CONTRO L’INGIUSTIZIA DEL POTERE LA RESISTENZA E’ UN DOVERE – Intervista a Nicoletta Dosio

Ci sono due parole che ritornano frequentemente nei nostri discorsi: anzi, sono le parole chiave dei nostri discorsi. Queste due parole sono ‘sviluppo’ e ‘progresso’. […] Bisogna assolutamente chiarire il senso di queste due parole e il loro rapporto, se vogliamo capirci in una discussione che riguarda molto da vicino la nostra vita anche quotidiana e fisica. P. P. Pasolini

[Pubblichiamo l’intervista realizzata dai compagni di Noi Restiamo Torino a Nicoletta Dosio, storica figura del movimento No Tav, pubblicata sul nuovo numero di SOTTOSOPRApress]

Quando sentiamo la classe dominante parlarci di tutela dell’ambiente, del territorio, della salute, ricordiamoci del progetto di Alta Velocità Torino-Lione. Ricordiamoci che mentre si dicono preoccupati per la salvaguardia del pianeta e dei suoi cittadini, mentre blaterano di green economy e scendono nelle piazze a protestare contro il cambiamento climatico, vogliono devastare una valle costruendoci un’opera inutile, costosissima e dannosa per l’ambiente e la sua popolazione. Ricordiamoci che per il raggiungimento dei loro unici scopi di profitto, di sviluppo, sono disposti a mettere in atto un feroce dispositivo di criminalizzazione e repressione che da decenni continua a colpire chiunque si opponga, come i solidali e gli attivisti del Movimento NoTav.

Per questo, dopo le ennesime sentenze di carcerazione contro chi difende la Val Susa dallo sfruttamento del capitale, abbiamo sentito l’esigenza di intervistare Nicoletta Dosio, una dei dodici NoTav condannati a un anno di reclusione per aver partecipato, ben sette anni fa, alla giornata “Oggi paga Monti”. Era infatti il 3 marzo 2012, quando il movimento NoTav decise di organizzare una mobilitazione pacifica in risposta alle dichiarazione di Monti di prosecuzione dell’opera. Un centinaio di persone tra valsusini e non, si riversò nell’autostrada Torino-Bardonecchia e sollevò le sbarre del casello di Avigliana che portano in valle, liberando così per qualche minuto quella tratta dal pedaggio.
Fu un chiaro segnale che la Val Susa diede alla società Sitaf, proprietaria di quella tratta autostradale e complice nella costruzione dell’Alta Velocità, che per quel giorno si dovette accontentare di far qualche spiccio di profitto in meno; e soprattutto fu la risposta che un’opposizione popolare dal basso volle dare al governo e all’Unione Europea che nei mesi precedenti avevano dimostrato di voler l’opera anche a costo di espropriare con la forza i terreni dei contadini (fino a ferire gravemente un compagno) e di militarizzare permanentemente un intero paese.

Fu una giornata che, nonostante il clima pesante vissuto negli ultimi anni, si concluse senza scontri o momenti di tensione, ma che oggi sta portando in carcere con l’accusa di “violenza privata e interruzione di pubblico servizio” dodici persone. Un’accusa infondata e tutta politica che cerca di annientare chi lotta per la giustizia sociale e per la reale salvaguardia dell’ambiente, chi lotta per il progresso.

Nicoletta è una di noi, è una professoressa di lettere in pensione e un’abitante della valle che resiste, oltre che storica attivista del Movimento e militante di Potere al Popolo!, che non ha paura di esprimere il proprio dissenso. Come ha ribadito nella conferenza stampa tenuta sotto il Tribunale di Torino qualche giorno fa, ha deciso di non richiedere alcuna misura alternativa al carcere, perché riconosce come assolutamente legittima la sua condotta, perché a 73 anni non ha alcuna paura di questo infame potere. E noi non possiamo che esserle grati per questo suo esempio.

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Il movimento NoTav può essere considerato a tutti gli effetti uno dei movimenti più longevi ed eterogenei del nostro Paese: in trentatré anni quella che poteva essere una lotta circoscritta di una comunità ‘’periferica’’ come la Val di Susa per la difesa della propria terra, ha saputo allargarsi, radicarsi nel territorio, raccogliere la solidarietà in tutta la penisola, essere di esempio per altre lotte ‘’gemelle’’ (come il NoTap e NoMuos) e attraversare generazioni, di valsusini e non. Quali sono state le pratiche più efficaci, i momenti più significativi, e soprattutto il percorso che ha permesso l’attivazione e il coinvolgimento di così tante persone?

Non abbiamo mai programmato questa lotta a tavolino, la lotta è nata nella realtà, nei momenti del bisogno, andando avanti giorno dopo giorno e cercando di adattarsi a quelli che erano i bisogni del momento.

Non è stata la prima lotta ambientale della valle, le altre però forse delegavano un po’ troppo. Forse l’unica che non aveva delegato era quella contro il maxielettrodotto che volevano costruire e che poi non hanno costruito proprio perché avevamo messo in piedi una lotta popolare come questa, anche se più circoscritta chiaramente. Noi abbiamo capito che intanto non si poteva aspettare dall’alto la difesa di quei diritti della vita di tutti e che spettava soltanto a noi, a chi la vita la viveva. Quindi non delegare, perché non abbiamo paura, non pensare che la legge abbia sempre ragione perché la legge è ritagliata addosso a chi comanda, e se chi comanda è ingiusto quella legge non può che essere oppressiva e certo non capace di migliorare il mondo; e poi la forza sicuramente, l’entusiasmo, il non scoraggiarsi.

La prima manifestazione che avevamo fatto a Bussoleno contro la chiusura del polo ferroviario, che era parallelo a quella lotta, l’abbiamo fatta in dieci. Allora se noi ci fossimo fermati lì, nulla sarebbe nato, e invece erano solo dieci di tante realtà che stavano germogliando nel profondo della terra, perché era necessario, perché se si vive male, se si vede che i servizi di cui si ha bisogno non ci sono, che la povertà aumenta, se vedi che hai bisogno di qualcosa e invece ti vogliono dare l’esatto opposto, non tutti si adeguano. E allora saper intercettare i bisogni è stato fondamentale.

L’altra cosa che è stata fondamentale è stata far conoscere cosa sarebbe stato il Tav, cominciando a contraddire le bugie di chi lo voleva costruire, di questo potere, che poi all’inizio era anche il potere economico della FIAT, perché il primo general contractor dell’alta velocità nell’Italia del nord era stata la FIAT che aveva devastato già con la macchinetta privata , con la fine di tutti i servizi pubblici e che voleva fare anche con i treni quello che aveva fatto con le autostrade. Non dimentichiamo che proprio in quegli anni le ferrovie dello Stato erano state privatizzate. E la privatizzazione aveva voluto dire taglio delle corse pendolari, chiusura delle stazioni, e a Bussoleno la chiusura del polo ferroviario che dava lavoro a 1500 ferrovieri. Quindi insomma c’erano dei dati reali che se si mettevano in rilievo trovavano consenso per la lotta.

Sapere cosa volevano costruire, informarsi anche a fondo, è stato fondamentale. Difatti noi abbiamo avuto la fortuna di avere dalla nostra parte due professori del Politecnico di Torino che era l’incubatoio del Tav, perché sono le strutture pubbliche e le università i loro centri studio; con la scuola che è sempre più legata alla carità del privato basta che le diano un contentino. E allora tra tanti che invece preparavano i progetti del Tav, due si sono rifiutati di farlo e ci hanno raccontato qual era il vero senso di quest’opera, cosa avrebbero fatto. Allora anche in questo senso, noi non abbiamo delegato, abbiamo informato tutti anche a livello tecnico oltre che politico su cosa sarebbe stata quest’opera ma anche cos’è quel modello di sviluppo che è sotteso, che è la visione della devastazione umana e naturale, che è la perdita totale di ogni senso del limite, che è il concetto dell’usa e getta come base dello sviluppo, che è l’idea stessa di uno sviluppo che è devastazione, dei diritti, della natura, del futuro.

E poi la lotta crea socialità e questa è un motore potente. Il fatto che tu lotti per te e per gli altri, ma anche che lotti perché hai gli altri vicino a te, perché capisci che non ti puoi difendere da solo e che difendere te stesso è solo l’altra faccia di difendere tutti gli altri. E questo dalla valle è andato oltre visto che è una situazione che non riguarda solo questo territorio, ma questa ingiustizia che si fa devastazione ambientale e sociale è ampiamente diffusa ovunque, e i compagni di lotta a quel punto era facile trovarli, non soltanto in Italia ma in tutto il mondo; infatti ai nostri presidi sono arrivati i Mapuche, sono arrivati i palestinesi, ognuno portava sapere e dava e riceveva solidarietà e forza.

È questo che ti fa resistere, perché loro hanno il denaro, il potere, hanno i giornali di regime, le televisioni per stravolgere la verità. Noi abbiamo le nostre forze, il nostro affetto, il nostro senso di socialità e l’amore per il nostro territorio e per quello di tutto il mondo, perché non è solo una dichiarazione astratta ed empatica, ma sappiamo davvero di essere a casa nostra in tutto il mondo e quindi non vogliamo barriere, confini, e sono nostri fratelli anche quei poveri che vanno a morire nella neve perché a casa loro non hanno più nulla; il movimento NoTav si è anche attrezzato come movimento contro i confini, come movimento che aiuta le donne e gli uomini, i lavoratori, che cercano di girare per il mondo in cerca di lavoro, perché la Val di Susa è una terra di emigrati, e quindi gli emigrati sono nostri fratelli e noi li aiutiamo.

Ci troviamo in un contesto in cui tutti sembrano voler risolvere la crisi ambientale: negli ultimi mesi abbiamo visto le piazze riempirsi di giovani che percepivano l’urgenza di attivarsi di fronte al cambiamento climatico in atto, abbiamo visto movimenti in tutto il mondo chiedere ai propri governi di prendere provvedimenti e persino la classe dirigente ha iniziato a parlare di green economy. Come mai, secondo te, proprio ora un movimento come quello NoTav subisce una nuova pesante ondata repressiva, nonostante anni di lavoro per la difesa attiva del territorio e del suo ecosistema che andrebbero distrutti da un’opera tanto inutile quanto inquinante?

Perché evidentemente è sempre orientata in senso ostinato e contrario a questi profitti e a questo modello di sviluppo che cambia maschera e vestito a seconda della comodità. È bellissimo che i giovani si muovano, sono una forza futura reale, e loro cercano di addomesticarla e di metterla in silenzio o di illuderla con la questione della green economy che noi ormai conosciamo perché è un nuovo modo per far profitto sui diritti di tutti e soprattutto un modo per cercare di isolare un discorso ambientale astratto da uno di tipo sociale.

