NUCLEARE CIVILE E MILITARE: IL TEMPO DI FERMARLO E’ ORA! APPELLO PER UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DOMENICA 22 MAGGIO ALLA CENTRALE NUCLEARE DI CAORSO

A inizio giugno gli organi decisionali dell’Unione Europea compiranno gli ultimi passi verso l’approvazione dell’inserimento dell’energia da fissione nucleare nella tassonomia verde, ossia la lista di fonti considerate sostenibili e da finanziare per la cosiddetta transizione ecologica.

Nel corso degli ultimi mesi il dibattito europeo attorno al nucleare si è fatto strada sfruttando i livelli di criticità climatica raggiunti per colpa di un modello di sviluppo insostenibile sotto ogni punto di vista: umano e ambientale. Ma è stata la recente precipitazione bellica in Ucraina a rivelare la reale esigenza che le classi dirigenti europee hanno, ovvero la necessità di ridurre il prima possibile, a fronte di una maggiore spinta all’elettrificazione, la dipendenza energetica dall’estero per poter reggere lo scontro nell’era della ipercompetitività multipolare evocata dalla Von der Leyen nel discorso sull’Unione a settembre.

Sempre in quest’ottica, ma in un contesto ormai di guerra aperta, lo scorso 10-11 marzo al summit di Versailles i vertici europei hanno indicato i tre obbiettivi strategici per realizzare l’Europa della potenza. Uno di questi è proprio l’autonomia energetica con la definizione del “REPowerEU” un piano che la commissione europea deve elaborare entro la fine di maggio.

Occorre costruire un’opposizione a questo progetto guerrafondaio e climaticida, lanciamo un appello rivolto a tutte le forze sociali, sindacali, politiche e di movimento per costruire insieme un percorso che, a partire dall’importante mobilitazione in occasione dello sciopero globale per il clima del 25 marzo, ci porti ad una manifestazione nazionale domenica 22 maggio alla centrale nucleare di Caorso, luogo simbolo della storia del movimento antinucleare di questo paese che proprio nel 2022 – trentadue anni dopo la chiusura dell’impianto – vedrà iniziare le operazioni di smantellamento del reattore.

Climaticida perchè: gran parte delle fasi di estrazione e lavorazione dell’uranio sono coperte da segreto militare e non è quindi possibile valutarne l’impatto al livello di emissioni in maniera trasparente, così come sulla CO2 prodotta dal processo di decommissioning non esistono ad oggi dati certi e non li avremo prima di un decennio, quando i paesi più nuclearizzati inizieranno a smantellare effettivamente le centrali. In questo senso, la pesante eredità che la fissione nucleare si lascia dietro ce la insegna proprio la storia del nostro paese: in Italia dal 1987, anno del primo referendum vinto contro il nucleare, il processo di decommissioning dei quattro reattori italiani è solo al 30-40% e la Sogin, la società di gestione impianti nucleari italiani, prima, ha scaricato i costi enormi dei lavori sulle nostre bollette, poi, è stata commissariata. Oggi, la risoluzione sul Deposito Unico Nazionale di rifiuti nucleari si avvicina ma, se verrà gestito ancora come un S.P.A., produrrà soltanto danni ambientali e meccanismi decisionali antidemocratici.

Guerrafondaia perchè: Il nucleare civile ha anche un’altra faccia ossia quella militare. La tecnologia dell’arricchimento può produrre uranio arricchito oltre il 90% per le bombe, quindi, acquisire il controllo della tecnologia nucleare significa disporre di materiali idonei per la produzione di armamenti nucleari. Le basi americane sul nostro territorio di Camp Darby e Sigonella, gli aeroporti militari di Aviano e Ghedi contengono ordigni nucleari di vario tipo. Ed è proprio da tutte queste basi che in queste settimane partono armi verso l’Ucraina, fomentando, così, un conflitto nel quale la minaccia atomica è dietro l’angolo.

Di fronte all’insostenibilità di un modello produttivo che divora il presente distruggendo il futuro, come organizzazione giovanile comunista sentiamo l’urgenza di costruire azione pratica contro il nuclearismo, cogliendo l’eredità delle lotte passate che hanno bandito l’industria nucleare dall’Italia ed agendo in fretta, a ridosso delle decisioni istituzionali. Per fare questo, avremo bisogno di tutte quelle forze intellettuali, sociali e politiche fondamentali per lottare contro la deriva ecocida e guerrafondaia a cui questo sistema ci sta portando: la manifestazione a Caorso di fine maggio è un passo importante in questa direzione.

TAV, GUERRA, E RICERCA: RILANCIARE LA LOTTA ANTIMPERIALISTA E ANTIMILITARISTA NEI LUOGHI DELLA FORMAZIONE

Pubblichiamo il nostro contributo presente nell’opuscolo curato dal nodo Torino e cintura del movimento No Tav: “IL TAV E I CORRIDOI DI MOBILITA’ MILITARE EUROPEA” di cui riportiamo qui sotto l’indice completo:

1- “Chi non si muove non sente le sue catene” – Nicoletta Dosio
2 – “Il Tav all’interno dei corridoi di mobilità militare europea” – Assemblea No Tav Torino e cintura
3 – “La persecuzione contro il movimento No Tav ha la Nato come mandante” – Sergio Cararo
4 – “Tav, guerra e ricerca: rilanciare la lotta antimperialista e antimilitarista nei luoghi di formazione” – Cambiare Rotta
5 – “Il MUOS e la guerra nel Mediterraneo” – No Muos
6 – “Mediterraneo allargato: l’intervento militare italiano all’estero e le aziende piemontesi dell’industria bellica” – Assemblea antimilitarista torinese
7 – “Le reti di trasporto trans-europee e la guerra” – Centro studi Sereno Regis
8- “Resistere, resistere e ancora resistere per poter far si che i giovani possano ancora esistere” – Alberto Perino

Tav, guerra e ricerca: rilanciare la lotta antimperialista e antimilitarista nei luoghi di formazione

Martedì 13 luglio 2021 si è tenuta al CSOA Gabrio l’iniziativa “Il Tav all’interno dei corridoi di mobilità militare europea”, a cura dell’Assemblea No Tav Torino e Cintura. I moltissimi spunti, delle riflessioni e dei vari interventi tenuti da giornalisti ed esperti di relazioni internazionali, militanti storici del Movimento No Tav e da movimenti e lotte territoriali antimilitariste, aveva l’intenzione di approfondire e indagare l’aspetto strategico e militare della grande opera della TAV Torino-Lione.
L’opera, infatti, rientra tra i corridoi TEN-T (Reti di Trasporto Trans-Europeo), e in particolare fa parte del corridoio V, che dovrebbe collegare con una serie di infrastrutture la capitale ucraina a quella portoghese. Le reti TEN-T fanno parte di uno dei progetti di mobilità militare più ambiziosi lanciati nell’ambito della difesa europea, un programma che vede la collaborazione di tutti 25 i paesi membri della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO).

