LACRIME DI COCCODRILLO SULLE STRAGI IN EUROPA

Siamo scesi in strada, insieme a Ross-a Bologna e con la campagna Eurostop, per mostrare una solidarietà vera alle vittime degli attentati di tutte le stragi, quelle degli attentati jihadiste e quelle delle bombe della NATO, e contestare chi invece come il PD versa lacrime di coccodrillo e sostiene chi semina guerra su tutti i fronti ai confini dell UE.
Siamo scesi in piazza come già nelle mobilitazioni nazionali contro la guerra del 16 Gennaio e del 12 Marzo per urlare con la città di Bologna che gli interessi dei lavoratori e degli studenti non vanno subordinati all’ennesima guerra (quella in Libia) e le troppe che già vengono portate avanti.
In questi mesi il PD continua a portare avanti la sua falsa retorica sulla sicurezza, militarizzando le università, e riempiendo le città di militari armati, che il più delle volte servono solo a fermare persone senza biglietto nell’autobus, e a fischiare dietro le ragazze.
Continueremo ad additare tra i responsabili di quest’ultima e di tutte le stragi la NATO e i suoi interventi armati, l’UE e le sue politiche imperialiste, il PD e la sua retorica ipocrita.
Solidarietà a tutte le vittime di tutte le stragi!
BASTA GUERRE!

Qui di seguito il testo del volantino distribuito

Troppo facile oggi, da parte del PD, chiamare un presidio in solidarietà alle vittime di Bruxelles. Troppo facile, oggi, da parte di un governo che ha già un piede in Libia e sostiene le guerre ai confini dell’Unione Europea in Ucraina, Kurdistan e Siria, versare lacrime da coccodrillo sulle stragi avvenute nel cuore del nostro continente.

Le guerre si fanno in due, l’ha ricordato persino Crozza nel suo intervento a Ballarò di ieri sera, “oggi hanno attaccato loro, in guerra si fa così, un pò attacchi tu, un pò attacco io”. Non possiamo dimenticarci dei bombardamenti, delle stragi, delle vittime che dai mass media italiani sono zittite e censurate. Quei morti siriani, iracheni, libici, ucraini, esistono e sono stati uccisi dai raid NATO, dagli eserciti statunitensi e dei paesi europei. Quelle morti hanno scopi e mandanti.

Troppo facile, oggi, dimenticarsi che la destabilizzazione di intere aree globali è funzionale alle politiche di potenza europee, e che ha come fine lo sfruttamento e l’annichilimento di territori e popolazioni.

Troppo facile, oggi, dimenticarsi che le morti e le devastazioni quotidiane ai confini dell’Unione Europea sono decise durante i consigi della Commissione Europea, nei vertici tra Hollande, Merkel, Cameron e Renzi, nelle assemblee NATO.

 

Dobbiamo ricordarci e renderci conto che 25 anni di nostri interventi militari sciagurati e indiscriminati hanno portato alla formazione di un nuovo soggetto internazionale, quello che viene chiamato il “terrorismo jihadista”. Da guerra asimmetrica si è dunque passati a guerra guerreggiata, combattuta non più da un solo soggetto potentissimo ma da due parti che si legittimano a vicenda. Le stragi nelle città europee permettono allo Stato Islamico di dimostrare alla folta platea di potenziali simpatizzanti la sua superiorità rispetto alle altre sigle della galassia jihadista, e al tempo stesso permettono ai governi europei di stringere il torchio sulle libertà civili e politiche, di aumentare la militarizzazione della vita quotidiana di centinaia di milioni di persone, di legittimare nuovi interventi militari. Violenza chiama violenza, quella dei nostri governi era già evidente, quella del nemico “jihadista” dietro cui si nascondono gli interessi delle oligarchie delle petromonarchie arabe che catalizzano decenni di rabbia popolare ora ci dicono che la risposta è arrivata

 

Per questo, oggi, crediamo sia troppo facile, da parte del PD, chiamare un presidio in solidarietà alle vittime di Bruxelles. Sono le sue politiche, insieme a quelle dei suoi alleati, ad aver portato morte e distruzione in Medio Oriente e Africa prima, in Europa adesso.

 

È per questo che queste sono le LORO GUERRE e questi sono i NOSTRI MORTI!

 

Se il PD continuerà a proporre come antidoto al terrorismo una Unione Europea ancora più blindata, ancora più armata, ancora più feroce e aggressiva nei confronti dei suoi abitanti oltre che dei suoi nemici… beh, non si conti su di noi!

 

SOLIDARIETA’ ALLE VITTIME DI TUTTE LE STRAGI!

FUORI L’ITALIA DALLA NATO!

FUORI L’ITALIA DALLA UE!

BASTA GUERRE!