Io credo che le due cose debbano andare insieme perché altrimenti sono menzogne. Il movimento NoTav dice esattamente questo, cioè che là dove ci sono i grandi profitti non ci può essere né giustizia sociale né giustizia ambientale. Allora il movimento che dice queste cose diventa anche un pericolo
culturale oltre che concreto e reale, perché la loro forza sta nella menzogna, nella bugia, nel devastare il mondo facendo finta di metterlo a posto. Quando noi diciamo che lo sviluppo è quella cosa che continua ad andare avanti devastando il mondo, creando rovine, e contro di questo noi rivendichiamo il senso del limite, loro lo sentono in una delle sue tante sfaccettature che è il limite ai loro profitti che
vorrebbero infiniti. E quindi ecco perché il movimento NoTav bisogna metterlo in silenzio.

System change qui e ora: conosciamo i responsabili!

La vicenda dell’ex Ilva toglie il velo fatto di ideologia e ipocrisia sul sistema neoliberista imposto dall’Unione Europea nonché sul modello di sviluppo produttivista e predatorio proprio del capitalismo odierno: il modello fatto di precarietà e salari bassi e del laissez-faire su inquinamento e ambiente da un lato, l’annosa questione del ricatto tra salute e lavoro dall’altro, ci dimostrano ancora una volta che per immaginare un futuro dobbiamo azzerare il tragico presente e rompere la gabbia dell’attuale sistema.

Anche sul piano politico e sindacale il re è nudo: tutti i partiti dell’arco parlamentare, compresi gli ormai domati 5s, e i sindacati confederali, si sono di fatto arresi a una multinazionale che vorrebbe continuare a spargere veleni e disoccupazione finanziata dalle casse pubbliche. È l’ennesima, plastica, dimostrazione dell’inconsistenza di un’intera classe dirigente, complice del declino industriale, economico, ambientale e sociale del nostro paese e che in malafede si rifiuta di discutere il vero tema sul futuro di Taranto e dei lavoratori ex Ilva: o si nazionalizza e si rimette al controllo pubblico la questione della riconversione e della bonifica, oppure l’unica alternativa è la morte dei territori e del lavoro. Tutte le altre ipotesi rimanderebbero il problema e svelerebbero ancora una volta la sudditanza di un intero establishment politico, sindacale, economico e dell’informazione ai padroni (questa volta) indiani.

Arcelormittal, d’altronde, ha più volte dimostrato tutta la sua ferocia predatoria nei confronti dell’ambiente e del lavoro: la violazione contrattuale con cui hanno ricattato Taranto e un paese intero ha confermato ai lavoratori e gli abitanti ancora una volta chi è il vero nemico. Effettivamente sono gli stessi che, giustificando le loro azioni con la fase di declino del settore dell’acciaio (benvenuti nel mondo dei cicli economici!), stanno in queste settimane chiudendo uno stabilimento in Sudafrica e riducendo la produzione in Polonia.

Non è solo il mondo della produzione dell’acciaio ad essere in crisi: il rapporto del centro studi del The Economist uscito pochi giorni fa ha di fatto certificato che i cambiamenti climatici porteranno a una decrescita globale, conseguenza del fatto che la strategia degli imperialismi di desertificare un’area alla volta del paese non risolve i limiti, immodificabili, della Natura. La soluzione? Purtroppo, dal fallimento del neoliberismo, sarà la guerra di tutti contro tutti.

Nonostante il tentativo di un intero apparato politico, mediatico e culturale di celare i nostri veri nemici e le complicità, la realtà materiale di una Taranto distrutta da malattie e veleni e da una crisi sociale senza precedenti conferma le tesi di chi, da tempo lotta e prova a mettere in campo un’offensiva a tutto tondo al sistema neoliberista imperante. Di fronte all’enorme tema della transizione ecologica non possiamo arrenderci alla narrazione mainstream che vede nella Green Economy e nel capitalismo dal volto umano e verde un’alternativa: bisogna rimettere al centro della discussione politica, a partire dalle università e le scuole dove agiamo, il rifiuto del ricatto tra salute e lavoro, nonché rigettare l’opzione per cui a pagare la transizione siano nuovamente le classi popolari, come ci insegnano la lotta di classe in America Latina e i Gilet Gialli in Francia.

Per questo il 29 novembre, nel giorno del quarto Sciopero Globale del Friday for Future, come Noi Restiamo saremo a Taranto, alla manifestazione nazionale indetta dall’Unione Sindacale di Base che ha convocato sciopero generale per tutta la giornata. Il system change che a gran voce una nuova generazione ha urlato e richiesto durante le oceaniche mobilitazioni del 27 settembre non può e non deve rimanere una richiesta generica, data in pasto a un potere in grado di sussumerla all’interno dell’operazione di valorizzazione di un nuovo tipo di capitalismo. Il 29 novembre per noi il System Change significa rimettere al centro il controllo delle classi popolari sulle scelte di produzione e del modello di sviluppo: non è il pianeta a essere in fiamme, siamo noi!

Venti di guerra a Torino – il meeting Aerospace & Defence

In questi giorni si svolge a Torino l’Aerospace & Defence meeting, una fiera in cui i produttori di armi di tutto il mondo si incontrano con gli acquirenti. Si conosce poco di questa fiera, per questo pensiamo sia il caso di chiarire alcune questioni.

Perché a Torino? Sul sito web della Regione Piemonte – una delle tante istituzioni partner della fiera – il presidente Cirio dichiara che “La presenza di un sistema completo di eccellenze produttive e scientifiche, con la combinazione di grandi, piccole e medie imprese, Università e diversi centri di ricerca, fa del Piemonte uno dei più importanti distretti aerospaziali a livello mondiale, oltre ad esprimerne la vocazione per l’innovazione tecnologica”, e non si limita alle parole ma grazie ai fondi europei (Fesr) ha lanciato un pacchetto da 50 milioni per sostenere progetti di ricerca e sviluppo in ambito aerospaziale. Al Piemonte serve una vetrina in cui mettere in mostra le proprie competenze nel settore aerospazio e difesa, infatti all’interno della fiera sarà allestita un’area brevetti in cui il Politecnico di Torino e l’Università di Torino potranno esporre tutto il loro know-how a riguardo.

Perché ora? Non è un caso che si utilizzino i fondi europei, la politica industriale – specialmente in campo militare – è materia dell’Unione Europea. Di questo Cirio ne è ben consapevole, infatti afferma: “Non dimentichiamo che l’evento avviene nel momento in cui a Bruxelles si decidono i destini dell’industria aerospaziale europea, e questo ci aiuta a far sì che il faro sia puntato sul Piemonte”.

Cosa succede in Europa? I grandi ambiti militari che all’interno dell’UE definisco i progetti di ricerca e sviluppo sono la NATO e la PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente nel settore della Difesa), due organismi enormi che però – per contradizioni interne – non riescono a svolgere il loro compito. Per questo Francia e Germania hanno avviato l’ European Intervention Initiative (EII) con l’intento di velocizzare la costruzione dell’Esercito Europeo. L’EII non è solo una questione geopolitica ma è anche una questione molto materiale, grazie a questa iniziativa la neonata Knds – leader europeo derivante dalla fusione della francese Nexter e la tedesca Krauss-Maffei Wegmann (KMW) – ha potuto avviare il progetto del nuovo carro armato europeo, chiamato Main Ground Combat System (Mgcs). Infatti, l’International Institute for Strategic Studies ha stimato che entro il 2035 gli eserciti europei dovranno sostituire circa 2500 carri armati, al momento esistono in Europa 17 modelli diversi, il Mgcs dovrebbe sostituirli tutti così da dare omogeneità ai mezzi corazzati europei. Non è tutto, l’alleanza franco-tedesca ha in mente di costruire anche un caccia di sesta generazione: il FCAS. Inoltre, la costituzione dell’EII ha permesso di stringere un accordo sulle esportazioni di armi verso paesi extra-UE che non penalizzi né la Francia né la Germania.

Cosa fa l’Italia? È da quarant’anni che lo Stato italiano intrattiene collaborazioni con il Regno Unito nel settore dei mezzi corazzati, l’ultimo prodotto di questa collaborazione è il Tempest. Un caccia di sesta generazione che Leonardo, Avio Aero e Rolls-Royce stanno costruendo con svedesi e inglesi, andrà sicuramente a sostituire l’Eurofighter Typhoon in servizio presso la RAF. È soprattutto per questa ragione che quando l’Italia ha chiesto a Francia e Germania di far parte dell’EII gli è stato risposto nein. La collaborazione in campo militare con gli inglesi potrebbe essere un problema per lo sviluppo dell’Esercito Europeo, soprattutto se si considera la questione Brexit. Ciò lo dimostra anche il dietrofront che Di Maio ha ordinato a Trenta per la costruzione dei missili Camm.Er, una commessa a cui erano interessati anche Spagna, Svizzera e Qatar portata avanti con gli inglesi per sostituire i missili italiani che hanno gravi problemi di obsolescenza. Commessa che evidentemente poteva creare qualche attrito politico di troppo. Così Leonardo, insieme a Iveco, ha pensato di mettere i bastoni tra le ruote a Macron e – supportata dal governo italiano – ha avviato una collaborazione con la Polonia per la costruzione di un nuovo carro armato concorrente del Mgcs. L’alleanza italia-polonia è molto matura, infatti grazie a Leonardo e allo stabilimento PZL- Świdnik è da anni che si producono elicotteri da guerra, l’ultimo modello è l’elicottero d’attacco AW249. Giusto per dare ancora un riferimento sui prodotti presenti sulle brochure di questa fiera…

Tutto ciò conferma che la guerra – anche quando non è combattuta ma si tratta ancora di sviluppare, produrre e vendere armi – è spinta da interessi di natura economica e viaggia di pari passo alla centralizzazione dei capitali e alle necessità di esportazione dell’Unione Europea a trazione franco-tedesca. A questo stadio di sviluppo del capitalismo qualcuno ha dato il nome di “Imperialismo”, si faceva chiamare Lenin.

SYSTEM CHANGE QUI E ORA! LAVORO SALUTE AMBIENTE VALGONO PIÙ DEL LORO PROFITTO!

29 NOVEMBRE MANIFESTAZIONE NAZIONALE A TARANTO!

Il system change che vogliamo non è uno slogan, ma l’unica soluzione possibile al disastro ambientale e sociale in corso.

