lavoro “tradizionali” che fuori dalle fabbriche dagli uffici esiste un mondo del lavoro ancora più frammentato senza diritti né garanzie, quel lavoro più che povero, dove anche la dignità delle persone viene calpestata in nome del profitto, un mondo di sfruttati ricattati perché senza potere contrattuale, individui spesso isolati gli uni dagli altri e in competizione tra di loro per accaparrarsi le briciole di una fatica che mai in altri tempi avremmo chiamato lavoro.

E allora abbiamo affiancato alle nostre categorie del lavoro privato, del pubblico, dell’A.S.I.A. la Federazione del Sociale che ha come spazio reale le aree metropolitane, là dove il profitto macina record dopo record, dove raccogliere i segni di quel malessere sociale che pervade le donne, i giovani, i/le disoccupati/ e anche tutti coloro che hanno pure smesso di cercarlo il lavoro, organizzando gli stagionali, gli intermittenti del turismo e dello spettacolo, gli immigrati che fanno lavoro nero nelle multinazionali del fast food, le finte partite IVA che il COVID ha gettato ancora di più sul lastrico. Un mondo che voi conoscete senz’altro bene e su cui potremo anche incontrarci, nelle lotte.
Per ora non ci resta che augurarvi un ottimo lavoro in questo salto che vi proponete.

Saluti fraterni Unione Sindacale di Base,
Roma 9 aprile 2021

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia”]

“Per me la Jugoslavia era l’Europa. La Jugoslavia per quanto frammentata abbia potuto essere, era il modello per l’Europa del futuro. Non l’Europa come è adesso, la nostra Europa in un certo senso artificiale, con le sue zone di libero scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l’una con l’altra, specialmente come facevano i giovani in Jugoslavia anche dopo la morte di Tito, penso che quella sia l’Europa per come io la vorrei. Perciò, in me, l’ immagine dell’Europa è stata distrutta con la distruzione della Jugoslavia.”
(Peter Handke , premio Nobel per la letteratura)

Ventidue anni fa, il 24 marzo 1999, alle porte di casa nostra, si scatenò l’operazione della NATO contro ciò che restava della Repubblica Federale di Jugoslavia, la prima guerra sul suolo europeo dopo la seconda guerra mondiale. Una guerra scatenata dalla cosiddetta sinistra mondiale (Clinton, Blair, Schroeder e D’Alema). Una guerra che per la prima volta al mondo fu classificata con un ossimoro: guerra umanitaria. L’Italia ebbe un ruolo determinante, infatti dalle basi italiane della NATO per 78 giorni consecutivi partirono gli aerei che portavano bombe sulla Jugoslavia, bombe che andavano a colpire, oltre che obbiettivi militari, obbiettivi civili come scuole, fabbriche, ospedali, sedi tv e colonne di civili in fuga.

La data del 24 marzo 1999 va ricordata non solo per l’aggressione ad un piccolo paese sovrano e indipendente, ma anche perché segna l’inaugurazione del nuovo concetto strategico della NATO, che veniva sperimentato in Jugoslavia e reso effettivo a Washington nell’aprile del 1999: la trasformazione dello status dell’Alleanza Atlantica da forza di difesa a forza di interposizione o peacekeeping, che ha fatto sì che gli Stati membri dell’Alleanza aumentassero da 16 a 30 sempre più a ridosso della Russia.

Questa trasformazione ha cambiato per sempre il mondo in cui viviamo. E i venti di guerra non hanno mai smesso di soffiare.

Jugocoord è nato sull’onda delle lotte contro quella guerra e ha sempre cercato di tenere alta l’attenzione sulla necessità del movimento antimilitarista e antimperialista. In tempi non sospetti e in totale solitudine abbiamo denunciato i meccanismi della disinformazione strategica, le responsabilità dell’Occidente nell’emergere dell’islamismo radicale, i caratteri neocoloniali delle nuove repubbliche nate dallo sfascio degli Stati socialisti, la fondazione antipopolare e revanscista della UE. Ci siamo battuti contro il fascismo – non solo quello del passato, ma quello che è presente nel seno stesso dell’Europa e che la UE ha sobillato in Jugoslavia come in Ucraina – e contro il razzismo – che consiste anche nei pregiudizi slavofobi dominanti a tutti i livelli, anche accademici, nella nostra realtà culturale e politica, culminanti nella propaganda italiana su “foibe” ed “esodo”.

Crediamo che le giovani generazioni debbano far proprie queste battaglie, imparando a riconoscere quei mostri della Storia che ogni tanto riaffiorano nel nostro paese e nel nostro continente e mettono a repentaglio la sopravvivenza di intere nazioni. Perciò salutiamo con gioia la nascita della vostra organizzazione di giovani che sicuramente sapranno agire nella realtà per cambiarla radicalmente anche da questo punto di vista: contro la guerra e nel segno della fratellanza fra i popoli.

SMRT FAŠIZMU – SLOBODA NARODU
Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia – onlus

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti di ARRAN”]

Stimati compagni,

In questi momenti di crisi economica e sanitaria noi popoli del sud Europa abbiamo visto ancora una volta come siamo stati i più penalizzati dentro di una Unione Europea centralizzata e al servizio del capitale. Come giovani lavoratori siamo cresciuti in diverse crisi e le nostre condizioni di vita sono ogni volta sempre peggiorate perché pochi possano continuare ad accumulare sempre più ricchezza. Ogni volta ci sono sempre più giovani lavoratori che vedono come il capitalismo ci costringa a un futuro di miseria e precarietà e che possiamo cambiarlo solo organizzandoci.

Dai Paesi Catalani, come ARRAN vi mandiamo un saluto internazionalista e ci congratuliamo per continuare organizzati costruendo l’alternativa al capitalismo con la nuova organizzazione comunista: Cambiare Rotta.

Solo lottando avremo un futuro!

Arran,
10 aprile 2021
Paesi Catalani

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti del Collettivo Spread It”]

Oceani interi da conquistare.

Un titolo che racchiude perfettamente gli spazi di possibilità che l’attuale fase dei cicli di accumulazione occidentale stanno aprendo sia lato sociale, sia lato economico. Come descritto con serietà nel documento esistono varie contraddizioni che, nate dall’incedere della conduzione politica della borghesia capitalista, stanno affiorando prepotentemente negli argomenti della congiuntura che ci troviamo di fronte.

Il capitalismo storico (quando aggiungiamo questo aggettivo lo facciamo riferendoci all’Occidente, cioè il luogo dove è nato si è formato ed è cresciuto questo particolare sistema sociale) sembra alle corde, schiacciato dalle proprie tendenze distruttive brillantemente descritte da Marx nell’800 e che trovano quotidiana conferma, dalla cronaca economica a quella internazionale, passando per quella politica, nell’attualita’, con buona pace sia dei borghesi che gioivano della fine della storia ad inizio anni 90, sia dei rinnegati che, crollato il muro (ma anche ben prima a dir la verità) accantonarono Marx abbagliati dalle meraviglie di un capitalismo comunque già in declino immersi com’erano in quel “laboratorio politico” fondato su ignoranza e malafede che dalle nostre parti ha partorito la sinistra odierna.

Se, quindi, da un punto di vista di fase, l’entropia del sistema sta arrivando a livelli critici anche per le consorterie di potere che lo reggono bisogna ora ragionare riguardo l’attuale contingenza per dar concretezza, seguendo Lenin, alle direttive di ordine generale che i movimenti comunisti hanno già individuato nell’attualita’ politica odierna.

In questo ambito il nostro paese, vuoi per ragioni di debolezza del nostro capitalismo, vuoi per l’estrema velocità con cui stanno affiorando faglie nel sistema internazionale, risulta ancora una volta un esempio per quanto riguarda la conduzione politica di un paese problematico per il capitalismo occidentale in una situazione di crisi.

L’avvento di Draghi decreta uno spartiacque. Questo dato politico ineludibile pone il tavolo da gioco, divide il campo in due.
Da una parte draghi e la totalità della scena politica attuale.

La sinistra ormai organica alla conduzione politica ed economica del grande capitale rema nella stessa barca con le destre, siano esse le cariatidi formatesi nell’epoca di Berlusconi o il restyling in salsa populista della lega, prima furbescamente antieuro ora (ma in realtà da sempre) completamente integrata nei meccanismi politici dell’Unione. Poco cambia guardando fratelli d’Italia, che parla di sovranità rimanendo ossequiosa rispetto la figura di Draghi e ciò che rappresenta.

Questa pletora di omuncoli che orbitano attorno al potere, che ora vede un diretto agente del grande capitale a condurre i giochi, si accompagnano ai sindacati Confederali, intenzionati a cibarsi delle briciole che lor signori risparmieranno dalla ristrutturazione imminente. Una ristrutturazione che deve proseguire con meno intoppi possibili, data l’importanza della stessa all’interno della crisi capitalistica e della competizione globale che sembra arrivata ad un primo punto critico.

Ovviamente la possibilità di ristrutturare tutto un sistema produttivo ormai sentito e vissuto come inadeguato, offre il destro all’attuale classe dominante per perfezionare il proprio intervento in tutti i campi. Come giustamente è stato accennato nel documento, la volontà di una nuova formazione sempre più schiacciata alle logiche del mercato del lavoro e al nuovo assetto lavorativo è un esempio principe di questa tendenza.

Senza parlare poi della questione ambientale, dove l’attenzione che molti grandi gruppi hanno destinato a questo argomento (basti pensare a Blackrock), è da ricercare in una riforma dei sistemi produttivi che ha come ragione profonda e principale la caduta tendenziale del saggio di profitto e i tentativi per fermarla ad ogni costo.

La parte costituita da Draghi, la sinistra attuale e le varie componenti di destra prende legittimità e potere solo in relazione al fatto che si farà garante, in pompa magna, di tutte queste direttive rivolte alla ristrutturazione.

E dall’altra parte?
Dall’altra parte ci sono gli oceani, come recita il titolo del vostro documento.
Ma questi oceani, per essere “scoperti” e presidiati hanno, a nostro avviso, delle precondizioni che vanno soddisfatte.

1) la lotta al governo draghi significa lotta all’Unione Europea.
Non vi sono più scappatoie.
È ormai lapalissiano dire che l’Unione è irriformabile e diabolico strumento delle classi dominanti occidentali.
Non vi è più una via di mediazione, come non vi è più una terza scelta, nell’attuale contingenza politica: o si sta con l’Unione, per la sovranità della borghesia imperialista e la progressiva morte della democrazia e delle classi subalterne o si sta nell’oceano di chi è CONTRO l’Unione, per la sovranità popolare e la giustizia sociale.

Attenzione perché questo ragionamento, da leninisti, ci pone un problema in divenire.
L’oceano della lotta contro l’Unione Europea è un campo da presidiare e costruire,sarà irto di difficoltà e contraddizioni ma è inevitabile ormai che è lì che le classi popolari andranno quando tutte le ricette degli stregoni neoliberisti di Bruxelles presenteranno imperterrite l’orrore della macelleria sociale che ci aspetta. Quindi, di conseguenza, tutte quelle forze che attualmente e in futuro sono al fianco di Draghi, e ciò che rappresenta sono collaborazionisti e nemici di classe, e, per questo, contro di loro si deve svolgere il lavoro di ogni organizzazione comunista seria, sia da un punto di vista sociale e politico, mettendo con convinzione e sistematicità i “boot on the ground”, dalle piazze alle fabbriche passando per le università, sia da un punto di vista culturale, battagliando contro il la cultura neoliberista, il revisionismo storico e il falso femminismo liberal che rimuove le contraddizioni di classe (tanto per citare qualche argomento).

2) inutile negarlo.
L’Unione L’Unione Europea ha, si, la possibilità di autonomizzarsi in quanto polo imperialistico, ma, l’attuale nemico principale,che rimane dietro alle legature di potere egemoni attualmente nell’unione in tema di politica internazionale e di ingerenza nella politica interna rimangono gli Stati Uniti.
Grazie a strumenti come la NATO, le ingerenze nel nostro paese, oltre che ad aver impattato in maniera decisiva storicamente, diventeranno sempre più stringenti, soprattutto ora che la crisi del sistema di accumulazione occidentale accelerata dall pandemia si trova di fronte un sistema economico misto e in sperimentazione come quello cinese, che sta velocemente scalzando la posizione di preminenza economica detenuta da Washington.
Uscire dalla NATO e dalla sfera di influenza atlantica, insieme alla rottura della gabbia europea, rimane l’unica via possibile per qualsiasi percorso che punti all’emancipazione effettiva delle classi subalterne.

Ora questa possibilità si aprirà sempre di più, per ogni forza che, deciso dove stare, ha intenzione di farsi forza ed iniziare a camminare liberamente verso un futuro migliore.

COLLETTIVO SPREAD IT

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti del Movimento per il diritto all’abitare”]

Non vi fermate.

Osserviamo da tempo una revisione profonda del modo di pensare e di agire di una generazione, la vostra, che rischia di favorire un’operazione di pacificazione sociale irreversibile. Nonostante una narrazione che sembra guardare alle giovani leve sul terreno delle risorse da investire ammiccando anche all’ambientalismo e alla formazione, vediamo una riduzione costante degli spazi di manovra e delle opportunità concesse ad una sempre più larga fascia sociale impoverita e precarizzata.

