VISCA CATALUNYA LLIURE! Vademecum alla questione catalana

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Nelle ultime settimane, la lotta del popolo catalano è tornata prepotentemente alla
ribalta a seguito delle condanne, a oltre cento anni di carcere complessivi, emesse dallo
stato spagnolo nei confronti di nove leader politici e sociali del movimento
indipendentista catalano, “rei” dell’organizzazione del referendum del 1 ottobre 2017.

Come Noi Restiamo da sempre siamo vicini alla questione del popolo catalano,
partecipando attivamente a date di mobilitazione in Catalogna e promuovendo iniziative
di controinformazione e solidarietà internazionalista.

Abbiamo quindi deciso, in quest’ottica, di raccogliere una serie di contributi, riflessioni e
interventi pubblicati in questi ultimi anni per fare chiarezza sulla questione e individuare
le possibilità di rottura che i processi in corso ci pongono davanti, nel cuore pulsante
dell’Unione Europea!

SCOLLEGATI FEST 2.0. ORGANIZZARE IL DIVISO!

Il video report della due giorni e alcune riflessioni dopo la conclusione di questa terza edizione di Scollegati.

Sì è conclusa la terza edizione del nostro festival universitario. Un festival che vuole ribaltare la narrazione dominante sulle fasce giovanili e costruire collettivamente un’alternativa.

Scollegati dalle nostre vite, dai nostri territori, catapultati in una città sempre più chiusa e di passaggio, in un ateneo sempre più d’élite che ci spinge alla competizione sfrenata come unica via d’uscita, come unico modo per emergere ed essere quell’uno su mille che ce la fa. Costretti ad emigrare o ad essere sfruttati in mille lavoretti tirando a sopravvivere, noi vogliamo restare per organizzarci e cambiare il presente!

La due giorni è cominciata con la tavola rotonda di mercoledì che ha dato vita ad un acceso dibattito in cui ci siamo confrontati sui cambiamenti che stanno avvenendo in università e in tutta la città, nella direzione di una messa a valore totale della città e di una espulsione continua delle fasce più basse, sia di residenti che di studenti. Un processo in cui l’università è attore protagonista, che per affermarsi come polo di serie A nello scenario internazionale ha la necessità di dare un’immagine di sé che possa essere attrattiva, diventando sempre più elitaria. Molte delle tendenze che avevamo individuato si sono viste confermate a seguito del dibattito e si è sentita la necessità di non farsi schiacciare dalla realtà ma di continuare a organizzarsi per resistere a questi processi.

Giovedì si è aperto con la presentazione de “L’organizzazione” di Cannibali e Re. Un romanzo storico, una storia di fantasia che ha tutti i tratti della realtà. Un romanzo che racconta la necessità, ma anche le difficoltà, da parte degli oppressi di smettere di riprodurre quei meccanismi di oppressione su cui si basa la nostra società, ma invece rivolgersi verso i veri oppressori e organizzarsi per lottare e ribaltare questa società.

Una presentazione che ha anticipato perfettamente l’iniziativa sulla strage di piazza Fontana. Francesco Piccioni e Davide Steccanella hanno dato un quadro preciso del periodo storico di piazza fontana e della strategia della tensione in un contesto nazionale e internazionale di forte scontro di classe che era in corso in ogni angolo del mondo. Ma non ci interessava la mera ricostruzione storica. Volevamo scardinare la narrazione del nemico che punta a criminalizzare, indistintamente, il movimento di quegli anni per riappropriarci di tutto il valore, ancora attuale, delle lotte politiche e sociali di quegli anni. Contro la retorica della “fine della storia” che si cerca di imporre, contro quel revisionismo storico che vuole equiparare comunismo e nazismo, noi sappiamo da che parte stare e crediamo che gli oppressi debbano riappropriarsi della storia della propria classe.

La giornata si è conclusa con tre concerti, uno meglio dell’altro, e tantissime persone che hanno ridato vita a una zona universitaria che si vuole sempre più normalizzata. Abbiamo dimostrato che un’altra socialità è possibile e ci siamo ripresi i nostri spazi, contro chi cerca di espellerci dal centro per mettere a profitto tutta la città e renderla un museo a cielo aperto, adatta solo per i turisti. Durante la serata abbiamo di nuovo voluto esprimere la nostra solidarietà a tutti i popoli che lottano, dalla Catalogna al Kurdistan, dal Libano al Cile.

Organizzare il diviso resta la nostra volontà. Contro un nemico che ci vuole disgregati, sempre pressati dalla competizione, dalla contingenza, incapaci di poter costruire relazioni stabili e sempre sotto il ricatto della precarietà, dello sfruttamento, dell’emigrazione come unica prospettiva di vita. Contro tutto ciò dobbiamo riconoscerci uniti nell’oppressione, individuare il nemico comune e capire la necessità dell’organizzazione come unica arma per sferrare il contrattacco e rimettere al centro i nostri interessi!