Il caso dell’Ilva è paradigmatico del sistema di produzione dominante: salari bassi e inquinamento infinito. Quello che avviene da decenni è un ricatto infimo in cui la scelta per i lavoratori è fra morire di fame e morire di cancro o di lavoro. A Taranto le emissioni nocive sono raddoppiate dal 2018, i morti sono oltre 200 ogni anno per patologie collegate all’inquinamento e i lavoratori Ilva presentano il 500% di casi di tumore in più rispetto alla media cittadina. A tutto ciò si aggiunge il rischio, per migliaia di lavoratori, di ritrovarsi disoccupati per la spietata ricerca di profitto di Arcelormittal e la connivenza di tutto l’arco politico, incluso chi sul tema balbetta.

Viviamo in un sistema che produce disastri sociali e ambientali ma che cerca di dirci che è colpa nostra, che dovremmo andare a lavoro in bici o che non ricicliamo abbastanza, mentre sappiamo che 100 multinazionali producono oltre il 70% dell’inquinamento mondiale. Non è una peculiarità italiana, è il capitalismo nel suo complesso ad essere incompatibile con il pianeta Terra, un paradigma produttivo che, per fare solo un esempio, è capace di radere al suolo milioni di ettari di foresta amazzonica per gli interessi dell’industria agroalimentare e mineraria.

Chi inquina i nostri territori e avvelena le nostre vite, così come chi distrugge il lavoro, ha un volto e dei nomi precisi.

È nostro dovere combattere contro chi ci uccide giorno dopo giorno. Non possiamo accettare un presente di miseria e la falsa promessa di un futuro migliore. Il capitalismo e il futuro viaggiano su rette parallele e non sarà una veste “green” a cambiare le cose. Finché il fine ultimo resterà il profitto e i rapporti di produzione invariati, il capitalismo e la vita continueranno ad essere inconciliabili.

Il primato dei mercati e la spietata volontà di mettere a valore economico ogni ambito della società è un processo che conosciamo bene anche dentro le nostre Università, dai processi di mercificazione del sapere alla recente decisione, presente nella nuova legge di stabilità, di porre fine alla libertà dell’alta ricerca accademica con l’indirizzamento diretto dei finanziamenti da parte del governo.

Per questo pretendiamo un cambio radicale di sistema qui e ora, per il futuro del pianeta e della nostra vita, e sappiamo che questo cambiamento potrà arrivare soltanto dal basso, dall’organizzazione di chi è vittima di questo sistema!

In occasione del 4° sciopero globale per il clima e la convocazione dello sciopero generale, il 29 novembre saremo tutti in piazza a Taranto, a fianco di cittadini e lavoratori, perché il lavoro, la salute e l’ambiente valgono più del loro profitto!

Cosa sapete, cosa ricordate della Strage di Piazza Fontana?

Tra poco meno di un mese saranno cinquanta anni dalla Strage di Stato in Piazza Fontana. Un 12 dicembre del 1969 a Milano che, come abbiamo detto molte volte, per almeno due generazioni non sarà mai una data come le altre sul calendario.

Quel giorno cambiarono molte cose, le coscienze fecero uno scatto in avanti, divenne di massa la consapevolezza che lo Stato aveva dichiarato guerra a chi voleva cambiare il paese. La “grande paura” della borghesia verso il clima rivoluzionario internazionale, i movimenti studenteschi e l’Autunno Caldo operaio era palpabile, e la rese isterica e pericolosa, fino ad evocare il lavoro sporco del “Deep State”.

Ma con il passare degli anni questa visione della storia è stata combattuta dagli apparati ideologici dello Stato, è stata rimossa, è stata manipolata fino a confondere totalmente le nuove generazioni. Una confusione voluta ma con un messaggio chiaro: “non provateci più!”

In questi giorni esce il libro “Piazza Fontana, Una strage lunga cinquanta anni”. I compagni della Rete dei Comunisti e della rete Noi Restiamo hanno voluto ripubblicare il materiale prodotto dieci anni fa dalla redazione di Contropiano e dalla libreria Quarto Stato di Aversa in occasione del quarantennale.

I contenuti del libro riguardano la storia della “guerra non dichiarata” dello Stato e della borghesia italiana – insieme ai servizi militari Usa e ai fascisti – contro il movimento operaio, il Pci, i comunisti, la sinistra rivoluzionaria.

Viene ricostruito il passaggio “dalla guerra fredda alla guerra sul fronte interno” che ha segnato la storia recente del paese, ma che continua visbilmente ad alimentare tutt’oggi una logica vendicativa contro i perseguitati e i prigionieri politici della sinistra in Italia.

C’è poi un capitolo sulla “storia rovesciata” e le vicissitudini nelle organizzazioni neofasciste, quella fase che Pasolini nel suo scritto sulle stragi intravede come il passaggio dalla “fase fascista a quella antifascista della stagione delle stragi”. Il famoso editoriale di Pierpaolo Pasolini è tra i documenti inseriti nel libro, insieme ad un scritto politico e profetico di Giangiacomo Feltrinelli e ad un intervento di Roberto Mander, il più giovane anarchico coinvolto nell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana durante la montatura politico/giudiziaria che portò all’arresto di Pietro Valpresa, Roberto Gargamelli ed altri compagni anarchici e all’uccisione del compagno Pino Pinelli nella Questura di Milano.

Ci sono poi le audizioni del giudice Salvini (non confondetelo con quello del Papeete per favore) davanti alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi. E su questo c’è una “chicca” che nella pubblicazione di dieci anni fa non compariva: i nomi. Si tratta dei nomi che il giudice E Salvini consegnò alla Commissione Parlamentare ma che furono secretati. Ed è qui che vengono fuori i nomi dei due “amerikani” dei servizi militari Usa (non della Cia) che dalla base Nato di Verona organizzarono la rete che portò la strage di Piazza Fontana.

Il libro contesta poi una tesi assai diffusa ma depistante come quella del “doppio Stato”. Nella guerra di bassa intensità scatenata il 12 dicembre del 1969 non c’erano uno Stato costituzionale e uno Stato deviato. C’era la ragion di Stato e le sue priorità nello scontro politico e di classe, internazionale e sul fronte interno. A questa fu piegato tutto: le leggi, le regole, l’etica ed anche i riottosi nella DC al governo.

Infine c’è la descrizione della impressionante reazione con cui la sinistra rivoluzionaria rispose alla Strage di Stato, dalla nascita della controinformazione alle mobilitazioni di piazza.

Quel materiale è stato arricchito nel libro da quattro nuovi capitoli sui fascisti oggi e i loro legami attuali con gli apparati dello Stato. Ne è venuta fuori una sorta di inchiesta sulla funzione e le reti neofasciste in Italia anche nel XXI Secolo. Funzione e collegamenti che, stranamente, ricevono scarsissima attenzione nelle indulgenti relazioni annuali dei servizi segreti. Al contrario, di fronte alla mezza paginetta riservata ai fascisti, ce ne sono il decuplo riservate ai gruppi della sinistra e agli anarchici. Un po’ come ai tempi della strage di Piazza Fontana.

Il libro è stato concepito per parlare non agli storici o ai vecchi militanti, ma a quelli più giovani, ossia l’oggetto di una brutale rimozione storica e ideologica da parte degli apparati ideologici dello Stato. Una rimozione talmente pesante da aver invece rialimentato curiosità e interesse tra chi si affaccia da poco nella lotta politica.

Da qui la domanda rivolta a tutte e a tutti? Che cosa sapete e che cosa ricordate della Strage di Stato in piazza Fontana il 12 dicembre del 1969? Misurarsi con uno spartiacque nella storia recente del nostro paese diventa urgente e necessario.

CONTRO IL GOLPE IN BOLIVIA, MOBILITIAMOCI!

CONTRO IL GOLPE IN BOLIVIA, MOBILITIAMOCI!

Presidio sotto l’ambasciata boliviana a Roma, mercoledì 13 novembre, ore 16:00 – via Civitavecchia 1.

In Bolivia si sta consumando l’ennesimo colpo di Stato manu militari del continente. Con la rivolta della Polizia e il tradimento dei militari ai danni del governo democraticamente eletto pochi giorni orsono, in America latina si vuole ancora una volta annullare il mandato popolare per un miglioramento delle condizioni di vita generali.

I governi Morales che si sono succeduti a partire dal 2006 hanno avuto un enorme impatto sul benessere delle classi meno abbienti del paese, promuovendo una crescita sostenibile e ridistribuendo in maniera più equa le risorse fra tutte le fasce della popolazione.

Per la prima volta nella storia dall’invasione spagnola, le comunità indigene hanno trovato dignità e rappresentanza anche nelle istituzioni governative boliviane, producendo un corto circuito nella volontà di potere di quella “borghesia bianca” che si era arricchita con lo sfruttamento delle ingenti risorse naturali, nonché di quelle umane, sottratte al loro controllo con le vittorie elettorali del Movimento per il socialismo.

Ma è proprio al ripristino di questa volontà che mira l’infedeltà dimostrata da settori dell’esercito nei confronti del popolo boliviano, messo sotto durissimo attacco da quelle proteste che da tre settimane a questa parte sfociano in aperta violenza proprio nelle zone dove la propaganda yankee trova maggiore appoggio.

Il golpe in scena in Bolivia è solo l’ultimo atto di una strategia nordamericana, in rappresentanza degli interessi delle grandi multinazionali, che punta alla destabilizzazione di quelle esperienze che nella Regione si pongono in aperto conflitto con i voleri dei mercati di profitto a tutti i costi, come i casi del Venezuela, del’Ecuador, dell’Argentina o della repressione cilena in atto in questi giorni, insegnano.

Di fronte a tutto ciò, chiamiamo alla mobilitazione tutte le forze progressiste e democratiche, le organizzazioni politiche, i collettivi, i sindacati conflittuali, i singoli o chiunque riconosca l’importanza del sostegno e della solidarietà internazionalista al popolo boliviano e al suo rappresentante scelto Evo Morales in questi momenti di dura lotta.

Per combattere l’imperialismo, è necessario difendere gli elementi di democrazia socialista in tutti i paesi progressisti dell’America latina e consentire così il rafforzamento del controllo del potere da parte del popolo.

Muro di Berlino, DDR, URSS. La parola alla storia, il discorso di Erich Honecker

Discorso di Erich Honecker pronunciato davanti al Tribunale di Berlino.