NOI RESTIAMO  foto2ROSS@  #EUROSTOPSenza titolo-1

Contro l’ipocrisia di chi alimenta il furto di cervelli: Noi Restiamo

Oggi in tutta Italia la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) “ha chiamato a raccolta gli atenei per lanciare un allarme sul rischio di perdita di competitività internazionale”. Gli 80 atenei aderenti alla Conferenza dei Rettori hanno messo in evidenza 10 punti per inaugurare una Nuova Primavera delle Università, chiamando però come interlocutori in tutta Italia membri dell’attuale governo.
Quello stesso governo che si fa promotore di un modello educativo di stampo anglosassone, che infligge politiche di austerità ma che allo stesso tempo aumenta le spese militari.
Troviamo quindi ipocrita discutere di Università con lo stesso governo che progetta lo smantellamento di un’università pubblica per tutti.
Per questo motivo come Campagna Noi Restiamo oggi siamo stati presenti, a Roma, Torino e Bologna nei luoghi dell’iniziativa per portare il nostro punto di vista con azioni comunicative.
Anche il sindacato Usb si è espresso oggi in modo critico con un comunicato che riportiamo:
http://universita.usb.it/index.php?id=20&tx_ttnews[tt_news]=87726&cHash=b9aeaecda1&MP=63-217

Questo il testo del nostro volantino:

“Contro l’ipocrisia di chi alimenta il furto dei cervelli: Noi Restiamo!”
La situazione della ricerca e, più in generale, dell’Università italiana è tragica. Già prima della crisi l’Italia era il fanalino di coda dei paesi a capitalismo avanzato da qualsiasi punto di vista. Il paese europeo col minor numero di laureati (17%), tra quelli che spendono meno per l’istruzione (meno di un terzo rispetto a Francia e Germania), nella fascia più bassa nel garantire il diritto allo studio (meno del 10% degli studenti riceve una qualche forma di supporto). Con l’avvento dell’Austerità poi la situazione è decisamente peggiorata: Il Fondo di Finanziamento Ordinario per l’università è stato tagliato nel 2009 di quasi un miliardo, e nessuno tra i governi che si sono susseguiti ha fatto niente per correggere adeguatamente la situazione. Anzi, dal 2014 al 2015 il fondo è stato ulteriormente ridotto dal governo in carica, molti esponenti del quale interverranno nelle iniziative di oggi in giro per l’Italia. Come conseguenza di tutto ciò, il numero di giovani che ogni anno lascia l’Italia per andare a studiare o fare ricerca all’estero è esploso.
Ma se le motivazioni sulla base delle quali sono state chiamate le iniziative della CRUI in Italia sono reali, quali sono le prospettive che vengono proposte?
La direzione in cui l’università italiana sta andando è chiara. Il modello del mondo dell’istruzione e della ricerca portato avanti da tutti i governi degli ultimi anni prevede:
Una divisione tra università di serie A e università di serie B, come esplicitamente dichiarato da Renzi al Politecnico di Torino solo il mese scorso. Una conseguenza della controriforma Gelmini, che mascherandosi dietro il velo del “merito” ha provocato una concentrazione di fondi nelle mani di poche università, in gran parte del Nord Italia.
Una riduzione del finanziamento della ricerca pubblico a favore di quello privato. Questo appare evidente quando si considera che ormai soltanto il 51% delle entrate del CNR provengono dal Fondo di finanziamento ordinario del MIUR, una quota costantemente in calo negli ultimi anni.
Un’Università “fuori dal perimetro della pubblica amministrazione”, come dichiarato sempre da Renzi questo autunno alla Ca’ Foscari.
Insomma, il modello proposto è quello anglosassone confermato dalla cosidetta “Carta di Udine” stilata dal PD lo scorso ottobre: poche università di eccellenza, finanziamenti privati e diritto allo studio garantito soltanto all’”eccellenza”, con altissime tasse per tutti gli altri (ricordiamo che in Inghilterra la tassa media annuale è sopra i 10.000 euro), che lasciano gli studenti indebitati a vita. Un modello che ben si sposa con la costruzione di un’Unione Europea dove i paesi mediterranei sono relegati al ruolo di “colonia interna”, fonte di forza lavoro poco qualificata, salvo le poche eccezioni chiamate ad entrare nella classe dirigente europea.
Riteniamo quindi un’ipocrisia discutere di Università e ricerca con lo stesso governo (o membri dei partiti al governo) che progetta il completo smantellamento di un’idea di Università pubblica per tutti.