Vogliamo ringraziare tutti gli ospiti e gli artisti che sono stati con noi e tutte le persone che sono passate durante questa ricca due giorni. Continuiamo a organizzarci, dall’Università ai posti di lavoro, riprendiamoci i nostri spazi. Ci vediamo sempre in piazza!

Strage di Piazza Fontana 50 anni dopo. Un’altra generazione continua la lotta

Pubblichiamo qui il contributo che abbiamo scritto come premessa al dossier realizzato insieme alla Rete dei Comunisti “Piazza Fontana. Una strage lunga cinquant’anni”.

Per una realtà giovanile e studentesca come la nostra, che si misura quotidianamente con la sfida di agire e organizzarsi guardando a un orizzonte di trasformazione dei rapporti sociali vigenti, la storia è un elemento cardine da cui muovere una controffensiva per scardinare il sistema ideologico definito genericamente “pensiero unico”.

Il vuoto appositamente costruito, dentro cui i nostri coetanei crescono e sono cresciuti, all’oscuro della verità storica – talvolta anche solo dell’esistenza – su intere stagioni politiche come quella degli anni ’70, creano stupore e incredulità quando gli si presenta lo stesso tema in maniera precisa e rigorosa, abbattendo il senso comune costruito ad arte dallo storytelling degli apparati ideologici dello stato.

L’elemento di forza della narrazione del nostro nemico non risiede solo in una grottesca operazione di ribaltamento tra vittime e carnefici, ma in una più sofisticata elaborazione che si vuole imporre come “obiettiva” e “neutrale”, e che tende formalmente all’equiparazione tra “opposti estremisti”, salvo poi differenziare nella sostanza la persecuzione repressiva tra compagni e fascisti.

Un processo analogo a quanto è avvenuto il 19 settembre scorso con l’approvazione al parlamento europeo della mozione che sostanzialmente equipara il nazismo al comunismo, facendo cosi risultare trionfante la linea centrista dei liberali, che invece sono stati i principali artefici delle condizioni che hanno trascinato l’Umanità nel tritacarne della seconda guerra mondiale.

Come vediamo, la storia continua a essere un campo di battaglia in cui schierarsi significa resistere contro chi può aver vinto una battaglia ma non la guerra.

Con questa convinzione abbiamo deciso d’impegnarci a sostenere e dare vita, specialmente negli ambienti scolastici e universitari, a una campagna in occasione del cinquantesimo anniversario della strage di Piazza Fontana; primo evento (ma non prima bomba) con cui si è soliti far cominciare la “strategia della tensione”, e dunque della guerra di bassa intensità scatenata contro il movimento operaio.

Una proposta di visione politica sugli avvenimenti di oltre un decennio di storia per connettere le nuove generazioni – offuscate dalla narrazione generata dai vincitori – alle lotte politiche, sociali, sindacali di ieri, riconoscendone la loro attualità.

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La storia non è finita

Dal Kurdistan all’America Latina i popoli si sollevano per combattere l’oppressione dei rapporti sociali dominanti.

Da trent’anni ci ripetono che il mondo in cui viviamo è il migliore dei mondi possibili, che la sconfitta dell’Unione Sovietica ha unificato il mondo e portato la pace.

Ma la realtà è fatta di sfruttamento, miseria e guerra. Per questo lottiamo, per questo in ogni angolo del pianeta si resiste.

La narrazione post-ideologica che ci hanno imposto dopo il crollo del muro di Berlino parlava di “Fine della storia”, nessun rammarico nel constatare il fallimento di queste teorizzazioni, rivendichiamo invece con piacere il portato di chi nel 1848 affermava: “la storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi.” … la storia non è finita.

26 ottobre, tutti in piazza a Milano contro la guerra, contro l’imperialismo, a fianco di tutti i popoli in lotta!

L’aggressione lanciata da Erdogan e l’invasione della Siria del Nord e del Rojava per consolidare la propria posizione nell’area, sconfiggere le esperienze di autogoverno come quella Curda e destabilizzare i propri nemici, è l’ennesima conseguenza di decenni di conflitti e guerre alimentate, create e armate dagli USA e dalla Unione Europea e paesi membri in Medio Oriente e tramite la NATO. Il controllo delle risorse e aree strategiche per la competizione internazionale, gli interessi dell’industria americana ed europea, a cominciare da quella bellica, hanno creato una situazione esplosiva e devastante. La totale confusione e i molteplici cambi di strategia dell’amministrazione Trump ha dato il via libera a questa operazione e dimostra la sua complicità col massacro che si prospetta e la sempre maggiore l’incapacità da parte dell’imperialismo americano di gestire “in proprio” gli effetti delle destabilizzazioni che mette in atto. Complicità che si allarga alla Unione Europea, che ha largamente finanziato la Turchia per contenere l’esodo delle milioni di persone colpite dalla guerra e minacciata dalla violenza dell’ISIS. Hanno voluto utilizzare la Turchia e fomentato i tagliagole per i propri interessi nella regione, ed ora è Erdogan a trarne il maggior vantaggio nella costruzione della propria egemonia regionale. Erdogan e l’ISIS sono i figli del “democratico e libero” occidente!