Difendendomi dall’accusa manifestamente infondata di omicidio non intendo certo attribuire a questo Tribunale e a questo procedimento penale l’apparenza della legalita’. La difesa del resto non servirebbe a niente, anche perche’ non vivro’ abbastanza per ascoltare la vostra sentenza. La condanna che evidentemente mi volete infliggere non mi potra’ piu’ raggiungere. Ora tutti lo sanno. Basterebbe questo a dimostrare che il processo e’ una farsa. E’ una messa in scena politica.

Nessuno nelle regioni occidentali della Germania, compresa la citta’ di prima linea di Berlino Ovest, ha il diritto di portare sul banco degli accusati o addirittura condannare i miei compagni coimputati, me o qualsiasi altro cittadino della RDT, per azioni compiute nell’adempimento dei doveri emananti dallo Stato RDT.

Se parlo in questa sede, lo faccio solo per rendere testimonianza alle idee del socialismo e per un giudizio moralmente e politicamente corretto di quella Repubblica Democratica Tedesca che piu’ di cento stati avevano riconosciuto in termini di diritto internazionale. Questa Repubblica, che ora la RFT chiama Stato illegale e ingiusto, è stata membro del Consiglio di Sicurezza dell’ O.N.U., che per qualche tempo ha anche presieduto, e ha presieduto per un periodo la stessa l’Assemblea generale. Non mi aspetto certo da questo processo e da questo Tribunale un giudizio politicamente e moralmente corretto della RDT, ma colgo l’occasione di questa messa in scena politica per far conoscere ai miei concittadini la mia posizione.

La situazione in cui mi trovo con questo processo non è un fatto straordinario. Lo Stato di diritto tedesco ha già perseguitato e condannato Karl Marx, August Bebel, Karl Liebknecht e tanti altri socialisti e comunisti. Il terzo Reich, servendosi dei giudici ereditati dallo Stato di diritto di Weimar portò avanti quest’opera in molti processi, uno dei quali io stesso ho vissuto in qualità di imputato. Dopo la sconfitta del fascismo tedesco e dello Stato hitleriano, la RFT non ha avuto bisogno di cercarsi nuovi procuratori della repubblica e nuovi giudici per riprendere a perseguitare penalmente in massa i comunisti, togliendo loro il lavoro e il pane nei tribunali del lavoro, allontanandoli dagli impieghi pubblici tramite i tribunali amministrativi o perseguitandoli in altri modi. Ora capita a noi quello che ai nostri compagni della Germania occidentale era già capitato negli anni ‘50. Da circa 190 anni è sempre lo stesso arbitrio che si ripete. Lo Stato di diritto della Repubblica Federale Tedesca non è uno stato di diritto ma uno stato delle destre [gioco di parole in tedesco, N.d.T.].

Per questo processo, come per altri in cui altri cittadini della RDT vengono perseguitati per la loro contiguità col sistema di fronte ai tribunali penali o del lavoro, sociali o amministrativi, c’è un argomento principe che viene usato. Politici e giuristi sostengono: dobbiamo condannare i comunisti perchè non lo abbiamo fatto con i nazisti. Questa volta dobbiamo fare i conti con il nostro passato. A molti sembra un ragionamento ovvio, ma in realtà è totalmente falso. La verità è che la giustizia tedesco‑occidentale non poteva punire i nazisti perchè i giudici e i procuratori della repubblica non potevano punire se stessi. La verità è che questa giustizia della Germania Federale deve il suo attuale livello, comunque lo si voglia giudicare, ai nazisti di cui ha assunto l’eredità. La verità è che i comunisti e i cittadini della RDT vengono perseguitati oggi per le stesse ragioni per cui sono sempre stati perseguitati in Germania. Solo nei 40 anni di esistenza della RDT le cose sono andate in senso opposto. E’ con questo spiacevole inconveniente che bisogna ora fare i conti. Il tutto naturalmente nel pieno rispetto del diritto. La politica non c’entra assolutamente niente!

I giuristi più eminenti di questo paese, tanto dei partiti di maggioranza che della SPD, giurano che il nostro processo altro non è che un normale processo penale, non un processo politico, non una messa in scena. Vengono arrestati i membri di uno dei più alti organismi statali del paese confinante e si dice che però la politica non c’entra niente. Si contestano ai generali della contrapposta alleanza militare le decisioni prese, ma si sostiene che la politica non c’entra niente. Quelle stesse personalità che ieri venivano ricevute con tutti gli onori come ospiti di stato e interlocutori degli sforzi congiunti per impedire che potesse mai più scaturire una guerra dal suolo tedesco, vengono oggi etichettate come criminali. Ma anche questo non avrebbe niente a che fare con la politica.

Si mettono sotto accusa i comunisti, che da quando sono apparsi sulla scena politica sono sempre stati perseguitati, ma nella RFT oggi tutto ciò non avrebbe niente a che fare con la politica.

Per me e, credo, per chiunque non sia prevenuto, è evidente che questo processo è politico come solo può esserlo un processo contro la dirigenza politica e militare della RDT. Chi lo nega non sbaglia, chi lo nega mente. Mente per ingannare ancora una volta il popolo. Con questo processo si fa proprio ciò di cui noi veniamo accusati: ci si sbarazza degli avversari politici con i mezzi del diritto penale. Ma naturalmente tutto avviene secondo la legge.

Anche altre circostanze mostrano senza ombra di dubbio che con questo processo si perseguono fini politici. Come mai il cancelliere federale, come mai il signor Kinkel, già capo dei servizi segreti, poi ministro della giustizia e infine ministro degli esteri della RFT si sono tanto impegnati per riportarmi a qualsiasi costo in Germania e rinchiudermi nel carcere di Moabit dove sono già stato sotto Hitler? Come mai il cancelliere ha lasciato che io volassi a Mosca per poi far pressioni su Mosca e sul Cile perché mi consegnassero, contro ogni principio del diritto internazionale? Come mai i medici russi che avevano fatto la diagnosi giusta al primo esame l’hanno poi dovuta falsificare? Come mai io e i miei compagni, che di salute non stanno tanto meglio di me, veniamo trascinati di fronte al popolo come facevano anticamente gli imperatori romani con i loro avversari prigionieri?

Non so se tutto questo abbia una spiegazione razionale. Forse si conferma il detto antico che coloro che Dio vuole perdere prima li acceca. Una cosa comunque è chiara, ed è che tutti quegli uomini politici che un tempo mi chiedevano udienza ed erano felici di potermi a loro volta ricevere, non usciranno indenni da questo processo. Anche i bambini in Germania sapevano che degli uomini erano stati uccisi al muro e che tra i politici viventi il massimo responsabile del muro ero io, presidente del Consiglio Nazionale della Difesa (CND), segretario generale, presidente del Consiglio di Stato della RDT. Non ci sono perciò che due sole possibilità: la prima è che i signori politici della RFT abbiano coscientemente, liberamente e persino avidamente cercato di avere rapporti con un assassino. La seconda è che essi coscientemente e con soddisfazione lasciano adesso che un innocente venga incolpato di omicidio. Di queste due possibilità nessuna torna a loro onore. Una terza possibilità non c’è. Ma chi accetta un dilemma di questo genere e risulta perciò comunque, tanto in un caso come nell’altro, una persona priva di carattere, o è cieco oppure persegue altri fini che gli premono più del proprio onore.

Ammettiamo pure che nè’ il signor Kohl, nè il signor Kinkel, nè gli altri signori ministri e dirigenti di partito della Repubblica Federale Tedesca siano ciechi (cosa che non mi sento affatto di escludere). Rimane, come scopo politico di questo processo, la volontà di discreditare totalmente la RDT e con essa il socialismo in Germania. Il crollo della RDT e del socialismo in Germania e in Europa evidentemente ancora non gli basta. Devono eliminare tutto ciò che può far apparire questo periodo in cui gli operai e i contadini hanno governato in una luce diversa da quella della perversione e del delitto. La vittoria dell’economia di mercato (come chiamano oggi eufemisticamente il capitalismo) deve essere assoluta, e così la sconfitta del socialismo. Si vuole fare in modo, come diceva Hitler prima di Stalingrado, che quel nemico non si rialzi mai più. I capitalisti tedeschi in effetti hanno sempre avuto un’inclinazione per l’assoluto.

Questa finalità del processo, questa volontà di uccidere ancora una volta il socialismo già dato per morto, mostra quale sia il giudizio che il signor Kohl, il governo e anche l’opposizione della RFT danno della situazione. Il capitalismo ha vinto economicamente scavandosi la fossa, cosi come aveva fatto Hitler vincendo militarmente. In tutto il mondo il capitalismo è entrato in una crisi priva di sbocchi. Non gli è rimasta altra scelta che sprofondare in un caos ecologico e sociale oppure accettare la rinuncia alla proprietà privata dei mezzi di produzione e quindi il socialismo. Ambedue le alternative significano la sua fine. Ma per i potenti della Repubblica Federale Tedesca il pericolo più grave è chiaramente il socialismo. E questo processo deve servire a prevenirlo, così come deve servire a prevenirlo tutta la campagna contro la ormai scomparsa RDT, che deve essere marchiata come stato ingiusto e illegale.

Tutti i casi di morte per ragioni non naturali nel nostro paese ci hanno sempre colpito. Le uccisioni al muro non solo ci hanno colpito umanamente, ma ci hanno anche danneggiati politicamente. Più di ogni altro io porto dal maggio 1971 il peso della responsabilità politica del fatto che si è sparato, in base alle disposizioni sull’uso delle armi da fuoco, contro chi cercava di attraversare senza autorizzazione il confine tra la RDT e la RFT, tra il Patto di Varsavia e la NATO. E’ una pesante responsabilità, certo. Dirò più avanti perché me la sono assunta. Ma ora, in sede di definizione di quella che è la finalità politica di questo processo, non posso fare a meno di sottolineare anche il tipo di mezzi che vengono utilizzati per cercare di raggiungere il fine di diffamare la RDT. I mezzi utilizzati sono i morti al muro. Questi morti devono servire e servono a rendere appetibile ai media questo processo, come altri in precedenza. Tra i morti mancano però le guardie di confine della RDT assassinate. Abbiamo già visto, e soprattutto voi avete già visto, come le immagini dei morti siano state oggetto di mercato, senza rispetto per la pietà e la decenza. Questi sono i mezzi con cui si fa politica e si crea il giusto clima. Così si usano, anzi cosi si abusa dei morti nella lotta che i padroni conducono per mantenere la proprietà capitalistica. Perchè di questo e niente altro si tratta nella lotta contro il socialismo. I morti servono a mostrare quanto la RDT e il socialismo fossero inumani e anche a sviare l’attenzione dalla miseria del presente e dalle vittime dell’economia di mercato. Tutto ciò viene fatto democraticamente, legalmente, cristianamente, umanamente e per il bene del popolo tedesco.

