Furto di cervelli: oltre la retorica una dura realtà

Negli ultimi anni la questione dell’emigrazione, sia interna che verso l’estero, è ritornata ad essere centrale nel nostro paese, arrivando a raggiungere livelli simili a quelli del secondo dopoguerra.

Il fenomeno migratorio odierno però presenta analogie e differenze rispetto a quello che hanno vissuto le generazioni dei nostri genitori e dei nostri nonni e pertanto, per essere compreso, va inquadrato all’interno della situazione attuale, facendo particolare riferimento a quelle che sono le politiche e le scelte strategiche dell’Unione Europea.

Negli ultimi dieci anni infatti il numero degli iscritti all’AIRE, Anagrafe Italiani Residenti all’Estero, è aumentato di più del 50%, arrivando a raggiungere nel 2016 la cifra di 4.811.163, pari al 7,9% della popolazione totale di allora. Questa cifra può fornire a grandi linee un’immagine del numero di Italiani residenti all’estero, però bisogna sempre tenere a mente che non tutti coloro che lasciano il paese si iscrivono all’Aire. 

Se tra il 1997 e il 2010 in media lasciavano l’Italia 42 mila persone l’anno e rimpatriavano in 35 mila, in seguito agli effetti della crisi l’emigrazione ha ricominciato ad aumentare vertiginosamente arrivando dagli 82 mila espatriati del 2011 ai 147 mila del 2015. Dal 2015 in poi le cancellazioni dall’anagrafe sono state sempre più di 100 mila all’anno tanto che nel 2017 ammontavano a 155 mila con una diminuzione del 1,2% rispetto al 2016. Per dare un’idea del fenomeno, anche in relazione alle cifre relative all’immigrazione, il saldo migratorio nel 2015 era in positivo di circa 100.000 unità il che non bastava a coprire il calo demografico che ammontava a 162.000 unità, ciò nonostante la fantomatica invasione di immigrati tanto sbandierata dalle destre nostrane.[3]

La maggior parte di coloro che emigrano sono uomini, il 55%, giovani, infatti il 49,5% ha tra i 15 e i 39 anni, ed ha qualche tipo di qualifica, il 50% ha una laurea o un diploma (in particolare nel 2014 il 32% aveva ricevuto un’istruzione terziaria). L’età media per i maschi è di 33 anni e per le donne di 30.

Le mete maggiormente gettonate, secondo i dati del 2017, sono i paesi del centro dell’Europa, come il Regno Unito con 21 mila Italiani – dove i nostri connazionali sono la terza più grande comunità di stranieri residenti nel paese -, la Germania con 19 mila, la Francia con 12 mila, e la Svizzera con 10 mila, mentre tra le mete extraeuropee le più importanti sono Brasile, USA, Canada, Australia e Emirati Arabi Uniti.

Avendo presente questi dati, a cui andrebbero aggiunti anche quelli della mobilità interna dal Sud Italia al Nord Italia che nel 2017 ha visto 1.335.000 trasferimenti, appare evidente come in seguito alla crisi economica un numero sempre crescente di giovani abbiano deciso di lasciare la propria città o il loro paese alla ricerca di maggiori possibilità e di un futuro dignitoso.

L’esodo dei giovani italiani è del tutto analogo a quello che vivono i loro coetanei degli altri paesi della periferia sud dell’Unione Europea, i così detti PIGS, che, a causa della mancanza di prospettive imposta loro dalle politiche di austerità con cui l’UE in prima battuta ha reagito alla crisi, si riversano in massa nei paesi del core produttivo dell’Europa, come Francia e Germania.

Queste politiche infatti non hanno fatto altro che accelerare il sistema di accentramento della capacità produttiva – sia in termini di capitali che di forza lavoro – verso il centro produttivo, che deve in tutti i modi essere il più competitivo possibile nelle dinamiche dello scontro con gli altri blocchi economici, a discapito dei paesi periferici a cui è stato imposto un lento e straziante declino.

Ciò è ancora più rimarcato dal fatto che buona parte di coloro che sono costretti a lasciare il proprio paese sono altamente qualificati, essendo ormai stati relegati ai paesi periferici solo ed esclusivamente i settori produttivi a basso livello tecnologico, lasciando di fatto al centro tutto il capitale umano e le risorse per mandare avanti i settori dell’alta tecnologia e della ricerca e sviluppo, fondamentali affinché l’Unione Europea rimanga competitiva sui mercati internazionali odierni.