In questi anni, la retorica del merito inculcata fin dagli albori del percorso scolastico, dagli Invalsi all’università, ha scavato profondamente dentro l’auto-percezione di un’intera generazione. Chi non riesce ad ascendere nell’ascensore sociale viene colpevolizzato in quanto non sarebbe stato brav*, flessibile, disponibile abbastanza, perché è stat@ “choosy”, occultando in questo modo le ingiustizie strutturali che rendono l’uguaglianza sostanziale una chimera. Una classica narrazione capitalistica elevata all’ennesima potenza nell’epoca attuale in cui, alla fine, il soggetto viene presentato sempre come inadeguato, costruendo gerarchie sociali sempre più calcificate ed opprimenti, alimentate dal mito della formazione continua. In questa continua torsione di senso, infatti, la precarietà è divenuta “modo di fare esperienza, gavetta, curriculum” di quella Generazione cosiddetta Erasmus costretta a eradicarsi, e reiventarsi ogni giorno per costruirsi un briciolo di futuro, spesso dovendo fare affidamento sul welfare e le risorse familiari, quando disponibili. “Giovani” diviene, in questo senso, una etichetta per descrivere una condizione prolungata da una precarizzazione del lavoro e dell’esistenza che sposta in là, molto più in là, un passaggio all’età adulta, ad una condizione di vita stabilizzata. Lungi dal voler proporre traiettorie di vita normalizzate – casa, famiglia, lavoro come stabilizzazione –, resta tuttavia l’impossibilità di scegliere quale percorso attuare e, soprattutto, godere di una esistenza in cui la sopravvivenza è garantita al massimo per qualche mese. Dentro questo continuo esercizio di resilienza forzata, i diritti (a partire da quello ad una istruzione universale e di qualità per tutt*) sono divenuto ormai privilegi per cui dover competere, mentre il giusto risentimento deve essere soffocato dentro un esercizio di resilienza continua, oppure mitigato dentro esperienze di prestazione di servizio e volontariato, anziché messo a servizio del cambiamento sociale attraverso il conflitto.

Tutti questi difficili aspetti dell’esperienza giovanile li tocchiamo con mano dentro le nostre occupazioni. Come movimento per l’abitare abbiamo attraversato momenti esaltanti e fasi più di resistenza, a volte in solitudine, ma gli istanti dove ci siamo esaltati di più sono stati quelli dell’offensiva. Ci siamo anche fatti male nel fare questo, ma il risultato è davanti gli occhi di tutti: a Roma persiste un forte movimento capace di non farsi isolare, di tessere alleanze strategiche, di alzare la tensione sociale e di farsi sindacato metropolitano che sappia imporre la contrattazione sociale trattando direttamente con la controparte istituzionale, senza per questo offrire sponde a forze politiche alla ricerca di facile consenso. Questi spazi li abbiamo infatti costruiti con pratiche di riappropriazione e di scontro frontale contro la rendita, in barba alle retoriche della legalità e della moderazione tanto in voga in questi anni (purtroppo, anche nelle giovani generazioni), sottraendo metri quadri e metri cubi alla speculazione immobiliare e alla valorizzazione capitalistica dei territori. Dentro i luoghi che abbiamo restituito alla città, tant* bambin* sono cresciut* per diventare adolescenti, o persone adulte, che da subito hanno esperito le negazioni più disparate, dal diritto alla residenza (e quindi all’avere un pediatra, o a iscriversi a scuola attraverso le procedure ordinarie) al più fondamentale diritto ad avere un alloggio popolare stabile, sicuro e accessibile dove poter coltivare non solo i propri bisogni, ma soprattutto i propri desideri.

Fin dall’infanzia, i ragazzi e le ragazze che vivono dentro le occupazioni, dentro le case popolari, in situazioni alloggiative precarie affrontano nel quotidiano il dilemma di riuscire a garantirsi una propria indipendenza, il contrasto tra l’avere uno straccio di reddito e il non voler essere schiavizzat* da impieghi precari e spesso gestiti da una app, il dubbio su che tipo di adulti essere dentro una società che si riempie la bocca di prospettive per i giovani (da ultima attraverso il Next Generation EU), ma che strumentalizzandoli continua ad offrire il fianco al profitto dei soliti noti. Sono dilemmi che come attivist* ci poniamo quotidianamente, alla luce del fatto che dentro questo movimento è ancora troppo invisibile una componente giovanile capace di attivarsi fuori dal contesto familistico e con un linguaggio meno ancorato alle vicende classiche della lotta per la casa. Questo non vuol dire che nelle occupazioni abitative manchino istanze interessanti che riguardano le seconde e le terze generazioni dei migranti o che la questione del reddito, della formazione e della cura dell’ambiente siano inesistenti. Quello che manca è una rivendicazione diretta ad affermare il diritto all’alloggio come opportunità di vita fuori dalla famiglia d’origine e come forma di reddito indiretto, da accostare alla battaglia per un reddito garantito in assenza di opportunità di lavoro non mortificanti del proprio percorso formativo o assoggettati al ricatto della precarietà permanente come unica possibilità occupazionale. Il terreno della casa ci pare proficuo per un incontro tra soggettività diverse, e soprattutto con le cosiddette “giovani generazioni”: anzitutto è intorno alla questione abitativa, con la finanziarizzazione degli immobili e la speculazione sugli affitti che si costruiscono, in parte, le nuove forme dell’accumulazione di capitale. In secondo luogo, la “condizione giovanile” appare molto legata all’emigrazione per studio (oltre che per lavoro, o per entrambi), per effetto soprattutto del definanziamento alle università meridionali sulla base del criterio premiale nell’attribuzione dei fondi introdotto nell’ultimo decennio. Una università insomma sempre più lontana e con tasse sempre più alte che, a fronte della sostanziale inesistenza di sussidi allo studio, costringe il corpo studentesco a piegarsi ad affitti altissimi, a lavori massacranti e precari che tolgono tempo ed energia alla formazione personale ed alla possibile aggregazione politica con altr* student*. Insomma student* che si trovano tra le principali forze della valorizzazione capitalistica: precarizzazione del lavoro, mercato immobiliare drogato e una accessibilità alla formazione sempre più dipendente dalla linea di classe. La disponibilità di alloggi popolari o di studentati pubblici e gratuiti ricavati da edifici esistenti e riconvertiti consentirebbe di riappropriarsi dell’istruzione. Casa e reddito consentirebbero di evitare il percorso di studi come formazione di “manodopera della conoscenza” per i bisogni della nuova organizzazione industriale, e di orientarsi invece verso un sapere critico fortemente negato da una appiattimento delle scienze sociali sul senso comune borghese – ampiamente favorito da una precarizzazione del personale ricercatore e docente sempre più ricattabile – e delle discipline tecnologiche alla produzione di giocattoli per il mercato, non certo verso strumenti che possano liberare uomini e donne dalla schiavitù del lavoro. Vediamo uno stretto legame tra la questione abitativa, il diritto allo studio e la possibilità di pensare in senso anticonformista e trasformativo.

In questo senso pensiamo necessario intrecciare i nostri percorsi, così da dotarli di maggior forza e ulteriore spinta in avanti, svecchiando i linguaggi senza perdere l’esperienza e la storia che ha un connotato di classe intransigente. I/le brutt*, sporch* e cattiv* della lotta per la casa hanno dentro tanta bellezza e notevole capacità di surfare sulle avversità quando necessario, sono persone generose e poco disponibili al contempo. Sono persone complicate e dai percorsi di vita contorti, perché debbono liberarsi da molteplici ricatti e malversazioni, ma sanno esserci quando serve e sanno guardare negli occhi senza arretrare chi li colpisce, li afferra, li vuole cancellare.

Realizzare punti di convergenza antagonista oggi è più che mai importante. Come movimento ci siamo mossi sempre in questa direzione, anche con dinamiche anomale e tentando di allargare il fronte di lotta a volte dentro una evidente disomogeneità. Non riteniamo questo più utile di altri atteggiamenti, crediamo soltanto che la necessità di una legittima difesa con ogni mezzo necessario andasse praticata così. Oggi stiamo muovendo le vele in altro modo, scegliendo una strada che stiamo considerando come opzione di lungo periodo, irriducibile nel barattare sul piano politico vantaggi di risulta attraverso scambi inaccettabili. In buona sostanza non intendiamo consegnare un percorso di lotta come il nostro al miglior offerente. Le occupazioni abitative devono avere il giusto riscontro e non saranno soluzioni di ripiego e derive assistenzialistiche a farci cambiare profilo. Intendiamo riaprire una stagione di lotte per il diritto alla casa e al reddito, ripartendo anche dalle pratiche di riappropriazione. Su questo ci aspettiamo di condividere la necessità anche con voi, partendo soprattutto da voi, dalle giovani generazioni espropriate dal presente e invitate alla resa ancor prima di lottare.

È vero ci sono oceani dentro cui navigare e non è solo il viaggio che ci appassiona e non cerchiamo isole felici dove approdare o naufragare dolcemente. Noi vogliamo tutto e non pensiamo che ci sia un’età per desiderarlo, ma indubbiamente voi avete energie superiori e il risentimento necessario per sovvertire la situazione.
Troviamo il modo per farlo insieme. Ora!

Movimento per il diritto all’abitare

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti di Roberto Sassi”]

Saluto alla gioventù comunista

Care compagne, cari compagni,
è un grande onore ed una soddisfazione immensa per me, e -sono convinto- per tutti i compagni dell’Organizzazione, salutare i lavori della vostra Assemblea nazionale.

Nel leggere il documento preparatorio, sono rimasto ammirato per diversi motivi:
La lucidità dell’analisi che avete sviluppato, dimostrando non solo una profonda conoscenza della teoria marxista, ma anche la capacità di applicarla creativamente alla situazione concreta.
Il costante riferimento alla pratica rivoluzionaria, alla militanza attiva, da cui la teoria nasce ed in cui trova verifica e, di conseguenza, alla necessità di una organizzazione che sia all’altezza dei compiti storici che ci attendono.

Il linguaggio chiaro ed incisivo, non stereotipato, mai vuotamente retorico, riflesso di un pensiero vissuto, di una autenticità degli intenti.

Con la vostra Assemblea nazionale, fate compiere a tutta l’Organizzazione, in tutte le sue articolazioni, un salto qualitativo di grande portata.

La tenacia che ha condotto fin qui le compagne e i compagni della mia generazione, è l’eredità più preziosa che abbiamo da lasciarvi, il coraggio e l’intelligenza non vi mancano di certo.

Saluti comunisti
Roberto Sassi

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti di Roberto Sassi”]

Saluto alla gioventù comunista

Care compagne, cari compagni,
è un grande onore ed una soddisfazione immensa per me, e -sono convinto- per tutti i compagni dell’Organizzazione, salutare i lavori della vostra Assemblea nazionale.

Nel leggere il documento preparatorio, sono rimasto ammirato per diversi motivi:
La lucidità dell’analisi che avete sviluppato, dimostrando non solo una profonda conoscenza della teoria marxista, ma anche la capacità di applicarla creativamente alla situazione concreta.
Il costante riferimento alla pratica rivoluzionaria, alla militanza attiva, da cui la teoria nasce ed in cui trova verifica e, di conseguenza, alla necessità di una organizzazione che sia all’altezza dei compiti storici che ci attendono.

Il linguaggio chiaro ed incisivo, non stereotipato, mai vuotamente retorico, riflesso di un pensiero vissuto, di una autenticità degli intenti.

Con la vostra Assemblea nazionale, fate compiere a tutta l’Organizzazione, in tutte le sue articolazioni, un salto qualitativo di grande portata.

La tenacia che ha condotto fin qui le compagne e i compagni della mia generazione, è l’eredità più preziosa che abbiamo da lasciarvi, il coraggio e l’intelligenza non vi mancano di certo.

Saluti comunisti
Roberto Sassi

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti del Comitato Ucraina Antifascista”]

Il COMITATO UCRAINA ANTIFASCISTA DI BOLOGNA
SALUTA I COMPAGNI RIUNITI IN ASSEMBLEA:
“VENTO CHE NON SMETTE DI SOFFIARE, OCEANI INTERI DA CONQUISTARE”
– 11 aprile 2021 –

Sono venti di guerra quelli che si stanno muovendo su di noi in questi ultimi mesi.
Il presidente Usa ha dichiarato ripetutamente, sia in campagna elettorale che dopo la sua elezione, che l’America con lui riprenderà il suo ruolo di guida del mondo contro la minaccia russa e cinese. E chi meglio di lui potrebbe assumersi questo compito, visti i ruoli di primo piano che ha svolto nei governi guerrafondai che hanno caratterizzato la storia degli USA negli ultimi decenni?

Le aggressioni delle potenze imperialiste verso il resto del mondo non si sono mai fermate, ma oggi le chiamano “Operazioni di polizia internazionale” o “ Missioni di pace” nel nome della democrazia. Uno stravolgimento semantico che fornisce un alibi alle forze politiche della sedicente sinistra, annullando così l’opposizione alla guerra da parte dei partiti, dei movimenti e delle forze sindacali!

La retorica dominante parla di 70 anni di pace in Europa. Ma quale pace, quando la Jugoslavia è stata smembrata e bombardata negli anni novanta, e da sette anni, in un silenzio assordante da parte della stampa, un conflitto armato insanguina la regione del Donbass, nell’Ucraina orientale ai confini con la Russia?

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, le forze capitaliste hanno pensato di avere mano libera per conquistare il mondo. Hanno portato avanti una politica di ricolonizzazione selvaggia verso i paesi del Sud produttori di materie prime, e attraverso l’imposizione del liberismo in politica economica hanno saputo trarre il massimo dei profitti, a discapito delle classi lavoratrici e dell’ambiente.

Prima hanno aggredito, con strategie diverse, nazioni che facevano parte del Movimento dei Paesi non Allineati, come Cuba, Jugoslavia, Irak, Algeria, Afghanistan, Siria, Libia, Iran…. ora puntano direttamente i loro obiettivi contro la Russia e la Cina.vv La Russia, che pur non essendo più l’Unione Sovietica, rappresenta ancora un ostacolo importante, perché dopo lo sbandamento degli anni novanta ora non accetta più di cedere ad altri le potenzialità del suo immenso territorio, e la Cina, che nel frattempo è diventata una grande potenza economica. Russia e Cina, che avendo in comune con l’Europa la continuità geografica continentale, potrebbero trarre sicuramente reciproci vantaggi da una collaborazione economica (pensiamo alle fonti energetiche, al commercio, ai vaccini!): ma questo assolutamente non deve succedere, perché sarebbe la fine della superiorità americana sul pianeta.