In un momento storico segnato da una competizione sempre più aspra tra blocchi geopolitici internazionali, il polo imperialista europeo cerca di tenere il passo nella competizione anche sul piano militare, avanzando e costituendo strumenti e progetti di difesa comune e di maggiore collaborazione tra i paesi membri; tra questi il progetto della mobilità militare trans-europea e delle reti TENT-T ricopre un ruolo fondamentale. La pandemia in questo senso ha dato una forte accelerazione, infatti, proprio il parlamento europeo sottolinea che le risorse del fondo Next Generation EU rappresentano un’opportunità unica per garantire lo sviluppo delle reti centrali TEN-T entro il 2030.

Ecco spiegata l’importanza strategica per l’Unione Europea di una grande opera come l’Alta Velocità Torino-Lione, un’opera che oltre a comportare un impatto ambientale devastante per il territorio e ad essere un enorme spreco di risorse e di finanziamenti pubblici, rappresenta un tassello fondamentale nella costituzione della mobilità militare trans-europea. Infatti, proprio attraverso la lente dell’importanza che la TAV ricopre sul piano militare e della strategicità che ricopre a livello nazionale ed europeo, possiamo leggere l’ingente militarizzazione a cui è sottoposto il territorio della Val di Susa che è stata formalmente dichiarata dal governo italiano area di interesse strategico a livello nazionale, la presenza dei militari e di centinaia di truppe di occupazione all’interno del cantiere e tra i paesi, le strade e i sentieri della Val Susa, oltre all’insensata repressione poliziesca e giudiziaria che si abbatte da trent’anni contro i militanti del movimento No Tav.
All’interno di questa iniziativa, come Cambiare Rotta abbiamo portato un contributo che approfondisse il ruolo che ha il mondo della formazione, dallo specifico dell’Università di Torino collusa con il sistema Tav fino al generale delle università italiane, nello sviluppo della ricerca militare.

Nell’ultimo anno, insieme ad altri collettivi No Tav presenti in Università, abbiamo portato avanti un percorso che denunciasse e si opponesse agli accordi di ricerca che legano l’Università di Torino a TELT, la società che ha in appalto il progetto dell’Alta Velocità Torino-Lione. TELT finanzia alla nostra Università delle borse di ricerca che sono volte a dimostrare, contro ogni evidenza, quanto la TAV Torino-Lione sia in realtà un progetto ecosostenibile. L’Università di Torino, quindi, garantisce una facciata green e ambientalista ad un progetto che, com’è confermato da diversi studi tecnici, ha in realtà un impatto ambientale altissimo per il territorio e la salute della popolazione della Val di Susa.

I temi che, come Studenti No Tav, abbiamo portato avanti sono stati ovviamente la denuncia di questi accordi siglati dalla nostra università, nonché più in generale gli effetti che anni di privatizzazione della ricerca universitaria hanno prodotto.
Un elemento poco indagato e che l’iniziativa ha posto molto ben in luce è la portata del progetto TAV aldilà della sua insostenibilità sociale e ambientale: il TAV non può essere ridotta solo a un’opera “inutile e dannosa”, ma ha un strategico sul piano militare di un soggetto geopolitici come quello dell’Unione Europea che nella competizione con altri soggetti geopolitici deve rafforzarsi anche in questo settore.

Se ciò è vero, se il TAV Torino-Lione ha un’utilità sul piano della mobilità militare e diventa un tassello per rafforzare la costruzione della difesa comune europea, allora è chiaro che la complicità di Unito nel sistema TAV ha una portata ancora più grave, perché significa che Unito collabora attivamente e mette a disposizione lo sforzo intellettuale dei propri ricercatori per giustificare un progetto utile alla mobilità militare all’interno dell’UE.

Certo questa non sarebbe la prima volta che Unito mette la propria ricerca al servizio di scopi poco nobili. Ne sono un esempio gli accordi con il Technion di Haifa, il Politecnico israeliano che collabora con diverse aziende che producono le armi e le tecnologie militari come droni, bulldozer impiegati direttamente nell’occupazioni israeliane in Palestina. Questo destino in realtà non è riservato solo ad Unito: almeno 135 università italiane ( tra cui lo stesso politecnico di Torino e il prestigioso politecnico di Milano) hanno siglato accordi con Israele e lo stato sionista rappresenta un eccellente collaboratore all’interno di quello che è stato il programma quadro Horizon 2020 dell’Unione Euorpea in materia di ricerca e sviluppo.

Scienza e Guerra

La carenza strutturale di finanziamenti pubblici alle università italiane, e il processo di privatizzazione del mondo della formazione che dagli anni ‘90 ad oggi è andato sempre più ad acutizzarsi, producono molto spesso che la ricerca universitaria e scientifica venga finanziata da attori economici privati, con il risultato che questa è sempre più sottoposta e strumentalizzata a perseguire gli interessi economici dei privati che vi investono. La privatizzazione del sapere e della ricerca universitaria fa sì che non si possa affermare veramente che questa sia neutrale, soprattutto quando persegue obbiettivi che sono volti a portare avanti gli interessi del capitale, o peggio ancora, quando è finalizzata allo studio delle tecnologie e della ricerca legata all’industria bellica.

Come ha sottolineato lucidamente il Prof. Angelo Baracca negli incontri con gli studenti del Corso di Laurea in Scienze della Pace, da sempre la scienza ha trovato impiego in campo militare: basta pensare al progetto Manhattan alla fine della seconda guerra mondiale, alle scuole estive promosse dalla NATO sulla fisica delle particelle elementari o ancora ai fisici impiegati nella commissione Jason durante la Guerra in Vientnam. Se la non neutralità della scienza è una questione ormai evidente, allo stesso tempo però è chiaro che, in un momento di forte crisi economica in cui la conoscenza e la ricerca possono rappresentare un vantaggio competitivo , si assiste a un cambio di passo. Ciò avviene sia in termini quantitativi (se si guarda ad es. qual è l’entità dell’ impiego degli scienziati per la guerra) sia qualitativi (cioè quanto la scienza è al servizio di questo Modo di Produzione Capitalistico).