RIPORTANDO L’ITALIA NEL PASSATO

Oggi la Facoltà di Economia dell’Università La Sapienza di Roma ospiterà un incontro con Maria Elena Boschi, Ministro per le Riforme Costituzionali e i Rapporti con il Parlamento, dal titolo “Portando l’Italia nel futuro: la riforma delle istituzioni”.
L’intera università viene tirata a lucido ancora una volta per quegli eventi che fungono esclusivamente da passarella per politici e governanti (come è già accaduto negli anni precedenti con il Ministro Padoan, il Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, il Presidente dell’Inps Tito Boeri e Claudio De Vincenti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) e viene messa in bella mostra come una vetrina (sono esemplificativi i casi della concessione della città universitaria de La Sapienza per la manifestazione di tre giorni della Maker Faire e la giornata odierna “Per una nuova primavera delle Università” organizzata dalla Conferenza dei Rettori delle Università italiane in tantissimi atenei di tutto il paese).
Invece, noi studenti e studentesse assistiamo ogni giorno alla decadenza delle strutture e al peggioramento dei servizi all’interno dei nostri atenei, con i quali ormai siamo costretti a convivere e a fare quotidianamente i conti. Ecco perché non ci facciamo più ingannare dalle favole sul rilancio dell’economia paese e delle riforme strutturali che “ci vengono chieste dall’Europa”: il governo Renzi ci sta portando in un futuro fatto di precarietà e insicurezza economica e sociale.
Il mondo universitario, ancora non colpito direttamente da alcuna riforma firmata Renzi&Co, è stato messo a dura prova dalla crisi economica, ancora in corso. La contrazione del numero di nuovi iscritti e di studenti laureati dimostra non solo il declino della formazione culturale in atto, ma anche e soprattutto il gonfiarsi sempre più di quell’esercito industriale di riserva di forza lavoro giovane e senza prospettive, costretta dalle condizioni oggettive a piegarsi nella macchina di sfruttamento del lavoro (nero, precario e sottopagato). Gli studenti immatricolati sono crollati del 20% circa (65mila in meno) in un decennio, mentre la disoccupazione giovanile continua a crescere, nonostante la propaganda renziana dell’investimento nella formazione universitaria e nell’occupazione dei giovani. Il quadro è arricchito dalle considerazioni sul divario tra le università del Nord e del Sud del Paese, che vede le seconde perdere iscritti e fondi in maniera permanente. A fronte di tutto ciò, il titolo di studio accademico sta perdendo valore: non c’è bisogno di studenti laureati, ritenuti “overskilled” (più che qualificati), in un mercato del lavoro che richiede una maggior capacità di adattamento e di impiego piuttosto che competenze e conoscenze specifiche. Lo ha chiarito il Ministro del Lavoro Poletti, meglio laurearsi subito con un voto mediocre, meglio finire presto l’università per orientarsi subito al lavoro (meglio andare subito a lavorare senza neanche passare per l’università, ci verrebbe da dire). Senza voler semplificare troppo, ma il discorso è chiaro: se vuoi studiare, lo fai a tue spese (in tutti i sensi) e a queste condizioni. L’alternativa (non risultato di una scelta) è l’emigrazione: la “fuga dei cervelli indotta” è frutto di fattori critici e problemi strutturali, riguardanti le condizioni oggettive degli ultimi anni di crisi economica e sociale che si intrecciano inevitabilmente con i continua attacchi al mondo del lavoro. Di conseguenza, numerosi giovani sono costretti a emigrare: non solo per progetti di ricerca che effettivamente riconosca un adeguato compenso per determinate qualità e conoscenze, ma anche per impieghi che garantiscano un minimo di tutele sociali. Ci vogliono far credere che la disoccupazione sia colpa nostra perchè non incarniamo le aspettative del mercato del lavoro o siamo troppo “choosy”. In realtà, siamo di fronte a una ridefinizione del processo di accumulazione capitalistica e il ristrutturarsi di questo sistema passa anche per una modifica del sistema della formazione, sia come riserva di forza lavoro dalla quale attingere sempre a più basso costo che come occasione di investimento profittevole da parte di privati e imprese. Mentre assistiamo a una continua mercificazione delle conoscenze, spendibili su un mercato del lavoro internazionale, anche in Europa si delinea sempre più la contrapposizione tra le università del blocco centrale e quelle dei paesi periferici. Nelle università italiane, si palesano in maniera netta e chiara quali sono i cardini sui quali il sistema di produzione capitalistico deve ricominciare a girare: concorrenza individuale tra studenti e ricercatori, accesso ristretto sia dal punto di vista fisico (con il numero chiuso) che economico (con l’innalzamento delle tasse universitarie), messa a valore delle capacità e dei prodotti della ricerca che sappiano garantire profitti più elevati nel breve periodo, rilancio degli stage e dei tirocini non retribuiti.
Per questo motivo, non abbiamo bisogno che ci venga ribadito dal Ministro Boschi, né da qualunque altro esponente di questa classe dirigente, quale sia il percorso di riforme che il governo intende intraprendere per il futuro di questo paese, cercando per l’ennesima volta di ingannare o manipolare la realtà che tale sistema ci impone. Ancora una volta, la propaganda sul futuro, maschera di un “governo giovane”, cerca di offuscare e sviare l’attenzione dall’analisi delle misure politiche, economiche e sociali adottate e applicate nel presente. Conosciamo bene quale è il percorso già costruito e determinato (e che sta a noi rompere), soprattutto alla luce riforme già attuate, che sono sufficienti a delineare il quadro generale e a individuare gli obiettivi principali che questo governo intende portare avanti.

Quali sarebbero le misure per cui le giovani generazioni dovrebbero ringraziare questo governo?