La propaganda russofoba, che ha avuto origine nel lontano 1917, non è mai venuta meno da più di cento anni nel mondo occidentale, ed il regime nazifascista che si è affermato in Ucraina nel 2014 con la regia di UE , USA e NATO ne rappresenta oggi la punta di diamante: in Ucraina è stata incendiata la casa dei Sindacati di Odessa, è stato messo fuori legge il Partito Comunista, si è affermato un liberismo sfrenato che ha notevolmente peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori, è stata anche messa al bando la lingua russa, e tutto ciò che è russo viene criminalizzato, nonostante una grande parte della popolazione sia da sempre russofona.

Le Repubbliche del Donbass, nate da un referendum popolare nel 2014 dopo l’instaurazione del regime di Kiev, proclamando la propria indipendenza ed estraneità politica da esso, da allora vivono in uno stato di assedio permanente con bombardamenti anche su obiettivi civili. Nelle ultime settimane la crisi si sta pericolosamente accentuando, e un conflitto di più ampie dimensioni potrebbe svilupparsi al confine con la Russia, trascinando i paesi che fanno parte della NATO.

Siamo sicuri che i Compagni presenti in questa Assemblea hanno ben chiaro il pericolo rappresentato oggi dalla NATO nei confronti del mondo intero, e sapranno agire politicamente di conseguenza! A loro va il nostro saluto, la nostra fiducia, il nostro appoggio!

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti di Giorgio Gattei”]

Ai giovani compagni di “Cambiare rotta”.
di Giorgio Gattei

Carissimi, di me dovete sapere che sono stato rapito nel 1968 dall’astronave marxziana La Grundrisse e portato sul pianeta Marx, dove da allora ho vissuto studiando la composizione geologica (in valore-lavoro) di quello straordinario sistema economico celeste e di cui ho preso finalmente a dar conto nelle Cronache marXZiane che sto pubblicando sul sito “Maggio filosofico”.

Ma per farvi capire meglio come io la penso, devo anche dirvi che da tempo condivido l’idea della presenza di quei cicli economici maggiori, di durata cinquantennale più o meno, che sono stati proposti dall’economista sovietico Nikolai Kondratev e condivisi da Joseph Alois Schumpeter, che sono caratterizzati da una fase ascendente di sostanziale prosperità che dura per 25 anni a cui segue una fase discendente di sostanziale recessione per altrettanti 25 anni. A partire dall’“anno zero” della seconda metà del Novecento che si può datare senza ambiguità al 1945, c’è stata così una risalita economica progressiva (il “boom”) fino al picco del 1970, dopo di che il ciclo lungo ha svoltato al ribasso ed è arrivato lo “sboom” fino, più o meno, al 1995, per poi riprendere a risalire con un “riboom” fino alla vetta che avevo previsto da tempo che dovesse mostrarsi, più o meno, attorno al 2020. Ma mai avrei immaginato che la nuova svolta all’ingiù sarebbe stata segnata dall’irrompere di una micidiale pandemia analoga a quella epidemia di “spagnola” avvenuta esattamente un secolo prima (1918-20), ma la cui memoria storica è stata rimossa perché concomitante, allora, con la felice conclusione della Grande Guerra (1914-1918).

Devo poi anche dirvi che giudico l’attuale pandemia come la conclusione avvelenata della globalizzazione uscita dal crollo del muro di Berlino e dalla scomparsa della Unione Sovietica (1989-1991). Con la fine della contrapposizione del c.d. “mondo libero” al “mondo schiavo” (come recitava la propaganda occidentale), la terra era ridiventata “una” ed il mondo si era fatto “piatto”, giuste le aggettivazioni giornalistiche alla moda, così da potersi percorrere liberamente dappertutto. E i primi a muoversi sono stati i denari con le loro “banche universali” (sia di deposito che d’investimento) ed i “mutui spazzatura” perché privi di copertura finanziaria, dopo di che sono venute le merci “made in China” e le “catene del valore” esportate all’estero ed infine è venuta l’ora delle persone con lo sconcio delle “grandi navi” e dei “voli low cost” che hanno permesso perfino ai pensionati della “silver generation” (gli over 80 anni) di “vedere il mondo almeno da un oblò, mi annoio un po’…”. Orde di turisti senili si sono messe in movimento fino ai luoghi più reconditi del pianeta, arrivando però anche dove non avrebbero mai dovuto giungere, e cioè fin dentro le affollate colonie di pipistrelli che proliferano in Asia e in Africa. I pipistrelli, come si sa, sono maledetti mammiferi volanti che di notte succhiano il sangue altrui (Dracula era un vampiro) e che di giorno, appesi a testa in giù, si cagano addosso (come ha ricordato con cattiveria David Quammen in Spillover. L’evoluzione delle pandemie, comunque scritto prima di Covid-19). Ma i pipistrelli sono anche “ospiti-serbatoio” di virus letali per il genere umano che non è attrezzato a conviverci (ed è per questo che vengono favorevolmente utilizzati nelle ricerche di laboratorio), finché un mal giorno da un laboratorio (ma fors’anche a tavola perché i pipistrelli c’è chi se li mangia), Covid-19 (lui, il maledetto!) ha tentato il “salto di specie” (spillover, per l’appunto) dall’animale all’uomo e ci è riuscito così bene che siamo precipitati in una pandemia globale da cui non facciamo fatica ad uscire perché lui non se ne va.

Il fatto è che, a differenza del batterio, il virus non ha una esistenza corporea propria e quindi, per sopravvivere (è il suo programma di natura) deve diffondersi sul maggior numero possibile di “ospiti-veicoli” che trova attorno a sé, come siamo noi umani che, se ci adattiamo alla convivenza, ne usciamo vivi, mentre soccombiamo se non reggiamo alla virulenza del virus (per questo ci sono più vittime tra gli anziani e i “fragili”). Tuttavia nell’attesa che si arrivi alla vaccinazione universale (che non ammazza il virus, ma gli impedisce di attecchire), a limitarne la diffusione che passa attraverso il respiro non resta che adottare il diradamento dei contatti interpersonali (sono finiti i raduni delle “sardine vicine vicine!”) mantenendo sulla faccia la “museruola chirurgica d’ordinanza” per evitare che ci si sputacchi addosso. Fu così pure al tempo della spagnola, quando alla contagiosa stretta di mano borghese si oppose il gesto fascista del “saluto romano” che manteneva il prossimo alla distanza di sicurezza, e fu una adesione di massa prima igienica che politica (noi adesso ci salutiamo dandoci il gomito, ma senza altrettanto effetto scenico). Ma devo anche dirvi del mutare d’atteggiamento della sanità pubblica che era nata all’ombra dello slogan “se ti ammali, ti curo” ma che, dopo la cura dimagrante di un ventennio di tagli di bilancio per esigenze di austerità europea, si è trasformato a nostra insaputa nell’assurdo: “non ti ammalare perchè non ho da curarti”!

E sull’economia, che poi a questo volevo arrivare, che si è fatto? Si è imposto il lock-down, e cioè una chiusura di polizia allo scopo di proibire alle imprese (non tutte) di produrre e alle famiglie di consumare (non tutto), così da far divieto a quegli “assembramenti” che necessariamente si producono nei luoghi di lavoro e di trasporto, nei mercati e nei centri di consumo, spettacolo e svago (tranne dove si potesse operare “a distanza”, come per le partite di calcio svolte “in presenza” ma consumate “a distanza” per abbonamento). Sono tutte queste delle misure amministrative che nemmeno la peggiore dittatura fascista avrebbe mai pensato di poter adottare e sono pure peggio degli effetti di una “economia di guerra” in cui lì c’è un nemico che ti bombarda per impedirti di produrre e consumare, mentre adesso sono gli stessi governi liberal-democratici che si auto-infliggono le “chiusure” per DPCM (costituzionali o meno che siano), pur di contenere la vastità del contagio. E che ti ricattano con l’acronimo TINA (“there is no alternative”) nonostante i disastri che provocano sul tessuto economico queste misure di “chiusura”: per il 2020 in Italia (da cifre governative): PIL: – 9%, Consumi: – 6.4%, Investimenti: – 13%; Esportazioni : – 17.4% e solo i prezzi, bontà loro, non sono andati in inflazione: + 1.1%.

Comunque bisogna tenere i nervi saldi perché questa crisi economico-sanitaria sarà certo di lunga durata. Come dopo l’estate 2020 segnata dall’euforia del “liberi tutti” (ma quando si potrà leggere l’instant book del ministro della Speranza scritto “a caldo” a sua maggior gloria, ma subito ritirato dal mercato?), la ripresa autunnale dell’epidemia ha reimposto d’urgenza un altro lockdown con danni economici e sociali ancor più peggiori (che non è corretto da dire ma che ci sta proprio bene) perché la cittadinanza, se non vede la fine della guerra, alla lunga si stanca di contare i morti. E che succederà nel prossimo inverno se la ricorrente epidemia influenzale stagionale dovesse resuscitare la “paranoia pandemica” (che è altra cosa del contagio perché sta nella testa e non nei polmoni) costringendo alla rimessa in esecuzione di ulteriori lockdown che finirebbero per dare per persa pure l’economia del 2022? E’ forse un caso che sia già stato sospeso il Fiscal Compact, questa inqualificabile regola di austerità di bilancio pubblico di marca europea, fino al 2023? Il fatto è che quella che si sta combattendo è una vera guerra mondiale, sia pure sanitaria e non militare, che richiede i suoi tempi di risoluzione, così che se la prima Grande Guerra durò dal 1914 al 1918 (5 anni) e la Seconda dal 1940 al 1945 (6 anni), non si dovrebbe mettere nel conto che quella in atto possa durare fino al 2025, anno più anno meno? Ma se di guerra si tratta, il suo gestore principale non può certamente essere il libero mercato, bensì lo Stato perché dotato della sovranità monetaria che gli consente di sostenere la produzione del reddito ed i consumi con emissioni straordinarie di carta-moneta in deficit spending e da diffondere “a pioggia”, alla maniera di quell’helicopter money che resta l’incubo degli economisti liberal-libersti (e infatti c’è già chi paventa inflazione e debito alle stelle, nonché tasse patrimoniali a carico dei “ricchi”). Ma si può fare diversamente se si vuol vincere la guerra? Se negli anni ‘80 del secolo scorso andava di moda affermare (anche a sinistra) che lo Stato era la malattia e il mercato la cura, adesso tutto va sembra girare al contrario col mercato, fatto di persone, merci e monete in troppo movimento, che rappresenta il virus e lo Stato il suo vaccino, questo nostro “Salvator mundi” assolutamente necessario.

Però bisognerebbe dare un ordine anche teorico a questa “risistemazione funzionale”, che è già nei fatti, del rapporto tra Stato e mercato ricorrendo, perché non ne siamo digiuni, alla sapienza del passato. Ma non tanto, mi pare, alla Teoria generale di keynesiana memoria uscita dal Grande Crollo del 1929-1933, bensì alla successiva teoria della “economia di guerra” degli anni 1939-1945 a cui ancora Keynes ha messo mano con lo scritto Come pagare per la guerra (perché non era più tempo di fare “buche per terra” per dare occupazione, che le buche le facevano le bombe e l’occupazione la davano gli eserciti al fronte, ma di vincerla finanziariamente la guerra) e alla quale hanno contribuito anche economisti italiani ignoti ai più (ho provato a disseppellire questa sapienza teorica, insieme ad Antonino Iero nello scritto Per una “economia di guerra” anche sanitaria, in “economiaepolitica”, 7 aprile 2020). Immagino quindi nel prossimo tempo a venire che dalla tragedia storica che stiamo vivendo possa venir fuori una Teoria rigenerale dei Lavori, della Moneta, del Debito e delle Tasse capace di ridare equilibrio post-pandemico alle “manine invisibili” dei mercati con la “manona visibile” dello Stato, ma a questa grande opera mi aspetto che potrà mettere mano (è proprio il caso di dire) solo la nuova meglio gioventù in formazione. che la vecchia ha già dato e per ultimo ha dato pure male, non vi pare?

Per quanto mi riguarda, convinto come sono che i diritti, anche quelli economici, non sono mai concessi ma vanno conquistati “a spinta”, ho deciso di ritornare sulla terra approfittando della nuova astronave che i marxziani stanno approntando sul loro pianeta e a cui hanno dato il nome benaugurante di MarXZattack!

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti dell’Ex Opg – Je so Pazzo”]

Cari compagni,
come comunità dell’Ex Opg- Je so Pazzo di Napoli, abbiamo letto con piacere il documento da voi elaborato e fin dalle prime righe ci siamo ritrovati e riconosciuti sia nei contenuti politici che nei soggetti di cui si parla. Ma, soprattutto, con piacere abbiamo rivisto, nella vostra nuova configurazione organizzativa, lo stesso slancio che ci ha portato sei anni fa all’occupazione dell’ ex- Opg, la voglia di organizzarsi, creare comunità e partire dalle condizioni materiali della gente per costruire un mondo migliore, nuovo, inedito, provando ogni giorno a ricostruire sulle macerie e a costruire un nuovo tipo di società partendo dalla comunità, dal basso, dalle periferie, attraverso il conflitto, le case del popolo e attività di mutualismo , fino ad arrivare alla rappresentanza politica, autorappresentandoci, con la nascita di Potere al Popolo; non accontentandoci e chiudendoci in un presente caratterizzato dal paradigma della precarietà ma aprendoci e cercando, passo dopo passo, di determinare un futuro dignitoso e migliore per noi e per le generazioni che verranno.

Per questo riteniamo necessario e fondamentale il protagonismo giovanile sia nella politica che nella società tutta.
Reputiamo necessaria, ovunque si articoli, partendo da i luoghi della formazione, dalle università, dalle fabbriche, dai posti di lavoro, una risposta alla crisi generazionale che ci vede coinvolti in prima persona che tende a chiuderci in noi stessi, relegandoci ad un ruolo di spettatori e vittime di questo sistema che ci sfrutta e ci destabilizza anche emotivamente.