In una dinamica di competizione e scontro tra potenze imperialiste è evidente che l’escalation militare e l’aggressione (non solo economica) non sono che il culmine di questa competizione.

È in questo contesto che va letta l’ attenzione che l’UE riserva affinché la ricerca sia indirizzata in una determinata direzione: da un lato infatti rimane la necessità di collocare l’Italia in uno scacchiere atlantista (le basi militari Nato nella nostra penisola sono lì a confermarlo) in contrapposizione a potenze come la Cina e la Russia; dall’altro lato però l’unione europea si deve attrezzare per rendersi sempre più autonoma come potenza imperialista, ristrutturandosi.

L’uscita della Gran Bretagna dal progetto europeo, con la Brexit, segna per gli stati membri un’avanzata su questo versante. Fatto fuori l’elemento che più ostacolava l’intento degli stati membri di darsi un impianto militare comunitario, si è registrata una vera e propria impennata da parte delle istituzioni centrali dell’UE nel portare avanti questo obbiettivo. Nel 2016, Junker istituisce l’European Defence Fund, un fondo volto a finanziare la ricerca e a sostenere progetti industriali militari. D’altra parte la pandemia ha dato un’ulteriore accelerazione a questo processo: basti pensare a come il Next Generation Eu getti le basi per la riorganizzazione produttiva dell’UE implementando gli investimenti in green economy, nella digitalizzazione, nel settore hight tech, per non parlare della ristrutturazione delle filiere produttive volte a sopprimere le cosiddette industrie zombie in favore di veri e propri campioni europei, investendo ovviamente in formazione (e in spesa militare).

A questo proposito le commissioni Difesa di camera e Senato già ad aprile avevano stabilito che una parte dei fondi in arrivo da Bruxelles fosse dedicato anche al settore militare per «la produzione di nuovi mezzi e sistemi d’arma green volti a incrementare, vista la strategicità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attivazione a programmi specifici promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie». Già allora si sollecitava il «dialogo con la filiera industriale e i centri di ricerca anche nell’ottica di creare distretti militari intelligenti». Un vero e proprio greenwashing dell’industria delle armi.

D’altra parte già nel biennio 2019-2020 l’Ue ha stanziato 500 milioni di ero nel settore della costruzione di armi e nello sviluppo della relativa ricerca, 100 dei quali destinati ai progetti Eurodrone e Euromale al fine di sviluppare nuovi mezzi destinati allo spionaggio o all’attacco. Tra le industrie che hanno potuto copartecipare al progetto troviamo, ovviamente Airbus, Dassault e Leonardo Finmeccanica, leader nel settore militare.

Infine è interessante notare come, nella riorganizzazione della formazione universitaria rientrino anche le stesse Scuole di Applicazione dell’Esercito e delle Accademie militari, come avvenuto negli scorsi mesi fra Torino e Modena: al tavolo di confronto a cui hanno presenziato le principali figure dell’ateneo, della regione e il sottosegretario di Stato alla Difesa. Lo scopo e gli obiettivi erano chiari: finaziarela formazione militare e puntare a creare modelli di eccellenza anche in questo campo, rendendo più efficienti queste scuole in base ai nuovi ruoli che vengono richiesti alle figure militari, specie in paesi in cui le contraddizioni sociali si fanno più acute. Incontri come questi ci parlano quindi di una progressiva militarizzazione della società oltre che della stessa gestione della pandemia affidata dall’oggi al domani non a medici esperti ma direttamente al Generale di Corpo d’Armata come Figliuolo. Che le forze dell’ordine non facciano gli interessi di una collettività ne abbiamo una prova evidente in Valle di Susa dove per portare avanti un’ opera criminosa come il TAV migliaia di agenti rendono le autostrade loro personali corsie d’emergenza chiudendole ai civili, arrivando lacrimogeni ad altezza uomo e subordinando alla questura le decisioni delle stesse istituzioni locali che a gran voce rigettano l’opera.

Come Organizzazione Giovanile Comunista si rende quindi necessario costruire dentro e fuori le università una forza antimilitarista e antimperialista capace di opporsi al progetto militare e imperialista europeo che proprio nelle scuole e nelle università viene portato avanti sottotraccia.

Significa anche svelare il volto aggressivo dell’Unione Europea che da anni viene dipinta come unione di popoli e garante di pace: le aggressioni in Libia, l’appoggio incondizionato allo Stato Sionista di Israele, la complicità con i fascisti ucraini dimostrano con evidenza che intorno ai confini europei la guerra non si è mai interrotta. Allo stesso tempo le riforme lacrime e sangue imposte ai paesi del Sud Europa ci parlano di un altro attacco, quello allo stato sociale, al lavoro all’istruzione che invece conosciamo più da vicino e di cui, con la pandemia, paghiamo ancora più duramente gli effetti.

La lotta No Tav assume quindi ancora più di prima una centralità rinnovata come lotta contro un intero modello di sviluppo che devasta, uccide e depreda ma anche perché significa opporsi alla costruzione di progetti di mobilità militare all’interno di territori europei utili al polo imperialista europeo per competere a livello militare.

NOI NON CI ARRUOLIAMO! DALLE UNIVERSITA’ AI TEATRI DI GUERRA: BLOCCHIAMO LA FILIERA DELLA MORTE!

La guerra infracapitalista con alleanze a geometrie variabili tra diversi poli in competizione tra loro, è passata negli ultimi anni da una sempre più feroce guerra commerciale, finanziaria e monetaria alla vera e propria guerra guerreggiata in Ucraina, alle porte dell’Europa.

E’ necessario chiarire da subito che la guerra in Ucraina è cominciata ben prima dell’invasione Russa dello scorso 24 febbraio, per una corretta ricostruzione degli eventi bisogna risalire almeno a otto anni fa, all’epoca del golpe di EuroMaidan orchestrato dagli imperialismi USA e UE che ha trascinato l’Ucraina in una guerra civile (costata ad oggi più di 14.000 morti) contro la regione del Donbass.

