Caro Rettore, ti scrivo

Sì Rettore Ubertini, abbiamo risposto al suo Questionario!

A seguito di una martellante successione di mail in posta privata, mail in posta istituzionale, sms e promemoria, non ce la siamo sentita di rifiutare il confronto tanto desiderato dal Rettore.

Nel volantino allegato le nostre risposte ad alcune delle domande che abbiamo ritenuto più significative.

Qui di seguito un’ulteriore sintesi

 

 

Qual è il motivo principale per cui ti sei iscritto all’Università di Bologna e non a un’altra Università?

Partiamo bene Rettore, al primo punto del suo questionario si pone subito l’obiettivo ultimo di questa operazione: attrezzare l’Unibo alla competizione tra Atenei. In piena sintonia con la linea politica del suo predecessore Dionigi, l’uomo che ha fatto dell’Unibo uno dei fiori all’occhiello delle controriforme universitarie degli anni precedenti. Smantellare il sistema educativo passa anche per la valorizzazione di alcuni poli d’eccellenza devolvendo loro i pochi fondi pubblici rimasti e attirando capitali privati. Poco importa se questi chiederanno una contropartita nelle decisioni di indirizzo strategico per l’assetto formativo dell’Unibo.

 

 

In conclusione, ti chiediamo di indicare fino a cinque termini che secondo te sono importanti per il futuro dell’Università di Bologna. Puoi sceglierli tra quelli indicati nella lista oppure aggiungerne di nuovi negli appositi spazi bianchi; l’importante è che la somma dei termini scelti più quelli eventualmente indicati da te non sia superiore a cinque.

 

Tra quelli indicati, abbiamo scelto: Accogliente, Conoscenza, Futuro, Pubblica, Partecipazione.

Perché questi obiettivi siano realizzati, il Rettore dovrebbe rompere con il modello imposto dalle controriforme degli anni passati e opporsi alla tendenza in atto, che vuole fare dell’Unibo un polo di serie A a discapito delle università-parcheggio del Sud Italia, con l’intento di fornire al capitale del Nord Europa una certa fetta di forza lavoro qualificata costretta ad emigrare. Per tutti gli altri giovani e studenti, ci sono disoccupazione e precarietà, in cui la retorica meritocratica si scioglie come neve al sole qua come all’estero. Questa è l’idea su cui la classe dirigente europea sta delineando il perimetro della futura società dell’UE, e non ci sembra affatto che il Rettore Ubertini si discosti da questo programma.

I contenuti della cerimonia di apertura dell’Anno Accademico alcuni mesi fa, la mancata previsione di sostegno al welfare studentesco, l’appoggio al guerrafondaio professor Panebianco, l’ospitalità dimostrata a Salvini, il permesso accordato alle forze di Polizia di entrare continuamente in Università e manganellare studenti a freddo per un volantinaggio, la militarizzazione di Piazza Verdi in occasione dell’inutile Start Up Day e delle sparate di Farinetti, imprenditore da sempre attento a togliere diritti ai lavoratori e ad arraffare risorse pubbliche…sono solo alcuni degli esempi plateali di una condotta amministrativa che sembra assolutamente in linea con quella del suo predecessore e con lo smantellamento dell’istruzione italiana secondo il modello immaginato a Roma e Bruxelles negli ultimi anni, come dimostrato dall’accordo tra il ministro Giannini e il governo Merkel.

Questo questionario non ne è che una preoccupante conferma, e le Giornate dell’Identità previste per l’autunno ci sembrano un’operazione di copertura ideologica anche in vista dell’ennesima controriforma universitaria più volte annunciata dal Governo.

 

 

POST SCRIPTUM

Questo volantino viene distribuito negli stessi giorni in cui è resa nota la decisione del Senato Accademico di sospendere per due mesi alcuni studenti rei di aver contestato la retorica bellicista a cui troppo spesso le nostre aule fanno da megafono. Il Codice Etico consente anche questo. Tutti elementi che purtroppo abbiamo individuato nella missiva al Rettore, perchè evidentemente intrinseci con la condotta amminsitrativa che in questi mesi ha dimostrato di voler tenere durante il suo mandato.