  • Il Jobs Act, cavallo di battaglia del pacchetto-riforme del Governo Renzi e della sua demagogia propagandistica del rilancio dell’occupazione, che non ha fatto altro che indebolire ancora di più i diritti dei lavoratori a vantaggio delle imprese, le quali sfruttano nuove forme contrattuali per licenziare in maniera più facile e per poi fare finte neo-assunzioni con il nuovo “contratto a tutele crescenti”, ottenendo ingenti sgravi fiscali sulla pelle dei lavoratori, come accaduto ai 70 lavoratori del settore della logistica dei magazzini della catena di supermercati Prix a Grisignano, caso recente e non isolato. Mentre il governo continua a riproporre statistiche sull’aumentato numero di occupati, la molla del Jobs Act è già arrivata al massimo della sua estensione: come dimostrano i dati l’Osservatorio sul precariato dell’Inps, adesso che la fase di incentivi e sgravi fiscali è giunta al termine il numero dei contratti a tempo indeterminato è crollato nuovamente.
  • Le richieste incessanti di maggior flessibilità del lavoro e dei lavoratori, che hanno portato all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che prevedeva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento senza giustificato motivo, mentre adesso il datore di lavoro potrà semplicemente versare al lavoratore dipendente un indennizzo lasciandolo in mezzo alla strada.
  • Le false speranze di “Garanzia giovani”, il progetto lanciato con i fondi europei per favorire l’occupazione dei giovani, tra i 15 e i 29 anni, disoccupati o non inseriti in un percorso di studio universitario o formativo, i cosiddetti Not in Education, Employment or Training, che non ha fatto altro che consegnare alle aziende e alle imprese un enorme bacino di forza lavoro praticamente a costo zero, attraverso stage, tirocini, apprendistati e altre forme di impiego a brevissimo termine. Come se non bastasse alimentare un futuro fatto di precarietà e sfruttamento, in cui il lavoro sarà basato sempre sull’utilizzo e la diffusione di voucher (di cui si fa già ampio uso nei settori del lavoro non dipendente e che negli ultimi mesi sono cresciuti in modo esponenziale), numerosi giovani iscritti al programma e arrivati a scadenza del contratto non hanno visto neanche un centesimo di retribuzione né tantomeno un minimo di rimborso spese. L’obiettivo è l’occupabilità, non l’occupazione; queste false politiche attive del lavoro si sostanziano in un processo di “precarizzazione sin dalla nascita”, necessaria per indurre i giovani ad abituarsi a guadagnare poco, a non avere diritti, a non poter scioperare, rendendoli inadeguati e ricattabili. Buona parte dei fondi europei messi a disposizione si sono dispersi in formazioni inutili e nelle pratiche amministrative e burocratiche dei centri per l’impiego e delle agenzie per il lavoro private, arricchendone i gestori e non i beneficiari effettivi.
  • La riforma del nuovo Isee, che, come tutti noi abbiamo potuto notare, ci ha resi più ricchi senza saperlo, solo attraverso la modifica di alcuni coefficienti di calcolo; così ci siamo trovati a pagare tasse universitarie più elevate a fronte di una riduzione e un peggioramento dei servizi. L’innalzamento fittizio dell’Isee (indicatore situazione economica equivalente) ha avuto conseguenze reali devastanti per molti studenti, molti dei quali si sono trovati esclusi da borse di studio e dai bandi per gli alloggi, costringendo le famiglie, soprattutto degli studenti fuori sede, a sacrifici maggiori. Dalle borse di studio sono rimasti esclusi il 20% degli studenti che prima avevano diritto, a causa questa volta del nuovo metodo di calcolo dell’Ispe (indicatore situazione patrimoniale equivalente), per un totale di circa 28mila studenti e studentesse.
  • Il decreto Buona Scuola e alternanza scuola-lavoro, che promuove stage e tirocini gratuiti per gli studenti delle scuole superiori, paventati come opportunità e occasione di formazione per gli studenti stessi ma che in realtà forzano i giovani a fare i conti con un mercato del lavoro sempre più interessato alla mercificazione delle nostre conoscenze e alla messa a valore delle nostre capacità.

Sebbene il governo Renzi non abbia ancora varato una riforma dell’università, sta già preparando il terreno a una serie di interventi volti a distruggere il sistema di istruzione pubblica universitaria. Lo dimostra la sostanza contenuta dietro la patina di lucido con cui il PD ha impacchettato la cosidetta “Carta di Udine” lo scorso ottobre. In piena linea con le dichiarazioni estemporanee rilasciate periodicamente dal loro segretario e primo ministro.

Il continuo definanziamento delle università pubbliche in corso da più di venti anni e la crescente visione e diffusione del concetto dell’università-azienda creano numerosi spazi di intervento per i privati i quali mirano esclusivamente a trarre profitto dallo sfruttamento delle risorse pubbliche, in particolare dal lavoro dei ricercatori universitari.