Ciò nonostante nella percezione comune domina un’interpretazione ribaltata della realtà in cui le “democrazie occidentali” vengono dipinte come vittime. Questa mistificazione non è solo il prodotto recente di un propaganda di guerra trasmessa a reti unificate dai mezzi d’informazione mainstream, ma rivela anche il consolidamento di una cultura sciovinista europea coltivata in decenni di lavoro delle classi dirigenti europee e dei loro terminali locali.

In questo quadro è allarmante il marcato contributo – salvo rarissime eccezioni – degli intelettuali, del mondo artistico e accademico all’interventismo mascherato da pacifismo 2.0. Applicando un ipocrita doppio standard tra guerre di serie A e guerre di serie B si sostiene la necessità della presa di posizione netta: censura, limitazione dell’agibilità politica e democratica, accettazione della torsione autoritaria, ostracismo culturale russofobico e interruzione di ogni canale di relazione con “il nemico” sono gli strumenti con cui anche il mondo della cultura si arruola al servizio del nostro imperialismo trascinandoci verso una guerra generalizzata, oltre alla creazione di una legittimazione strisciante di episodi di violenza quotidiani che rischiano di sfociare in veri e propri pogrom.

Ma oltre l’ideologia c’è di più, infatti, ora più che mai emergono esplicitamente le strettissime relazioni tra i poli dell’alta formazione e l’apparato militare-industriale europeo. Una tendenza che da anni denunciamo indicando la funzione che la ricerca pubblica svolge al servizio di scopi bellici e militari: da accordi di ricerca a patti di committenza e collaborazione assistiamo all’entrata nei nostri atenei di aziende private, organi nazionali e sovranazionali che detengono una funzione militare e legano ad essa quella che dovrebbe essere una ricerca pubblica volta invece al bene collettivo. Com’è possibile che questo si verifichi? A quali conseguenze porta?

Di questo sapere piegato alla guerra e alla morte avevamo avuto un esempio con i recenti accordi firmati tra Politecnico di Torino e Frontex (Agenzia Europea di guardia di costiera e di frontiera), accordi simili erano già presenti in altre università del Paese: Salento, Sassari, Bologna, Bari, Venezia e il Politecnico di Milano. Esistono poi rapporti diretti con la NATO, ad esempio con le Università di Genova e Bologna. Fino ad arrivare ai progetti portati avanti dal colosso della tecnologia militare Leonardo (accordi presenti in varie forme in moltissimi atenei della penisola e anche con Istituti Tecnici Superiori) e accordi bilaterali di ricerca con Israele e finanziamenti dello stesso Pentagono.

In tutto questo le stesse relazioni internazionali (con la presenza nella NATO e i rapporti con gli USA e Israele all’interno delle Università) hanno un ruolo chiave, per una competizione globale sempre più accentuata e una politica di potenza che è insita nel modello di sviluppo dominante, in una fase in cui l’Unione Europea mira a configurarsi sempre più come soggetto autonomo e dove l’innovazione tecnologica diventa punta d’avanguardia dei vari attori in gioco.

Infatti a livello europeo, se l’innovazione e la ricerca militare diventano punta d’avanguardia per la competizione, l’università si inserisce in quella filiera produttiva che, tramite i grandi competitor, va a rafforzare il polo europeo all’interno dello scacchiere globale. Non a caso nel consiglio Europeo del 16 dicembre, anche in relazione a una riorganizzazione economica europea in atto col Next Generation Eu e a nuovi ‘’equilibri’’ nello scacchiere globale, veniva evidenziato proprio il ruolo cruciale di un rafforzamento militare dell’UE a livello mondiale, ben da prima del conflitto in Ucraina.
L’istituzione dell’European Defence Fund è la precisa concretizzazione di questi processi ed indica bene non solo una direzione sempre più accentuata presente già da prima del conflitto, ma il ruolo chiave che la ricerca pubblica universitaria gioca in questa partita, ovvero 8 miliardi di euro di fondi stanziati per il periodo 2021-2027 dall’Unione Europea per incentivare la ricerca militare a scopo di difesa e l’industria legata ad essa. Cifre che sono destinate ad aumentare dopo l’accelerazione delle ultime settimane.

Un ruolo importante lo svolgono inoltre all’interno di queste dinamiche tutte quelle aziende del comparto bellico che, come delle vere e proprie lobby, rafforzano la collaborazione con le università e sempre di più compiono ingerenze nei meccanismi decisionali.

Su questo un ottimo esempio è la Leonardo s.p.a che ha rafforzato entrambi questi aspetti. Sono presenti infatti dei Leonardo Labs che, in collaborazione con i centri di ricerca universitari, sviluppano nuove tecnologie e brevetti che verranno utilizzati nella produzione bellica; la stessa azienda inoltre stringe collaborazioni con i nascenti ITS, su cui il governo Draghi ha messo in chiaro la necessità di riforme e investimenti.

Non è un caso, infatti, che diversi dirigenti di Leonardo abbiano ricoperto importanti funzioni governative: primo fra tutti Minniti, oggi alla guida di una fondazione di Leonardo che continua a stringere patti con il governo e che ha rivestito la carica di Ministro dell’interno, dove la sicurezza europea delle frontiere del mediterraneo ha fatto un grosso passo avanti: rafforzamento dei patti con i tagliagola libici e potenziamento delle agenzie di protezione dei confini. Oggi, invece, abbiamo Cingolani al ministero della transizione ecologica, pronto ad utilizzare la fetta più grande del Recovery Plan per il rafforzamento degli interessi strategici dell’Unione Europea e degli interessi dei potentati economici di cui si fa portatrice.

Un aspetto da non sottovalutare inoltre è il tipo di ricerca che si nasconde dietro questo progetto scientifico di rafforzamento bellico (ovvero quei tipi di ricerca individuati come ”dual use”). È facilmente verificabile che i progetti con cui questi attori si stringono alle università non si chiamano “Bando di ricerca per la produzione di bombe sterminatrici”, oppure “studio dell’Intelligenza artificiale per i droni da guerra” ma spesso si nascondono dietro a bandi e ricerche che presentano superficialmente fini completamente diversi: ovvero una ricerca militare spacciata per uso civile.

È il caso, ad esempio, del Centro Euro-Mediterraneo per il Cambiamento Climatico, con importanti sedi di ricerca a Bologna e Lecce: dietro questi studi si nascondono infatti le collaborazioni con Frontex ed Israele, insieme al Centro Italiano per la Ricerca Aerospaziale e a tante Università della nostra penisola. Un altro esempio è la fondazione Bruno Kessler, Fondazione che collabora con Leonardo e con l’università di Haifa (che in Israele è la punta della ricerca bellica) e che figura come partner in diversi progetti per l’intelligenza artificiale, per le strategie di gestione per le rotte migratorie, e così via.