In questo scenario la lunghissima esperienza della Resistenza curda nella lotta per l’autodeterminazione è riuscita a costruire delle proprie forme di gestione sociale e democratica della sovranità popolare, nonostante condizioni di estrema difficoltà, di guerra e dovendo fare i conti con gli innumerevoli interessi internazionali di enorme portata che hanno tentato di giocarsi anche sulla pelle del popolo curdo. Questa eroica lotta e resistenza sono ora sotto attacco ed è nostro dovere mobilitarci contro le complicità e le decisioni prese dai governi italiani e della UE in cui ci troviamo ad agire.

Mentre infatti i governi e la UE applicano le ricette neoliberiste e di tagli ai servizi sociali e all’istruzione, i treni deragliano, le scuole cadono a pezzi e si aspettano mesi per una visita medica, sotto banco rinnovano investimenti in armamenti e tecnologie militari, contratti commerciali e gli stanziamenti alla NATO, oltre a fornire supporto logistico a truppe e mezzi nel nostro paese. Austerità in casa e guerra alle porte di una Unione Europea al servizio dei potenti!

L’internazionalismo e l’antimperialismo sono parte fondante della nostra lotta e della costruzione di una opposizione, resistenza e alternativa nel nostro paese, dai banchi di scuola ai magazzini della logistica, dalle università alle piazze. Ovunque e sempre di più, dal Venezuela al Rojava, così come dentro la UE dalla Catalogna alla Francia e in Italia, il capitalismo in crisi cerca disperatamente e attraverso l’aggressione ai popoli e ai movimenti sociali e politici di rimanere a galla tramite la repressione, le guerre militari ed economiche. Rompere questa dinamica è il nostro obiettivo!

Fuori l’Italia dalla NATO e dagli scenari di guerra!
Stop ai finanziamenti alla Turchia, così come all’Arabia Saudita, a Israele che fomentano le guerre e l’oppressione in Medioriente!
Stop a tutti i rapporti militari che stanno venendo garantiti nonostante le ipocrite parole di condanna da parte dei governi UE!
Con tutti i popoli in lotta!

Noi Restiamo
Opposizione Studentesca d’Alternativa

12 dicembre strage a Piazza Fontana. Non sarà mai una data qualunque su calendario

Prossimo 12 dicembre saranno passati cinquanta anni dalla strage nella Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana, a Milano.

Quella data, che non sarà mai come le altre sul calendario, rappresenta un salto di qualità nella “guerra non dichiarata” da parte dello Stato italiano, insieme ai servizi militari Usa e alle organizzazioni fasciste, contro il movimento operaio, la sinistra e i comunisti nel nostro paese.

La Rete dei Comunisti e la rete universitaria Noi Restiamo hanno deciso di ripubblicare, dieci anni dopo, il volume curato da Contropiano e dalla Libreria Quarto Stato di Aversa, cercando di mettere a disposizione delle nuove generazioni politiche un materiale storico e politico utile per comprendere la storia recente del nostro paese. Ma soprattutto per contrastare apertamente la manipolazione politica che con ogni mezzo (dai mass media alla storiografia, dalle sentenze alla retorica dei partiti politici) continua a negare un punto di vista alternativo sui fatti ed a strumentalizzarlo tuttoggi come elemento di deterrenza verso chi non intende abbassare la testa davanti agli orrori del sistema dominante.

Già nei primi venticinque anni del dopoguerra, nelle manifestazioni e nelle proteste operaie e contadine, molto spesso la polizia aveva sparato uccidendo decine di manifestanti. I morti di Avola, Reggio Emilia, Battipaglia sono lì a testimoniarlo.

Il 12 Dicembre rappresenta però un inasprimento del livello di scontro, ciò che le dottrine controinsurrezionali statunitensi definiscono “guerra a bassa intensità”, che provocò in diciotto anni (1969-1987) quasi 500 morti, centinaia di feriti, migliaia di prigionieri politici.

I tempi e il contesto storico raccontano molto di questa guerra che lo Stato, le organizzazioni padronali, le forze politiche e i giornalisti – oggi come allora – continuano a negare ed a esorcizzare.

Fino al 1974 nei paesi dell’Europa euromediterranea c’erano dittature militari apertamente sostenute dagli Stati Uniti: in Grecia, Portogallo, in Spagna fino al 1979.