Povera Germania!

E ora entriamo nel merito. I procuratori della città di prima linea ci accusano di omicidio come criminali comuni. Dato che personalmente non abbiamo ammazzato nessuna delle 68 persone la cui morte ci viene contestata nell’accusa, e dato che evidentemente non abbiamo nemmeno ordinato in precedenza che fossero uccisi, ne abbiamo in qualche modo provocato la loro morte, ecco che l’accusa, a pagina 9, mi contesta letteralmente:

« è… di aver ordinato, in qualità di segretario del Consiglio Nazionale della Difesa e responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED, di rafforzare le opere di confine intorno a Berlino (ovest) e gli sbarramenti di confine con la RFT per rendere impossibile il passaggio ».

Più avanti l’accusa mi contesta di aver partecipato in 17 sedute del CND dal 29/1l/1961 all’ 1/7/1983 alle decisioni di:

« costruire ulteriori sbarramenti di mine a strappo (dove la parola “ulteriori” fa capire che le forze armate sovietiche avevano già installato questi sbarramenti);
migliorare il sistema di sicurezza del confine e l’addestramento all’uso delle armi da parte delle guardie confinarie;
impedire gli sconfinamenti».

Mi si contesta inoltre di «aver dichiarato il 3/5 1974 che bisognava far ricorso senza scrupoli alle armi da fuoco» (cosa peraltro non vera) e infine di «aver votato a favore del progetto di legge confinaria entrato in vigore il 1° maggio l982».

Le accuse contro di me, o contro di noi, si riferiscono dunque a decreti del Consiglio Nazionale della Difesa, decreti di un organo costituzionale della RDT. Oggetto del procedimento è dunque la politica della RDT, sono le decisioni prese dal CND per difendere e preservare la RDT come Stato. Questo procedimento serve a criminalizzare questa politica. La RDT deve essere marchiata come Stato illegale e ingiusto e tutti coloro che l’hanno servita devono essere bollati come criminali. La persecuzione contro decine di migliaia ed eventualmente centinaia di migliaia di cittadini della RDT, di cui già parla la procura: questo è il vero scopo di questo procedimento, preparato da processi‑pilota contro guardie di confine e accompagnato da innumerevoli altri procedimenti giudiziari discriminatori dei cittadini della RDT, condotti di fronte a tribunali civili, sociali, del lavoro o amministrativi, nonché da moltissimi atti amministrativi. Non è in gioco dunque solamente la mia persona o quella degli alai imputati di questo processo. E’ in gioco molto di più. E’ in gioco il futuro della Germania e dell’Europa, anzi del mondo che, con la fine della guerra fredda e con la nuova mentalità, sembrava dovesse entrare in una fase tanto positiva. Qui non solo si prosegue la guerra fredda, ma si vogliono gettare le fondamenta di un’Europa dei ricchi. L’idea della giustizia sociale deve essere soffocata una volta per tutte. Bollarci come assassini serve a questo.

Io sono l’ultimo a oppormi a norme morali e legali che servano a giudicare e anche condannare gli uomini politici. Ma tre condizioni devono essere soddisfatte:

Le norme devono essere formulate esattamente in precedenza.
Esse devono valere allo stesso modo per tutti gli uomini politici.
La sentenza deve essere pronunciata da un tribunale al di sopra delle parti, un tribunale dunque che non deve essere composto né da amici né da nemici degli accusati.

Mi sembra che si tratti di condizioni ovvie, eppure nel mondo attuale non mi sembra che possano ancora essere soddisfatte. Se voi oggi sedete in giudizio contro di noi, lo fate come tribunale dei vincitori contro i vinti. Questo fatto é espressione dei rapporti di forza reali, ma non può pretendere validità giuridica né costituire un atto di giustizia.

Basterebbero questi argomenti a dimostrare l’illegalità dell’accusa. Ma poiché non ci sottraiamo al confronto neanche nel particolare, voglio dire io quel che l’accusa, o per malafede o per cecità, non dice.

Abbiamo già citato le parole con cui l’accusa inizia l’enumerazione cronologica dei fatti che ci vengono contestati:

« I1 12 agosto 1961 l’imputato Honecker, in qualità di segretario del CND e responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED ordinava di rafforzare le opere di confine intorno a Berlino (ovest) e gli sbarramenti di confine con la RFT per rendere impossibile il passaggio ».

Questo modo di vedere la storia è assai eloquente. Il responsabile dei problemi della sicurezza del CC della SED nel 1961 dava disposizioni su un fatto che poteva cambiare la storia del mondo! Qui si supera anche l’autoironia dei cittadini della RDT che chiamavano il loro paese «la più grande RDT del mondo». Va bene che oggi Enno von Löwenstein cerca di ingigantire la RDT per dare così più valore alla vittoria della RFT, ma neanche quest’ala destra del giornalismo politico tedesco riesce a fare della RDT una grande potenza mondiale. Questo rimane prerogativa dell’«autorità più obiettiva del mondo», la procura della repubblica. Ciascuno è padrone di rendersi ridicolo di fronte alla storia a proprio piacimento. Ma in ogni caso la costruzione del muro fu decisa a Mosca il 5/8/1961 in una riunione degli Stati del Patto di Varsavia. In quella alleanza tra i paesi socialisti la RDT era un membro importante, ma non la potenza guida. Questo il tribunale lo potrebbe dare per assodato senza bisogno di dimostrazione.

Dato che noi; come già ha detto Endash; di persona non abbiamo ammazzato nessuno, né abbiamo direttamente ordinato di ammazzare nessuno, l’azione omicida viene ravvisata nella costruzione del muro, nell’averlo tenuto in piedi e nell’imposizione del divieto di lasciare la RDT senza autorizzazione statale. E naturalmente questo non c’entrerebbe affatto con la politica. Così almeno sostiene la giurisprudenza tedesca. Ma non potrà sostenerlo di fronte alla storia o al raziocinio umano. Non farà altro che tradire ancora una volta le sue origini e mostrare di quale spirito sia figlia e dove stia andando la Germania.

Tutti noi che avevamo a quell’epoca responsabilità di governo nei paesi del Patto di Varsavia prendemmo quella decisione politica collettivamente. Non lo dico per scaricarmi dalle mie responsabilità attribuendole ad altri; lo dico soltanto perché così è stato e non altrimenti e io sono convinto che quella decisione di allora, del 1961, fosse giusta e tale sarebbe rimasta finché non fosse terminato lo scontro tra USA e URSS. Quella decisione politica e i convincimenti che la dettarono costituiscono appunto l’oggetto di questo processo. Bisogna essere ciechi o chiudere consapevolmente gli occhi davanti agli avvenimenti del passato per non riconoscere che questo è un processo politico dei vinti contro i vincitori, per non capire che esso significa deformare la storia per motivazioni di ordine politico. Voi ritenete che quella decisione politica fosse sbagliata e considerate me e i miei compagni responsabili penalmente per i morti ammazzati al muro. Ebbene io vi dico che la decisione che voi ritenete giusta avrebbe causato migliaia o milioni di morti. Di questo ero e sono tuttora convinto e credo ne siano convinti anche i miei compagni. è per questa convinzione politica che ci troviamo qui davanti a voi. E voi ci condannerete perché avete un’opinione politica diversa dalla nostra.

Come e perché si sia giunti alla costruzione del muro non sembra che interessi la pubblica accusa. Su questo l’accusa non spende una parola. Cause e circostanze vengono del tutto ignorate, la catena degli avvenimenti storici viene arbitrariamente spezzata. Erich Honecker ha costruito e tenuto in piedi il muro. Stop. Questa é la rappresentazione semplicistica che i giuristi tedeschi riescono a dare della storia. Quel che gli interessa é che i comunisti siano bollati da criminali e come tali condannati. I tedeschi in realtà sono perfettamente in grado di sapere come si è arrivati al muro e conoscere le ragioni per cui al muro si è sparato. Ma poiché l’accusa si comporta come se costruire muri e farvi ammazzare la gente fosse una caratteristica peculiare del socialismo e come se singoli «delinquenti» come me e i miei compagni ne portassero intera la responsabilità, mi vedo costretto, pur non essendo uno storico, a riassumere la storia che ha portato al muro.

Le sue origini si spingono lontano. Ci riportano alla formazione del capitalismo e del proletariato. Ma l’inizio immediato della tragedia dell’ultima fase della storia tedesca si situa nell’anno 1933. In quell’anno, com’è noto, molti tedeschi votarono in libere elezioni per il partito nazista e il presidente Hindenburg, che era stato eletto altrettanto liberamente nel 1932, investi democraticamente Adolf Hitler delle funzioni di capo del governo. Subito dopo i predecessori politici degli attuali partiti dominanti, con l’eccezione della SPD, votarono i pieni poteri, dando a Hitler poteri assoluti dittatoriali. Solo i comunisti prima di quelle elezioni avevano detto: «chi vota Hindenburg vota Hitler, chi vota Hitler vota per la guerra». Al momento del voto per i pieni poteri i deputati comunisti erano già stati allontanati dal Reichstag, molti comunisti erano stati arrestati o vivevano in clandestinità. Già allora la messa fuori legge dei comunisti fu il segnale della fine della democrazia in Germania.

Non appena Hitler fu messo a capo del governo, la Germania conobbe il suo primo miracolo economico. La disoccupazione era vinta; i titoli Volkswagen andavano bene e l’animo ardente del popolo portava a scacciare e assassinare gli ebrei. Il popolo tedesco in maggioranza era felice e contento.

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale e le fanfare annunciavano le guerre lampo contro Polonia, Norvegia, Danimarca, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Francia, Jugoslavia, Grecia, l’entusiasmo non conobbe più confini. I cuori di quasi tutti i tedeschi battevano all’unisono con il loro cancelliere, il più grande duce di tutti i tempi. Nessuno immaginava che l’impero millenario sarebbe durato solo 12 anni.

Quando nel 1945 tutto fu ridotto in macerie, la Germania non si trovò padrona del mondo, come prediceva una ben nota canzone nazista, ma totalmente dominata dagli alleati. La Germania fu divisa in quattro zone. Non c’era assolutamente libertà di trasferirsi da una zona all’altra. Nemmeno per gli emigrati tedeschi che, come Gerhart Eisler, volevano ritornare in Germania dagli USA.