Il già citato incontro con Salvini di alcune settimane fa, le felicitazioni del candidato sindaco leghista Borgonzoni di fronte alla notizia delle sanzioni, la stretta repressiva che segna un ulteriore triste avvitamento nella vita di questo Ateneo, il clamore dei sedicenti democratici di fronte alle contestazioni di alcuni mesi fa, sono tutti elementi che confermano come oggi il paventato sentimento liberaldemocratico dei sostenitori dell’austerità e della guerra faccia sempre più il paio con il rigore eurofascista di settori politici non intenzionati a rompere con l’attuale corso delle cose da Bologna a tutto il continente, ma desiderosi di farne i cani da guardia.

Solidali con gli studenti che hanno dovuto fare i conti con questo clima esacerbato, non possiamo che essere convinti una volta di più della necessità di continuare ad alzare il livello dell’attenzione sugli stessi temi che anche essi sono incolpati di aver sollevato. L’antimilitarismo e l’antimperialismo devono vivere dentro le aule universitarie e nelle nostre città, incontrandosi con chi ha orecchie per sentire perchè dalla guerra ha tutto da perdere. Dall’intervento in Libia, rimandato ma ancora in programma, salendo lungo l’anello di fuoco che ci porta fino in Ucraina e alle Repubbliche Popolari del Donbass, sono molti i focolai di guerra che divampano parallelamente alla costituzione dell’Unione Europea in competizione in uno scenario globale sempre più stretto.

Quanto fatto nell’ultimo anno con quelle forze politiche e sociali che in tutta Italia cercano di organizzare un’opposizione alla recrudescenza militare è stato un passaggio fondamentale, che va però esteso e allargato. Una volta ancora questa necessità viene oggi confermata.13262221_1710063399253687_589343478_o

 

 

 

 

13288328_1710063395920354_1294719913_o

Servi fedeli per cavalieri in difficoltà

Sono passati solo pochi giorni dal momento in cui Renzi ha deciso di cambiare l’ordine del discorso circa il referendum costituzionale autunnale, spostando il campo di gioco da quello del plebiscito personale a quello dei contenuti della riforma, e subito il mondo accademico bolognese è corso in aiuto del premier in difficoltà.

 
Dopo la recente campagna in difesa di Panebianco, contestato dagli studenti per i suoi editoriali guerrafondai, questa settimana una cinquantina di professori dell’Unibo ha nuovamente utilizzato lo strumento dell’appello pubblico in soccorso al regime, questa volta per schierarsi a favore del sì al referendum. Le scarne motivazioni della scelta, a dire il vero molto poco “accademiche” nei toni e nella superficialità che ne traspare, evidenziano la preoccupazione di questi autorevoli personaggi per la governabilità del paese, eletta a stella polare della controriforma costituzionale necessaria per mantenere il controllo sulla società della crisi.

 
Sotto le mentite spoglie di una scelta neutrale, ancora una volta ammantata dell’intoccabilità che si cerca di conferire al sapere “tecnico”, traspare chiaramente il servilismo intellettuale ed il funzionalismo ideologico rispetto a quelli che oggi sono i centri di potere dominanti: la centralizzazione autoritaria del potere ed una procedura più spedita di approvazione delle leggi, che elimini ogni possibile rallentamento in un parlamento già svuotato, realizzano la necessità di approvare decisioni calate dall’alto (Bruxelles, Francoforte e Berlino), nella maniera più veloce possibile. Come recentemente dimostrato anche in Francia, l’autoritarismo liberale non necessita più del dibattito parlamentare e di quei presidi democratici fissati dalla lotta di liberazione antifascista, recintati e distorti sin dal dopoguerra, ma oggi definitivamente soggetti all’eliminazione auspicata nella famosa dichiarazione della banca d’affari internazionale JP Morgan già nel 2013. Per il governo ogni sostenitore è buono per essere tirato sul carro in questa decisiva operazione, e la spaccatura tessuta dal PD proprio a Bologna tra le fila di un notoriamente ambiguo ANPI è stata nei giorni scorsi una buona rappresentazione di questa corsa alla coscrizione. Mentre sempre più il progetto del Partito della Nazione vede convergere attorno a sè gli interessi dei poteri forti lungo la penisola, allo stesso tempo si sta ampliando la forbice che lo separa dal consenso di massa, come confermano le contestazioni sistematicamente represse che accompagnano le visite di Renzi in ogni città. Pertanto anche la possibilità di apporre al taschino la spilletta dei valori partigiani torna in soccorso di chi ha bisogno del maggior consenso possibile per portare a termine le decisioni del governo più autoritario della recente storia italiana. In tal senso si comprende cosa abbia spinto il ministro Boschi a non provare imbarazzo quando nei giorni scorsi ha accostato tutti gli oppositori del PD ai fascisti di Casapound.