In Italia nel 1964 (De Lorenzo) e nel 1970 (Junio Valerio Borghese) misero in atto due tentativi di colpo di stato andati a male.

Dopo piazza Fontana, nel dicembre 1969, nel 1974 ci furono altre due terribili stragi di Stato: a maggio ‘74 in piazza della Loggia, a Brescia, contro una manifestazione antifascista e ad agosto dello stesso anno sul treno Italicus, diretto a Bologna contro ignari passeggeri.

Fino al 1974 in Italia c’erano state pochissime azione armate da parte delle organizzazioni clandestine della sinistra, solo in un caso mortale (il commissario Calabresi ritenuto corresponsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli nella Questura di Milano nel dicembre del 1969). Tuttalpiù erano frequenti durissimi scontri di piazza, contro la polizia o i fascisti. Una escalation particolare va segnalata nell’aprile del 1975 quando in tre giorni fascisti, carabinieri e polizia uccisero in circostanze diverse quattro militanti di organizzazioni della sinistra a Milano, Torino, Firenze.

Era necessario annichilire un movimento operaio in ascesa sul piano delle conquiste sindacali, sociali e politiche, liquidare i militanti e le avanguardie che avevano intravisto la possibilità “dell’ assalto al cielo” e terrorizzare la popolazione.

Quella guerra, iniziata dagli apparati dello Stato in collaborazione con i servizi militari Usa che non avevano mai contemplato una possibile “via democratica al socialismo,” usò ampiamente i gruppi neofascisti come manovalanza. Il ricorso alla violenza da parte delle organizzazioni della sinistra rappresentò quindi l’accettazione del livello che l’avversario aveva imposto contro il movimento che avanzava verso il rovesciamento dei rapporti di forza sociali nel paese.

Il clima politico internazionale rendeva visibile – e temibile per il potere – una trasformazione rivoluzionaria. La vittoriosa resistenza del Vietnam contro gli Usa, i movimenti di liberazione anticoloniali in Africa, movimenti giovanili e di lotta in molti paesi europei, si sviluppavano parallelamente alla più profonda crisi del sistema capitalista, quella del 1973, che appare tutt’oggi irrisolta. Per il potere e il capitalismo sono stati gli anni della “grande paura”, talmente profonda da riaffermare, anche cinquanta anni dopo, una vocazione vendicativa verso la storia, i soggetti e i contenuti di quei movimenti.

Di questo vogliamo parlare diffusamente nei prossimi mesi con una campagna di incontri, pubblicazioni, colloqui, forum dedicati alla dichiarazione di guerra e alla Strage di Stato del 12 dicembre 1969

Per impedire la rimozione e la manipolazione della storia recente del nostro paese e ristabilire una verità storica e politica sui fatti, spesso nascosta sotto una “verità giudiziaria” sagomata sulla “ragion di Stato”.

UNIBO TI SBOLOGNA: I RICCHI IN CENTRO, I POVERI AL CONFINO!

#Bologna è ormai una città in cui – come studenti e non – è difficilissimo trovare una casa ad un prezzo accessibile.
Il mercato privato è stato, negli ultimi anni, svuotato sempre più in fretta da #Airbnb, portando ad una crescita degli affitti che superano i 400 euro per una stanza.

Davanti a questo dato di fatto, come risponde l’#AlmaMater?

Da un lato ci sono le parole del Rettore #Ubertini, che annuncia l’inesistenza di soluzioni alla questione abitativa a breve termine.

Dall’altro risponde seguendo le linee guida di quello che da anni a questa parte è sempre più il suo progetto: una letterale espulsione degli studenti non facoltosi dalla città.

Agli studenti ricchi sono riservati progetti come quello dello #StudentHotel, uno studentato con con camere affittate tra i 970 e i 1164 euro al mese: un vero e proprio schiaffo in faccia alle migliaia di studenti in cerca di casa costretti a spostarsi sempre più lontano, sempre più in periferia.

Ma la proposta dell’Alma Mater non si ferma qui: dopo il parere non richiesto fatto da Ape-Edilizia, che suggeriva agli studenti di andare a vivere nei paesi limitrofi a Bologna, non poteva mancare la soluzione creata ad hoc da #ERGO, che ha colto subito la palla al balzo e assieme al sindaco di San Benedetto Val di Sambro ha messo in affitto 4 posti letto, a 75 euro al mese, a 50 chilometri da Bologna. A più di un’ora e mezzo di treno dall’università.

Questa non è che una ridicola soluzione abitativa per gli studenti e una falsa speranza di ripopolamento e di aggiunta di servizi per il paese, servizi che dovrebbero esserci a priori e non solo quando è possibile una valorizzazione economica.
Insomma, davanti al disagio abitativo l’Alma Mater risponde in modo chiaro: i ricchi in centro, i poveri al confino!