Di questa tendenza ci rendiamo conto ogni giorno nei luoghi della formazione che frequentiamo, dalle scuole secondarie, che ormai, in seguito all’introduzione dell’alternanza scuola lavoro (ora denominata “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”), sono diventate un bacino di manodopera non qualificata a costo zero per le imprese, alle università, dove i continui tagli al FFO e alla ricerca hanno comportato una sempre più importante presenza di finanziatori privati che indirizzano i corsi di studio secondo le proprie esigenze e godono dei risultati della ricerca che esce dei laboratori delle facoltà.  Risulta inoltre evidente come questi tagli e queste politiche di lacrime e sangue non siano affatto uguali per tutti, ma vadano anzi in una direzione ben definita all’interno dei criteri utilizzati per la valutazione della didattica e della ricerca. Tra questi criteri infatti, utilizzati tanto dall’ANVUR, l’ente di valutazione del “merito” delle università, quanto dai singoli atenei in un contesto di auto-disciplinamento degli stessi, alcuni sono di particolare rilevanza per comprendere come lo spostamento di risorse dalla componente “ordinaria” a quella “premiale” (che a regime dovrebbe raggiungere il 30% del totale) si sia svolto secondo linee-guida estremamente precise. Innanzitutto, tra i criteri relativi alla didattica spiccano tanto la creazione di corsi “internazionali”- utili alla formazione di specialisti già pronti per un reimpiego nei paesi “core”- quanto l’attrattività rispetto ad altri atenei, che mira esplicitamente a creare una situazione di competizione sfrenata in cui naturalmente ad essere penalizzati sono quelli più periferici, afflitti dal cambiamento del criterio di spesa dallo “storico” al “costo standard per studente”, che ovviamente non tiene conto del tessuto produttivo in difficoltà nel quale alcuni atenei, come quelli del sud, sono inseriti. . Se invece spostiamo lo sguardo sui fondi relativi alla ricerca, è evidente come molti di questi siano riferiti alla c.d. “terza missione” (che non a caso è accorpata alla ricerca stessa come ambito di valutazione), ovvero alla subalternità delle università alle necessità del mercato: numero di spin-off prodotti, fatturato conto terzi, numero di brevetti che vengono premiati dall’allocazione dei fondi, in una spirale di differenziazione che, ancora una volta, favorisce i pochi centri “d’élite” a scapito di quelli periferici.
C’è poi un terzo elemento, relativo alla c.d. “sostenibilità finanziaria” degli atenei, che emerge dall’analisi dei bilanci delle università stesse, ed è proprio l’aumento delle entrate dovute alla contribuzione studentesca, passate nel periodo 2000-2014 da circa 1.300 milioni di euro a più di 1.800, pur in un contesto di riduzione delle immatricolazioni. A questo si aggiunga che, come riconosciuto dalla stessa ANVUR “tranne alcune eccezioni (…) e solo per gli ISEE tra i 20.000 e i 50.000 euro circa, cioè per i valori in cui la contribuzione è “più inclinata” (e più massiccia, aggiungiamo noi), il rapporto sia sempre decrescente, cioè la tassazione universitaria risulta essere regressiva”.[4]

Nella tabella riportata sotto ci sono alcuni dati interessanti sul bilancio delle entrate degli atenei nel periodo 2000-2014, in mln di €, che ci fanno capire la differenza di finanziamento tra gli atenei del Sud e quelli del Nord e l’innalzamento esponenziale delle tasse pagate dagli studenti che costringe una grossa fetta dei giovani a rinunciare all’università per i costi troppo alti.

ENTRATE Totali (2000-2014) Di cui contr. studentesca (2000-2014)
Nord 4736,8 5578,9 617,8 925,7
Centro 3253,3 3167,2 335,8 439,7
Mezzogiorno 3923,8 3512,4 338,3 442,3

Gli atenei più “meritevoli” sono quelli meglio inseriti all’interno di contesti socioeconomico e tessuti produttivi favorevoli agli investimenti in ricerca e sviluppo.

Sulle diseguaglianze nel finanziamento degli atenei giocherà un ruolo importante anche la futura prospettiva dell’autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Infatti, mentre queste regioni si troveranno con maggiori risorse, ricavate da una gestione più diretta degli introiti derivanti dalla tassazione nel proprio territorio, da investire nel campo della creazione di un’istruzione terziaria maggiormente competitiva, le altre si vedranno sottratti ancora ulteriori fondi.