Lo dimostra l’accordo tra La Sapienza e la società K-Cube, che sancisce la valorizzazione e commercializzazione dei prodotti della ricerca universitaria da parte della società in questione attraverso la svendita dell’intero portafoglio brevetti e dei progetti di ricerca, soprattutto nel settore tecnologico, farmaceutico e biomedicale. In poche parole, gli investimenti di risorse pubbliche e il lavoro di numerosi ricercatori permetteranno di accrescere i profitti privati della società, con un misero e scarso ritorno per l’università. Quella che viene presentata come un’operazione senza costi per La Sapienza (si vede che l’appropriazione da parte di privati del sapere comune pubblico non conta, o almeno non è suscettibile di valorizzazione in una voce di bilancio) viene inoltre presentata come convenienza per l’università stessa, la quale potrà godere dei frutti (miseri, ripetiamo) derivanti dalla valorizzazione e dalla commercializzazione dei suoi brevetti. “Se mancano i soldi, allora ben vengano i privati intenzionati a metterceli”, ci hanno più volte raccontato. Eppure sappiamo benissimo che non si tratta di un problema di scarsità di fondi, quanto di loro destinazione per altri impieghi (magari più redditizi): se si vuole veramente investire nelle università, perché non rifinanziarla cominciando con gli ingenti fondi che invece vengono destinati alle spese militari e ai programma d’arma, che nel triennio 2015-2017 ammontano a circa 13 miliardi (senza contare gli aggiornamenti alle poste relative all’acquisto degli F-35, fissate ai minimi ma di cui si discute un aumento)?

Cara Ministro Boschi, il futuro nel quale il quale il vostro programma di riforme ci sta portando è quello della precarietà e dell’insicurezza, del lavoro con voucher giornalieri senza tutele e garanzie, della polarizzazione e dello sfruttamento di classe, dell’emigrazione forzata per i giovani disoccupati o laureati che non trovano lavoro, della povertà economica e dell’esclusione sociale, del conflitto interno contro il mondo del lavoro e dello scenario di guerra internazionale. Per non parlare degli spazi di rappresentanza democratica: i poteri forti legati al mondo dell’industria e dell’alta finanza, come la sua famiglia sa bene, stanno impedendo la democrazia sostanziale già da molto tempo. E oggi, con la sua riforma istituzionale, anche quella formale si incrina sempre di più.

Attacco al lavoro e emigrazione giovanile: Noi Restiamo incontra Marta Fana

Il tema dell’emigrazione giovanile ha fornito il punto di partenza, nell’incontro con Marta Fana organizzato il 18 marzo da Noi Restiamo al Campus Einaudi di Torino, per un’analisi complessiva e un dibattito sulle forme che va assumendo il conflitto tra capitale e lavoro nel contesto europeo in generale, e italiano in particolare. All’intervento introduttivo con cui abbiamo presentato i punti fondamentali della nostra campagna e l’analisi generale su cui si basano, è seguito quello di Marta, che ha toccato e approfondito molti di questi nodi.

In primo luogo, l’emigrazione. Quella giovanile e qualificata è l’elemento di maggiore novità rispetto alle ondate di emigrazione che hanno interessato il nostro Paese in passato: i laureati italiani che oggi emigrano verso i Paesi del nord Europa si dividono tra un’élite culturale impiegata nella ricerca e una massa di giovani che, nonostante l’alto livello d’istruzione, sono costretti a lavori non qualificati e sottopagati. Per i secondi, l’emigrazione è una scelta resa quasi obbligata da un sistema produttivo arretrato che sempre meno riesce ad assorbire lavoratori qualificati, e dalla presenza, nei Paesi di arrivo, se non di prospettive lavorative soddisfacenti, quantomeno di garanzie sociali (vedi, per esempio, il diritto alla casa) inesistenti qui da noi.

Dal livello europeo a quello italiano: Marta ha poi spostato l’attenzione sugli elementi strutturali che, nella guerra tra capitali in Europa, sono alla base della sempre maggiore subalternità economica dell’Italia rispetto ai centri di concentrazione del capitale europeo (Francia e area tedesca allargata). A un processo di deindustrializzazione che, aggravato dalla crisi della piccola e media impresa, in Italia va avanti da trent’anni, ma che ha toccato un picco in seguito alla crisi del 2008 (con la perdita di più del 20% della capacità produttiva nazionale), si è risposto e si risponde con una serie di politiche che, invece di porvi un freno, hanno proposto, oltre a vecchi modelli produttivi incentrati sul mito della piccola e media impresa, un modello post-industriale costruito attorno al settore dei servizi. È proprio in questo settore (in particolare, in quello dei servizi alla persona) che si mostrano oggi con maggiore chiarezza politiche e motivi ideologici tipici dell’attuale fase di attacco al lavoro: start-up (riproposizione post-industriale della PMI), deflazione dei salari (attraverso forme sempre più “creative” di retribuzione: vedi voucher) e generalizzazione del precariato.

Il circolo vizioso è chiaro: alla crisi del vecchio modello produttivo della piccola e media impresa (costantemente riproposto a livello ideologico e oggetto di politiche d’incentivi con cui si tenta – inutilmente – di far fronte alla nuova concorrenza sul mercato mondiale), si pretende di rimediare, invece che con una ristrutturazione e una modernizzazione del sistema produttivo, da un lato imboccando la strada dell’economia post-industriale, dall’altro tentando di rivitalizzare strutture produttive superate; in ogni caso, abbattendo il costo del lavoro.