“Cibo sano, lavoro sano”. Una sfida attuale

Il 16 ottobre, in occasione della “Giornata mondiale dell’alimentazione”, si è tenuto un incontro sul tema della “sovranità alimentare” presso l’edificio Marco Polo, una delle sedi distaccate della Sapienza di Roma. L’incontro è stata ospitato nell’ambito delle lezioni del corso di “Politiche economiche locali e settoriali” del professor Luciano Vasapollo.

I relatori della giornata sono stati Mauro Conti come presidente del centro internazionale Crocevia, Stefano Gianandrea de Angeli dell’Unione sindacale di base, Cristian Cabrera per il Movimento terra contadina, Elisa Ragogna in rappresentanza di Fridays for future, a cui come Noi restiamo siamo stati invitati per presentare un nostro contributo.

Molti i temi dibattuti, in un constante interscambio di vedute su una questione tanto complessa, quanto attuale e di generale interesse.

Il punto di partenza, ovviamente, è stato il concetto di “Sovranità alimentare”, assunto in occasione del Vertice mondiale sull’alimentazione tenutosi presso la Fao nel 1996 e nato per mano di Via campesina, un’organizzazione politica che unisce e coordina i movimenti contadini di tutto il mondo.

L’idea alla base della sovranità alimentare è quella di riprendere il controllo del modello di produzione, in quanto causa dello sfruttamento sia dei lavoratori che degli stessi territori, individuando nel profitto il fine ultimo da cui deriva l’utilizzo di meccanismi agricoli di produzione intensiva e la conseguente drastica diminuzione salariale che genera e garantisce l’accumulazione capitalistica.

Negli anni Novanta i movimenti contadini iniziano a richiedere i diritti collettivi delle comunità per il controllo locale e nazionale della produzione agricola contro il libero mercato, il quale detta norme in nome di una logica di profitto. A sottolineare maggiormente lo sfruttamento nell’ambito del settore agricolo sono le stesse condizioni di contadini e lavoratori delle aree rurali. Paradossalmente, sono gli stessi che lavorano la terra a soffrire di malnutrizione in quanto, in un mercato dominato dalle multinazionali, non riescono a mantenere il livello di competitività richiesto per garantirsi il proprio sostentamento.

Inoltre, a causa dell’attuale modello su cui si basa, la produzione agricoltura sta a sua volta diventando causa della devastazione ambientale e dello sfruttamento di terre e animali. Ciò è ben osservabile in Amazzonia, luogo in cui avviene la coltivazione intensiva di soia per grandi multinazionali come la Cargill. L’utilizzo massiccio in queste zone di diserbanti ha causato la perdita di migliaia di chilometri quadrati di territorio e di specie animali che caratterizzavano la biodiversità locale.

Tuttavia, oggi la risposta non può essere il “biologico”, in quanto richiede una regolamentazione troppo dispendiosa per i piccoli contadini che in molte occasioni produrrebbero anche biologicamente, ma sono costretti a rivendere i propri prodotti senza tale etichetta.

Altro punto decisivo è stato quello relativo all’utilizzo delle tecnologia. Lo sviluppo, da sempre, è un punto cardine del sistema capitalistico, perché permettono di aumentare e migliorare costantemente la quantità di produzione, escludendo il lavoro dal processo produttivo e di conseguenza abbassandone i costi.

Anche nel mondo agricolo infatti si sviluppano continuamente nuove tecnologie. Si pensi per esempio all’introduzione dei prodotti Ogm (Organismi geneticamente modificati): questi sono prodotti che mediante, appunto, una modifica genetica permettono da una parte di avere un prodotto “nuovo”, protetto da brevetto, che garantisce un rendimento maggiore a chi ne detiene i diritti di proprietà, ma dall’altra uccide la biodiversità del territorio, specializzandolo spesso su una monocoltura e di fatto provocando la subordinazione di quei lavoratori inchiodati in quel segmento della catena di produzione, destinando anche intere comunità alla malnutrizione.

Tuttavia, come fatto notare da de Angeli, nel nostro paese la più grande causa di morte non è la malnutrizione, bensì la mancanza di sicurezza sul lavoro, in particolare in ambito agricolo, settore che detiene il primato per morti ed incidenti. La causa di questa situazione è sia la violazione delle leggi da parte delle aziende, sia la mancanza di controlli: di circa 400.000 aziende agricole infatti, a seguito della cosiddetta “legge sul caporalato”, sono stati effettuati circa solo 7.500 controlli, ma da cui il 50% delle aziende è risultato operare in una condizione di irregolarità.

In conclusione, si è convenuto che la necessità di un’alternativa può scaturire dal perseguimento della sovranità alimentare e dall’agroecologia, in un contesto però di democrazia economica e politica, tale da garantire ai lavoratori agricoli, e non solo, delle condizioni dignitose, cibo sano e accessibile per tutta la società.