L’attuale modello universitario non presenta nessuna differenza infatti fra ricerca bellica e ricerca civile, in quanto tutta la ricerca sfruttabile viene indirizzata a scopi bellici – purtroppo, spesso c’è poca trasparenza in questo senso, anche verso le migliaia di ricercatori e di professori che in questi centri pubblici lavorano in buona fede. Questi si inseriscono perfettamente in quella filiera produttiva che, in tempi di emersione dello scontro, viene immediatamente indirizzata verso le esigenze di difesa strategica, trasformandosi in una vera e propria filiera della morte che collabora alla devastazione e destabilizzazione di moltissimi paesi in giro per il mondo, con guerre che ben prima del conflitto ucraino erano taciute dai media e portate avanti nel falso nome dei diritti e della democrazia da parte dell’occidente.

L’alveo all’interno del quale tutto questo si svolge è proprio quell’Unione Europea che negli ultimi trent’anni si è configurata come l’edificazione politica a difesa di potentati economici e lobby militari. È importante ribadire quindi l’impossibilità di coesistenza che c’è tra l’idea di ricerca pubblica a servizio della società e la filiera della guerra a cui oggi le università concorrono. Né tantomeno può sussistere un’università pubblica ed emancipatrice all’interno della cornice politica dell’Unione Europea e delle sue strategie di difesa militare che nei prossimi anni verranno implementate, a maggior ragione dopo questa escalation ai confini orientali.

Questa rapida, e non esaustiva, panoramica vuole concentrare l’attenzione sulla tendenza alla guerra che in questi decenni è stata portata avanti, sottolineando il ruolo dell’Unione Europea che sfrutta crisi e guerre per accelerare il processo di strutturazione in superstato imperialista, un progetto che vede nell’alta formazione un asset strategico.

È necessario quindi portare avanti percorsi che puntino a interrompere qualsiasi tipo di relazione con ambiti bellici e apparati militari. Denunciando l’utilizzo e la finalità che i progetti di ricerca, i percorsi curricolari e i dottorati con queste imprese e con questi bandi assumono, soprattutto con una guerra alle porte di casa in cui il nostro paese, l’UE e la NATO giocano un ruolo protagonista. Non possiamo tollerare che il nostro sapere sia messo al servizio degli attori di morte e della guerra!

Marzo 2022

Ucraina: anticomunismo e repressione. Alexander e Mikhail Kononovich liberi subito!

Si fa un gran parlare, anche in alcuni ambienti della sinistra, dell’attuale stato ucraino come soggetto aggredito. Se facciamo finta che il conflitto sia cominciato circa 15 giorni fa, questa affermazione può sembrare vera, tuttavia noi non ci allineiamo a menzogne di questo tipo. Il conflitto ucraino è cominciato con il colpo di stato filo-occidentale risalente a otto anni fa, che ha cambiato radicalmente la faccia dell’Ucraina come stato e anche il suo equilibrio interno come popolo multietnico e “di cerniera” fra mitteleuropa e Russia (e anche area turca, in parte).

Ebbene, dopo gli eventi del 2014, l’elenco delle atrocità di stampo schiettamente squadrista compiute dalle milizie naziste di Kiev, integrate nel suo esercito, sono innumerevoli, ma molte di esse hanno un solo denominatore comune: colpire tutto ciò che abbia assonanza con il socialismo, la storia del movimento dei lavoratori, nonché i lavoratori con la maggiore tradizione sindacale (ad esempio, i minatori del Donbass). Tali elementi sono artificiosamente confusi e considerati tentativi di influenza della nazione russa sull’Ucraina.

Non è un caso che lo stesso Putin, nel suo famoso discorso pre-invasione, si sia premurato appositamente di smentire questa versione sulla “genesi russa” del socialismo sottolineando che, al contrario, solo la presenza della Russia attuale garantisca la vera de-comunistizzazione rispetto a quanto resta dell’URSS.

L’ultima notizia dolorosa e grave è il rapimento dei fratelli Alexander e Mikhail Kononovich, due ucraini “dell’ovest” antifascisti e della gioventù comunista ucraina. Ora si teme siano sottoposti a torture uccisi.

Le dispute intorno alla simbologia sovietica e a tutto ciò che richiama l’organizzazione dei lavoratori risalgono, come detto, all’inizio degli scontri fra i golpisti e separatisti dell’est. L’episodio più importante (ma che a stento ha sfondato il mainstream in occidente) è la strage nella sede sindacale di Odessa del 2 maggio 2014, dove circa 50 persone vennero massacrate bruciate vive o assassinate a seguito di terribili torture (ad esempio, una donna incinta venne strangolata con i cavi telefonici).

Successivamente, prima dell’inizio della guerra vera e propria fra est e ovest del paese, la questione si spostò sul piano simbolico, in particolare sulle statue di Lenin e di Stalin: mentre i primi embrioni di milizie nel Donbass si formarono anche a protezione di tali statue e simboli sovietici simili, i golpisti ne abbatterono più di 5000.

Ciò non vuol dire teorizzare che nel Donbass i comunisti stessero per prendere il potere come avanguardia della classe organizzata, tuttavia il senso comune e le organizzazioni dei lavoratori aveva un ruolo complessivo nella società e nella lotta onestamente antifascista di quel popolo, che dura ancora ora.

Nell’ovest, invece, sotto il pugno di Kiev, il clima è ben diverso. Nel corso degli anni, membri di alto livello delle organizzazioni comuniste, fra cui il Segretario dell’ istituzionale Partito Comunista dell’Ucraina (da sempre vicino alle componenti politiche più marcatamente filo-Mosca), assieme ai compagni di altre organizzazioni come, ad esempio, Borotba (che nel 2014 si sobbarcarono un giro dell’Europa occidentali per chiarirci l’intera vicenda) sono stati aggrediti, detenuti, costretti a rifugiarsi all’estero o nel Donbass, talvolta uccisi.