Vogliamo essere protagonisti, non vogliamo più essere delle vittime, vogliamo partire dalla nostra condizione per scrivere tutta un’altra storia: vogliamo riprenderci il futuro!

Per questo vi auguriamo un buon lavoro!
A pugno chiuso,

Le compagne e i compagni dell’ex opg

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti dell’Unicobas”]

SALUTO DELL’ UNICOBAS ALL’ASSEMBLEA

Care ragazze e cari ragazzi ,
vogliamo, ancora una volta, ringraziarvi per la lucidità e il coraggio dimostrati fin ora di voler cogliere l’occasione della burrasca. Avete ragione: ci sono Oceani da attraversare e conquistare e le burrasche possono essere delle potenti e preziose opportunità per ridisegnare le rotte e trovare nuovi continenti. Abbiamo scioperato ed insieme a voi siamo stati in piazza il 24 e 25 Settembre per porgere alla controparte ed all’ intera società il tema della riapertura in sicurezza. La reazione dell’apparato di potere non si è fatta attendere nè nell’ immediato, con la scomposta reazione mediatica, né a seguire, con la firma, per esempio, di un vergognoso Protocollo d’ Intesa tra Aran e Sindacati Maggiormente Rappresentativi il quale, neanche a dirlo, limita ulteriormente il diritto di sciopero proprio nella scuola.
Quello stesso apparato di potere che poi ha rideterminato il suo assetto parlamentare con un cambio di maggioranza di governo( tutti insieme appassionatamente), orchestrata da un presidente del Consiglio dei Ministri che non a caso è l’ “uomo di fiducia “della Banca Europea.
Ma voi e noi insieme, contrariamente a ciò che non sa e non vuole fare una certa “sinistra”, in perfetta contnuità con le sue scelte ormai trentennali , abbiamo dimostrato e dimostriamo ogni giorno da che parte stare. E la nostra parte non è la loro parte.
Voi e noi non siamo certo gli obbedienti ai protocolli, gli adempitori ad ogni costo di un coacervo di regole contradditorie più vicine ai riti apotropaici che al semplice buon senso. Voi e noi non siamo certo quelli che confondono, in malafede, le passeggiate sabbatiche e politicamente corrette con la protesta e con la lotta.Sappiamo entrambi che la protesta e la lotta non sono mai pranzi di gala.
Dalla nostra parte non solo si resiste alla barbarie con gli strumenti dell’agire politico, ossia con il nostro “pessimismo della ragione”, ma prende forza l’ “ottimismo della volontà” e della determinazione, col mettere in atto iniziative concrete e appassionate perché il mondo cambi.
Avete ragione: il mondo non è mai stato così ingiusto e l’ umanità mai così sofferente. Basti un solo esempio per tutti, quello che a noi, Sindacato della Scuola, appare più congeniale ed anche esplicativo delle insanabili contraddizioni che questo modello di sviluppo, feroce ed acefalo, ingenera a livello mondiale. Mentre da una parte del mondo, quella dei paesi a capitalismo avanzato, sotto l’ assedio del virus, in nome della salute pubblica, si confinano studenti e lavoratori dietro lo schermo di un apparecchiatura digitale e deflagrano così, nell’ isolamento digitale, diritti sociali ed individuali, dall’ altra parte del pianeta, quella dei paesi più poveri, si schiavizzano donne, uomini, bambini, si ingaggiano sanguinose guerre civili, per estrarre quel coltan indispensabile al funzionamento degli apparati digitali.

Avete ragione: vi hanno tradito rubandovi il mondo, ingenerando catastrofi ambientali senza precedenti: vi tradiscono a Taranto e a Dacca, a Fukushima e nella Valle del Salto. Vi hanno tradito in nome dell’ austerity e del debito pubblico. Vi hanno tradito con l’ equivoco del lavoro flessibile. Vi hanno tradito con la politica dei sistemi sanitari integrati nei quali il diritto alla cura si gioca su una graduatoria legata all’ età, alle malattie pregresse, al censo, al calcolo economico, al tetto di spesa. Vi hanno tradito rubandovi poco a poco, negli ultimi tent’ anni il diritto ad una speranza e ad un progetto di Scuola e dunque dell’ idea stessa di uomo e di cittadino del mondo.
Nel nostro Paese, care ragazze e cari ragazzi, lo “snaturamento” della Scuola Pubblica non è stato ovviamente frutto del caso o dell’imperizia del ministro di turno, bensì la messa in atto di un disegno preciso il quale non solo ha distrutto il modello esistente di scuola (che pure non era perfetto), ma anche la speranza e la promessa di un cambiamento profondo, di una rivoluzione etica, culturale, autogestionaria, economica e politica, in nome della quale, altri studenti, “i cuccioli del Maggio” ‘68, avevano innalzato barricate ed erano stati “massacrati sui marciapiedi”.
Profondamente scosso, il sistema di potere ha lavorato per decenni alla restaurazione. Questa volta, per riaffermare la scuola di classe sono andati alle radici, laddove neppure la scuola ottocentesca aveva mai osato, con l’arma letale della svalutazione del ruolo stesso della cultura e del progresso nella società umana, a vantaggio dell’idea di uno sviluppo insostenibile ed acefalo che si nutre di edonismo ignorante ed utilitarista.
Occorreva imporre questo salto nel buio per mettere definitivamente istruzione, università e ricerca al servizio della nuova classe dirigente, integrata dai boiardi di stato, cambiandone del tutto sostanza e maquillage.
Era necessario affinare il metodo per entrare nel merito. Sicché l’operazione avviene attraverso un coerente trentennale processo di smantellamento che utilizza da un lato i dispositivi legislativi come strumenti demolitori, leggi che, parafrasando Don Milani, “sanciscono il sopruso del forte”; dall’altro, la distruzione della scuola prefigura un nuovo modello: l’uomo unidimensionale schiacciato nel qui ed ora, non più solo prigioniero dell’ “eterno ripasso dell’uguale”, ma la cui unica relazione con la dimensione “politica” e con l’esercizio della cittadinanza viene radicata, oltre qualsiasi segno distintivo ed autonomia di pensiero, nella diade dell’obbedienza e della mera trasmissione del comando.
La narrazione autoritaria di un mondo dal quale sia estirpata ogni humanitas trasformativa e plurale capace di accogliere diversità e complessità, ove non s’immagini più il futuro come trasformazione possibile, non si contempli il metodo come lotta e strategia, progetto e scommessa, non si coniughino più inscindibilmente libertà e responsabilità, diritti individuali e diritti sociali, ovvero ciò che poi integrerebbe la totalmente dimenticata dimensione etica della politica.

Noi dell’Unicobas, anche per ragioni anagrafiche, dal nostro osservatorio sindacale abbiamo assistito a questa operazione gigantesca e scientifica di distruzione della speranza e del progetto stesso di una scuola nuova, di tutti e per tutti. L’abbiamo vista passare, per esempio, attraverso la progressiva svalutazione del ruolo sociale e giuridico degli insegnanti.
Ciascun educatore sa bene che non si insegna soltanto ciò che si sa o ciò che si fa, ma anche ciò che si è. Per costruire uomini proni e “flessibili” occorrevano insegnanti “usi ad obbedir tacendo”, ridotti a “portaordini”, burocrati aggiunti, somministratori di “pillole” e test: molecole ed eccipienti di competenze spicciole “misurabili” e “cerificabili” attraverso sciapite e feroci prove oggettive di “profitto”, attraverso una gigantesca operazione di banalizzazione dei saperi di cui l’ INVALSI è avanguardia e “braccio armato”. Oggi ne abbiamo la conferma: quella sistematica distruzione della Scuola che avevamo denunciato e combattuto non era una “fantasia” orwelliana, ma quanto previsto dal combinato disposto di leggi varate a partire dalla metà degli anni ottanta in relazione allo stato giuridico degli insegnanti e alla governance della scuola.
Leggi che hanno finito per avere inquietanti ricadute dirette ed indirette sulla pedagogia e sulla didattica. Pensate all’idea sottesa alla Ddi, alle pratiche di recupero degli apprendimenti , al sistema dei crediti dei debiti formativi ossia che l’educazione e la formazione umana siano un mero processo d’addestramento certificabile con un algoritmo e una “patente a punti”, e, sempre più in solido, col controllo sulle nostre e vostre vite attraverso la gestione del nostro e del vostro spazio, del nostro tempo, della nostra identità . Pensate alla pratica dell’ autovalutazione delle scuole imposta per legge dai Rapporti di Autovalutazione (Rav) e Piani di Miglioramento ( PdM) e a quanto di immorale e antiscientifico essa contenga. ossia la pretesa che nelle scienze umane possano raggiungersi risultati oggettivi attraverso la costruizione di un modello valutativo che estrometta i fattori soggettivi ( insegnanti ed alunni) e lo faccia attraverso prove standardizzate e test costruiti da esperti che hanno una loro visione soggettiva della materia, delle modalità dell’ insegnamento i quali però vogliono farci credere che la loro soggettività non esista.
Non è forse questa una pedagogia funzionalista improntata al più bieco classismo? Pensate all’assurda ferocia del farsesco e tragico scimmiottamento del fordismo (ma da concessionaria di automobili), rappresentato degli “Open Day”, i giorni della “vetrina” delle scuole “chiavi in mano” in concorrenza l’una con l’altra, e quale diritto di scelta, se non quello di trasferirsi insieme alla sua famiglia, ha un bambino nato a Lipari, a Ventotene, a Barbiana, a Cerreto di Spoleto, a Civitella Alfedena.
Dove sono la libertà di insegnamento e di apprendimento di fronte alla banalizzazione dei saperi, ridotti a una lista di parole/funzioni “certificabili” con una ridicola operazione di accountability?
Eppure questa operazione di accountability è irrinunciabile: le scuole, le classi, gli studenti, gli insegnanti esposti al rischio del contagio dalle mascherine di Arcuri, dal metro statico e dai banchi a rotelle di Azzolina, dalla Ddi di Bruschi, dal piano vaccinale di Speranza, dai trasporti pubblici di Micheli & Giovannini possono rinunciare a tutto tranne che all’ Invalsi.
Forse perchè ai Rapporti di Autovalutazione e ai Piani di Miglioramento sono legati i famosi PON, ossia i fondi strutturali Europei, elargiti sulla base di una graduatoria fra le scuole migliori come del resto ci fa sapere annualmente Fondazione Agnelli nel suo Eudoscopio?
Nel 2016, dentro il più ampio schieramento del No sociale abbiamo difeso la Costituzione Italiana dal tentativo di modifica che l’ allora governo Renzi intendeva apportare.
Nel 2017 abbiamo manifestato con Eurostop contro quell’ Europa del profitto e dello sfruttamento ispirata dai testi fondativi dei Trattati di Roma del 1957, nella consapevolezza che l’ operazione di distruzione della Scuola Pubblica Italiana si inscriva in un più ampio disegno di smantellamento dei diritti sociali ed individuali di marca europea e atlantista , contenuto nel trattato Maastricht e nei successivi documenti i quali incardinano il discorso sull’ educazione nell’ Europa che verrà, in poche, illuminanti parole chiave : competenze, formazione permanente, TIC, deregolamentazione, rapporti con le imprese, diversificazione, armonizzazione, mobilità, cittadinanza, lotta all’esclusione. Sappiamo bene quale sia stati il contributo padronale della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT gruppo di pressione fondato nel 1983 che riunisce una quarantina tra i più potenti dirigenti industriali europei) nell’ orientamento delle politiche scolastiche dei Paesi dell’ Unione Europea negli ultimi trent’ anni. La Commissione Europea perora chiaramente , da un ventennio ormai , la causa di una profonda deregolamentazione: « La questione centrale, scrive nel 1995, è andare verso una maggiore flessibilità dell’educazione e della formazione, permettendo di tener conto della diversificazione degli utenti e della domanda. E’ su un tale movimento che deve ingaggiarsi, prioritariamente, il dibattito all’interno dell’Unione » [CCE 1995].
Dopo il debutto degli anni ‘90, infatti l’ Unione Europea stimola e sostiene le iniziative nazionali volte a « deregolamentare » i sistemi d’insegnamento, a sostituire la Scuola pubblica, gestita centralmente, con livelli di gestione autonomi e in situazione di forte concorrenza reciproca. “I sistemi più decentralizzati, spiega in effetti la stessa Commissione Europea , sono quelli più flessibili, che si adattano più in fretta e permettono di sviluppare nuove forme di partenariato. » [CEE 1995)
Non ci stupisce allora del fatto che l’insegnamento e l’ apprendimento siano stati a loro volta piegati a mezzi per sostenere la competitività delle imprese. In materia di politiche educative, questo ha significa attualmente assicurarsi la qualità del capitale umano attraverso un adeguamento ottimale scuola-economia, utilizzare la scuola come leva a sostegno dei mercati emergenti e posizionarsi nella conquista del mercato dell’insegnamento.

Sono queste care ragazze e cari ragazzi, scelte politiche precise, mirate, sistemiche che vedono responsabili governi e parti sociali.
Sì, come evidenziate con chiarezza nelle vostre analisi, parti sociali, ossia, in primis, quelle organizzazioni sindacali che, avocandosi il monopolio della rappresentanza grazie a regole pensate ad hoc, grazie al titolo di “maggiormente rappresentative”, con la “concertazione” hanno permesso lo smantellamento dei Diritti dei Lavoratori a favore della demagogia dei “Diritti del lavoro”, proprio come se fosse il “lavoro” della fucina neo-liberista ad avere diritti e non i lavoratori.
In questo senso il Jobs Act è l’ultimo capolavoro italiano del “pensatoio” tardo-capitalista. Quelle stesse organizzazioni sindacali hanno cantato il “De profundis” al welfare generale a favore di un Welfare Aziendale, comprese “assicurazioni sanitarie” , del tutto uguale all’ottocentesco “spaccio del padrone”, hanno benedetto il dumping salariale attraverso l’una tantum dei bonus premiali per mantenere bassa l’inflazione, con buona pace della dignità e della sopravvivenza di quanti pure rappresentano.
La nostra denuncia, in trent’anni di conflitto sindacale, è stata sempre precisa e circostanziata, nel descrivere le proporzioni della catastrofe, nell’indicare responsabilità e responsabili, e proprio per questo non abbiamo mai perso né la strada, né la speranza: quella stessa che hanno restituito a tutti noi le (prime) due giornate di lotta di Settembre e quella proclamata il 6 maggio con Usb e Cobas della Sardegna e che ci restituiscono la vostra assemblea, la vostra caparbietà, il vostro coraggio, la vostra consapevolezza, la poesia che sta nella vostra pensante allegria.