Siamo noi giovani, in quanto classe più soggetta a sfruttamento e come coloro che risentiranno maggiormente del disastro climatico in atto, ad avere il difficile compito di smascherare il nostro nemico. Per fare ciò dobbiamo scovare le numerose contraddizioni in cui sono immerse le nostre vite; il mondo della produzione alimentare, nonostante spesso fuori ignorato dal circuito di informazione mainstream, non ne è di certo esente.

Di seguito, il testo del nostro intervento.

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«Noi restiamo è un gruppo politico di giovani universitari, ricercatori e precari che da sempre segue da vicino e supporta le lotte di Usb nelle fabbriche e nelle piazze. Insieme al nostro gruppo di studenti medi di riferimento Osa, Opposizione studentesca d’alternativa, abbiamo preso parte agli scioperi globali per il clima indette da Fff, da quelle dell’anno scorso fino all’oceanica manifestazione del 27 settembre scorso.

Riteniamo che il sorgere di tanto grandi mobilitazioni studentesche, erano infatti vari anni che non si vedeva nulla di simile, che chiedono a gran voce un modello di futuro alternativo a quello corrente sia un fatto senz’altro positivo. È altresì vero che larga parte della massa di giovani che si sono mobilitati riguardo al tema ambientale è costituita da ragazzi che per la prima volta si sono affacciati alla politica e pertanto mancano di un’analisi complessiva e puntuale delle dinamiche del sistema di produzione capitalista che sta dietro alle eclatanti devastazioni ambientali dei giorni nostri e della dialettica Capitale-Natura.

Il capitalismo internazionale ha investito capitali immensi sull’agricoltura e su tutta la filiera produttiva del cibo, sfruttando i lavoratori e i territori allo stremo, per garantire alimenti di scarsa qualità a prezzi bassissimi ritagliandosi in questo modo enormi margini di profitto. Esso ha creato un mercato enorme che produce dall’America latina alla Cina le stesse varietà di piante geneticamente modificate per dare più frutti, distruggendo la biodiversità delle colture, stipa immense quantità di bestiame negli allevamenti intensivi, sottoponendo gli animali a maltrattamenti terribili, imbottendoli di antibiotici per tentare di scongiurare i nuovi batteri e le nuove malattie che si originano in queste strutture e che poi passano all’uomo, e producendo enormi quantità di gas serra (oltre il 18 % di essi infatti è dovuto agli allevamenti intensivi).

L’alternativo a questo modello di sviluppo, anche riguardo all’alimentazione, non può e non deve essere la cosiddetta “green economy”, ovvero il tentativo del Capitale di riaggiustare le sue meccaniche produttive in modo tale da renderle sostenibili dal punto di vista ambientale. Questo modello economico, che non guarda all’effettiva salvaguardia dell’ambiente e a quella dei lavoratori, riesce a trarre ricchezza, come il capitalismo precedente ne ricavava dallo sfruttamento selvaggio della natura, dalle limitazioni che il modello precedente ha portato e pertanto prima o poi cadrà nelle medesime contraddizioni del tipo di sviluppo economico che va a sostituire.

Un’alternativa può nascere dalla sovranità alimentare e da un cambiamento di paradigma della produzione degli alimenti, che garantisca ai lavoratori del settore condizioni di vita dignitose e ai consumatori cibo controllato e di qualità.

Per quanto riguarda noi come giovani militanti politici riteniamo che sia necessario stare all’interno dei movimenti di massa per smascherare gli stratagemmi del nemico di classe, che in questo momento nasconde il suo volto dietro ad una maschera verde, individuare le contraddizioni su cui intervenire al fine di portare il movimento ad un punto di maturazione politica tale da permettere il conflitto di classe e appoggiare e sostenere le lotte dei sindacati conflittuali, nell’ottica di un’unificazione delle rivendicazioni giovanili di un futuro degno e di quelle dei lavoratori di condizioni di lavoro e di vita dignitose».

Università e guerra nella competizione globale

La nuova guerra dei dazi inaugurata dagli Stati Uniti contro l’Unione Europea, che già annuncia la sua rappresaglia, segna un innalzamento qualitativo dello scontro USA/UE. Una nuova accelerazione sul piano inclinato del capitale che dimostra ancora una volta la miopia che la lettura del mondo a guida unipolare statunitense post guerra fredda ha avuto nella storia.

Tra l’altro, ricordiamo – per ironia della sorte – che proprio in questi giorni ricorre l’anniversario della fine dell’Unione Sovietica. Tra il 2 e il 4 ottobre 1993 Boris Elstin, reprimendo migliaia di manifestanti e facendo bombardare la Duma, concluse quel processo già avviato da Gorbaciov sancendo il passaggio da socialismo a capitalismo (tutto ciò avvenne quasi completamente nel silenzio dei media nel tentativo di rappresentare questo passaggio come pacifico).