 
Ta i vari firmatari dell’appello degli accademici bolognesi, una menzione speciale merita l’ormai purtroppo celebre costituzionalista Andrea Morrone, delfino di Barbera (affiliato PD ed ora presidente della Corte Costituzionale), le cui scelte politiche sembrano più dettate dall’ansia di apparire mediaticamente e di garantirsi una posizione di potere dentro l’Università, piuttosto che da una linea di pensiero precisa. L’illustre professore, passato negli anni con scioltezza dalla partecipazione ai comitati a favore della scuola pubblica alla difesa di “Re Giorgio” Napolitano e ora in prima linea per il fronte del sì, si è dimsotrato fortemente critico nei giorni scorsi di fronte al rischio anche solo annunciato che ai gruppi fascisti non fossero concesse piazze nel comune di San Lazzaro. Il tutto in occasione di una delibera annacquata con cui l’amminsitrazione dell’interland bolognese ha dimostrato ancora una volta l’evanescenza e la pochezza di proposte che si pongano nel campo antifascista mantenendo la compatibilità con l’attuale arco istituzionale. Il professore, proponendo una lettura neutra della Costituzione (oggi di gran moda tra i costituzionalisti) che riduce tutte le ideologie a semplici e legittime manifestazioni del pensiero, promuove una interpretazione della carta costituzionale non solo molto discutibile, ma soprattutto funzionalizzata in maniera servile rispetto alle esigenze di governance del potere attuale.

 
Di fronte a queste prese di posizione, ben consapevoli dell’importante occasione di mobilitazione offerta dal referendum autunnale e del carattere eminentemente politico di una controriforma che ci vorrebbero descrivere come tecnica e migliorativa, non troveranno certo il modello di studente acritico che tanto cercano di promuovere. A partire dalla nostra comune condizione specifica, inviteremo gli studenti e i precari a smascherare il ruolo decisivo di certi loro professori nel sostenere e promuovere l’accelerazione autoritaria che si vuole imprimere definitivamente anche alle nostre latitudini e che concederebbe ulteriori spazi all’attacco dall’alto praticato oggi dal capitale globale in guerra. Non lo faremo certamente nell’ottica di preservare l’insufficienza dell’esistente, ma per metterlo ulteriormente in discussione e per costruire il nostro futuro a partire dalle fratture che oggi possono essere estese solo con processi conflittuali organizzati.

 
Questo è lo spirito con cui ci approcciamo alla manifestazione nazionale contro il Governo prevista per il weekend precedente alla scadenza referendaria autunnale e lanciata ieri dalla Piattaforma Sociale Eurostop al termine di un’intensa giornata di confronto intellettuale e militante, nella cornice napoletana del convegno nazionale “Italexit”.

 
Una sifda tutta aperta e a cui ci accostiamo con entusiasmo.

No ai divieti sulla Palestina, gli studenti occupano un’aula

Ieri al Campus Einaudi di Torino gli studenti della campagna “Studenti contro il Technion” hanno occupato l’aula E2 del complesso dopo la risposta negativa da parte delle autorità accademiche a concedere un’aula affinché si potesse ragionare di Palestina, di Nakba, di occupazione israeliana.

La motivazione del diniego che doveva essere puramente burocratica – in pratica la richiesta era stata fatta da uno studente anziché da un gruppo e senza la presenza di un professore dell’università che partecipasse all’iniziativa – in realtà nascondeva contenuti molto più politici. Torino è infatti famosa per le relazioni che le sue università intrattengono con le università israeliane e in particolare proprio con il Technion nei confronti del quale da tempo è attiva una consistente campagna di boicottaggio.

L’iniziativa di ieri pomeriggio, organizzata con la sigla “Studenti contro il Technion” e promossa dalla “campagna Noi Restiamo” di Torino e da “Progetto Palestina”, ha avuto un’ottima partecipazione, all’incirca un’ottantina di persone si sono presentate all’assemblea tenuta dal Prof. Joseph Halevi dell’università di Sidney.