Successivamente, è arrivata la messa al bando anche ufficiale per le organizzazioni comuniste. Da notare che quella legge formalmente equipara nazismo e comunismo, anticipando la risoluzione che ha approvato il Parlamento europeo nel 2019.
Tuttavia, la conseguenza di tale provvedimento è stata l’esclusione totale dei simboli comunisti dai documenti ufficiali dello stato, mentre i nazisti continuano ad imperversare in tutte le istituzioni, in primo luogo nell’esercito, fingendo, di non essere nazisti solo quando intervistati dai media occidentali. Da allora, i comunisti sono costretti ad agire in forma totalmente camuffata, quando possibile.

Ora, con l’invasione russa, ci ha raggiunto la notizia del sequestro dei fratelli Kononovich, che potrebbe precorrere ad un’altra fase di repressione acuti nei confronti dei comunisti e degli antifascisti ucraini.

A tutti questi compagni, in questo momento schiacciati fra la repressione governativa e le conseguenze pratiche della guerra, costretti a fuggire dalle bombe, dalle squadracce neonaziste e dall’arruolamento obbligatorio, esprimiamo il massimo della solidarietà e continuando a mobilitarci per impedire che questa guerra prosegua.

Guerra alla guerra imperialista! Da euromaidan all’invasione russa: il conflitto ucraino nella competizione globale

Pubblichiamo una raccolta di articoli e contributi usciti in queste ultime settimane e non solo rispetto al conflitto che si sta svolgendo in Ucraina.

Di fronte alla propaganda bellicista che tutti i mass media ci propongono riteniamo fondamentale dotarsi di strumenti di controinformazione per fornire un orientamento su quali sono i reali interessi in gioco e su come siamo arrivati a questo conflitto.

Senza pretesa di esaustività proponiamo questi articoli proprio con questo scopo.

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Russofobia e sciovinismo europeo

Gli eventi che si stanno susseguendo in queste ore segnano un’esplosione di russofobia senza precedenti recenti in tutto l’Occidente capitalistico, con l’Europa in prima fila. 

Tutto ciò che è russo in ambito culturale, sportivo, artistico, accademico entra nel tritacarne di un nuovo maccartismo, senza incontrare alcuna opposizione nelle “sfere alte” della società, che oramai hanno sdoganato questa forma di razzismo, quasi imponendola. Fortunatamente, di tanto in tanto, vengono fuori voci critiche, che costringono taluni a tornare parzialmente sulle proprie posizioni.

A cominciare è stato lo sport, con l’esclusione della nazionale russa dai playoff per i Mondiali di calcio prima e di tutte le squadre russe di club dalle competizioni FIFA e UEFA poi in seguito è arrivata la Federazione Automobilistica Internazionale, che ha inteso cancellare il Gran Premio di Russia di Formula 1 e, in più, in Inghilterra non potrà gareggiare il pilota russo. Ieri è arrivata l’assurda esclusione degli atleti russi e bielorussi dalle Paralimpiadi, il tutto dietro il paravento dell’irregolare svolgimento delle competizioni a causa del rifiuto da parte di altri di gareggiare contro la Russia.

Fra chi ha manifestato dissenso rispetto a queste decisioni, accanto a qualche atleta russo, spiccano alcuni calciatori provenienti dal mondo islamico, i quali hanno sottolineato il doppio standard utilizzato dagli organismi sportivi nei confronti degli USA e Israele, mai soggetti ad alcuna sanzione, per cui si sono rifiutati di prendere parte ad iniziative/sceneggiate ufficiali contro la guerra in Ucraina.

In Italia ci si è scatenati in ambito culturale. Non poteva non essere in prima fila l’amministrazione comunale PD di Milano, che ha cacciato un Direttore d’Orchestra russo della Scala. Poi abbiamo il caso del festival fotografico Fotografia Europea,  in programma da fine aprile a giugno a Reggio Emilia, che avrebbe dovuto avere la Russia come paese ospite, annullato. A seguire, la Galleria dell’Accademia a Firenze ha annullato il prestito delle opere del Museo Puskin di Mosca e persino il festival del libro per ragazzi di Bologna ha annunciato di voler interrompere la collaborazione con organizzazioni russe, così come ha fatto SIAE, la quale ha annunciato la sospensione del pagamento dei diritti d’autore alle omologhe russe.

Vi è, infine il caso più clamoroso, relativo ad un corso breve su un’opera di Dostoevskij che avrebbe dovuto tenere lo scrittore Paolo Nori presso l’Università di Milano Bicocca: la rettrice prima lo ha annullato, poi, grazie, alle rimostranze esterne è tornata sulla sua decisione a condizione di presentare anche uno scrittore Ucraino, ricevendo, però, al momento in cui scriviamo, il diniego dello scrittore a tenere le lezioni.

Queste esclusioni e annullamenti di eventi a volte sono giustificati col fatto che si tratti di dover aver avere a che fare con enti russi oppure con singoli personaggi che non hanno preso le distanze dalla guerra, altre volte riguardano pure chi ha preso pubblicamente le distanze dalla guerra.

La russofobia nel vecchio Continente, in realtà, ha radici che risalgono all’800, ovvero a dopo il fallimento della campagna di Russia da parte di Napoleone Bonaparte. In quell’occasione, le classi dominanti principalmente di Inghilterra e Francia, impressionate dai successi militari zaristi, diedero vita ad ogni forma di ostracismo nei confronti della Russia e di tutto ciò che fosse russo, che colmò con l’invenzione di una serie di stereotipi anti-russi e di un fantomatico testamento di Pietro Il Grande, nel quale si paventava l’intenzione, da parte dell’impero dei Romanov, di espandersi in tutta Europa. 

Tutto sommato non ci discostiamo di molto rispetto alle roboanti dichiarazioni guerrafondaie di questi giorni rilasciate  ai massimi livelli delle cancellerie europee, in cui si paventa che la Federazione Russa voglia tenere l’Europa in stato di guerra per decenni, al fine di espandersi al suo interno. 

Ed in fondo, il dato più impressionante è proprio che si sta cercando di implementare i prossimi passaggi di costruzione del polo imperialista europeo, nel senso di un suo rafforzamento da un punto di vista militare, avendo come fondamento ideologico la russofobia, in quanto, appunto, per parafrasare le classi dirigenti europee, ”l’espansionismo russo ci accompagnerà per i prossimi decenni, quindi dobbiamo armarci contro di esso”. Una retorica sempre più diffusa che lascia spazio e legittima, con l’aiuto di una narrazione unilaterale del conflitto,a episodi di violenza nei confronti della comunità e di tutto ciò che viene associato alla Russia nei territori occidentali.