Sulla conclusione dell’esperienza del socialismo reale in Unione Sovietica furono in molti a specularci sopra, uno fra tutti, il filosofo filo-statunitense Francis Fukuyama, il quale conio  per l’occasione l’espressione “Fine della storia“, una rappresentazione mentale che fu elevata dalla politica, dalla stampa e dal mondo intellettuale a “concetto-chiave” di quegli anni… oggi risulterebbe ridicolo sostenere una tale affermazione, ma ciò che adesso è evidente ha radici lontane, basti pensare che il primo novembre – sempre del 1993 – entrava in vigore il Trattato di Maastricht, già formalizzato nel febbraio del ’92.

Gli Stati Uniti erano riusciti a sconfiggere il loro più grande nemico ma per farlo si erano indeboliti talmente tanto da lasciare aperta la possibilità ad altri capitalismi di ambire alla leadership mondiale. Così la storia non ha mai smesso di camminare e oggi ci restituisce un mondo diviso per blocchi in competizione tra loro.

Da questa quadro storico-politico dobbiamo partire per leggere i processi in atto nella società. Per una soggettività come la nostra – che ragiona e agisce nell’ambito della formazione – ciò significa collocare le tendenze in atto in una cornice ben definita che risulta evidente quanto si vanno ad analizzare gli ambiti strategici del nostro avversario.

Riportiamo, come esempio, un articolo scritto da Elisabetta Della Corte sul rapporto tra Università e Guerra.

La ricerca pubblica tra assuefazione e ribellione all’apparato militare-industriale

Negli ultimi decenni, l’apparato militare-industriale globale si è trasformato, così come altri settori, aprendosi alle sfide di una sfrenata competizione. Un business che pesa centinaia di milioni di euro e intorno a cui si muovo gli interessi e i profitti dei settori dominanti dell’economia nazionale e mondiale1.

Anche sul piano della ricerca finalizzata a produrre “nuove armi”, sommergibili, navi, aerei, droni, robot, software, ci sono dei cambiamenti; ad esempio: sì è intensificato il rapporto con le università pubbliche accanto ai tradizionali centri di ricerca che dipendono direttamente dal Ministero della Difesa e dal comparto militare-industriale.

Non è molto diverso da quanto è accaduto in altri settori, come, ad esempio quello dell’auto: come la Fiat, ora FCA (Fiat Chrysler Automotive), che prima concentrava la ricerca al Lingotto e ha poi investito e coinvolto sempre più i dipartimenti d’ingegneria delle università, nonché quelli di informatica, fisica, chimica, robotica. Molte delle scoperte per produrre auto nascono fuori dagli stabilimenti e dai centri studi delle aziende automobilistiche, nei quali all’inizio venivano progettati e realizzati le automobili “modello”. Inoltre, la produzione di auto si è sempre più concentrata nelle mani di poche grandi aziende. Lo stesso sta avvenendo nel settore della difesa e della guerra.

La questione scottante riguarda il fatto che, sempre più, la ricerca fatta nelle università dipende direttamente o indirettamente dal settore militare. Questa commistione, non nuova, tra ricerca universitaria e industria di guerra, spesso celata, sottodimensionata o confinata in ambiti accademici, è diventata ben visibile, di recente, quando dei ricercatori sudcoreani si sono rifiutati di partecipare a progetti di ricerca, copiosamente finanziati, finalizzati alla costruzione di armi “intelligenti” per fini di guerra2. La BBC news titolava così la notizia il 5 aprile del 2018: “South Korean university boycotted over ‘killer robots3.

La protesta, alla quale hanno partecipato anche altri ricercatori nel mondo, ha fatto rumore e riaperto, per un po’ di tempo, il dibattito sulle finalità della ricerca e il ruolo delle università, paradossalmente nate per “sviluppare” l’intelligenza umana si trovano oggi ad accrescere, invece, quella artificiale; attratte dai milioni di euro stanziati su questo filone e per questo piegate agli interessi pirateschi dell’industria di guerra e delle multinazionali, che sono in grado così di subappaltare presso gli enti pubblici – sempre più a corto di fondi – una quota significativa degli investimenti nella ricerca. Tra il 2019 e il 2020 l’Unione europea ha stanziato oltre 500 milioni di euro per il settore della costruzioni di armi e della relativa ricerca; ad esempio, 100 milioni sono stati destinati al progetto denominato Eurodrone o EuroMale4, finalizzato allo sviluppo di un drone per uso militare (qui il video di presentazione https://www.airbus.com/newsroom/events/ila-2018/EuroMale.html.