Questo tipo di politiche quindi crea nel nostro paese una formazione universitaria a due velocità, che rispecchia anche la geografia dei settori produttivi, in cui gli atenei del nord, meglio finanziati ed inseriti in un tessuto produttivo dinamico, tendono a diventare centri di formazione d’eccellenza per creare le nuove élite italiane perfettamente integrate negli ingranaggi della macchina europea, mentre quelli del sud, con meno fondi a disposizione e immersi in situazione sociali più svantaggiate, si trasformano ogni giorno di più in parcheggi per futuri disoccupati.

A causa quindi delle difficili prospettive ad un giovane italiano laureato che vorrebbe inserirsi nel mondo della ricerca fanno molta più gola le prospettive di stabilità, opportunità di carriera e di realizzazione personale che gli offrono i paesi del centro produttivo europeo rispetto a quelle che gli propone il suo paese natio, ovvero un futuro di precarietà, sfruttamento e carenza di fondi e risorse, causati proprio da quelle nazioni che lo attraggono con la speranza di un avvenire più roseo. Sorge così il fenomeno, tanto caro alla stampa italiana, della così detta fuga di cervelli, che si rivela però un fenomeno generato da un intero sistema invece che una semplice scelta individuale di un singolo, come ci viene spesso presentato.

L’alta formazione italiana e, più in generale, dei paesi del sud Europa è infatti diventata un bacino di forza lavoro altamente qualificata e a basso prezzo da cui i paesi core europei possono attingere a loro piacimento per mandare avanti le loro economie. Un’ulteriore dimostrazione di questa trasformazione sono, ad esempio, le Marie Curie Actions[5], una forma di finanziamenti alla ricerca elargito dall’UE, che, con la scusa di fornire ai ricercatori l’abilità e l’esperienza internazionale necessarie per avere una carriera di successo, mira invece a mandare i ricercatori all’estero durante la loro formazione e ad inserirli nelle reti di relazioni internazionali dell’economia dei paesi a capitalismo forte dell’Unione Europea.

Le maggiori destinazioni dell’emigrazione qualificata italiana in Europa sono infatti il Regno Unito, con il 44,7%, l’Austria con il 40,6%, la Francia, con il 36%, e la Germania con il 24%.

A differenza dei paesi sopra citati, dove il saldo tra i ricercatori che entrano e quelli che se ne vanno è o positivo o tutt’al più in pari, in Italia perdiamo il 13,2% dei nostri ricercatori, mentre ne riusciamo ad attrarre solo il 3%.

In conclusione, sebbene negli ultimi anni siamo stati bombardati da parte delle destre e delle fonti di informazione a loro vicine con la propaganda di una supposta invasione del nostro paese da parte di migranti africani, tanto preoccupante da poter persino minare la sopravvivenza della cultura italiana, la realtà delle cose è ben diversa. Dopo decenni di blocco dei flussi di emigrazione, il nostro paese è di recente tornato ad essere un paese di emigranti. Le etichette che sono state appiccicate alle generazioni nate e cresciute nel periodo della crisi, come le supposte accuse di essere choosy, fannulloni e poco inclini a trovare un lavoro, servono a deresponsabilizzare le élite dominanti del loro operato andando paradossalmente a far ricadere su di noi la responsabilità della nostra attuale situazione di precarietà, sfruttamento e mancanza di prospettive future. Nonostante tutto, le nostre istituzioni continuano a proporci il miraggio della fantomatica generazione Erasmus, di cui noi faremmo parte, i figli di una nuova Europa pacificata, senza più confini, all’insegna dello scambio libero di idee e di persone, quando invece tutto ciò è solo una misera farsa per farci credere che lasciare il nostro paese a causa delle infami condizioni che ci sono state imposte sia un qualcosa di bello, dinamico e trendy. Noi non sottostiamo a questo ricatto e continueremo a lottare e a denunciare e smascherare le mosse del padrone europeo, a creare un’opposizione organizzata contro chi sembra offrire meravigliose prospettive di un lavoro e una vita migliore altrove ma è anche lo stesso che poi le nega nel nostro paese.


[1] Vedi https://www.ilsole24ore.com/art/in-10-anni-l-italia-ha-perso-250mila-giovani-fuga-all-estero-costa-16-miliardi-AC0kqkp  oppure https://www.repubblica.it/cronaca/2019/10/25/news/italiani_nel_mondo_sono_i_piu_giovani_a_scegliere_di_andare_all_estero-239433727/

[2] https://cambiare-rotta.org/2018/10/07/giovani-sud-della-crisi-libro-introduzione-sommario/

3 Per la maggior parte dei dati relativi alla situazione del 2017 si faccia riferimento a questo report dell’ISTAT: https://www.istat.it/it/files/2018/12/Report-Migrazioni-Anno-2017.pdf

[4] Cit rapporto ANVUR 200-2014, pg 350, https://www.anvur.it/wp-content/uploads/2016/07/ANVUR_Rapporto_INTEGRALE_%7E.pdf

[5] Vd http://ec.europa.eu/assets/eac/msca/documents/documentation/msca-factsheet_en.pdf

Quando c’è bisogno di soldi l’Unisi li cerca nelle tasche degli studenti!