In questo ci siamo “compagni”perché sappiamo che la lotta non è un pranzo di gala ma è sicuramente una festa.

“Oggi, allegria,
incontrata per strada,
lontano da ogni libro,
accompagnami:

con te
voglio andare di casa in casa,
voglio andare di gente in gente,
di bandiera in bandiera.
Tu non sei solamente per me.
Andremo sulle isole,
sui mari.
Andremo nelle miniere,
nei boschi.
E non soltanto boscaioli solitari,
povere lavandaie
o eretti, augusti
tagliapietre,
mi riceveranno con i tuoi grappoli,
ma i congregati,
i riuniti,
i sindacati del mare o del legno,
i valorosi ragazzi
nella loro lotta.”

P Neruda



Vi auguriamo e ci auguriamo il massimo del successo per la vostra Assemblea Nazionale.

Per l’Esecutivo dell’Unicobas
Stefano d’Errico e Alessandra Fantauzzi

[/spoiler] [spoiler title=”I saluti di Valerio Evangelisti”]

UN COMPITO DIFFICILE
di Valerio Evangelisti

In un’epoca in cui ogni riferimento razionale sembra svanire, è un piacere leggere un documento di assoluta coerenza come quello di Noi restiamo – presto Cambiare rotta. Non potevano essere che dei giovani a partorire un’analisi tanto rigorosa, addirittura spietata. La gioventù non è una classe, ci mancherebbe. Tuttavia, in un momento di assalto del capitale al proletariato e a un settore di ceti medi, è essa la prima a soffrirne, nelle sue frange meno protette. Tuttavia ha un vantaggio, rispetto ad altri settori più maturi in età delle cassi subalterne. Ha strumenti culturali aggiornati, che la rendono capace di individuare con precisione la propria identità e la propria collocazione nel sociale.

Con qualche occasionale difetto di sovraccarico e di sintesi eccessiva, il testo che leggerete è una perfetta descrizione della contemporaneità capitalistica e, in filigrana, di quel che occorre per rovesciarla. Troppo giovani per esserne capaci? È falso! Quanti anni avevano i protagonisti del Risorgimento, i comunardi, i primi socialisti, i fondatori del partito comunista, i partigiani? Non più della gioventù ribelle che ha redatto questo scritto. In ogni epoca storica, in ogni continente, è stata la gioventù la prima a scendere in campo. Per energia, per lucidità mentale, per capacità di apprendere, per determinazione, per non avere beni da conservare. E il paradosso è che, quanto più il potere si accanisce contro i giovani, tanto più moltiplica i propri nemici. Anche in anni infausti come gli attuali.

Gli autori di questo documento si dichiarano “comunisti”. Orrore! Non sanno che il comunismo è stato una sequela di crimini, che nel 1989 è stato spazzato via, che i regimi che vi si ispiravano sono caduti come un castello di carte? Posta la questione in questi termini, non si capisce come milioni di persone seguitino a battersi per una società comunista, o per la sua forma embrionale, il socialismo. Forse perché i benefici del capitalismo li hanno sperimentati sulla propria pelle, e visti come una catena di atrocità? Non regge. Citate (a sproposito) la Cambogia e vi citerò il sangue sparso dal colonialismo, la cancellazione degli indigeni americani, il razzismo, la subordinazione sanguinosa dell’America Latina, il milione di progressisti assassinati in Indonesia, gli stadi di Pinochet, le esecuzioni sommarie in Argentina, la dispersione forzata del popolo palestinese. E, risalendo indietro nel tempo, i delitti del fascismo e del nazismo, abiti scuri indossati dal capitale quando, alle strette, vuole liberarsi del nemico di classe.

Nel documento che ho l’onore di commentare c’è tutto ciò, e molto di più. C’è il coraggio di chi non si arrende, di chi ha ancora la sensibilità di rabbrividire allo spettacolo dell’ingiustizia, di chi disdegna un regime “democratico” autore e complice di innumerevoli misfatti. Occorre, con convinzione “bolscevica”, affrontare ogni nuova, apparentemente inamovibile situazione di sfruttamento con nuove armi, nuove strategie, Serve un cervello collettivo, e più giovane è, più risulta efficace e duttile. Ai compagni di Cambiare Rotta un semplice compito, da costruire gradualmente: la rivoluzione socialista. Non spaventatevi, anche il Che era titubante, agli inizi.

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Bocconi boys, ancora voi? Ma non dovevamo vederci più?

Ma, nonostante tutto questo, la borghesia inglese […], che si arricchisce direttamente sulla miseria degli operai, non vuol sapere nulla di questa miseria. Essa, che si sente una classe potente […] si vergogna di mettere a nudo dinnanzi agli occhi del mondo la piaga dell’Inghilterra; non vuole confessare a sé stessa che gli operai sono miseri, altrimenti essa, la classe abbiente, dovrebbe portare la responsabilità morale di questa miseria.
(F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra)

Il 17 Marzo, su Repubblica, è apparso un articolo a firma di Boeri e Perotti, che decidono di intervenire su un argomento, quello della ricerca, per illuminare dall’alto del loro “metodo di efficienza” tutti i lavoratori e le lavoratrici del mondo della ricerca che stanno cercando di raccapezzarsi su cosa ne verrà fatto di questo settore. Un settore che oggi, a partire dalla questione del vaccino e della guerra dei brevetti, si è rivelato in tutta la sua importanza strategica. Proprio da questo articolo, si è creato giustamente un dibattito molto ampio che ha sollevato accuse non da poco ai due Bocconi Boys. Fatto in sé che assume tutta la sua rilevanza alla luce di quello che la pandemia globale ha messo in rilievo rispetto all’organizzazione della nostra società tutta.

Mentono sapendo di mentire

Nel primo articolo (17 marzo) i due bocconiani si esprimono riguardo alla richiesta di alcuni scienziati e ricercatori al governo Draghi, fatta il 21 febbraio per chiedere maggiori fondi alla ricerca. L’articolo presenta da subito un titolo molto chiaro: “Basta fondi a pioggia sull’università”. I due bocconiani, assidui frequentatori dei più marginali atenei d’Italia, sono stufi di tutti i fondi che l’Università e la ricerca in Italia ricevono a livello pubblico, e propongono quindi, col tono di chi ha le spalle sempre protette, la loro ricetta vincente: i fondi devono in una certa misura aumentare, ma devono essere dati solo alle eccellenze, per rendere il meccanismo della ricerca più efficiente. Loro conoscono “questo solo modo”, il premiare i migliori, per rendere la ricerca italiana migliore. A loro dire, la conseguenza della scellerata impostazione che la ricerca ha avuto fino ad oggi è che poi passano gli amici degli amici e che i finanziamenti a pioggia portano con sé il clientelismo. La soluzione è perciò una concentrazione dei fondi nelle eccellenze, e conseguentemente una maggiore fetta del FFO data in quota premiale.

Si sono sentiti forti ad intervenire nel dibattito, certi che le loro ricette fossero accurate e giustificate: peccato che abbiano proposto quello che in Italia si fa già da decenni, conseguentemente ad un’impostazione europea del sistema della ricerca e dell’università. I signori Boeri e Perotti parlano con le parole dell’Europa, dell’Ocse, della Commissione, senza nemmeno citarli. Potrebbe sembrare, la loro, una bieca cecità ideologica; bisogna, però, andare alla radice. Quello che loro hanno descritto rappresenta già il modello di università che oggi ci troviamo di fronte, e che parla per la voce dei suoi ideologi per dire che ha bisogno di fondi per strutturarsi meglio e adattarsi alle esigenze che si presentano: insomma, non vogliono farsi sfuggire l’opportunità di questa crisi. Infatti, dietro ai soliti mantra che ripetono, si cela il progetto di ristrutturazione in atto a livello europeo, mirante a fronteggiare la competizione interimperialistica che con la pandemia ha subito forti accelerazioni. Il tentativo dell’UE è stato da sempre quello di misurarsi con gli altri attori come “polo della conoscenza” più competitivo, andando a adeguare tutto il settore della formazione in funzione dei compiti assegnatigli.

Se guardiamo alla realtà, quindi, vediamo come sia già in atto un cambiamento orientato da precise esigenze: una ristrutturazione, appunto, per adeguare il mondo dell’università, che negli anni passati ha avuto pochi fondi e già distribuiti in modo diseguale. Se guardiamo indietro, infatti, i fondi a pioggia nell’università forse se li sono visti solo loro alla Bocconi, ma ormai da decenni l’università pubblica si vede costantemente tagliare i fondi dei finanziamenti statali, costringendola a stringere rapporti con i privati che ritrova nel suo territorio per avere maggiori fondi. A fondamento di questa impostazione ci sono proprio i principi dell’autonomia e della competizione, costruiti a partire dal Bologna Process per smantellare qualsiasi conquista di università pubblica e creare una forte polarizzazione fra eccellenze e “università di basso livello sotto casa” (come le definiscono Boeri e Perotti parlando degli atenei geograficamente ed economicamente periferici). Impostazione giustificata a livello teorico proprio dai Bocconi Boys.

Si tratta di un progetto portato avanti indistintamente da governi di centrodestra e centrosinistra e che ha visto una forte accelerazione con la riforma Gelmini del 2009 che ha comportato un drastico taglio al FFO (intorno al 15%) e la costituzione dell’agenzia dell’Anvur per la valutazione della qualità dell’università e della ricerca. Inoltre, come giustamente ricorda anche la senatrice Cattaneo nella sua risposta all’articolo dei Bocconi Boys, il FFO era già per costituzione un metodo di distribuzione diseguale dei fondi: una componente premiale era presente sin dall’inizio (aumentata poi con la legge Gelmini), mentre l’altra parte era rappresentata da una quota storica, ovvero in base ai finanziamenti ricevuti precedentemente. In questo modo, chi riceveva di più aveva di più anche l’anno successivo, e tutti gli altri atenei si arrangiavano. Tant’è che se Boeri e Perotti leggessero i dati senza paraocchi, vedrebbero come l’FFO non basti ormai nemmeno per coprire le spese ordinarie dell’università – il che ha portato ad un fortissimo aumento dei costi dell’università, tasse in primis, soprattutto nelle loro “eccellenze” – figuriamoci se possono bastare per la ricerca di base. Se sempre di dati vogliamo parlare, si può benissimo osservare (ISTAT) come l’apporto nella ricerca in Italia da parte delle università sia costantemente in calo negli anni, sostituita invece dal mondo dell’impresa; inoltre, sempre più l’università è spinta a non occuparsi di ricerca di base, ma di ricerca applicata e sperimentale – ovvero quella che interessa al privato. Comprendiamo, però, che a persone che dai potentati prendono i soldi direttamente sia difficile comprendere che questo processo possa essere un problema.

Il fallimento del “modello Bocconi”

Di fronte all’accusa di essere promotori di un attacco neoliberista al mondo della formazione e della ricerca, Boeri e Perotti non possono fare altro che negare e accusare di malafede i loro accusatori, perché “pur essendo docenti di un’università privata, siamo convinti sostenitori dell’università pubblica”. Addirittura, fanno le vittime in quanto sono stati definiti con vari neologismi come “ordo-liberisti”. Non c’è però da farsi ingannare: Boeri e Perotti rappresentano quella borghesia che oggi vuole applicare la ristrutturazione del settore strategico della formazione e della ricerca, e devono quindi difendere a tutti i costi le basi materiali/strutturali che li sorreggono, e che oggi si ritrovano ad essere dilaniate da profonde contraddizioni. Ammettere di essere dei neoliberisti, e nello specifico ordoliberisti, equivarrebbe per Boeri e Perotti all’ammissione di essere complici di tutte le disastrose conseguenze di questo modello di formazione e di società. È chiaro che questo non possono farlo. Loro effettivamente sono questo: strenui difensori dell’ideologia dominante, in particolare di quella concezione del mondo che è l’ordoliberismo, una variante del Neoliberismo di matrice tedesca.

I Bocconi Boys fanno i finti tonti ma sanno benissimo di cosa si sta parlando, essendo loro stessi tra i più grandi divulgatori a livello nazionale ed europeo di questa ideologia che considera il mercato come un meccanismo che per funzionare ha bisogno di uno Stato forte. Uno Stato che però deve intervenire solo a favore del mercato e del profitto, un tipo di intervento che si può riassumere in “più Stato per il mercato”. Questa visione è quella stata egemone finora in Italia e in Unione Europea, è quella che ha plasmato i trattati e quella che ha modificato il mondo della formazione e della ricerca che, come tutto il settore pubblico, deve essere piegata alle esigenze della valorizzazione del capitale privato. Un modello che spacciano per superiore e più efficiente sia nei giornali che in una delle università più elitarie d’Italia, dove si forma la classe dirigente che poi influenzerà e governerà questo paese, che perpetrerà il mantra della superiorità del mercato, della supremazia della competizione per raggiungere l’efficienza. Un universo pronto a schierarsi a favore delle condizioni strutturali che garantiscono il suo privilegio.