Il tema dell’iniziativa era la Nakba, non soltanto come fatto storico e come risultato delle politiche colonizzatrici sioniste ma anche come risultato di strategie, rivelatesi poi errate, da parte dell’allora URSS che sommandosi all’iniziativa delle potenze capitaliste hanno contribuito alla creazione di una ferita ormai da tempo aperta.

palestina1Partendo dalla storia del 900 della Palestina, con la rivolta del 1939 stroncata dagli Inglesi che fiaccò fortemente il movimento di liberazione della Palestina, giocando poi un ruolo importante nella sconfitta della guerra del 1948, si è poi proseguito l’excursus citando la proposta di Lord Peel che prometteva la fine dell’immigrazione ebraica nella regione e la impossibilità di acquistare terreni per gli Ebrei. E poi ancora la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite che assegnava il 55% del territorio agli ebrei e solo il 40% agli arabi, l’immigrazione “illegale” di ebrei provenienti da tutto il mondo in terra palestinese dopo la Seconda guerra mondiale, con il benestare implicito di Londra, lo scontro inizialmente interno tra l’esercito di liberazione arabo e le Haganah (formazioni militari ebraiche) che poi è sfociato nella guerra del 1948, dalla quale Israele è uscita vittoriosa e che ha portato alle successive fasi di colonizzazione selvaggia. Come ha detto il Prof. Halevi non un solo insediamento israeliano è nato da solo, ma da insediamenti arabi espropriati e su terre requisite ai contadini e ai legittimi abitanti. In tutto questo scenario si svolge il grande esodo, la Nakba, che portò 750.000 palestinesi ad abbandonare le loro terre. I loro discendenti sono adesso circa 4’500’000 sparsi per centinaia di campi profughi in tutto il Medio Oriente, e il cui ritorno in Palestina appare allo stato assai lontano.
palestina2In ultima analisi un’ottima iniziativa, nonostante divieti e censure, per ricordare non solo un evento così catastrofico come la Nakba, ma anche le responsabilità internazionali che si ebbero nel creare una situazione che 68 anni dopo continua a trascinarsi in una regione dove quotidianamente si sente parlare di palestinesi uccisi ai checkpoint senza alcun motivo. Ma anche per dimostrare come l’università sia sempre un luogo più chiuso al dibattito e all’approfondimento di certe tematiche, assoggettata ai poteri forti, che ha abdicato al suo ruolo di creazione di saperi critici, trasformandosi in un luogo gestito all’insegna di un conservatorismo che non esita a concedere un’aula a gruppi fascisti come il FUAN ma che la nega a chi si ripromette di toccare temi scomodi.
Un comportamento scontato, d’altra parte, per un sistema universitario torinese che afferma di ispirarsi alla difesa della democrazia e alla coltivazione libertà di espressione, ma che fa affari d’oro con aziende che sperimentano le proprie tecnologie sulla pelle di un popolo asfissiato da 68 anni di occupazione militare.

68 anni dalla Nakba e l’università censura

Il 15 Maggio si celebra l’anniversario della Nakba (catastrofe in arabo), ovvero l’invasione dei territori palestinesi avvenuta nel 1948 da parte dell’esercito israeliano, che ha costretto oltre 700.000 palestinesi a fuggire dalle proprie terre. Ancora oggi moltissimi Palestinesi vivono fuori dalla Palestina, costretti a vivere in campi profughi, vittime della repressione israeliana. Ancora oggi Israele impedisce il ritorno di milioni di rifugiati palestinesi e attua politiche razziste nei confronti dei cittadini israeliani di origine palestinese. A 68 anni di distanza, la Nakba non si può certamente dire superata.
Proprio in questi giorni, all’interno della campagna Studenti contro il Technion, le studentessi e gli studenti di Progetto Palestina e di Noi Restiamo Torino avevano richiesto un’aula universitaria per poter svolgere al Campus Einaudi una conferenza sulla Nakba con il Prof. Joseph Halevi. La risposta da parte dell’università è stata negativa per ben due volte, nonostante la richiesta sia stata fatta correttamente e sicuramente non ci sia un problema di disponibilità di aule.
E’ inaccettabile che proprio l’università, luogo che per eccellenza dovrebbe essere aperto a iniziative e dibattiti, non dia spazi per trattare un tema ancora così fortemente attuale. Non è però la prima volta che l’università nega l’aula: sempre nell’ambito di Stop Technion, a marzo, gli studenti si sono visti negare l’aula con la scusa che mancasse un contraddittorio e di conseguenza sono stati costretti ad occuparla.
Dopo decine di conferenze su altri temi organizzate in università negli ultimi due anni, per le quali le aule non sono mai state negate anche in assenza di contraddittorio, è chiaro in realtà che le scuse dell’università mascherano la precisa volontà di mantenere il silenzio sulla questione palestinese prendendo così tacitamente una posizione..