Testimonianza ulteriore di questa direzione russofoba  è il persistente appoggio e consegna di armamenti, da parte dei paesi europei, nei confronti dei gruppi paramilitari dell’estrema destra ucraina, inquadrati nell’esercito di Kiev dopo il colpo di stato del 2014.

Tali gruppi, per lo più si rifanno all’ideologia di Stepan Bandera, fondatore prima dell’anti-sovietica Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e, in seguito, dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, che combatté come collaborazionista del regime nazista contro l’URSS durante l’Operazione Barbarossa. 

Ebbene, tale ideologia paventa una superiorità della razza ucraina (in quanto ariana) rispetto a quella russa, la stessa che vediamo, di fatto, in opera da parte dei nostri politici e dei nostri media quando fanno risalire l’inizio del conflitto ucraino all’invasione russa nei confronti dell’Ucraina occidentale di una settimana fa circa, proclamando che si tratta del “primo conflitto portato nel cuore d’Europa” dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. 

Gli assalti delle bande naziste ai danni delle popolazioni, per lo più russe, del Donbass che durano da 8 anni, evidentemente, non riguardano l’Europa e una popolazione degna di essere posta sullo stesso piano di quelle europee.

Ecco, il nuovo nazionalismo europeo che ha come sua punta di lancia i suprematisti ucraini e come caratteristiche fondative la russofobia e l’anticomunismo sono il segnale che siamo di fronte ad un imperialismo putrido e guerrafondaio da abbattere radicalmente.

Precisiamo che con ciò non vogliamo negare l’esistenza di un’identità ucraina, come invece fa, da sempre, il nazionalismo grande-russo e, da ultimo, Putin, il quale, in maniera farneticante, addebita a Lenin la nascita e lo sviluppo del movimento nazionale ucraino, anche nella sua versione aggressiva e razzista, in quanto gli avrebbe regalato artificiosamente uno stato. Peccato, però, i banderisti si riversarono contro il bolscevichi, mentre lo stato ucraino era una Repubblica Socialista Sovietica. Il discorso, quindi, si rivela totalmente contraddittorio

La lingua, l’identità ed il movimento nazionale ucraino pre-esistono alla Rivoluzione d’Ottobre, la quale gli diede legittimazione ed uno stato. 

L’operazione di identificare il nemico per l’imperialismo occidentale in una cultura tutta, che legittima sempre di più un escalation di violenza col pericolo di arrivare a veri e propri pogrom, ci mette davanti a un rafforzamento non solo militare ma a una vera e propria giustificazione ideologica dell’espansionismo europeo.

Combattere queste derive irrazionali e il sempre meno strisciante sciovinismo europeo che le accompagnano sono un ulteriore terreno di lotta contro una guerra che é stata cercata e voluta in primis dagli imperialismi occidentali. Noi non ci arruoliamo!

Fuori la Nato e il nucleare dall’Italia, Guerra alla guerra!

Domenica 6 marzo, ore 14:30, presidio alla base nato di Ghedi

Gli imperialismi occidentali, Stati Uniti e Unione Europea, per anni, hanno soffiato sul fuoco della guerra espandendo la NATO sempre più a est e lavorando alla costruzione dell’esercito europeo. Dopo otto anni di provocazioni, la risposta Russa con invasione dell’Ucraina ha riportato la guerra guerreggiata alle porte dell’Europa. In questo contesto l’Unione Europea finanzia l’acquisto e la consegna di armi allo stato ucraino. Al di là della retorica che dipinge l’occidente come pacifista, la realtà è ben diversa: nessuna diplomazia politica, ma soltanto la spinta a combattere contro la Russia con l’obiettivo di rafforzare l’imperialismo europeo.

Mentre il nostro paese invia armi e soldati verso oriente, sul nostro territorio le basi militari e NATO sono in allarme. È il caso della base militare di Ghedi, in provincia di Brescia, dove sono contenute caccia F35 e armi nucleari (in particolare bombe B-61) e dove soldati italiani e americani cooperano da anni pronti a mettersi al lavoro in caso di guerra. Ghedi, come anche Aviano, sono del tutto implicate all’interno del meccanismo guerrafondaio che Unione Europea, Italia e NATO stanno attuando sulla pelle di chi, in questi anni, ha già pagato una crisi economica e sociale pesantissima. Per questo, praticare realmente pacifismo e antimilitarismo significa lottare contro la presenza della NATO nel nostro paese e per l’uscita dell’Italia dalla NATO, uno strumento dell’imperialismo occidentale che ha ormai dimostrato la sua natura direttamente offensiva.

Tutta questa situazione è resa ancora più pericolosa dai tipi di armamenti che potrebbero essere usati all’interno del conflitto in atto e quindi soprattutto le armi nucleari contenute, in gran numero, a Ghedi come in altre basi militari italiane e statunitensi. Quando, in questi mesi, abbiamo organizzato momenti di iniziativa e di lotta contro il ritorno del nucleare civile nel nostro paese, abbiamo sempre evidenziato il dual use di questo tipo di energia: da un lato, un’energia pericolosa e inquinante dal punto di vista dell’estrazione e dei rifiuti che produce, dall’altro un’energia intrinsecamente connessa con gli armamenti dal momento che i suoi scarti, contenenti uranio impoverito, sono i detonatori delle armi nucleari. Quindi, la terribile guerra a cui stiamo assistendo fa cadere definitivamente la maschera green e positiva che, soprattutto in questi ultimi mesi, il ministro Cingolani e l’Unione Europea hanno valuto dare all’energia nucleare nell’ottica di implementarla per rendere l’UE il più possibile indipendente dal punto di vista energetico.

Costruire centrali nucleari significa implementare la produzione di armamenti nucleari, quindi, l’energia nucleare, da un lato, non è sostenibile e rappresenta solo un tentativo dell’UE di farsi strada nella fortissima competizione sul piano energetico come, proprio in queste settimane, dimostrano i tentativi di fare a meno del gas russo, dall’altro è un passo in avanti verso la guerra.

Per questo sabato 6 marzo saremo alla base NATO di Ghedi per manifestare contro la guerra imperialista, per l’uscita dell’Italia dalla Nato e contro politiche energetiche ecocide, guerrafondaie e che rischiano di spazzare via da questa terra il nostro futuro.