Aldilà dei falsi miti, però, il vero modello Bocconi è entrato agli onori della cronaca proprio in questi giorni: una fila di centinaia di persone girava intorno proprio all’edificio della Bocconi per avere un pranzo caldo, in seguito al drastico peggioramento delle condizioni di vita per una buona parte della società che ha portato ben 5 milioni di persone ad essere sotto la soglia della povertà assoluta. Un disagio materiale che colpisce principalmente giovani e donne, e che ha riflessi anche su un disagio psicologico drammatico.

È sempre più evidente a tutti quindi che il modello di società che i Bocconi Boys giustificano e divulgano è in crisi sistemica, incapace di soddisfare le necessità basiche della popolazione e la cui unica prospettiva di sviluppo è basata sul regresso della condizione materiale, sociale e culturale dell’intera Umanità. Si tratta, come abbiamo più volte ribadito durante tutto il corso dell’emergenza pandemica, di debolezze sistemiche già evidenti ma sicuramente palesatesi ulteriormente con lo scoppio dell’emergenza Covid-19 e che sono esemplari nella questione della gestione dei vaccini.

Conclusioni

L’articolo uscito su Repubblica a firma di due Bocconi Boys di eccellenza, Boeri e Perotti, ha cercato come di norma di inserirsi nel dibattito pubblico per influenzarlo verso quelle che sono le solite ricette degli ordoliberisti: sostenere la concorrenza in ogni ambito, anche all’interno delle università, con l’obiettivo ultimo di rafforzare e rilanciare l’accumulazione capitalistica. Diversamente dal solito, però, si è acceso un interessante dibattito che ha giustamente fatto notare ai due economisti che il modello da loro presentato come “rivoluzionario” è in realtà quello che da anni è portato avanti nelle nostre università con tutte le storture che esso comporta.

Come abbiamo sottolineato nel testo, dobbiamo respingere il modello Bocconi, sia che sia applicato nel mondo della formazione che nella società in generale. È la realtà stessa che ci mostra che questo modello è in crisi. Purtroppo per Boeri e Perotti, infatti, la crisi economica che stiamo vivendo è in realtà l’espressione di una crisi sistemica di un intero modo di produzione, messo a nudo di fronte alla verità del suo (mal)funzionamento.

Sarebbe stata onestà intellettuale se almeno certi ideologici avessero taciuto davanti alla miseria che stanno lasciando a noi giovani, ma sappiamo bene che personaggi come Boeri e Perotti non ammetteranno mai i loro errori. Tuttavia, ora che sono palesi gli interessi che nascondono dietro a queste narrazioni e lo sfruttamento che mascherano, dobbiamo organizzarci verso un cambiamento che sia radicalmente diverso rispetto al modello Bocconi e che ponga al primo posto il benessere collettivo, a partire dal mondo della formazione e della ricerca.

La lotta NO TAP non si arresta, la lotta contro un modello di sviluppo insostenibile non si arresta!

Abbiamo incontrato gli attivisti NO TAP soprattutto per dare visibilità alle ultime vicende che li hanno colpiti, un momento che non arresta il movimento e la lotta, ma ne accresce la resistenza.
Abbiamo incontrato gli attivisti NO TAP per mostrare, contro la narrazione mainstream che viene fatta di quest’opera, la sua inutilità, gli enormi danni che porta alla salute della popolazione e all’ambiente pugliese.

Con il nome TAP si indica il Trans Adriatic Pipeline, l’ultimo tratto (che appunto attraversa l’Adriatico) di un gasdotto che parte dall’Azerbaijan e arriva in Europa.
Il punto di arrivo in Italia si trova proprio in provincia di Brindisi, a Melendugno, dove il gasdotto si congiungerebbe con la rete SNAM (Società Nazionale Metanodotti).

Il progetto, apertamente sponsorizzato dagli Stati Uniti, si inserisce in un contesto di competizione interimperialistica in cui i flussi di energia vengono modellati dagli interessi di ogni blocco.
Infatti, lungi dall’essere (come sostengono gli USA) “una struttura fondamentale per garantire energia all’Occidente” (soddisfare il 2% della domanda di gas europea non è esattamente ciò che rende il gasdotto irrinunciabile), la TAP è prima di tutto un’infrastruttura strategica per il Patto Atlantico in funzione anti-russa, in contrasto al progetto North Stream 2 che collegherebbe invece l’UE con Mosca.
Fondamentale a questo scopo è la compiacenza di quelli che sono i beneficiari più diretti dell’opera: Azerbaijan, Turkmenistan e Kazakistan. Questi Paesi, grazie al gasdotto eviterebbero di doversi appoggiare all’infrastruttura della Gazprom russa per arrivare in Europa.

Si conferma quindi come, all’interno di questa ricerca di indipendenza energetica e nuovi mercati, l’UE risulti ancora una volta il vaso di coccio tra quelli di ferro, all’interno di una NATO preda di interessi sempre più divergenti ed in competizione con una Russia che pure continua ad essere indispensabile per l’approvvigionamento fossile.

Alla luce degli interessi geopolitici e della competizione interimperialistica in accelerazione, è più chiaro anche l’accanimento repressivo contro un movimento popolare che lotta contro la realizzazione del TAP che, evidentemente, deve essere costruito ad ogni costo: a discapito degli interessi della popolazione, a discapito della devastazione ambientale.

La lotta NO TAP prende vita ben 10 anni fa, ma al di fuori del territorio di Melendugno la vicenda NO TAP comincia nel 2001-2002 in Svizzera, dove una cordata di imprenditori iniziava a prendere forma con lo scopo di presentare un progetto che fosse finanziato dall’UE. Il progetto finanziario, energetico ed economico del TAP, quindi, veniva concepito circa 20 anni fa e assume oggi una forma quanto mai anacronistica se si pensa alle trasformazioni socio-economiche che il mondo ha vissuto in questi ultimi decenni, oltre alla crescente consapevolezza pubblica sull’ambiente e sui cambiamenti climatici che è andata accrescendo negli ultimi anni. Ovviamente all’origine del TAP vi è un comitato di affari che ha sempre avuto come obiettivo da perseguire il proprio utile e il proprio profitto, e non il bene della collettività o le particolari esigenze di una popolazione (contrariamente a quanto il TAP e tutte le aziende in esso concorrenti millantino con la loro propaganda mediatica e politica). I costi dei lavori dell’opera vengano addirittura scaricati, nelle bollette, sull’utenza del singolo consumatore. La costruzione del TAP è uno dei sintomi di un modello di sviluppo capitalistico fondato sul profitto di grosse aziende private a discapito del benessere della collettività e sulla funzione del settore pubblico e delle istituzioni come subordinate all’interesse competitivo di pochi. L’irrazionalità e la barbarie di questo modello di produzione è ancora più palese adesso durante la pandemia da covid19 che ha esplicitato definitivamente che le priorità della nostra classe dirigente e politica sono la tutela delle grandi aziende private e non la salute e il benessere dei cittadini.

Oltre ad essere sulla carta un progetto già vecchio e superato, il TAP ha anche numerose falle e incompletezze: a cominciare dal fatto che la costruzione del TAP non sarebbe sufficiente ad ottenere un collegamento completo della linea del gas fino al nord Italia dato che mancano nel mezzo ampi spezzoni di collegamento. Inoltre l’inclusione di metano e di gas naturale tra le fonti energetiche più pulite (avvicinandoli alle energie rinnovabili) è completamente erronea se si pensa al bilancio dei costi energetici (per estrazione, trattamenti e trasporto) e costi umani che si porta a valori negativi e non di beneficio. Una grande opera, quindi, che come tante altre che conosciamo dalle nostre esperienze di lotta, dalla TAV alla Pedemontana, per citarne alcune, oltre ad essere mostruosa nelle dimensioni è anche inutile.

Dal punto di vista ambientale inoltre sono non poche le criticità legate al progetto. Innanzitutto bisogna pendere in considerazione le emissioni fuggitive che si manifestano lungo la linea della tubazione, in particolare in prossimità delle giunzioni in cui le pareti si prestano più facilmente alla corrosione dell’idrogeno contenuto in tracce nella miscela di gas naturale. Si stima infatti che circa il 3-6% del contenuto trasportato viene perso a causa di queste emissioni. E per di più il metano, che è il maggiore costituente di questa miscela, ha un impatto clima-alterante (come gas serra) di gran lunga superiore alla stessa anidride carbonica. Volendo confrontare il bilancio costi-benefici legati al gas proveniente dal TAP con una più tradizionale centrale a carbone, il primo non comporterebbe alcun vantaggio, né dal punto di vista economico, né ambientale ed energetico.

Inoltre il gasdotto necessita a intermittenza di impianti di pressurizzazione (detti centrali di compressione spinta) e di impianti di depressurizzazione che servono i primi a spingere il gas lungo la linea, i secondi a riscaldare il gas per evitare problemi di condensa e di variazione delle condizioni ottimali del gas, specie per lo stadio di compressione. In entrambi i casi sono necessari grossi quantitativi di energia che viene prelevata dalla combustione del metano stesso che viene trasportato, portando dunque a un consumo della materia prima trasportata e la formazione di emissioni inquinanti. Ai problemi intrinseci legati alla sostenibilità ambientale del progetto, ci sono anche problemi legati alla gestione dell’impianto, che a valle del processo di progettazione e costruzione rischia di essere la componente meno controllata del progetto. Infatti qualora ci fosse l’evenienza di avarie o di emergenze, il progetto prevede il funzionamento di un camino che liberebbe in soli 15 minuti una quantità di gas di 15 tonnellate, per ridurre la pressione di esercizio dell’impianto dai nominali 150 bar a una pressione minima di circa una decina di bar. I danni sull’ambiente e sulla popolazione circonstante, che ammonta a circa 40 mila nel raggio di soli 3 km dall’impianto, sarebbero incalcolabili e irreversibili, se si pensa a eventuali fenomeni di innesco che potrebbero causare detonazioni ed esplosioni.

In questo quadro si fa più chiara la visione di un’opera non solo invadente e di dimensioni spropositate rispetto al territorio in cui è collocata, ma anche inutile e anacronistica nella visione globale di decarbonizzazione verso cui si sta andando.

Il movimento NO TAP ha avuto una lunga gestazione. Nasce infatti nel 2011 come comitato e matura come un vero e proprio movimento nel 2017, maturando nelle mobilitazioni e nelle manifestazioni. Il primo elemento è stato sicuramente l’aspetto ambientale-paesaggistico della rivendicazione anti TAP, se si pensa alla bellezza deturpata delle campagne e delle coste salentine, oppure a quelle dell’Albania e della Grecia. Ma il movimento NO TAP non si è chiuso nella gabbia dell’ambientalismo, ma ha anzi fatto un passo avanti, guardando lungo un più ampio orizzonte il bilancio costi-benefici di quest’opera. Infatti si è visto e si è dimostrato quanto dietro al TAP si palesi un modello di estrazionismo, di finanziarizzazione e di capitalizzazione spinta, un fenomeno che si manifesta a macchia di leopardo nel mondo, non soltanto nei paesi in via di sviluppo.

Nel momento in cui infatti il movimento ha assunto posizioni più generali che andassero oltre alla vertenza ambientalista, si è registrato un intensificarsi della repressione. Al tentativo della SNAM di acquietare la popolazione di Melendugno e dei comuni limitrofi con la promessa di “compensazioni” la popolazione ha reagito con rabbia chiedendo un vero e proprio risarcimento danni, perché consapevole del danno causato dall’opera del TAP. Questa consapevolezza è stata nutrita proprio dalla visione complessiva e generale del disegno di capitalizzazione spinta messa in campo.

Lo scorso 19 marzo, dei 92 attivisti denunciati 86 hanno ricevuto condanne anche pesanti, che vanno dai 3 mesi ai 3 anni e 10 mesi di reclusione. A parte la celerità con cui è avvenuto il processo, le stesse condanne sono indice del fatto che le sentenze abbiano un chiaro indirizzamento politico, avendo di gran lunga superato nella gravità le stesse richieste del pubblico ministero. Le modalità con cui sono state condotte le indagini e intavolate le accuse rasentano addirittura il ridicolo: vengono denunciati attivisti per aver sventolato una bandiera per esempio e nelle informative della Digos si annotano dettagli sugli attivisti cercando di colpevolizzarne qualsiasi aspetto, come quello di far parte di un comitato tecnico del Comune… Un clima di repressione che si riconduce alla volontà stessa dello Stato di non difendere i propri cittadini o addirittura le proprie istituzioni locali ma gli interessi di un colosso economico, sia finanziario che energetico.

Proprio nel momento in cui con il nuovo governo Draghi è nato un nuovo ministero alla transizione ecologica, una durissima repressione si abbatte su chi da anni porta avanti lotte ambientaliste e contro un sistema ormai insostenibile da parte della natura. Il piano Colao a cui il ministro della transizione ecologica, Cingolani, ha lavorato esprime una chiara idea di qual è la visione della transizione ecologica che questo governo cercherà di portare avanti. Si tratta di un “volano del rilancio” dell’economia, utile per rilanciare i profitti e quindi velocizzare quel modello di sviluppo che ha prodotto dalle grandi opere inutili e devastanti fino all’attuale crisi sanitaria ed economica, scaricando i costi di questa ristrutturazione sul pubblico ed “escludendo opponibilità locale”. È ovvio che all’interno del rilancio che le classi dominanti intendono opporre alla fortissima crisi in corso non c’è spazio per voci e pratiche di dissenso perché quest’ultime mettono in contraddizione un intero modello di sviluppo che ha fortissimi limiti intrinseci, primo tra tutti la contraddizione tra l’accumulazione di capitali e la natura.

È per questo che movimenti ambientalisti come quello NO TAP vengono repressi violentemente e anche in maniera preventiva.
Tuttavia, la repressione ricevuta nelle sentenze delle ultime settimane, non arresta il movimento, né i singoli attivisti. Si riparte più forti di prima anche grazie alla solidarietà tra militanti e attivisti, che si organizzano nel supporto legale, materiale e umano di chi è colpito dalla repressione!