Alle debolezze strutturali dell’economia italiana, si aggiungono gli squilibri interni al sistema economico europeo, e normative comunitarie che vietano ogni intervento pubblico teso a sopperirvi attraverso il sostegno ai sistemi produttivi in difficoltà. Se in Paesi come la Francia lo stato è intervenuto anche pesantemente, quando è stato necessario (vedi la rinazionalizzazione dell’Airbus in crisi, con buona pace delle normative europee), in Italia si procede spediti sulla via della desertificazione industriale, tra vecchi miti imprenditoriali e paccottiglia ideologica postmoderna. Di fronte a un’Europa tanto rigida sulle norme, quanto flessibile nella loro applicazione con alcuni stati, viene in primo piano la questione politica, tanto nei rapporti tra stati membri e istituzioni europee, quanto nel conflitto di classe interno ai singoli Paesi.

Proprio la Francia, dove Marta svolge la propria attività di ricerca, ha fornito un termine di confronto con l’Italia, prendendo le mosse dalle lotte contro la nuova legge sul lavoro, calco transalpino del Jobs Act renziano. Licenziamenti facili, aumento delle ore lavorative e diminuzione degli straordinari, attacco ai sindacati in nome della contrattazione individuale: il capitale europeo suona la stessa musica in tutti i Paesi. Ciò che più stride, tra il nostro e la Francia, è la reazione del mondo del lavoro e delle organizzazioni politiche e sindacali: le mobilitazioni di massa in Francia non hanno visto nulla di analogo qui in Italia. Si sono indicate le ragioni di ciò nella persistenza, oltralpe, di una sinistra (il Front de Gauche) e d’un sindacato che riescono a conservare, bene o male, un’ottica di classe e un atteggiamento conflittuale, a fronte della sostanziale subalternità al partito di governo dell’unico sindacato di massa italiano, e del disinteresse mostrato dalla maggiore forza di opposizione (o presunta tale) riguardo alle tematiche del lavoro. Il lavoro non può difendersi, se non si organizza.

Ultimo punto toccato, nel dibattito seguito all’intervento di Marta, è stato quello del reddito minimo. Per quanto utile a garantire la sussistenza e una possibilità di vita dignitosa alle fasce più colpite dalla crisi e dall’attacco ai salari, deve essere chiaroche il terrenosu cui si gioca la vita economica e sociale (e, dunque, il conflitto che da queste scaturisce) è quello della produzione: separare nettamente il lavoratore dal consumatore rischierebbe di lasciare il processo produttivo completamente in balìa del capitale, ormai padrone di determinare e dirigere i bisogni sociali. Ma il campo di battaglia, la difesa del lavoro, non si abbandona.

Solidarietà agli antifascisti torinesi!

Questa mattina è scattata a Torino un’operazione di polizia a seguito della quale sei studenti sono stati posti agli arresti domiciliari con il divieto assoluto di comunicare con l’esterno, e una studentessa è stata sottoposta all’obbligo di firma quotidiana in commissariato. Oggetto dei provvedimenti imposti ai compagni sono diversi episodi di contestazione antifascista e antirazzista avvenuti a marzo e novembre 2015 al Campus Einaudi, quando decine di studenti si mobilitarono per respingere l’inaccettabile propaganda razzista del Mup (giovanile della Lega Nord) e del Fuan, organizzazione neofascista vicina a Fratelli d’Italia e attivamente supportata dal consigliere comunale Maurizio Marrone.

Questa nuova operazione repressiva della polizia da una parte è l’ennesima conferma del clima generale di militarizzazione e repressione del conflitto che si respira nella nostra società, in un momento in cui il governo Renzi prepara l’ennesimo intervento militare in una guerra che le potenze occidentali combattono da 25 anni in giro per il mondo a tutela dei propri interessi imperialistici. Vitale diventa quindi, per le classi dominanti, compattare la propria popolazione dietro i propri interessi rappresentati dal PD e dall’Unione Europea, e silenziare in tutti i modi il ‘nemico interno’.

D’altra parte, essa conferma anche la strumentalità della finta opposizione rappresentata dai fascio-leghisti, formalmente contrastati ma in fin dei conti tollerati perché ‘distrattori di massa’, catalizzatori del malcontento popolare non contro i veri nemici, che colpiscono le proprie e le altrui popolazioni con politiche di austerità in casa e guerra alle porte, ma verso una divisione degli sfruttati e una guerra tra poveri.

In questo quadro, un’arma ideologica che viene costantemente utilizzata è quella della difesa della cosiddetta ‘libertà di espressione’, che viene impugnata contro chi contesta un professore apertamente guerrafondaio come Panebianco, oppure viene utilizzata per negare la concessione di un’aula universitaria agli studenti impegnati a contestare l’apartheid israeliano.

Non possiamo che esprimere ancora una volta tutta la nostra solidarietà alle vittime di una repressione feroce che colpisce chi si batte contro fascisti, razzisti e simili guardiani degli interessi delle classi dominanti!