Per questo ci impegniamo a ricordare a tutti e a tutte che l’appuntamento è domani nella Main Hall del Campus Luigi Einaudi alle 17:00 per procedere con l’iniziativa e combattere la censura universitaria sul tema palestinese.

 

 

Palestina, 68 anni di Nakba

MARTEDI’ 17 MAGGIO, H 17

CORSO LUNGO DORA SIENA 100

 

La Nakba, la “catastrofe” del 1948, coincidente con la nascita dello Stato di israele ha significato l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case e villaggi. Ma la catastrofe è iniziata e conclusasi nel 1948?
Qual è la dimensione storico-politica della Nakba e quale ruolo hanno giocato le superpotenze mondiali Usa e Urss?

Progetto Palestina e Noi Restiamo invitano a discuterne Joseph Halevi, professore alla Sydney University e alla International University College (IUC), che approfondirà il processo della Nakba basandosi sulla documentazione israeliana in ebraico.

Il ritrovo è nella Main Hall del Campus Einaudi

 

NOI RESTIAMO – TORINO

STUDENTI CONTRO IL TECHNION

PROGETTO PALESTINA

 


In vista dell’incontro riproponiamo un’intervista a Joseph Halevi realizzata qualche tempo fa ma ancora attualissima

“Israele-Palestina, alla radice del conflitto”. Intervista a Joseph Halevi

 

nakba torino

Rivoluzione digitale e sharing economy: iniziativa al Politecnico di Torino

Il 10 maggio scorso la campagna Noi Restiamo è tornata al Politecnico di Torino, per dare continuità al percorso di riflessione e dibattito sugli impatti sociali delle nuove tecnologie intrapreso con la precedente iniziativa del 26 gennaio.

La rete, il suo ruolo nella vita sociale, le sue interpretazioni (critiche o ideologiche) sono state l’argomento affrontato da Carlo Formenti e Juan Carlos De Martin. La retorica che s’accompagna alla cosiddetta “società dell’informazione e della conoscenza”, indica un processo storico concreto: la rivoluzione che la civiltà digitale ha operato nel mondo culturale, economico e lavorativo. Ma qual è la chiave per interpretare criticamente le nuove configurazioni assunte dal tardocapitalismo in questi trent’anni di rivoluzione digitale? Quali sono le dinamiche sociali che si nascondono dietro la nuova retorica del progresso in cui tutto – lavoro, diritti, politica – sembra smaterializzarsi in un flusso di bit?

Non esiste una sfera autonoma della tecnologia, ha sottolineato Formenti nel suo intervento: i processi economici, sociali, culturali da una parte, e le trasformazioni tecnologiche nel mondo digitale sono realtà interconnesse tra loro. Dalla rivoluzione industriale del XIX secolo, è luogo comune della cultura contemporanea e di tutte le successive rivoluzioni industriali che la meccanizzazione sia un valore positivo in sé. Ogni progresso nel processo produttivo, ossia ogni fase di questo ridotta a meccanizzazione è un avanzamento per tutta la società. Questo caposaldo sembra vacillare di fronte alle conseguenze della rivoluzione digitale: un rapporto della Banca d’Inghilterra ha mostrato come gli effetti a medio e lungo termine delle innovazioni digitali non colpiscano più unicamente i lavori di tipo esecutivo ma anche e soprattutto le mansioni più qualificate e ad alto contenuto professionale, oggi in parte rimpiazzabili dai software e dalle intelligenze artificiali. I lavoratori a rischio hanno la prospettiva di essere riassorbiti nel sistema produttivo in condizioni di maggior precariato, con lavori a più bassa qualifica e retribuzione. Il range tra vertice e base è destinato ad aumentare.

La New Economy presenta caratteristiche peculiari. In primo luogo, il rapporto fra capitalizzazione e numero di dipendenti: Uber (come Google, Facebook, Amazon…), fa un ricorso sempre meno ampio a dipendenti diretti, decentrando il processo produttivo in reti di lavoratori legati all’azienda più o meno direttamente attraverso catene di subfornitura (si veda il numero esorbitante di sviluppatori Android). Secondo: il modello dell’indipendent contractor, riedizione post-moderna dell’imprenditore di sé stesso che cerca di emergere sfruttando il proprio capitale sociale e reti di relazioni private. Ne seguono frantumazione e dispersione della forza lavoro, perseguimento della competitività attraverso un gioco al ribasso nella vendita della propria forza lavoro, più che facendo leva sulla competenza. Esempio, i dipendenti di Uber: si tratta per lo più maestri di scuole elementari e medie, pensionati, precari che lavorando per Uber s’addossano tutti gli svantaggi dell’imprenditore indipendente (responsabilità di ciò che avviene ai passeggeri, costo della benzina, assicurazione e manutenzione della macchina), senza avere, d’altra parte, nessuna delle tutele di cui godono i lavoratori dipendenti (nessun salario minimo, nessuna tutela dei diritti di fronte ai controlli di rating).