Invitiamo i compagni tutti a seguire gli aggiornamenti del Movimento NO TAP e a seguire le dirette delle prossime udienze, che si terranno nei giorni 9-16-23 aprile, in cui sarà il TAP questa volta alla sbarra e si sentiranno le testimonianze contrarie al TAP stesso.

Sosteniamo la lotta degli attivisti NO TAP:
www.notap.it/sostienici

STUDENTI INDIPENDENTI, LA QUESTIONE É: SABBIA O OLIO NEGLI INGRANAGGI?

Ci ha fatto sorridere il post con cui gli Studenti Indipendenti hanno replicato in questi giorni a una critica politica che ormai più di una settimana fa, abbiamo mosso a proposito della presenza di due figure istituzionali ad un’iniziativa dell’Assemblea di Economia dei SI fatta proprio due giorni prima del voto alle elezioni universitarie.  

Ci chiediamo come mai, una lista tanto affermata in questa tornata elettorale e che si vanta di percentuali bulgare, si sia presa la briga di aspettare la fine della campagna elettorale per controbattere alla nostra lista, Antitesi, che ha preso moltissimi voti in meno di loro. Un gigante con i piedi d’argilla al quale le nostre critiche hanno toccato qualche corda dolente? Forse sì.

E peraltro, nemmeno controbattere nel merito: quindi, o qualcuno non si accorge del nodo della questione che abbiamo posto, oppure fa finta di nulla, preferendo eludere o strumentalizzare le critiche da noi fatte alla fatidica iniziativa, semplicemente buttandola in caciara.

La nostra critica è tutta politica: chiamare in campagna elettorale, peraltro a pochi giorni dall’ondata repressiva che ha colpito gli attivisti No Tav, un esponente in corsa alle primarie del PD, con posizioni SI TAV è una scelta politica. Le voci di chi ha collaborato con il Governo Conte (ci riferiamo a Lorenzo Becchetti) o con il Comitato Economico e Sociale Europeo (Luca Jahier) non sono neutrali, ma esponenti del campo avverso, responsabili in prima persona di aver redatto i piani per il Recovery Fund secondo precisi indirizzi politici con condizionalità che peseranno come macigni sul futuro di noi giovani studenti e lavoratori.

La narrazione tossica che tutti i giorni leggiamo sui giornali, sentiamo in tv e, purtroppo, anche nelle aule universitarie non è astratta, ma è costruita da precisi partiti politici e personalità come quelle chiamate dall’Assemblea di Economia. Dare spazio a queste voci significa dare spazio all’ideologia dominante che narra una realtà falsa, completamente diversa da quella che tutti i giorni viviamo, e che punta a legittimare manovre economiche e politiche che vanno contro i nostri interessi di giovani studenti. La visione del mondo propinata dalla classe dominante è così pervasiva, addirittura all’interno dei programmi dei corsi universitari e dei libri di testo, che darle ancora spazio significa dare un altro colpo alla concezione critica e oppositiva di cui i collettivi politici dovrebbero farsi i primi divulgatori e che, soprattutto negli ultimi anni, è stata sempre più normalizzata. Di fronte all’altissimo livello di passivizzazione, di frammentazione e di depoliticizzazione del corpo studentesco universitario non possiamo permetterci di consentire, ancora una volta, a queste voci di divulgare le loro falsità: la verità è rivoluzionaria, diceva qualcuno, ma la verità costa e per affermarla quasi sempre bisogna assumersi la responsabilità dello scontro.

Lo spazio che in questi anni è stato tolto a visioni del mondo diverse e antagoniste dobbiamo riprendercelo pezzo dopo pezzo, costruendo barricate se serve, e dobbiamo dire chiaro e tondo che questo modello di università e di conoscenza volto solo alla competizione è criminale e fallimentare nella sua stessa struttura, come la pandemia sta palesando.  

Non si tratta di fare a gara fra “liste di sinistra”, ma di interrogarsi su quale funzione è più efficace per cambiare la realtà attorno a noi, specie agendo in un ambito strategico per l’avversario di classe – il mondo della formazione – nel quale trasmette la sua idea del mondo.

Nel comunicato dei SI, di fatto, viene scritto che fare iniziative con relatori filogovernativi è lo spazio oggi possibile per una soggettività di sinistra in un polo come quello di economia. Questo ragionamento è l’esplicitazione del metodo “strategico” scelto per fare politica: adeguarsi al livello di bassa politicizzazione degli studenti universitari – soggetti che statisticamente vivono una condizione socio-economica migliore di altri loro coetanei – rincorrendo questo livello al ribasso nell’illusione di “crescerlo” a poco a poco, normalizzando le critiche radicali per essere capiti/accettati meglio dagli studenti.

Mentre nel rapporto con le Istituzioni – unico orizzonte di riferimento, perché quelle sono le “cose serie” dove è importante essere legittimati come interlocutori credibili – si tenta di conquistare quel poco che ancora le amministrazioni possono e sono disposte a concedere e non, invece, costruire critica strutturale ad un modello di università e di società profondamente ingiusta. A 12 anni dalla nascita di Studenti Indipendenti i fatti parlano da soli: magri risultati per il diritto allo studio e l’irrilevanza politica/storica del movimento studentesco.

Potremmo parlare all’infinito arrivando ad affermare a un certo punto che sosteniamo semplicemente “idee diverse”. Ciò che ci preme sottolineare però, è che le norme che regolano questo mondo se studiate seriamente lasciano poco spazio alla fantasia.

Facciamo un rapido esempio: la crisi pandemica costringe il capitale ad un massiccio aumento della composizione organica, la famigerata “digitalizzazione”, questa ripropone il limite storico della caduta tendenziale del saggio di profitto, in un contesto di recrudescenza della competizione globale.

Il risultato è la drastica riduzione dei margini di redistribuzione e dunque la riduzione – nel mondo del lavoro come quello nella Scuola e nell’Università – di ogni possibilità di contrattazione sul piano sociale e politico; per farla breve, l’ipotesi che basa la strategia sulle conquiste tattiche è un riformismo fuori tempo massimo. Certo per aggregare studenti può funzionare, ma a cosa serve questo accumulo delle forze? Ancora una volta, i fatti parlano da soli: ogni volta che si presenta l’occasione per mettere sotto scacco le contraddizioni di questo modello universitario, invece di generalizzare il conflitto, si preferisce salutare le poche briciole concesse come una vittoria. In questo modo si frenano le lotte, rendendosi complici, consapevoli o non consapevoli, del processo di erosione dei diritti della nostra generazione.

Le toppe messe in campo dal Ministero dell’Università e della Ricerca durante la pandemia, come per esempio l’aumento nella notax area oppure la rateizzazione delle tasse avvenuta in alcuni atenei, hanno addirittura accelerato le tendenze strutturali già presenti nel sistema universitario italiano. Pensiamo alla polarizzazione tra atenei di serie A e di serie B avvenuta con l’implementazione della notax area che soltanto gli atenei con un avanzo di bilancio consistente possono efficacemente attuare a differenza degli atenei più poveri che invece non possono permettersela, oppure pensiamo alla rateizzazione delle tasse avvenuta in alcuni atenei, misura in gran parte inutile difronte all’elitarizzazione del corpo studentesco.

In un momento in cui l’università italiana mostra palesemente i suoi enormi problemi strutturali e la classe dirigente si dimostra impotente perché da anni prona alle esigenze dell’Unione Europea e delle sue politiche di tagli e polarizzazione del mondo della formazione, a chi giova frenare il dissenso? E, soprattutto, a chi giova slegare il dissenso studentesco dalla comprensione generale delle problematiche della nostra società?

Guardando al di fuori dell’università, nel mondo del lavoro Cgil, Cisl e Uil svolgono la stessa funzione. Nella politica, i partitini “a sinistra” del PD svolgono lo stesso ruolo, da Sinistra Italiana a Leu. Sul terreno culturale, giornali come la Repubblica, circoli culturali come l’Arci, oppure “laboratori culturali ribelli” cittadini svolgono una funzione che è sempre più difficile vedere estranea alla condizione di impoverimento e imbarbarimento in cui ci troviamo.

Poco importa quindi se si sbandiera l’indipendenza formale da partiti e sindacati se poi, nei fatti, la pratica politica produce gli stessi risultati. Un triste destino per la Link (organizzazione nazionale di cui i SI rivendicano l’appartenenza) nata con l’obiettivo di essere alternativa all’ipotesi universitaria organica alla CGIL, ovvero l’UDU (Unione degli Universitari). Su questo basta guardare all’ultima iniziativa della Link che si svolgerà tra pochi giorni i cui ospiti vanno da Lorenzo Fioramonti (ex ministro dell’università) a Manuela Ghizzoni (Partito Democratico).

Per noi, le organizzazioni politiche veramente indipendenti da una sinistra che si è fatta principale artefice del progetto imperialista dell’Unione Europea, hanno il ruolo di rispondere alle mutazioni sociali e politiche che viviamo, infilandosi nelle contraddizioni di un sistema che non è riformabile ma che va stravolto, e di  orientare il conflitto verso le contraddizioni della controparte, invece di ridimensionarlo. Chi si pone l’obiettivo di cambiare l’università e il futuro a cui siamo costretti ha la responsabilità storica di diffondere contenuti politici completamente differenti da quelli dominanti e di comunicare agli studenti che esiste un’altra visione del mondo e che questo non è il migliore dei mondi possibili, smascherando la narrazione del nemico e producendo coscienza politica.

La logica delle piccole vittorie senza una prospettiva di rottura non ha efficacia nel cambiamento della realtà. Dire “università gratuita” senza mettere in discussione le riforme universitarie volute dall’Unione Europea non significa nulla. Nella fase storica che stiamo vivendo, in particolar modo con lo scoppio della pandemia, l’aggravarsi dello scontro imperialistico tra blocchi geopolitici e i limiti intrinseci del capitalismo che vanno dalla difficoltà sempre maggiore di produrre profitto, fino alla crisi ecologica in atto, pesano sempre di più su chi è costretto a pagare questa crisi: giovani, donne e migranti in primis.

Per noi, il ragionamento non si attesta sul piano del mero tatticismo, ma su un problema di lettura generale della fase attuale. Ciò di cui, chi in buona fede, chi in mala fede, tra le vostre fila non si rende conto è che una proposta politica riformista oggi non ha alcun margine di successo se l’obiettivo che davvero si vuole raggiungere è il riscatto di una generazione. La storia insegna che le scelte sono due: o essere la sabbia, o essere l’olio negli ingranaggi. Non c’è spazio per la via di mezzo.

Noi la nostra scelta l’abbiamo fatta: abbiamo scelto di dare una spinta alla storia, agire nei processi da soggettività organizzata per incidere sulla realtà e non lasciarla come era prima.

ROMPIAMO IL SILENZIO: IL DISAGIO PSICOLOGICO È POLITICO. ORGANIZZIAMOCI!

In questi mesi, nel totale silenzio delle istituzioni, i posti letto ospedalieri stanno venendo occupati, oltre che dai pazienti Covid, anche da giovani che tentano il suicidio o che mettono in pratica atti di autolesionismo per cui rischiano la vita. Si tratta di una dilagante “crisi psicologica” che sta interessando ospedali e strutture di tutto il paese. Il primo allarme fu diramato da Stefano Vicari, responsabile dell’ala di neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, già all’inizio della seconda ondata, quando sottolineò l’incremento dei posti letto occupati da ragazzi entrati in reparto per tentato suicidio: il 100% a fine 2020, contro una media standard del 70%[1].

In realtà, la salute mentale dei giovani era un problema importante già prima del Covid e la pandemia ha contribuito ad esacerbarlo. Infatti, già da tempo in Italia il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani nella fascia d’età 15-29 anni[2]. Inoltre, secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza[3] i tentativi di suicidio da parte dei teenager in due anni (dal 2015 al 2017) sono quasi raddoppiati: si è passati dal 3,3% al 5,9%, ovvero 6 su 100 di età tra i 14 e i 19 anni hanno provato a togliersi la vita. Un dramma che riguarda soprattutto le ragazze (71%). Una fotografia che mette a nudo un crescente disagio giovanile: il suicidio o il tentativo di suicidio non sono un raptus ma l’ultimo atto di un percorso di sofferenza in cui matura il disagio esistenziale di noi giovani e che ci interroga sul tipo di società in cui viviamo.

Abbiamo già scritto come, con  la pandemia da Covid-19, si ha l’entrata in scena nella nostra storia del cigno nero, che rimette in discussione lo stato di cose presenti, dimostrando che questa non è né l’unica, né la migliore delle realtà possibili[4]. Ad un anno da quella riflessione pare evidente quanto il prolungarsi dello stato di emergenza e delle restrizioni alla socialità, alla scuola, al lavoro, alla possibilità di programmare un futuro non abbiano fatto altro che accelerare e mettere a nudo tutta una serie di storture sistemiche di un modello sociale la cui unica prospettiva di sviluppo è basata sul regresso della condizione materiale, sociale e culturale dell’intera Umanità.

L’aspetto psicologico è emblematico di questa tendenza: la volontà politica di proteggere il profitto e la produzione a danno del benessere collettivo hanno contribuito ad aumentare il senso di isolamento, inadeguatezza e di abbandono, colpendo inevitabilmente e in maniera più aggressiva le fasce di popolazione in condizioni di maggiore precarietà economica già profondamente minacciata da un modello ideologico e di sviluppo basato sul profitto e sull’attacco costante ai diritti sociali, sull’individualismo e sull’introiettamento del fallimento.

La pandemia in tal senso è la sindemia perfetta, in quanto le condizioni di disagio psicologico  si manifestano all’interno soprattutto dei gruppi sociali svantaggiati e tra giovani e giovanissimi cresciuti nella crisi e nella totale assenza di prospettive: esiste una forte componente di classe, oltre che generazionale, nel dilagare del malessere psicologico. Infatti, come emerge da studi effettuati dall’ISFOL (Istituto per lo Sviluppo Formazione Professionale Lavoratori)[5] il disagio psicologico delle fasce giovanili è caratterizzato sì da una multidimensionalità e non è riconducibile esclusivamente ad un aspetto economico, ma allo stesso tempo “risulta un numero significativamente maggiore di ragazzi con status socioeconomico basso che sperimentano disagio psichico rispetto ai ragazzi con status medio e alto”.