Questo progetto europeo5 – diretto dall’Organizzazione per la cooperazione in materia di armamenti – prevede la realizzazione di due tipologie di droni: una per l’intelligence, cioè per operazioni di spionaggio; e l’altra, invece, con vere e proprie armi per colpire obiettivi a distanza. Al progetto partecipano Italia, Francia, Germania, Spagna e anche il Belgio nel ruolo però di osservatore. La realizzazione, che per altro non manca di contrasti tra i protagonisti6 , è affidata a compagnie come Airbus7, Dassault 8 e Leonardo-Finmeccanica9, tutte e tre leader nel settore militare. Anche solo uno sguardo ai siti di presentazione sui social di queste compagnie è utile per comprenderne la retorica discorsiva sulla sicurezza europea e il volume d’affari10. Nei prossimi anni queste spese cresceranno: nel 2021 l’EU prevede di creare un fondo da 13 miliardi di euro per la difesa.

Cosa c’è di male in questo potrebbe chiedere un finto ingenuo? In fondo se, ad esempio, Leonardo-Finmeccanica finanzia un’università, non c’è niente di male. E invece no, perché magari per quell’università, situata, facciamo il caso, al Sud d’Italia sarebbe più utile indirizzare la ricerca su cure più efficaci per il cancro o per il decadimento neuronale, sui vulcani che borbottano sinistramente nel Tirreno, la riduzione e lo smaltimento dei rifiuti, la difesa del patrimonio boschivo – solo per limitarsi a qualche esempio di una lista ben lunga.

Per i ricercatori avidi di progetti finanziati, “pecunia non olet”, non importa, anzi ricevere un finanziamento è un riconoscimento della qualità scientifica del loro lavoro e si sentono così ben integrati nel sistema; eppure ci sarebbe da riflettere e reagire proprio come hanno fatto i ricercatori sudcoreani. Pecunia non olet, il denaro non puzza, è un motto che fortunatamente, a volte, non vale per tutti. Sempre nel 2018, “una rete di organizzazioni scientifiche e per la pace ha lanciato l’iniziativa europea Researchers for Peace. Oltre 700 scienziati e accademici, la maggior parte provenienti da 19 paesi dell’UE, hanno firmato una dichiarazione online che invita l’UE a interrompere il finanziamento della ricerca militare. Invitano i loro colleghi nella comunità di ricerca ad aggiungere il loro supporto”11 (www.researchersforpeace.eu)

Per chiudere senza concludere, citiamo, ad esempio, uno dei tanti lavori di ricerca sul rapporto tra ricerca scientifica e apparato militare, quello di un ricercatore italiano, Aldo Geuna, che, con dati alla mano, già nel 2001, segnalava la pericolosità di questa dipendenza dai fondi di finanziamento dell’apparato militare industriale, in un articolo dal titolo “La logica mutevole del finanziamento della ricerca nelle università europee: ci sono conseguenze negative indesiderate?” 12, e concludeva richiamando le università a “promuovere più attivamente il loro ruolo nella società e a mobilitare il sostegno politico in loro nome in modo da esercitare un contropotere in opposizione a interessi puramente commerciali e di breve durata”.

Sono passati degli anni e, purtroppo, nonostante gli studi critici, non c’è stato un cambio di direzione; resta però come arma efficace la defezione, il boicottaggio dei ricercatori che potrebbe aprire nuovi scenari e riportare nell’ambito della “ragionevolezza” questo sconsiderato war game, dove a pesare – più che la tanto sbandierata sicurezza e il benessere delle persone – sono gli interessi economici dei settori dominanti.

1 Da Notare che in Italia, una delle idee sostenute da Renzi, rottamatore del vecchio ceto dirigente del Partito Democratico, poi a sua volta rottamato, e oggi a capo di un nuovo partitino denominato Italia Viva, è quella di una fusione tra Leonardo-Fimeccanica e Fincantieri. La questione non è da poco perché si tratta di grossi gruppi industriali del settore aerospaziale, difesa e sicurezza. Una proposta che ha sostenitori e oppositori come si legge in questo articolo https://www.startmag.it/economia/fusione-leonardo-finmeccanica-e-fincantieri-ecco-il-programma-di-renzi-gradito-a-bono/

5 Così viene descritto sul sito Leonardo : “MALE RPAS (Medium Altitude Long Endurance, Remotely Piloted Aircraft System) ’Il  MALE RPAS, bimotore turboelica, è stato progettato per missioni civili e ISTAR militari; sarà caratterizzato da capacità 24/7 diurne e notturne; operazioni ognitempo; facile manutenzione e interoperabilità con i sistemi di difesa esistenti e futuri. Il sistema otterrà la piena certificazione di aeronavigabilità e capacità di integrazione con il traffico aereo (ATI) negli spazi aerei non segregati”. https://www.leonardocompany.com/it/products/male-rpas

12 Aldo Geuna (2001) The Changing Rationale for European University Research Funding: Are There Negative Unintended Consequences?, Journal of Economic Issues, 35:3, 607-632, DOI: 10.1080/00213624.2001.11506393

https://doi.org/10.1080/00213624.2001.11506393