All’Università di Siena non basta essere tra gli atenei con la tassazione più alta in Italia; non gli basta disinteressarsi, al pari di Comune e altre istituzioni, di una dimensione cittadina sempre più escludente, che tra affitti esorbitanti e trasporti sempre più cari preclude l’accesso all’istruzione alle fasce più povere della popolazione, mentre ogni spazio giovanile di aggregazione viene cancellato dalle esigenze di una gentrificazione sempre più accentuata.

Dopo vari annunci, ieri, al tavolo tecnico con le associazioni studentesche, l’Università di Siena ha dichiarato di voler aumentare le tasse di 3 milioni. Non è la prima volta che la dirigenza Unisi si destreggia tra gli importi da chiedere agli studenti, con tavoli tecnici in cui il ruolo di questi ultimi è stato sempre marginalizzato. Quando bisognava cancellare un appello tutta la componente docente richiamava a un senso di comunità che doveva prevalere sugli interessi delle singole parti, quando invece il tema era la tassazione qualsiasi intervento era impossibile per qualche motivo che era al di fuori della responsabilità dell’ateneo: una sorta di “vincolo esterno”, per mutuare una formula ormai di moda. Anche stavolta la limitatezza dei fondi stanziati per l’università verrà usata come scusante per aumentare le tasse; ma nonostante sia vero che l’università italiana vive un pesante sottofinanziamento, non possiamo non denunciare come il problema sia più profondo e riguardi una consapevole ridefinizione della fisionomia dell’Istruzione Superiore.

Difatti, quando un paio di anni fa l’Unisi riscrisse il proprio regolamento tasse, fregiandosi dei suoi intenti progressivi, non mancarono le critiche da parte della componente studentesca che annunciava come le promesse di una tassazione più equa si sarebbero infrante sulle distorsioni del sistema di ripartizione dei fondi a livello nazionale. L’Università di Siena non aumenta le tasse esclusivamente per una mancanza di risorse ma anche perché è parte integrante e promotrice attiva di un meccanismo distorto di competizione interna al sistema universitario. Le modalità di ripartizione dei fondi infatti spingono i vari atenei a contendersi le risorse stanziate in una corsa in cui dei poli di eccellenza vanno costruendosi sottraendo soldi – e dunque servizi e docenti – ad atenei di “serie B”. La distribuzione dei Punti Organico, ognuno equivalente allo stipendio medio di un docente ordinario, non è infatti effettuata sulla base delle esigenze del singolo ateneo, ma in relazione a un Indicatore di Sostenibilità Economico-Finanziaria (ISEF). In sostanza ciò significa che i pensionamenti avvenuti in una università possono essere rimpiazzati con assunzioni in un’altra, purché questa abbia un bilancio più solido. Poiché tale ISEF dipende dalle tasse universitarie i vari rettori e amministratori generali sono spinti ad aumentarle, consapevoli dell’inesistenza di qualsiasi controllo sul relativo tetto previsto per legge. Gli atenei devono decidere se chiedere importi che permettano ai meno abbienti di accedere alla formazione universitaria, condannandosi alla marginalità e in futuro alla chiusura, oppure espellerne i settori popolari, con l’incentivo a superare soglie legali perché al contrario di una sanzione riceveranno addirittura un “premio” in riferimento all’ISEF.

È su questa seconda strada che l’Unisi si è incamminata, perché nel processo che vede il depauperamento delle università del Sud a favore di quelle del Nord essa vuole imporsi come istituto di “serie A”, puntando in particolare ad acquisire una proiezione internazionale. Questa scelta è perfettamente in linea con gli indirizzi definiti dal nuovo ministro dell’Università Manfredi, che si spenderà per l’internazionalizzazione degli atenei italiani e che appena qualche giorno fa, a Torino, ha affermato che emigrare deve essere considerato un valore, quando in realtà è l’unica prospettiva che la classe dirigente propone ai giovani di questo paese

Noi vogliamo un futuro qui e ora, e non siamo disposti a pagare la riorganizzazione di un’istruzione sempre più piegata al profitto e alla ristrutturazione del mercato del lavoro sul piano comunitario, che favorisce un centro forte a discapito di una periferia defraudata. Noi Restiamo, e lottiamo!