8 MARZO. GUERRA E OPPRESSIONE? SOCIALISMO O BARBARIE!

8 marzo, scendiamo in piazza come giovani, studentesse e studenti in lotta per un’alternativa di sistema.

GUERRA E OPPRESSIONE? SOCIALISMO O BARBARIE!

Siamo nel vivo di una profonda crisi del modello di sviluppo occidentale, che si è diffusa e manifestata in tutti i settori della società e in maniera esplicita, in ultimo, con l’escalation militare in Ucraina. Il modo di produzione capitalistico sta facendo emergere le sue contraddizioni strutturali alle quali cerca di rispondere riorganizzandosi dal punto di vista produttivo ma anche ideologico, come vediamo anche per quanto riguarda la condizione femminile. 

Per questo non possiamo che partecipare allo sciopero e alle piazze indette, come ogni anno, nella data dell’8 marzo ma con ancora più rabbia e affermando che contro la guerra imperialista e l’oppressione di genere e di classe l’unica alternativa alla barbarie del presente, sul piano economico quanto quello culturale, è costruire il processo rivoluzionario verso il socialismo.

L’8 marzo, come il 1 maggio, è una data socialista. Infatti, fu la Conferenza internazionale delle donne socialiste, convocata a Copenaghen il 29 agosto 1910, che decise di istituire, su proposta della socialdemocratica tedesca Klara Zetkini, in seguito fondatrice del Partito Comunista tedesco (Kpd), la “Giornata internazionale della donna”. L’evento che suggellò la data fu però in Russia nel 1917, quando le bolsceviche diedero vita allo sciopero delle operaie di Pietrogrado, dando inizio alla Rivoluzione di febbraio. “Al grido di pace e pane, le operaie di Pietrogrado con la bandiera rossa sono scese nelle strade l’8 marzo [24 febbraio per il calendario giuliano] per festeggiare la giornata internazionale del proletariato femminile. Fu questo il grande segnale della rivoluzione che distrusse l’autocrazia…” così scriveva l’Ordine nuovo, il giornale gramsciano, nel 1921.

È per noi importante recuperare la storia del movimento per l’emancipazione femminile e il grande apporto che le comuniste e i comunisti in tutto il mondo seppero dare per la costruzione dei diritti delle sfruttate, al fine di riannodare i fili della storia e rilanciare la prospettiva rivoluzionaria, oggi più che mai necessaria.

È oggettivo, infatti, che con la rivoluzione di ottobre in tutto il territorio dell’Unione Sovietica la condizione femminile raggiunse enormi miglioramenti sia dal punto di vista dei diritti delle donne sia di una reale eguaglianza sociale, economica e politica. Miglioramenti che in altri paesi capitalisti non si sono mai visti o sono visti parzialmente solo decenni dopo. Nell’URSS, ad esempio, la stessa industrializzazione fornì la base per l’indipendenza economica delle donne e fu uno strumento per rompere la gabbia dell’oppressione, mentre nel capitalismo, oggi come allora, lo sviluppo industriale ha rappresentato un mezzo di sfruttamento e miseria. 

Anche a Cuba, fu con il trionfo della Rivoluzione Castrista che si iniziarono a consolidare i diritti delle donne. Fu il primo Paese al mondo a firmare la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e ad investire massicciamente in istruzione, sanità e ricerca pubbliche e per tutti.

Oggi, di fronte al palesarsi della crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, le classi dominanti occidentali si preparano a nascondere sotto il tappeto le proprie colpe e i propri fallimenti, anche nel campo della condizione femminile e della violenza di genere.

Per questo lavorano a tutti i livelli, dall’Unione Europea fino alle nostre scuole e università, per “dipingersi di rosa”. Ma chi alimenta questa trappola ideologica sulle spalle delle donne e delle fasce popolari, per nascondere la propria responsabilità verso un sempre maggiore peggioramento delle condizioni di vita e un presente fatto di abusi e massacro sociale, troverà la nostra azione organizzata come giovani rivoluzionarie e rivoluzionari che ogni giorno lottano per abbattere l’oppressione e le ingiustizie. 

La lotta antisessista e contro la violenza sulle donne viene strumentalizzata dal capitale per un tornaconto puramente economico, di potere e di mantenimento dello status quo. Non esiste emancipazione e parità nel concetto liberale di “empowerment” e “imprenditorialità femminile”, per il quale vengono previsti nel PNRR assurdi investimenti. Si tratta infatti di una prospettiva di emancipazione individuale e di élite, mentre la maggioranza delle donne è rappresentata da manodopera sfruttata e subordinata alla figura maschile. Il capitalismo utilizza infatti le strutture patriarcali pre-esistenti per i suoi fini: dividere le donne, categoria tra le più colpite dalla crisi economica, tra quelle che hanno le caratteristiche per ‘fare carriera’ (particolare carisma o bellezza, propensione per le materie STEM, ecc.) e quelle che invece sono destinate a non avere un futuro.

Di conseguenza smascheriamo chi, soprattutto direttamente e indirettamente legato al centro sinistra, sostiene la superiorità occidentale o dell’Unione Europea rispetto ai diritti delle donne e usa questa retorica per nascondere la violenza del capitale, di questo modello socio economico e dell’imperialismo. La costruzione del polo imperialista europeo, spacciata per un processo di integrazione, benessere e democrazia, ha causato solo un divario sempre maggiore fra classi e tra Sud e Nord Europa. Noi stiamo con le donne e i popoli oppressi e in lotta, contro la violenza e la barbarie delle guerre e le catene dell’imperialismo occidentale e della Nato. 

Sono stati mesi in cui le studentesse e gli studenti in tutta Italia hanno riacceso la miccia del conflitto. Muovendosi non solo contro un modello scolastico ingiusto, specchio di questo sistema di sviluppo diseguale, ma ridando centralità alle battaglie di una generazione senza prospettive. E opponendosi ad un sistema assassino e alla sua violenza strutturale, la stessa che ha ucciso Giuseppe e Lorenzo in fabbrica, che causa un sempre maggiore imbarbarimento sociale e culturale, miseria, molestie, guerra e morti sul lavoro. 

Lo gridiamo a gran voce allora, “O socialismo o barbarie”. Siamo consapevoli infatti che per il futuro delle donne e della nostra classe abbiamo un’unica soluzione: impegno militante quotidiano, che non si ferma alla data di mobilitazione dell’8 marzo, per una prospettiva che può solo che essere rivoluzionaria. Contro la guerra e l’oppressione.