Negli USA c’erano piani (per esempio il piano Morgenthau) che prevedevano la divisione perpetua della Germania in vari stati. Proprio in risposta a questi piani Stalin pronunciò le famose parole: «Gli Hitler vengono e vanno, il popolo tedesco e lo Stato tedesco rimangono». Ma l’unità della Germania, che a quel tempo l’URSS voleva fosse mantenuta, non si realizzò. Per effetto della guerra fredda proclamata dagli USA nel 1947, la Germania; con l’accorpamento di due e poi di tre zone, con la riforma monetaria, infine con la costituzione nel maggio 1949 della RFT; fu divisa per un lungo periodo in due parti. Come si vede dalla successione temporale, questa divisione non fu opera dei comunisti, ma degli alleati occidentali e di Konrad Adenauer. La costituzione della RDT seguì in un secondo tempo e fu la conseguenza logica della costituzione della RFT. Ormai si erano formati due diversi Stati tedeschi. Ma la RFT non aveva nessuna intenzione di riconoscere la RDT e stabilire con essa rapporti pacifici. La RFT pretendeva anzi di essere l’unica rappresentante di tutta la Germania e di tutti i tedeschi. Con l’aiuto degli alleati proclamò un embargo economico e cercò per quella via di isolare la RDT economicamente e politicamente. Una politica di aggressione senza guerra: così si può definire la linea seguita dalla RFT nei confronti della RDT. Questa fu la forma che la guerra fredda assunse sul suolo tedesco.

Fu questa politica che portò al muro.

Dopo l’ingresso della RFT nella NATO, la RDT aderì al Patto di Varsavia. I due Stati tedeschi si fronteggiarono così come Stati membri di alleanze militari ostili.

La RFT era più forte della RDT sotto diversi aspetti: per numero di abitanti, potenza economica, legami politici ed economici. Grazie al piano Marshall e al pagamento di minori riparazioni dovette inoltre sopportare le conseguenze della guerra in misura ridotta. La RFT disponeva di maggiori ricchezze naturali e di un territorio più ampio. Essa sfruttò questa molteplice superiorità in tutti i modi, ma soprattutto promettendo ai cittadini della RDT vantaggi materiali se abbandonavano il loro paese. Molti cittadini della RDT non resistettero a questa tentazione e fecero quello che i politici della RFT si aspettavano che facessero: “votarono con i piedi”. Il successo economico esercitò un’attrazione fatale sui tedeschi dopo il 1945 non meno di quanto era accaduto dopo il 1933.

La RDT e gli Stati alleati del Patto di Varsavia vennero a trovarsi in una situazione difficile. La politica del roll back sembrava coronata da successo in Germania. La NATO si accingeva ad estendere la sua area di influenza fino all’Oder.

Questa politica produsse nel 1961 una situazione di tensione in Germania che metteva in pericolo la pace mondiale. L’umanità si trovò sull’orlo di una guerra atomica. Questa era la situazione quando gli Stati del Patto di Varsavia decisero la costruzione del muro. Nessuno prese quella decisione a cuor leggero. Perché divideva le famiglie, ma anche perché era il segno di una debolezza politica ed economica del Patto di Varsavia rispetto alla NATO che poteva essere compensata solo con mezzi militari.

Politici eminenti fuori della Germania, ma anche nella RFT, riconobbero dopo il 1961 che la costruzione del muro aveva diminuito la tensione nel mondo.

Franz Josef Strauss scrisse nelle sue memorie: «Con la costruzione del muro la crisi, in modo certo non positivo per i tedeschi, poteva però dirsi non solo sotto controllo ma effettivamente chiusa» (pag. 390). In precedenza Strauss aveva parlato dei piani di bombardamento atomico del territorio della RDT (pag. 388).

Io credo che non ci sarebbero stati nè il Trattato Fondamentale [trattato che regolava i rapporti tra le due Germanie concluso nel dicembre 1972, N.d.T.], nè Helsinki, ne l’unità della Germania se in quel momento non fosse stato costruito il muro o se esso fosse stato abbattuto prima della fine della guerra fredda. Penso perciò che approvando la costruzione del muro e mantenendo poi quella posizione nè io nè i miei compagni ci siamo macchiati di alcuna colpa, non solo dal punto di vista del diritto, ma neanche da un punto di vista morale e politico.

Rispetto alla storia della Germania è certo solo una nota marginale, ma è il caso di notare che adesso molti tedeschi sia dell’ovest che dell’est vedrebbero volentieri una riedizione del muro.

Ma ci si deve anche chiedere che cosa sarebbe successo se avessimo agito come l’accusa dà per scontato che avremmo dovuto fare. Cioè se non avessimo eretto il muro, se avessimo consentito a chiunque di lasciare la RDT, segnando così spontaneamente la resa della RDT già nel 1961. Non c’è bisogno di particolare fantasia per capire quali effetti avrebbe prodotto una politica siffatta. Basta considerare quel che è successo nel 1956 in Ungheria e nel 1968 nella Repubblica Socialista Cecoslovacca. Le truppe sovietiche, che tra l’altro erano già presenti, sarebbero intervenute anche nella RDT nel 1961, esattamente come avevano fatto negli altri paesi. Anche in Polonia Jaruzelski proclamò lo stato di emergenza nel 1981 per impedire un intervento di quel tipo.

L’acutizzazione della crisi che avremmo provocato se ci fossimo attenuti al modello che l’accusa ritiene essere l’unico politicamente, moralmente e giuridicamente fondato avrebbe comportato il rischio di una terza guerra mondiale. Noi non abbiamo voluto e non potevamo correre questo rischio. Se questo per voi è un crimine pronuncerete voi stessi la vostra condanna di fronte alla storia con la vostra sentenza. Ma questo importerebbe poco. Quel che più importa è che la vostra sentenza costituirà un segnale per riproporre le vecchie contrapposizioni anziché ricucirle. In presenza del pericolo di un collasso ecologico del mondo, voi riproponete la vecchia strategia di classe degli anni ‘30 e la politica di potenza tipica della Germania fin dai tempi del cancelliere di ferro.

Se ci condannerete per le nostre decisioni politiche del 1961; e io penso che lo farete; la vostra sentenza sarà non solo priva di ogni fondamento giuridico, non solo emessa da un tribunale di parte, ma anche una sentenza che ignora totalmente consuetudini politiche e comportamenti di quegli stessi paesi che godono del vostro massimo rispetto come Stati di diritto. In questo contesto non voglio certo, nè potrei elencare tutti i casi in cui negli ultimi 28 anni sono state prese decisioni politiche che hanno avuto un costo di vite umane, perché non voglio abusare del vostro tempo e della vostra sensibilità. E nemmeno potrei ricordarmeli tutti. Ne voglio menzionare soltanto alcuni:

Nel 1963 l’allora presidente degli Stati Uniti Kennedy decise di inviare truppe nel Vietnam per prendere il posto dei francesi sconfitti e far la guerra fino al 1975 contro i vietnamiti che combattevano per la loro libertà, indipendenza e autodeterminazione. Questa decisione del presidente degli USA, che comportava una violazione eclatante dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale, non ha mai ricevuto la minima critica da parte del governo della RFT. I presidenti degli USA Kennedy, Johnson e Nixon non sono mai stati portati davanti a un tribunale e il loro onore non ha subito la minima macchia, almeno non per quella guerra. E in questo caso nè i soldati americani ne quelli vietnamiti hanno potuto decidere liberamente se correre o meno il rischio di morire per una guerra ingiusta.

Nel 1981 l’Inghilterra fece intervenire le sue truppe contro l’Argentina per mantenere le isole Falkland come colonia per l’impero. La “lady di ferro” si assicurò in quel modo una vittoria elettorale e la sua immagine non ne fu minimamente offuscata, neanche dopo la fine delle sue fortune elettorali. Nessuno pensò di accusarla di omicidio.

Nel 1983 il presidente Reagan ordinò alle sue truppe di occupare Grenada. Non cè persona che goda di maggior rispetto in Germania di questo presidente americano. Evidentemente le vittime di questa impresa era giusto che fossero ammazzate.

Nel 1986 Reagan fece bombardare in un’azione punitiva le città di Tripoli e Bengasi, senza chiedersi se le sue bombe avrebbero colpito colpevoli o innocenti.

Nel 1989 il presidente Bush ordinò di portare via da Panama con la forza delle armi il generale Noriega. Migliaia di panamensi innocenti furono uccisi. Ma per il presidente americano ciò non ha comportato la minima macchia, figurarsi un’accusa di omicidio.

L’elenco potrebbe continuare a piacere. Anche solo menzionare la condotta inglese in Irlanda potrebbe sembrare ineducato.

Sugli effetti che le armi della Repubblica Federale Tedesca producono tra i Kurdi della Turchia o tra i neri del Sudafrica si pongono interrogativi retorici, ma nessuno fa la conta dei morti e nessuno chiama per nome i colpevoli.

Parlo solo di paesi che vengono considerati modelli di stato di diritto e ricordo solo alcune delle loro scelte politiche. Ognuno può agevolmente fare un confronto tra queste scelte e quella di erigere un muro al confine tra Patto di Varsavia e NATO.

Ma voi direte che non potete nè dovete decidere in merito alle azioni di altri paesi e che tutto questo non vi riguarda. Io non credo però che si possa dare un giudizio storico della RDT senza analizzare quel che è accaduto in altri paesi nel periodo in cui la RDT è esistita a motivo della contrapposizione tra i due blocchi. Credo anche che le azioni politiche possano essere giudicate soltanto nel loro contesto. Se voi chiudete gli occhi su quel che è successo nel mondo fuori dalla Germania dal 1961 al 1989 non potete pronunciare una sentenza giusta.

Ma anche se vi limitate alla Germania, mettendo a confronto le scelte politiche dei due Stati tedeschi, un bilancio onesto e obiettivo non può che andare a vantaggio della RDT. Chi nega al proprio popolo il diritto al lavoro o il diritto alla casa, come avviene nella RFT, mette in conto che molti si sentano negare il diritto all’esistenza e non vedano altra soluzione che togliersi la vita. La disoccupazione, la condizione dei senza tetto, l’abuso di droghe, i crimini per procurarsi la droga e la criminalità in genere sono frutto della scelta politica dell’economia di mercato. Anche scelte apparentemente cosi neutre dal punto di vista politico come i limiti di velocità sulle autostrade, sono il prodotto di un assetto statale in cui sono determinanti non i politici liberamente eletti ma i padroni che non sono stati eletti da nessuno. Se il dipartimento per i reati commessi nell’esercizio del potere presso la Corte suprema si curasse per una volta di questi aspetti, presto avrei nuovamente la possibilità di stringere la mano ai rappresentanti della Repubblica Federale Tedesca. Questa volta però a Moabit. Ma questo naturalmente non accadrà perchè alle vittime dell’economia di mercato era giusto che si togliesse la vita.