Manfredi, la nostra scelta è restare per lottare!

Ieri, all’inaugurazione dell’Anno Accademico del Politecnico di Torino Manfredi – nuovo ministro dell’università e della Ricerca – ha dichiarato: “Dobbiamo valorizzare i nostri giovani e per questo qui da Torino voglio mandare un messaggio positivo al Paese. Non dobbiamo pensare però che andare all’estero significa per forza una perdita perché viviamo in un mondo globale”. Questa dichiarazione segue di qualche giorno quella del premier Conte con cui esprime l’intenzione di istituire una specifica direzione sull’internazionalizzazione nel neonato ministero dell’Università e della Ricerca. L’obiettivo sarebbe quello di favorire l’ingresso degli studenti stranieri ma Manfredi specifica che “Dobbiamo trasformare l’andare all’estero in una scelta e non un obbligo ed attrarre talenti stranieri”. Il discorso di Manfredi al Politecnico ha chiarito ancora una volta che l’unica prospettiva che la classe dirigente di questo paese offre ai giovani è l’emigrazione. Non un segno di discontinuità rispetto al passato, ancora si parla di un mondo globale nel quale l’emigrazione sarebbe un valore e non una “perdita”. Andare all’estero per il Ministro deve diventare una scelta, ma come si può parlare di scelta quando il mercato del (non)lavoro e la ristrutturazione di questo a livello europeo impongono con violenza gli intensi flussi migratori da e verso l’Italia? Come si può parlare di scelta se l’alternativa all’emigrazione è morire di fame in africa o finire a fare un lavoro precario e sottopagato con il rischio di morire per strada nel tentativo di consegnare un cheeseburger a bordo di una biciletta?!

Caro Ministro, l’emigrazione non è un’idea! L’emigrazione oggi è un fatto strutturale che obbliga – soprattutto le nuove generazioni – a rispondere alle necessità dei grandi gruppi industriali e finanziari europei, tanto è vero che resta una priorità nonostante i cambi di governo e i diversi ministri che in questi lunghi anni si sono succeduti.

Il nostro futuro noi lo vogliamo prima di tutto qui!

È qui che vogliamo un’Università diversa e non ci bastano le briciole del piano sull’edilizia universitaria perché sappiamo bene come questi soldi verranno spesi.

In una città come Torino con il polo di scienze umanistiche, Palazzo Nuovo, pieno di amianto e con lavori che durano ormai da 5 anni, Saracco – il rettore del Politecnico – ha già chiarito la direzione che prenderanno i fondi, saranno utilizzati per la costruzione del Competence Center di Mirafiori e per il polo dell’Aerospazio in corso Marche. Due progetti che danno il segno delle linee strategiche che si continuano ad imprimere all’università italiana: l’aziendalizzazione – che a Torino è fortemente declinata sulla produzione militare- e la privatizzazione. Infatti, ci ricordiamo che ogni volta che negli ultimi anni, tra un taglio e l’altro, sono stati stanziati dei fondi per l’istruzione universitaria non sono mai stati distribuiti equamente a quegli atenei che ne avevano più bisogno ma sono stati usati per creare nuovi poli di eccellenza oppure complessi edilizi per soddisfare gli interessi delle aziende private che sempre di più influenzano l’università italiana. Basti guardare proprio Torino. L’anno scorso è stata costruita la Palazzina Moro, un complesso di proprietà di Unito che con un progetto project financing l’ha fatto costruire e gestire da un’azienda privata che ha affittato il 40% degli spazi a grosse multinazionali come il Burger King, tanto che ora più che un’università abbiamo un centro commerciale. Tutti i progetti che Unito e Politecnico stanno portando avanti ora, dal polo di Grugliasco a quelli citati da Saracco, sono costruiti con accordi pubblico-privato che faranno gli interessi delle grandi multinazionali che ci investono.

Questi 400 milioni quindi che cosa andranno a finanziare? Saranno ripartiti secondo criteri premiali andando ad aumentare ancora di più la differenza tra poli di serie A e di serie B -ossia quelle del Sud Italia- come il MIUR fa già da anni attraverso le valutazioni dell’ANVUR? Ne siamo certi!