Da dove vengono i profitti di Uber? C’è un nuovo tipo di intermediazione. Uber ha un fondo virtuale valorizzato dal lavoro sociale. Grazie a sistemi di geolocalizzazione e disintermediazione prodotti socialmente e già esistenti, nella cui elaborazione Uber non ha avuto alcun ruolo, al lavoro sociale viene data la possibilità di mettere a frutto le possibilità offerte dalla rete.

Airbnb come Uber utilizza proprietà già esistenti creando un’interfaccia da cui ricava parte della rendita dell’affitto illudendo una classe medio bassa (generalmente giovanile) di poter godere di questo tipo di servizi a basso costo ignorando lo sfruttamento di chi sta ancora più in basso. Tutto ciò porta, nel mondo del lavoro, a una complessiva disarticolazione dei punti di forza della classe lavoratrice e, in conseguenza d’un inaudito spostamento dei rapporti di forza a favore della classe dominante, a una sorta di neofeudalesimo in cui il controllo sociale, che fa leva sui prodotti tecnologici della rivoluzione digitale, è orientato alla massima estrazione di valore dal lavoro.

Sono sempre più numerosi infatti i device indossabili in grado di monitorare il funzionamento dell’organismo per ottenere prestazioni lavorative sempre maggiori e che vedono un’adesione volontaria e entusiastica da parte di chi viene sfruttato, garantita dalla costruzione totale di un mondo e di un soggetto lavorativo anche e soprattutto attraverso nuove tecnologie che, per la facilità d’uso e manipolazione, sembrano essere percepite sempre più come una seconda natura.

Di fatto, le nuove tecnologie si sono rivelate perfettamente funzionali ad un disegno politico volto a distruggere la forza contrattuale delle classi lavoratrici e ad accelerare i processi di liberalizzazione di diversi settori. Non è possibile sperare di utilizzare la sharing economy a favore dei lavoratori, senza sviluppare una strategia politica complessiva che sappia opporsi a questi processi più ampi.

De Martin ha commentato i punti toccati da Formenti nel proprio intervento, partendo dal presupposto pienamente condiviso che non si dà analisi dell’innovazione tecnologica che prescinda dal contesto politico e sociale in cui essa ha luogo. Così, per quanto riguarda la rivoluzione di Uber, il docente del Politecnico ha messo in luce come la crisi del tradizionale servizio offerto dai taxi sia la manifestazione superficiale d’un cambiamento avvenuto a livello sociale e politico. E’ venuto meno un modello complessivo di società, delineatosi nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale, fondato su alti livelli di servizi pubblici, tra cui un sistema di trasporto pubblico capillare che rispondeva alle esigenze delle classi popolari, cui si affiancava il taxi come mezzo di trasporto riservato a una élite benestante. La crisi del trasporto pubblico, il progressivo prosciugamento dei fondi a esso destinati e l’assenza di modelli alternativi gestiti dal pubblico hanno creato un vuoto in cui le esigenze di mobilità a basso costo hanno trovato solo la risposta neoliberista di Uber, con tutto ciò che una simile soluzione comporta dal punto di vista lavorativo. C’è inoltre un problema di privacy e controllo sociale. Gli algoritmi che vengono utilizzati permettono, per far corrispondere domanda e offerta, anche il continuo controllo della posizione dell’utente e del guidatore in tempo reale. Anche la privacy e l’anonimato che i taxi tradizionali garantivano con il pagamento in contanti viene meno: Uber permette esclusivamente il pagamento del servizio con carta di credito. Le informazioni personali ricavate da carte e localizzazione GPS vengono convogliate e conservate nei big data. Una chiosa indicativa, quella di De Martin, per farsi un’idea delle potenzialità di controllo sociale insite anche nei servizi più banali e quotidiani erogati dal capitalismo 2.0.