Non sono io la persona che possa fare un bilancio della storia della RDT. Il momento di farlo non è ancora venuto. Il bilancio sarà tratto in futuro e da altri.

Io ho speso la mia esistenza per la RDT. Dal maggio 1971 soprattutto ho avuto una responsabilità rilevante per la sua storia. Io sono perciò parte in causa e oltre a ciò indebolito per l’età e la malattia. E tuttavia, giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la RDT non è stata costituita invano. Essa ha rappresentato un segno che il socialismo è possibile e che è migliore del capitalismo. Si è trattato di un esperimento che è fallito. Ma per un esperimento fallito l’umanità non ha mai abbandonato la ricerca di nuove conoscenze e nuove vie. Bisognerà ora analizzare le ragioni per cui l’esperimento è fallito. Sicuramente ciò è accaduto anche perchè noi; voglio dire i responsabili in tutti i paesi socialisti europei; abbiamo commesso errori che potevano essere evitati. Sicuramente è fallito in Germania tra l’altro anche perchè i cittadini della RDT, come altri tedeschi prima di loro, hanno compiuto una scelta sbagliata e perché i nostri avversari erano ancora troppo potenti. Le esperienze storiche della RDT, insieme a quelle degli altri paesi ex socialisti, saranno utili a milioni di uomini nei paesi socialisti ancora esistenti e serviranno al mondo futuro. Chi si è impegnato con i! proprio lavoro e con la propria vita per la RDT non ha vissuto invano. Un numero sempre maggiore di persone dell’est si renderanno conto che le condizioni di vita della RDT li avevano deformati assai meno di quanto la gente dell’ovest non sia deformata dall’economia di mercato e che nei nidi, negli asili e nelle scuole i bambini della RDT crescevano più spensierati, più felici, più istruiti, più liberi dei bambini delle strade e delle piazze dominate dalla violenza della RFT. I malati si renderanno conto che nel sistema sanitario della RDT, nonostante le arretratezze tecniche, erano dei pazienti e non oggetti commerciali del marketing dei medici. Gli artisti comprenderanno che la censura, vera o presunta, della RDT non poteva recare all’arte i danni prodotti dalla censura del mercato. I cittadini constateranno che anche sommando la burocrazia della RDT e la caccia alle merci scarse non c’era bisogno che sacrificassero tutto il tempo libero che devono sacrificare ora alla burocrazia della RFT. Gli operai e i contadini si renderanno conto che la RFT è lo Stato degli imprenditori (cioè dei capitalisti) e che non a caso la RDT si chiamava Stato degli operai e dei contadini. Le donne daranno maggior valore, nella nuova situazione, alla parità e al diritto di decidere sul proprio corpo di cui godevano nella RDT.

Dopo aver conosciuto da vicino le leggi e il diritto della RFT molti diranno, con la signora Bohley, a cui i comunisti non piacciono: «Abbiamo chiesto giustizia. Ci hanno dato un altro Stato». Molti capiranno anche che la libertà di scegliere tra CDU/CSU, SPD e FDP è solo una libertà apparente. Si renderanno conto che nella vita di tutti i giorni, specialmente sul posto di lavoro, avevano assai più libertà nella RDT di quante ne abbiano ora. Infine la protezione e la sicurezza che la piccola RDT, così povera rispetto alla RFT, garantiva ai suoi cittadini non saranno più minimizzate come cose ovvie, perchè la realtà quotidiana del capitalismo si incaricherà adesso di far capire a tutti quanto fossero preziose.

Il bilancio della storia quarantennale della RDT è diverso da quello che ci viene presentato dai politici e dai mass media. Col passar del tempo questo sarà sempre più evidente.

Vorreste trasformare il processo contro di noi, membri del Consiglio Nazionale della Difesa della RDT, in un processo di Norimberga contro i comunisti. Ma questo tentativo è condannato al fallimento. Nella RDT non c’erano campi di concentramento, non c’erano camere a gas, sentenze politiche di morte, tribunali speciali, non c’erano Gestapo ne’ SS. La RDT non ha fatto guerre e non ha commesso crimini di guerra contro l’umanità. La RDT è stata un paese coerentemente antifascista che godeva di altissimo prestigio internazionale per il suo impegno in favore della pace.

Il processo contro di noi «pezzi grossi» della RDT deve servire di risposta a quanti dicono «se la prendono con i pesci piccoli, i grossi invece li lasciano scappare». La nostra condanna servirebbe dunque ad eliminare ogni ostacolo per poter perseguitare anche i «pesci piccoli». Finora comunque non è che si siano trattenuti più di tanto dal farlo.

II processo serve a costruire la base per bollare la RDT come Stato ingiusto e illegale. Uno Stato governato da «criminali» e «omicidi» del nostro calibro non può che essere illegale e ingiusto. Chi stava in stretto rapporto con questo Stato, chi ne era cittadino cosciente dei propri doveri deve essere marcato con il segno di Caino. Uno Stato contrario al diritto non può esser retto e governato che da «organizzazioni criminali» come il Ministero per la Sicurezza e la SED. Si invocano colpe e condanne collettive in luogo di responsabilità individuali perchè così si può mascherare la mancanza di prove dei crimini attribuiti. Ci sono pastori e parroci della RDT che vengono dati in pasto a una nuova inquisizione, una moderna caccia alle streghe. Milioni di persone vengono così emarginati e banditi dalla società. Molti si vedono ridurre fino all’estremo le possibilità di esistenza. Basta essere registrati come «collaboratori informali» per essere condannati alla morte civile. Il giornalista autore delle denuncie riceve elogi e laute ricompense. Delle sue vittime nessuno si cura. Il numero dei suicidi è un tabù. E tutto ciò ad opera di un governo che si vuole cristiano e liberale e con la tolleranza o addirittura l’appoggio di un’opposizione che non merita questo nome più di quanto meriti la qualifica «sociale». Il tutto con il marchio di qualità dello Stato di diritto che si sono autoattribuiti.

Questo processo rivela tutta la sua dimensione politica anche come processo agli antifascisti. Nel momento in cui la marmaglia neonazista impazza impunita per le strade e gli stranieri sono perseguitati e assassinati come a Mölln, ecco che lo stato di diritto mostra tutta la sua forza arrestando gli ebrei che protestano e perseguendo i comunisti. Per far questo non si lamentano carenze di funzionari e di fondi. Sono cose queste che abbiamo già visto in passato.

Questo processo, se ne vogliamo riassumere i contenuti politici, si pone in continuità con la guerra fredda e nega la nuova mentalità. Esso svela il vero carattere politico di questa Repubblica Federale. L’accusa, gli ordini di cattura e la sentenza del tribunale sull’ammissibilità dell’accusa portano l’impronta dello spirito della guerra fredda. Le sentenze si rifanno a precedenti del 1964. Da allora il mondo è cambiato, ma la giustizia tedesca imbastisce processi politici come al tempo di Guglielmo II. Ha superato ormai la momentanea «debolezza» politica liberale che l’aveva colpita dopo il 1968 e adesso ha recuperato la splendida forma anticomunista di un tempo.

Di noi si dice che siamo dei dinosauri incapaci di rinnovarci. Questo processo fa vedere dove stanno in realtà i dinosauri e chi è incapace di rinnovarsi. Verso l’esterno si fa mostra di grande flessibilità. A Gorbaciov viene attribuita la cittadinanza onoraria di Berlino e magnanimamente gli si perdona di aver elogiato i cosiddetti tiratori del muro iscrivendo il proprio nome nel loro registro d’onore. All’interno invece ci si mostra «duri come l’acciaio di Krupp» e il vecchio alleato di Gorbaciov viene messo sotto processo. Gorbaciov e io siamo stati entrambi esponenti del movimento comunista internazionale. E’ noto che su alcuni punti essenziali avevamo opinioni divergenti. In quella fase però io pensavo che gli elementi di divergenza fossero meno rilevanti di quello che avevamo in comune. Il cancelliere federale non mi ha paragonato a Goebbels, come ha fatto con altri, ne glielo avrei mai perdonato. Nè per il cancelliere nè per Gorbaciov il processo contro di me costituisce un ostacolo alla loro stretta amicizia. Anche questo è significativo.

Le mie considerazioni terminano qui. Fate dunque quello che non potete fare a meno di fare.

La valle che lotta non si potrà mai arrestare

Di seguito proponiamo il nostro intervento all’assemblea pubblica “La valle che lotta non si potrà mai arrestare” organizzata da Potere al Popolo Torino.

Nelle ultime settimane sono state impartite ad alcuni compagni e compagne del Movimento No Tav, tra cui la storica attivista Nicoletta Dosio pesantissime sentenze di condanne definitive. Pensiamo che questa assemblea organizzata da Potere al Popolo sia fondamentale in un momento come questo.

Come Noi Restiamo ci siamo sempre schierati dalla parte della lotta No Tav per vari motivi che è il caso di ribadire brevemente.

Come prima cosa, sappiamo che la Tav è un’opera completamente inutile, questo non solo è stato dimostrato dalle ricerche e dagli studi fatti dal movimento ma anche da ricercatori ed esperti indipendenti. La grande mole di merci che dovrebbe essere trasportata con questo treno è, in realtà, irrisoria e coperta dai trasporti che già esistono. Inoltre, è un progetto che va avanti da anni e che ha cambiato faccia innumerevoli volte nell’arco di tutto questo tempo a dimostrazione del fatto che non ha un’utilità reale. La funzione del Tav è la sua stessa costruzione che fa gli interessi degli speculatori e delle grandi aziende private che traggono profitto dalla realizzazione dei cantieri e delle gallerie. Come ormai succede sempre più spesso, lo stato si mette al servizio delle imprese finanziando un’opera a tutto vantaggio di veri e propri sistemi mafiosi. Sono stati spesi miliardi ancor prima che i lavori iniziassero. Più il tempo passa e più diventa palese l’inutilità del TAV, in un momento come questo in cui i traffici di merci si stanno riorganizzando intorno ad un’altra direttrice, il progetto originario all’interno del quale doveva innestarsi la linea Torino-Lione, ovvero la linea Kiev-Lisbona, è ormai stato abbandonato. Il TAV non è solo inutile, basti pensare agli studi relativi all’inquinamento che il TAV porterebbe, oppure al pericolo di realizzare gallerie attraverso montagne di uranio e amianto. È, a tutti gli effetti un’opera che devasta il territorio della Valle sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista ambientale.