Il problema dell’edilizia universitaria e più in generale di tutto il sistema formativo italiano sono certamente i tagli ai finanziamenti pubblici ma soprattutto le decisioni politiche che stanno dietro la ripartizione dei fondi basate su un modello di università che punta all’elitarizzazione, alla privatizzazione, all’aziendalizzazione e alla sottomissione del pubblico agli interessi delle aziende. E Manfredi lo sa bene essendo stato dal 2015 Presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI).

Ancora a proposito della visita di Manfredi a Torino, occorre dire anche qualcosa in merito ai 1600 posti che Manfredi e Conte hanno promesso ai ricercatori.
Prima di tutto sottolineiamo che, 1600 ricercatori probabilmente assunti, non sono nulla in confronto al fatto che negli ultimi 10 anni il numero dei ricercatori italiani si è dimezzato e che il 70% di questi è ora precario. Quindi la prima domanda è: con che contratti verranno assunti? Precari a 600 euro al mese? E poi racconterà loro che l’emigrazione è una scelta?
In seconda istanza, la ricerca in Italia è estremamente sotto finanziata, soprattutto quella di base proprio perché la maggior parte della ricerca è finanziata da enti e aziende private che puntano a servirsi dello studio dei ricercatori per i loro interessi sottomettendo la ricerca alle logiche competitive del mercato. Questi fondi stanziati per le assunzioni dei ricercatori saranno distribuiti egualmente o come sempre andranno a potenziare quei poli universitari più finanziati dalle aziende private presenti nel tessuto produttivo del territorio? Poi magari qualcuno continuerà ancora a stupirsi del fatto che le Università del mezzogiorno si svuotano!

Queste decisioni di Manfredi e Conte sono la solita manciata di briciole che ci lanciano senza alcuna garanzia e che presto si riveleranno un arretramento per i diritti dei lavoratori e degli studenti. Con questo modello di università, una disoccupazione giovanile quasi al 40% e una precarietà lavorativa dilagante sempre più giovani laureati cercano un lavoro e una vita dignitosa nei paesi del centro-nord Europa. Per permettere ai giovani di rimanere in Italia senza rimanere disoccupati per anni oppure passare da un lavoro gratuito ad un tirocinio malpagato occorre un investimento pubblico strutturale che vada a creare posti di lavoro con un salario dignitoso e non continue politiche di privatizzazioni come i nostri governi di ogni colore hanno portato avanti negli ultimi anni, soprattutto a seguito della crisi economica iniziata nel 2008. Per rendere l’emigrazione all’estero non un obbligo ma una scelta occorre opporsi non solo alla distruzione del mercato del lavoro in Italia ma anche alle politiche europee di gestione neoliberista della crisi che con il taglio alla spesa pubblica dei paesi del Sud Europa hanno strutturato un Unione Europea a due velocità: da un lato i paesi del centro-nord che attraggono i giovani neolaureati che se lo possono permettere, dall’altro i paesi del sud (i cosiddetti PIGS) parcheggio per disoccupati e precari.

Siamo stufi delle belle parole e della falsa retorica europeista di un mondo senza confini.
La nostra scelta è restare per lottare contro chi ci costringe ad un futuro fatto di disoccupazione e precarietà dentro e fuori il nostro paese.
La nostra scelta è restare per lottare per un’istruzione qualificata e accessibile a tutti e per un lavoro dignitoso.

Riflessioni a margine della Marcia per l’uguaglianza sociale a Bologna

In Emilia Romagna da settimane si vive un clima politico asfittico, dove la storytelling dominante dipinge una lotta all’ultimo sangue tra la Lega e il Pd, con l’appoggia di tutto l’arcipelago della sinistra, che gioca il tutto per tutto sulla paura del ritorno del fascismo.

L’intero establishment politico, economico e mediatico ha da tempo stretto nella morsa del ‘sistema bipolare’ le esigenze di una regione sicuramente non ultima in termini di povertà, ma che vive tutto il malessere sociale che scaturisce dalle privatizzazioni, dalla devastazione ambientale e sociale, dai processi di messa a valore di alcune aree o città ‘vetrina’ a discapito delle province e della periferia diffusa: ovvero quel sistema di potere che il Pd ha cristallizzato ma che vede concorde anche la Lega. Due facce della rappresentanza politica degli stessi interessi di classe.