Si conferma così in crisi un intero sistema sociale, a partire dai valori fondanti su cui si basa: lo sconforto psicologico è infatti solo il riflesso di una società atomizzata, individualizzata, polarizzata, incapace di offrire una prospettiva di emancipazione personale e collettiva. Un fallimento che mette in discussione l’intera organizzazione sociale a partire dal mondo della formazione, dove la logica del merito, della competizione sfrenata, del “tutti contro tutti” sono le prime cose che ci inculcano nella fase dell’apprendimento.

Durante questa pandemia abbiamo avuto la conferma di quanto la competizione tra studenti e la conseguente valutazione siano priorità inderogabili della nostra classe dirigente, che punta a formare i futuri sfruttati, aumentando ancora di più le disparità. I giovani studenti, che di punto in bianco si sono trovati rinchiusi nelle proprie case, non solo si sono dovuti adattare in fretta ad un tipo di vita completamente diverso e profondamente isolante, ma hanno dovuto comunque dimostrare di saper dare il massimo, continuando ad essere messi sotto esame, in una dinamica completamente asettica e che li vedeva come pezzi di un esamificio, lontano dal vero fulcro dell’insegnamento consapevole e formativo.

Tutto ciò, oltre ad aver esasperato una realtà già esistente ed amara, ha creato profondi danni a coloro che si sono trovate vittime di queste “soluzioni”. L’impatto che l’isolamento e la DAD hanno avuto sugli studenti è certamente significativo, la didattica a distanza infatti oltre ad aver tolto il legame con il luogo fisico della classe, portando i ragazzi a sentirsi più soli, ha creato un profondo senso di disagio e disorientamento. Il 28% degli studenti dichiara che almeno un loro compagno di classe dal primo lockdown ha smesso di frequentare le lezioni, tra questi, un quarto sostiene che siano almeno tre gli studenti a non seguire più le lezioni[6]. Fra le cause principali delle assenze dalla DAD vi è sì la difficoltà delle connessioni, ma non solo, un elemento fondamentale sono sicuramente le difficoltà psicologiche e le dinamiche familiari.

In questo possiamo notare la differenza fra chi, con un sostegno economico ed emotivo più forte ed una stabilità psicologica diversa riesce a “mantenersi o mettersi in salvo”, raggiungendo l’obiettivo prefissato e chi invece rimane indietro, vedendosi negato tutto. Contrariamente a come si vuole far credere, infatti, la famiglia rappresenta il più delle volte il luogo primario di violenza fisica e psicologica che viene accentuata dalla permanenza forzata in ambienti famigliari spesso complessi e dannosi, da convivenze conflittuali e in abitazioni con spazio troppo ridotto. Non bastasse ciò, in questo pericoloso mix, si aggiunge anche la scomparsa degli affetti più cari: la morte, un concetto che prima era lontano, adesso sembra essere diventato sempre più vicino e presente, in una costante ridondanza di numeri che sono, ormai, la normalità.

La correlazione tra disagio economico, assenza di prospettive, impossibilità di immaginare il futuro e malessere psichico risulta evidente anche alla luce dell’incremento delle vendite di psicofarmaci registrato nell’ultimo anno, soprattutto tra i giovani. L’agenzia Italiana del Farmaco (Aifa)[7] ha  evidenziato nel 2020 un aumento considerevole dell’acquisto di ansiolitici rispetto all’anno precedente e rispetto alla prima fase della pandemia. Le vendite di tranquillanti in farmacia sono aumentati del 17% rispetto al marzo del 2019, quelle degli antidepressivi e degli stabilizzatori dell’umore salgono del 13,8%, e del 10% quelle degli antipsicotici.

Nonostante l’impennata vista nella prima e seconda ondata del Covid-19, analizzando i dati degli anni precedenti è possibile affermare che fenomeno del disagio psicologico e il conseguente ricorso ai farmaci (anche senza prescrizione) ha subito un processo di normalizzazione e preoccupa ulteriormente se visto in relazione alla condizione di adolescenti e giovani adulti. Secondo uno studio dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa Espad Italia 2018, i giovani italiani tra i 15 e i 19  anni sono i maggiori consumatori di psicofarmaci non prescritti in Europa (10% a fronte della media europea del 6%). Il fenomeno diventa allarmante anche alla luce dell’utilizzo fatto dai giovanissimi di psicofarmaci assunti in mix con altre sostanze legali ed illegali. Secondo le indagini ufficiali del ministero relative all’anno 2018, 880.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver fatto uso di sostanze legali e illegali a scopo ricreativo.

Crediamo fermamente che l’abuso di sostanze, la tendenza dei giovani alla ricerca di strumenti atti ad alienarsi totalmente da una realtà opprimente e priva di prospettive, non sia sintomatica di irresponsabilità generazionale o di mancanza di autodisciplina, quanto di un profondo disagio socio economico dato da un sistema individualistico e classista, che punta a scaricare la responsabilità del “fallimento” sul singolo, quando sappiamo bene che il problema è sistemico e che l’emancipazione dalla sofferenza psicologica non può che andare di pari passo con l’emancipazione politica, la lotta e il rifiuto del sistema attuale delle cose.

Per comprendere la correlazione tra impianto ideologico capitalistico e sofferenza psicologica è interessante analizzare il primato milanese dell’acquisto ed utilizzo di psicofarmaci. A Milano, città fiore all’occhiello del sistema industriale e imprenditoriale europeo, capitale dell’economia italiana e eccellenza del neoliberismo europeo nello scenario internazionale di competizione interimperialista, addensante di tutti quei valori capitalistici sopra descritti, la sofferenza psicologica è dilagante, soprattutto tra i giovani[8]. Nel 2018, le farmacie italiane hanno venduto al mese in media 6.840 confezioni di psicofarmaci, mentre la media milanese si attesta a 8.500. Nel 2018 in Italia sono state vendute 128 milioni di confezioni di psicofarmaci per un fatturato complessivo di 1,2 miliardi. Di questi, 55,2 milioni sono stati fatti a Milano e provincia.

L’aumento dell’utilizzo degli psicofarmaci è però anche causato dal modo in cui la nostra società gestisce il malessere psicologico: si relega la soluzione del problema a una dimensione puramente tecnica, competenza esclusiva di specialisti (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri) che conducono il loro lavoro riducendo a inadeguatezza individuale il nostro disagio sociale, disinnescando il suo potenziale conflittuale, e trovando nella medicalizzazione la soluzione alle situazioni di crisi e disagio psicologico. Se è vero che in alcuni casi il disturbo psichico è conseguenza di un vero e proprio “disturbo molecolare”[9], sicuramente non è possibile semplificare tutti i casi sul piano biologico e genetico – sarebbe un’operazione che trascurerebbe i fattori ambientali e sociali come determinanti nella formazione degli individui. 

All’inadeguatezza dei metodi propinati per affrontare il disagio psicologico, si aggiunge l’insufficienza infrastrutturale del settore pubblico nel gestire la problematica. Questo perché, sebbene sulla carta le ASL dispongono di svariate strutture, dipartimenti di salute mentale, unità di neuropsichiatria, servizi dedicati alle tossicodipendenze e alle dipendenze in generale, ovviamente la strutturazione che si ritrova “su carta” non corrisponde spesso alla realtà. Il sistema non è facilmente accessibile e non è integrato con la medicina territoriale, è spesso carente nell’infrastruttura, nelle attrezzature e nel personale e si presenta inadeguato nell’interagire con le esigenze della popolazione del territorio in cui è presente, soprattutto nelle aree più povere.

La stessa gestione della pandemia ha palesato le carenze di un sistema “aziendalizzato” che finalizza la salute al profitto, dalle diagnosi alle cure stesse. Senza dimenticare la fragilità del sistema data dalla precarietà di larghe fette di lavoratori del settore, dall’interdipendenza collusa con strutture private, convenzionate e non, e dalla possibilità di medici e specialisti di operare “privatamente” nelle strutture pubbliche. Il quadro peggiora se si considera la regionalizzazione del sistema sanitario, governato quindi secondo l’autonomia regionale, che causa profonde disparità da regione a regione con la conseguenza di avere “poli di eccellenza” accanto a “strutture di serie B” anche in questo settore.

CONCLUSIONI

Tutti gli studi fatti in questi mesi hanno messo in luce come sia evidente che la crisi sanitaria e sociale della pandemia è diventata crisi psicologica, soprattutto tra noi giovani. Questi dati certificano però un disagio esistenziale che già in “tempi normali” era diffusissimo e taciuto. L’unica soluzione che ci è sempre stata proposta è stata quella di ridurre il nostro disagio ad inadeguatezza individuale che andava curata con psicofarmaci o terapie personali. Risposta che ci viene data anche oggi e ce lo dimostra anche il fatto che a livello nazionale l’unica soluzione che si prospetta è quella di riconoscere alle famiglie con figli minori di 18 anni un voucher per l’accesso ai servizi psicologi e l’attivazione di altri servizi di psicologia[10].

Abbiamo quindi deciso di rompere il silenzio su un argomento, il disagio psicologico, che il mainstream definisce come un problema dovuto solo a cause di forza maggiore (la pandemia). In realtà la pandemia non ha fatto altro che amplificare una crisi economica e sociale in cui la salute psicologica era già sull’orlo di una crisi generazionale e non solo. Una società costruita sempre più dalla velocità di arrivare e realizzarsi in tempi brevi e dove il fallimento lo si vive in età ancora più precoce rispetto alle generazioni precedenti. Una società che ha cresciuto i giovani nella realtà del capitalismo senza alternativa possibile, nati e cresciuti in una crisi economica perenne e in cambiamento veloce e schizofrenico.

Indagare la crisi psicologica attraverso le crisi della società, soprattutto in questo frangente che ci ha visti catapultati, quasi da un giorno all’altro, in una pandemia globale senza precedenti, rappresenta una fondamentale chiave di lettura per interpretare il senso di isolamento, debolezza, insicurezza, ansia e incomunicabilità da cui i giovani e giovanissimi erano schiacciati già prima della pandemia. Innanzitutto si osserva la sensazione generalizzata di precarietà, che dal piano materiale si trasferisce irrimediabilmente sul piano psichico ed emotivo. La precarietà materiale è dovuta all’incertezza del futuro, che da futuro-promessa è diventato futuro-minaccia, per citare Benasayag e Schmidt nel loro testo “L’epoca delle passioni tristi”. Da un futuro su cui caricare sogni e aspettative, si passa a fare i conti con la dura ostilità prima della realtà presente, e poi del futuro. È la sensazione di trovarsi in una crisi permanente e spesso infatti si parla degli adolescenti e dei ventenni di oggi come di generazione “tradita” che non ha vissuto altro che crisi nella sua vita.

Cercare un colpevole tra i social o nei videogiochi o limitando il problema alla pandemia è una banalizzazione di una questione più profonda, un atteggiamento che le istituzioni applicano per nascondere la crisi di civiltà in cui si trova l’intera società capitalista. È per questo che il disagio psicologico può essere accelerato dalla condizione di vita che la pandemia ci ha imposto, ma non ne è la causa. Nella condizione di isolamento imposto ai giovani e ai giovanissimi, si è amplificata la sensazione secondo cui qualsiasi problema, dovere o diritto negato riguardano la singola persona. Il problema invece non è individuale, ma politico.

Diventa una questione politica, infatti, nel momento in cui la causa è legata al disagio economico, ad assenza di prospettive, all’impossibilità di immaginare un futuro diverso. Diventa politica quando i settori che secondo noi sono centrali nella società (la sanità e l’istruzione) marginalizzano le persone negando loro il diritto alla cura. Un diritto che diventa così accessibile solo a un pubblico ristretto che può permettersi un costoso servizio privato e che porta molti giovani a rimedi di “autocura”, abusando spesso di sostanze e psicofarmaci con l’obiettivo di alienarsi.

Per questo bisogna rompere la gabbia di silenzio attorno a ognuno di noi, perché i problemi di questa società vanno discussi e risolti collettivamente mettendo in discussioni le vere cause che provocano i disagi psicologici e rifiutando tranquillanti e psicofarmaci, ma organizzandoci e lottando per una società diversa in cui il benessere collettivo, sia esso materiale o psicologico, venga posto alla base della nostra esistenza.


[1]https://espresso.repubblica.it/attualita/2021/01/18/news/in-aumento-tentati-suicidi-e-autolesionismo-1.358584

[2] https://www.dire.it/07-09-2019/365100-il-suicidio-e-la-seconda-causa-di-morte-tra-i-giovani/

[3]https://www.adnkronos.com/allarme-adolescenti-raddoppiati-tentativi-di-suicidio_54jGLdn9wxiMzXmv3nh87g/amp.html

[4] https://cambiare-rotta.org/2020/03/09/coronavirus-il-cigno-nero-e-arrivato/

[5] http://isfoloa.isfol.it/bitstream/handle/123456789/1394/Isfol_FSE185.pdf?sequence=1

[6]https://www.savethechildren.it/press/scuola-e-covid-il-28-degli-adolescenti-un-compagno-di-classe-ha-smesso-di-frequentare-la

[7]https://www.aifa.gov.it/-/monitoraggio-sull-uso-dei-farmaci-durante-l-epidemia-covid-19-rilascio-analisi-per-regione-e-aggiornamento-comprensivo-dei-primi-due-mesi-del-2021-

[8] https://www.avvenire.it/attualita/pagine/boom-psicofarmaci-milano-capitale

[9]https://www.lescienze.it/news/2018/02/12/news/base_neurobiologica_trascrittoma_disturbi_psichiatrici-3860124/

[10]https://www.panoramasanita.it/2021/03/22/il-governo-si-impegna-a-investire-in-voucher-psicologici-per-la-salute-dei-cittadini/