Contro quest’opera si è sviluppato da ormai trent’anni un movimento con una forza reale, popolare e che è riuscito a radicarsi capillarmente nel territorio coinvolgendo tutti gli abitanti della Valle e non solo. È anche riuscito a darsi una dimensione più generale ispirando e costruendo reti di lotta e solidarietà con altri movimenti in Italia e fuori dall’Italia che si battono contro la realizzazione delle grandi opere al servizio dei guadagni degli speculatori. Il movimento No Tav, con la sua duratura lotta, ha fatto emergere una contraddizione primaria della nostra società: gli interessi di pochi fatti sulle spalle di molti, lo sfruttamento di una popolazione per i profitti di un’élite. Nonostante l’apparato repressivo violentissimo che dura da anni, il movimento No Tav mantiene una grande forza politica e materiale. Occorre sottolineare non solo la repressione che il movimento subisce ma soprattutto come la Valle di Susa sia stato un laboratorio, un vero e proprio esperimento di misure e pratiche repressive e militari che sono state poi estese a livello nazionale in ultimo anche con i decreti Minniti, Salvini e Salvini bis. Non è un caso che sia stato utilizzato come laboratorio, il movimento No tav infatti tocca contraddizioni sistemiche della società ed è rivolto direttamente contro delle classi dominanti.

I militanti sociali e politici vivono una repressione abnorme, spesso sproporzionata rispetto alle forze messe in campo. Si tratta, infatti, di vera e propria repressione preventiva che meno incontra resistenza più avanza. Pensiamo ai recenti decreti Minniti e Salvini che alzano il livello della repressione aumentando i daspo, i divieti di dimora, le multe ecc. La repressione preventiva non si sviluppa in opposizione al conflitto delle classi popolari ma è piuttosto da inquadrare in un contesto di crisi, una crisi sistemica che continua ormai da più di 10 anni e che le classi dominanti non sanno chiaramente come risolvere. Dopo tutte le riforme antipopolari con cui hanno cercato di gestire la crisi, l’unica arma che resta alle classi dominanti per risolvere la situazione è la repressione. La possibilità di redistribuzione della ricchezza come è avvenuto in passato non esiste, la competizione è sempre più sfrenata. In quest’ultimo mese abbiamo avuto tanti esempi di questa tendenza. Il caso dell’Equador, quello del Cile, in cui le popolazioni sono scese in strada a milioni contro le politiche neoliberiste di massacro sociale, più vicini a noi, il caso della Francia e dei Gilets Gialli che hanno posto una grossa contraddizione a Macron ma anche all’assetto dell’Unione Europea, il caso della lotta indipendentista della Catalogna contro uno stato fascista. In tutti questi casi la repressione è stata enorme: morti in strada, non solo in Sud America ma anche nella democratica Francia, leader politici arrestati solo per aver promosso e vinto un referendum popolare.

La repressione è il rovescio della medaglia delle riforme di austerity neoliberiste con cui è stata gestita la crisi. In quanto organizzazione politica che si occupa della condizione giovanile lo notiamo tutti i giorni: da un lato, hanno distrutto la scuola, l’università pubblica e il mercato del lavoro costringendoci ad una precarietà a vita, dall’altro, quando organizziamo un qualsiasi tipo di opposizione incontriamo la repressione che si abbatte strutturalmente soprattutto sui giovani militanti proprio per spaventarli e disincentivarli all’attivismo politico. Saremo in piazza a Roma sabato proprio per ribadire questo.

Queste ultime misure contro Nicoletta e i compagni No Tav arrivano, come sempre accade, proprio quando stanno per ripartire i lavori per la costruzione della Tav. Sciolte le contradizioni che c’erno nel governo, proprio quando il Movimento Cinque Stelle, dopo aver sfruttato il movimento No Tav per acquisire consensi, si è rivelato una falsa opposizione e completamente connivente al modello attuale, arriva la repressione ad orologeria per stroncare il movimento. Ma il movimento No Tav ha la sua forza nel radicamento popolare e nel collettivo. La lotta per l’indipendentismo catalano, stava subendo un reflusso, ma proprio quando sono state decretate le condanne è ripartita più forte e determinata di prima. Il movimento No Tav paura non ne ha!

Per questo tutta la nostra solidarietà va a Nicoletta e ai No Tav che subiscono queste assurde sentenze.

Non staremo a guardare e staremo sempre dalla parte giusta della barricata, accanto al Movimento No Tav.

Noi Restiamo Torino

Il governo 5STELLE – PD decreta la fine della ricerca libera

Nella nuova legge di stabilità in via di concitata stesura e approvazione proprio in queste settimane, c’è un articolo che riguarda l’alta ricerca accademica e che mette definitivamente fine alla possibilità della libera ricerca. Attraverso questa riforma, infatti, il governo 5 Stelle- Pd mette direttamente mano sull’indirizzamento dei finanziamenti per la ricerca in perfetta continuità con i governi precedenti.

Come scrive anche il blog ROARS, nell’articolo 28 si legge che la futura Agenzia Nazionale per la Ricerca (ANR) verrà formata da un comitato il cui il direttore è scelto dal Presidente del Consiglio dei ministri. “Il comitato direttivo è composto da otto membri scelti: due dal Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, uno dal Ministro per lo Sviluppo Economico, uno dal Ministro della Salute, uno dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, uno dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, uno dal Consiglio Universitario Nazionale, uno dalla Consulta dei Presidenti degli enti pubblici di ricerca.” Quindi il Direttore e cinque componenti (su otto) del consiglio direttivo della futura agenzia nazionale per la ricerca saranno di nomina politica. L’ANR avrà l’obiettivo di promuove il coordinamento e indirizzerà le attività di ricerca di università, enti e istituti di ricerca pubblici verso obiettivi di eccellenza, incrementando la sinergia e la cooperazione tra di essi e con il sistema economico-produttivo, pubblico e privato, in relazione agli obiettivi strategici della ricerca e dell’innovazione nonché obiettivi di politica economica del Governo funzionali alla produttività e alla competitività del Paese.

Alla nuova agenzia verranno assegnati “25 milioni di euro per l’anno 2020, 200 milioni di euro per l’anno 2021 e 300 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2022“. A questi vanno aggiunti “4 milioni di euro annui a decorrere dal 2021, per il funzionamento e per il personale dell’agenzia.”

Le dichiarazioni del ministro Fioramonti tentano di distanziarsi dai contenuti di questo Articolo sostenendo che nessuno ha interpellato il MIUR su questo provvedimento e che è stato “approntato da un paio di burocrati il fine settimana”. Ci pare un po’ strano che il Ministro dell’istruzione, dell’Università e della Ricerca non sia a conoscenza di una riforma di tale portata… Allo stesso tempo non ci stupisce che si celi dietro tecnicismi o responsabilità di altri anonimi per salvarsi la faccia di fronte alla definitiva distruzione della libera ricerca. D’altra parte, il Movimento 5 Stelle è al governo da un anno e mezzo e non si è mai distanziato da tutte quelle riforme che hanno devastato l’istruzione sia di secondo grado sia universitaria nel nostro paese.

L’istituzione di questa agenzia così formata e con questi obiettivi è un modo per istituzionalizzare l’indirizzo che la ricerca ha preso negli ultimi anni: la ricerca di base è sempre più sottofinanziata, i finanziamenti vengono dati quasi esclusivamente alla ricerca legata alle esigenze delle imprese presenti sul territorio, alle innovazioni che servono a rendere più competitive le aziende a livello nazionale e europeo. Anche l’istituto ANVUR, l’agenzia nazionale che si occupa di valutare la ricerca dei vari atenei, conferisce finanziamenti premiali a quei dipartimenti o a quelle università che meglio riescono ad integrarsi con il tessuto produttivo del territorio nel quale sono inserite. Questo, come spesso abbiamo evidenziato, va ad incrementare una sempre maggiore polarizzazione tra università di seria A, collocate in un tessuto produttivo forte, e università di serie B, inserite in un territorio con difficoltà economiche come gli atenei del Sud Italia.

Dopo i numerosissimi tagli all’istruzione ed in particolare alla ricerca da parte dei vari governi che si sono succeduti (ricordiamo che con la riforma Gelmini il Fondo di Finanziamento Ordinario era già diminuito del 22.5%), sotto le riforme di austerity impartite dall’Unione Europea, adesso, quando vengono stanziati dei fondi per l’alta ricerca, lo si fa con precisi indirizzi politici. I pochi fondi pubblici che rimangono per il sistema universitario vengono infatti utilizzati non per sostenere gli atenei o gli studenti in difficoltà ma per creare nuovi poli d’eccellenza (sempre più privatizzati e più costosi) o per indirizzare la ricerca secondo precisi fini politici, come avviene con l’Articolo 28.

La creazione dell’Agenzia Nazionale della Ricerca, sostanzialmente commissariata dal governo, non può essere slegata da un’altra riforma che avrà un enorme impatto nel mondo della formazione e della ricerca, ossia l’Autonomia Differenziata. Come leggiamo nelle stesse bozze di quest’altra riforma, conferire maggiore autonomia alle regioni di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna significa permettere a queste regioni di avere maggiore materia decisionale sulla didattica e sui rapporti tra atenei ed imprese presenti sul territorio al fine di rendere quel territorio competitivo a livello nazionale ed europeo connettendolo sempre di più con le filiere produttive forti dell’Unione Europea, come l’asse franco-tedesco, e separandolo dal carrozzone del Sud Italia in forte difficoltà economiche.

L’articolo 28 e l’autonomia differenziata sono la definitiva affermazione di un processo già in atto da anni che punta a porre la ricerca completamente al servizio delle imprese per renderle competitive sul mercato. Un tentativo disperato di uscire dalla crisi sistemica che attraversa il continente senza mettere in discussione le scelte politiche che sono alla base di questo declino. Questa tendenza non è una tendenza che ha radici solo nazionali ma è soprattutto promossa dall’Unione Europea. Coloro che ne pagheranno il prezzo più alto sono, come al solito, i territori più fragili e le classi popolari. Il governo conferma così di non rappresentare nessuna alternativa alle politiche che vengono implementate senza distinzioni da centro-destra e centro-sinistra negli ultimi 30 anni.

Opporci a questo modello spetta a noi!

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