12 marzo, mobilitazione generale contro la guerra

MOBILITIAMOCI IL 12 MARZO IN TUTTO IL PAESE

Il nostro paese è in guerra. Questo è il primo fatto chiaro che va denunciato e su cui vogliamo chiamare alla mobilitazione per rompere il muro di bugie della propaganda del circo mediatico di regime.

Siamo in guerra, assieme alla NATO e a tutto il cosiddetto Occidente, da 25 anni. Nonostante i milioni di morti, le devastazioni e le migrazioni bibliche provocate da questi interventi, il nostro come gli altri governi progettano e organizzano nuove imprese militari. Queste nuove imprese sono però inserite in un quadro diverso, nella Grande Crisi che attraversa il mondo da quasi dieci anni, nelle crescenti frizioni che questa crisi sta determinando tra poli e blocchi mondiali. Non sono più semplicemente guerre neocoloniali di espansione e stabilizzazione, ma si stanno trasformando in guerre di egemonia e sopravvivenza. In questo contesto, in questa competizione tra potenze, si determinano le guerre per procura successive alle primavere arabe: il massacro siriano, l’espansione dell’IS, la frammentazione della Libia, con i suoi fronti confusi e sempre in cambiamento.

La loro guerra, come dimostrano i fatti di Parigi, torna anche nelle nostre città, nelle nostre strade, nei nostri luoghi di ritrovo. Le loro guerre non solo producono miseria, morte e sconvolgimenti sociali che sono la causa dell’esodo migratorio, ma stanno rendendo l’Europa e il nostro paese una caserma autoritaria, dove gli spazi di libertà e di agibilità democratica vengono drasticamente ridotti. La Francia ha costituzionalizzato uno stato d’emergenza che colpisce libertà fondamentali, nate in quel paese. Paese ove ora per legge si toglie la cittadinanza a chi è accusato di terrorismo e ha origini etniche e religione diverse da quelle dei cittadini “puri”. Torna in Europa così il razzismo di stato, mentre in Danimarca per legge si rapinano i profughi scesi dai barconi e la Svezia si prepara a espellere, cioè a deportare verso fame e morte, 80000 Migranti.

L’Unione Europea in guerra produce orrore e lo usa per giustificare sia la distruzione della democrazia sia le politiche di austerità. Si possono sforare i criminali vincoli del fiscal compact per comprare armi, ma non per costruire ospedali o scuole. UE e Nato, austerità e guerra sono oramai la stessa cosa.

Noi esprimiamo solidarietà e sostegno a tutti i popoli oppressi in lotta, a partire da quello curdo e palestinese, ma rifiutiamo la guerra e il coinvolgimento del nostro paese in essa.

Invece la decisione del governo Renzi di preparare e prima o poi fare la guerra in Libia ci espone a tutti i rischi terribili che abbiamo visto realizzarsi in altri paesi. Sempre più pesanti e costose sono le nostre missioni militari all’estero, da ultima quella di 1000 militari in Iraq, anche a protezione di affari privati. Intanto il nostro territorio viene militarizzato e avvelenato dagli strumenti di guerra. Si installano nuove terribili bombe termonucleari, si installano radar nocivi, si inquinano intere aree, si organizzano esercitazioni che mettono in prima linea intere città. Si comprano bombardieri e altre armi di distruzioni di massa mentre le si commercia in tutto il mondo.

Tutto il nostro paese è sempre più coinvolto nei danni, nei costi e nei nuovi crescenti rischi della guerra. Per questo bisogna mobilitarsi prima che si troppo tardi, per fermare la guerra e le politiche di distruzione della democrazia e dei diritti sociali che l’accompagnano. Bisogna farlo con tutta la forza e la determinazione possibile nel caso in cui l’Italia fosse per la quinta volta nella sua storia trascinata in una sciagurata guerra in Libia. Ma in ogni caso bisogna costruire una resistenza che risponda all’assuefazione alla guerra che ci stanno somministrando.

È necessaria una mobilitazione diffusa e permanente contro la guerra esterna e contro la guerra sociale interna che banche, multinazionali, interessi industrial militari vogliono imporci. Bisogna che l’Italia esca dalla NATO, alleanza che oggi non ha più alcuna giustificazione politica e morale.


Manifestiamo per:

La fine immediata di ogni partecipazione italiana alle guerre in corso, con il ritiro delle truppe da esse e il ripristino dell’articolo 11 della Costituzione.

Lo smantellamento delle basi e delle servitù militari, il rispetto del trattato di non proliferazione nucleare, la fine del commercio delle armi.

L’uscita dell’Italia dalla Nato e da ogni alleanza di guerra. L’Italia deve diventare un paese neutrale per contribuire alla pace.

La fine delle politiche persecutorie e xenofobe contro i migranti.

La fine delle politiche di austerità e del sistema di potere UE che le impone.

La cancellazione delle leggi securitarie che in tutta Europa nel nome della guerra al terrorismo stanno costruendo uno stato di polizia.

IL 12 MARZO IN TUTTA ITALIA MANIFESTIAMO CONTRO LA GUERRA DI FRONTE ALLE BASI E ALLE SEDI DELLA GUERRA.