Nella censura totale dei media, segno di debolezza di un potere che sa di non essere al sicuro, cresce e si organizza però una forza politica indipendente e conflittuale, un’alternativa reale che può rompere l’asfissia del presente ponendo al centro gli interessi della nostra generazione e delle classi popolari. Potere al Popolo è sicuramente ancora una modesta realtà ma si è posto sin da subito l’obbiettivo di rompere con le liturgie classiche di un mondo di sinistra ‘alternativa’, elettoralista e normalizzatrice delle conflittualità esistenti, per porsi invece l’ambizioso obbiettivo di essere la voce dei senza voce, in un mondo dove questi, vittime di tradimenti e abbandonati a se stessi da una classe politica e sindacale compatibilista e voltafaccia, sono spesso i primi a non sperare più in un cambiamento radicale.

La marcia di ieri ha visto oltre mille persone scendere in piazza dimostrando che sul campo di battaglia su cui oggi il nostro avversario di classe è più in difficoltà, l’egemonia culturale, è possibile non solo riconquistare terreno ma anche costruire organizzazione rimettendo al centro la conflittualità e la rottura contro la miseria dell’esistente, ciò di cui anche noi giovani cresciuti all’interno della crisi abbiamo bisogno per riaffermare i nostri interessi di sfruttati e costruire gli strumenti di lotta che ci permettano di restare: la rottura con le politiche antipopolari di massacro sociale, la lotta per un lavoro dignitoso, il rifiuto delle guerre imperialiste, la lotta contro le grandi opere inutile e l’amnistia per i reati sociali, la battaglia per la giustizia ambientale e la lotta per una formazione libera dai privati e contro le privatizzazioni.

Oggi come ieri siamo e saremo in marcia perché abbiamo deciso che non lasceremo il mondo come l’abbiamo trovato. Dall’università, ai quartieri, ai posti di lavoro la lotta è una sola!

Bologna 18 gennaio, in marcia per l’uguaglianza sociale!

Domani saremo anche noi in piazza a Bologna alla marcia per l’uguaglianza sociale. Scenderemo per le strade del capoluogo emiliano-romagnolo dando forza ad un’alternativa reale che rimetta al centro gli interessi delle classi popolari e della nostra generazione, in aperto scontro con la falsa contrapposizione Partito Democratico-LEGA e di tutte le foglie di fico “a sinistra dal PD”.

Uno strumento, quello della rappresentanza politica, necessario per ricostruire un piano di azione comune in grado di dare voce alle istanze delle classi subalterne. Da anni infatti dedichiamo tempo e forza nella costruzione di percorsi che sappiano conquistare questo risultato, cosi facendo nel 2018 insieme a Eurostop abbiamo accettato la sfida di Potere al Popolo!

Lottare per restare, restare per lottare, agire il Noi Restiamo in questa direzione significa riconoscere la dimensione del lavoro da portare avanti, e dunque, di non poter essere autosufficienti. Creare le condizioni per contrapporsi all’emigrazione coercitiva, cioè conquistare lavoro, diritti e la possibilità di una vità dignitosa, significa costruire e rafforzare strumenti di rappresentaza politica per dare voce ai senza voce, come allo stesso modo strumenti di resistenza sul piano sociale e sindacale di classe, conflittuale e di rottura: in opposizione ai grandi sindacati corporativi-concertativi che portano avanti soltanto le istanze padronali.

È perciò importante che noi giovani, che abbiamo deciso di restare e di lottare qui, di impegnarci nel costruire legami con questi soggetti: nessuno si salva da solo, soprattutto in una fase come questa in cui i margini di redistribuzione del capitale sono sempre più vicini allo zero, le contraddizioni emergono in maniera lacerante, la contrattazione viene spazzata via e la repressione si abbatte sempre più duramente e preventivamente sul conflitto sociale, anche di carattere spontaneo.

Per continuare a dare testa e braccia in questa prospettiva, scenderemo in piazza sabato 18 gennaio per dare forza a un progetto di rappresentanza politica che sappia porsi come soggetto di riferimento per tutti gli sfruttati di questo paese.

Sabato 18 gennaio, ore 14.00, Piazza dell’Unità, Bologna.

Guerra alla guerra! I conflitti militari nella fase di stallo tra gli imperialismi e i nostri compiti

Il nuovo anno si è aperto con momenti di alta tensione a livello internazionale dovuti all’azione militare mirata con la quale gli USA hanno eliminato Qassem Soleimani, generale alla guida delle forze Quds, unità d’élite dei Guardiani della Rivoluzione, e numero due della politica iraniana dopo l’Ayatollah Khamenei. Questo atto non è un’iniziativa estemporanea dettata da scelte effettuate senza ponderazione, ma è una delle forme con cui in questa fase di stallo si sviluppa la competizione globale tra vari attori, in uno scenario che si avvicina a quello che poco più di un secolo fa fece precipitare il mondo nella prima carneficina mondiale. È necessario dunque affrontare gli eventi che negli ultimi giorni si sono susseguiti in Medio-Oriente come passaggi di questioni che vanno ben oltre la già complessa relazione tra USA e Iran, e che devono invece essere compresi in quanto momenti di una dinamica che è insieme di lungo periodo, con tutto il portato storico ad essa collegato, ed è anche espressione dell’attuale scontro interimperialistico.
 