Tanti gli studenti presenti, martedì come il 26 gennaio. Il ruolo delle nuove tecnologie nelle dinamiche sociali e nella vita di tutti i giorni è la base su cui abbiamo organizzato e organizzeremo la nostra azione al Politecnico: questo tema, su cui si muovono tante e fondamentali dinamiche del tardo capitalismo (e della sua ideologia) è anche il campo su cui vogliamo formarci e formare criticamente. Nel dibattito e nel confronto, costruiamo il passaggio dalle competenze alla coscienza, dalla coscienza all’azione.

Università e Guerra

A pochi giorni dalla data internazionale di commemorazione della ‪#‎Nakba‬, insieme ai tanti ospiti dell’iniziativa Università e Guerra discuteremo oggi anche delle relazioni pericolose tra le università italiane e il conflitto praticato dal sionismo israeliano contro la popolazione palestinese.

Qui un’interessante analisi proposta da Rossana de Simone per Peacelink.

All’evento Università e Guerra di giovedì pomeriggio avremo con noi anche il Prof. Angelo Stefanini del Centro di Salute Internazionale – Università di Bologna, tra i prof. firmatari dell’appello per la revoca degli accordi con il Technion.
Riproponiamo un suo intervento a difesa del boicottaggio accademico promosso dalla società civile palestinese e dal Coordinamento Campagna BDS Bologna, la campagna internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro lo stato sionista di Israele.