COORDINAMENTO CONTRO LA GUERRA, LE LEGGI DI GUERRA, LA NATO.

PROMOTORI

Aldo Silvano Giai, Nicoletta Dosio, Fulvio Perini, Alberto Perino, Bianca Riva, Cellerina Cometto, Mira Mondo, Eugenio Cantore, Eleonora Cane, Claudio Cancelli, Valentina Cancelli, Domenico Bruno, Franco Olivero Fugera, Italo Di Sabato, Valentina Colletta, Emanuele D’Amico, Danilo Ruggieri, Manuela Palermi, Ernesto Screpanti, Nella Ginatempo, Fabio Frati, Fabrizio Tomaselli, Stefano Zai, Giorgio Cremaschi, Gianpietro Simonetto, Emiddia Papi, Mauro Casadio, Aldo Romaro, Paola Palmieri, Francesco Olivo, Michele Franco, Sergio Cararo, Luigi Marinelli, Franco Russo, Ugo Boghetta, Sandro Targetti, Leonardo Mazzei, Francesco Piccioni, Marco Santopadre, Selena Difrancescoantonio, Marco Tangocci, Giovanni Bacciardi, Vasapollo Luciano, Valter Lorenzi, Antonio Allegra, Dino Greco, Beppe Corioni, Moreno Pasquinelli, Guido Lutrario, Loretta Napoleoni, Gualtiero Alunni, Anastasi Dafne, Nico Vox, Carlo Formenti, Dario Filippini, Antonella Stirati, Maria Pia Zanni, Lorenzo Giustolisi, Sabino Derazza, Enzo Miccoli, Loredana Signorile, Mara Manzari, Roberto Vallocchia, Monica Natali, Luca Massimo Climati, Laura Scappaticci, Patrick Boylan, Sergio Bellavita, Ezio Gallori,

Movimento NO TAV, Piattaforma Sociale Eurostop, Unione sindacale di Base, Centro Sociale 28 Maggio Brescia, Ross@, Campagna Noi Restiamo, Fronte Popolare, Noi Saremo Tutto, City Strike Genova NST, Collettivo Putilov Firenze, Rete NoWar, Economia per i Cittadini, Contropiano, Partito Comunista d’Italia, Rifondazione comunista Molfetta, Programma 101, Rete dei Comunisti, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Comunista dei Lavoratori, NO MUOS Milano, Comitato Difesa Sociale Cesena, Circolo agorà di Pisa, Comitato No Guerra No NATO Brescia, Area Opposizione Cgil, Sinistra Anticapitalista, Carc, Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia,

Non studio, non lavoro, non guardo la tv

Non studio, non lavoro, non guardo la tv
Disoccupazione giovanile e fenomeni di emigrazione
Venerdì 18 Marzo ore 17.00

Campus Einaudi, Lungo Dora Siena 100, Aula LL4

La Campagna Noi Restiamo Torino ne discute con Marta Fana (PhD Candidate in Economics all’Institut d’Etudes Politiques, Sciences Po Parigi)

Presentazione del libro: “Le città e la crisi”

Bologna 10 marzo 2016  – 18:00

Quattro contesti urbani, scelti all’interno di Paesi che hanno vissuto oppure stanno ancora vivendo una fase di acuta crisi economica: Italia, Irlanda, Portogallo e Spagna sono “lette” attraverso le trasformazioni di alcune delle loro principali città e dei percorsi di miglioramento della qualità della vita degli abitanti. Strette tra le tradizioni del passato e le aspettative per il futuro, Napoli, Dublino, Lisbona e Bilbao vivono le contraddizioni di chi cerca di raggiungere l’orizzonte percorrendo, pe­rò, le strade di ieri. Ma quali misure vengono adottate dalle loro amministrazioni locali? Esistono ef­ficaci politiche urbane di contrasto all’impoverimento del ceto medio e all’esclusione di interi strati della popolazione? Come si comportano le Città quando la precarietà mina le certezze di un’intera generazione?

Quattro casi esemplari di quella parte di Europa che non si rassegna a diventare periferia.

Saranno presenti Luca Alteri e Adriano Cirulli, ricercatori dell’Osservatorio sulle città globali dell’Istituto di Studi Politici “San Pio V”

https://www.facebook.com/events/461006967435395/

FRONTIERA EUROPA – verso il 12 marzo NO WAR

FRONTIERA EUROPA / VERSO IL 12 MARZO NO WAR

L’Unione Europea tra frontiere interne ed esterne:
guerre, migrazioni, stati d’emergenza e diritti negati

Martedi 8 marzo ore 17.00 Via Centotrecento 18 Aula A

Ne parliamo con:

Attivista No Borders Calais
Antonio Mazzeo – No Muos

Organizzano:

Campagna Noi Restiamo Bologna
www.noirestiamo.org
noirestiamo@gmail.com
Askavusa Lampedusa
www.askavusa.com
askavusa@gmail.com

Aderenti alla piattaforma sociale Eurostop.info
www.eurostop.info

 

https://www.facebook.com/events/1507991792843589/

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