Il CSO Terzopiano continua la sua lotta

Dopo qualche giorno per riprendersi dalla stanchezza di settimane di mobilitazione, per leccarsi le ferite (fisiche) e festeggiare la vittoria della battaglia (quella degli abitanti di via Irnerio 13 che hanno ottenuto obiettivi mai così alti nelle lotte per l’abitare in città) ci sentiamo pronti a scrivere queste poche parole.
Il 3 maggio, pochi giorni fa, centinaia di persone sono state protagoniste di una grande giornata di lotta a Bologna, difendendo le Case Popolari Occupate Nelson Mandela e il Centro Studi Occupato Terzo Piano, all’interno dello stabile liberato nel 2013 da Asia-Usb Bologna e da coloro che da quelle mura partorino il progetto del primo nodo locale della campagna Noi Restiamo. Dopo un’intera giornata di resistenza sul tetto, di barricate ad ogni piano di scale, di ripetute cariche della polizia al presidio in strada, di cortei spontanei che hanno indicato le istituzioni responsabili del massacro sociale, dopo l’occupazione della chiesa di via Mascarella e un’assemblea partecipatissima anche dalle tante realtà conflittuali accorse in sostegno, nonostante la pressione dei tantissimi solidali, il Comune di Bologna è riuscito nel suo intento di liquidare quest’esperienza cittadina, che sin dalla sua nascita aveva saputo indicare una strada percorribile per le mobilitazioni politiche e sociali. Ma 18 ore di trattativa estenuante, non priva di colpi di scena, sono comunque riuscite ad aprire una breccia in quel tritacarne che è l’amministrazione felsinea.
La Triplice Intesa tra PD, Questura e Prefettura pensava forse così di poter veder scorrere i titoli di coda sui quasi tre anni di lotta comune racchiusi nelle case occupate e dentro il Terzopiano, di vita vissuta al fianco delle lotte degli abitanti organizzati, mentre parallelamente venivano ospitate le iniziative ed i progetti promossi dalla campagna Noi Restiamo e da tutti coloro che hanno voluto attraversare gli spazi di via Irnerio 13, dando forma ad una contaminazione culturale e sociale che non poteva che essere tale nel bel mezzo di un’occupazione abitativa cresciuta nel cuore della cittá. Possono anche aver spento una luce, ma il suo chiarore già da tempo aveva reso visibile la strada.
D’altronde questo era l’obiettivo convenuto con Asia-Usb sin dall’inizio: consentire un salto di qualitá al movimento per il diritto all’abitare avviatosi in cittá nel 2008, nel bel mezzo del centro-vetrina sbattere in faccia ad istituzioni complici di chi specula sulla crisi il risultato delle proprie scelte politiche, il risultato dell’accettazione supina dei diktat europei, che il volto buono di qualche assessore ipocrita non basta certamente a nascondere.
Ricomporre il blocco sociale è un obiettivo che passa anche per l’allargamento della platea dei solidali, e legittimare le lotte per la Casa di fronte agli occhi di tanti giovani e meno giovani ha costituito a Bologna – come in simili esperienze nel resto del paese – un passaggio fondamentale lungo il percorso di sedimentazione delle lotte sociali nelle nuove composizioni territoriali.
Il CSO Terzo Piano ha costituito in tal senso un’intuizione ben riuscita, l’organizzazione di uno spazio d’avvicinamento tra due piani – quello studentesco-precario e quello della lotta per l’abitare – che spesso non si toccano ma che solo incrociandosi e conoscendosi possono fare un salto di qualità.
Il CSO Terzo Piano smette ora di esistere in quanto tale, nelle varie funzioni che ha avuto in questi anni: un’aula studio (che sebbene senza riscaldamento e con la luce che a volte saltava veniva attraversata ogni giorno da centinaia di studenti), un centro d’aggregazione politica, culturale e sindacale, un punto di riferimento tanto per inquilini resistenti quanto per artisti solidali, fotografi e videomakers, musicisti, attori e scrittori… ma il CSO Terzo Piano non muore qui. Segue a vivere nelle lotte che i suoi attori principali continuano a portare avanti con determinazione e consapevolezza. E non solo. Non può e non deve essere solo uno spazio fisico il fulcro del nostro agire, quanto piuttosto il rilancio di uno spazio di contaminazione sociale che vada oltre le soggettività di partenza e che dall’incontro di due parti, quella organizzata e quella non, sappia partorirne una terza.
Con questo obiettivo le realtà politiche e le decine di solidali che non hanno fatto mancare il proprio apporto fino alla fine, hanno già avuto modo di incontrarsi in questi giorni, perché le strutture organizzate sono un elemento ad oggi imprescindibile ma non sufficiente a rappresentare l’eccedenza che in quegli spazi era ben rappresentata. A partire dalla precarietà come elemento esistenziale, al riconoscimento del dovuto sostegno reciproco che le lotte tra diverse componenti sociali della metropoli devono sapersi dare, si apre un nuovo entusiasmante capitolo per continuare ad agire uno strumento di diffusione, di condivisione, di lotta e resistenza. Con un progetto in mente, e un sogno nel cuore, il calore dello slogan “Casa, Reddito, Dignità” è più forte di prima!
Per ora quindi ribadiamo il legame di fratellanza con tutti coloro, tantissimi, che il 3 maggio hanno difeso insieme a noi le case occupate Mandela. Eravamo centinaia, e questo vuol dire che insieme in questi tre anni siamo riusciti a costruire una comunità che può pensare e agire collettivamente. Da oggi abbiamo già iniziato a scrivere nuove pagine della nostra storia comune.
E’ questa l’unica possibilità di rilancio possibile per chi voglia far vivere le aspirazioni di un mondo che oggi subisce su tutti i fronti la lotta di classe dall’alto. Anche in Emilia Romagna la tendenza è in atto ormai da tempo, e ad appoggiare l’accelerazione imposta dalla crisi e dal PD che la governa ci pensa un potere poliziesco a cui è stato sciolto qualsiasi vincolo. I fatti recenti, anche degli ultimi giorni, lo confermano senza possibilità di appello. Di fronte a tutto ciò, non vediamo scorciatoie possibili. Scendere a compromessi col potere costituito solo perchè sembra eccessivamente stabile, se già era un approccio conservativo negli anni passati, euqivale oggi a imbottigliare definitivamente in un vicolo cieco la generosità di chi non si arrende.
Un grazie a tutti coloro che hanno sentito in questi tre anni il CSO Terzo Piano come una piccola parte di loro stessi, che lo hanno voluto difendere in piazza contro i cani da guardia del PD, che non hanno più trattenuto le briglie e sono andati all’attacco quando hanno capito che qualcosa di importante veniva loro negato in nome di un diritto di proprietà e sopraffazione che nulla distingue dalle evocazioni della destra eurofascista.
Tutti insieme, uniti e organizzati, possiamo combattere l’incertezza esistenziale che ci viene trasmessa da un mondo plasmato dai nostri nemici. Alcuni ne sono sempre stati convinti. Ora, lo abbiamo verificato, siamo ancora di più ad avere assunto questa certezza.
E’ già iniziata la nuova fase da agire e organizzare insieme.
Non mancheremo a breve di far seguire ulteriori valutazioni e occasioni di ragionamento a mente fredda sullo scenario che la lotta del 3 maggio ha scoperchiato in città, mentre parallelamente si danno forma le energie che questa storia comune ha già messo in moto.
1 2