Innanzitutto l’azione statunitense si mostra in continuità con l’operato delle dominazioni coloniali prima e della penetrazione neo-coloniale poi, che per secoli hanno portato miseria e instabilità in tante aree del pianeta, intervenendo militarmente oppure finanziando e poi abbattendo regimi in funzione di quelli che di volta in volta erano i propri interessi in quella specifica contingenza storica. Il caos in Medio-Oriente è responsabilità delle potenze occidentali, e i venti di guerra sollevati dall’assassinio di Soleimani sono il risultato dell’aggressione imperialista statunitense. In questo caso e diversamente dalle tensioni che durante la presidenza di Trump hanno segnato il rapporto con la Corea del Nord, i vertici USA non si sono fermati alle parole ma con un vero e proprio atto di terrorismo hanno ucciso un importante esponente di uno di quei pochi paesi che in quel quadrante del mondo non sono ancora inseriti nell’orbita di influenza di Washington, e che hanno operato in contrasto e disaccordo con essa. È solo allargando lo sguardo sugli eventi che hanno segnato il Medio-Oriente negli ultimi anni che possiamo dunque comprendere il significato dell’attacco al generale iraniano. Ricordiamo l’atto di pirateria che i marines britannici hanno condotto a largo dello stretto di Gibilterra, in acque internazionali nel luglio dell’anno passato, ai danni della Grace1, una petroliera sospettata di trasportare greggio iraniano in Siria. Quell’occasione ha chiarito i termini della questione Iran: le sanzioni unilaterali imposte da Washinton, il programma sul nucleare, e il ruolo dell’Unione Europea. Quest’ultima tirata in ballo proprio dall’operazione dei marines che formalmente hanno dichiarato di aver attaccato con l’intenzione di difendere le sanzioni che l’UE aveva imposto a Damasco ma nella sostanza ha agito per proteggere l’embargo degli states sull’Iran. In seguito alla risposta dell’Iran l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad chiarì perfettamente la situazione: “Trump è un uomo d’azione, un uomo d’affari, in grado di calcolare costi benefici e prendere una decisione. Diciamogli ‘calcoliamo i costi/benefici a lungo termine per le nostre due nazioni e cerchiamo di avere uno sguardo non miope‘”.
 
Se senza dubbio la guerra, l’unità nazionale contro un nemico esterno sono un potente strumento da utilizzare per distogliere l’attenzione da problematiche interne, e di questo l’amministrazione Trump, stretta tra impeachment, diatribe economiche ed elezioni imminenti ne è certamente consapevole, sarebbe parziale ridurre l’intera questione esclusivamente a una dinamica di politica interna. L’Iran dispone di uno dei più attrezzati eserciti mediorientali, mentre a livello commerciale i rapporti con la Cina si sono intensificati al punto da rendere quest’ultima il suo principale partner. Il tentativo statunitense di isolare la Repubblica Islamica, da una parte attraverso il consolidamento del fronte dei suoi alleati regionali (Israele e Arabia Saudita in primis) intransigenti verso Teheran, dall’altra attraverso sanzioni economiche che dovevano colpire indirettamente anche l’Unione Europea, è naufragato; di riflesso a queste iniziative, l’Iran ha intrecciato più stretti legami con Russia e Cina, divenendo un elemento fondamentale nella partnership strategica fra questi due attori, ormai degni rivali della superpotenza statunitense. A fine dicembre 2019 questi tre paesi hanno svolto esercitazioni navali congiunte nell’Oceano Indiano e nel Golfo di Oman, e la risposta della Casa Bianca, tutt’altro che estemporanea, non si è fatta attendere.
 
La perdita del ruolo egemonico che gli Stati Uniti hanno mantenuto per decenni è segnalata da vari eventi: il rafforzamento di un “arcipelago sciita” (in Iraq come in Libano) centrato su Teheran capace di bilanciare la forza delle alleate petro-monarchie del Golfo, la battuta d’arresto in Siria, l’avvicinamento della Turchia alla Russia e l’invio di truppe in Libia, le mobilitazioni di massa contro le politiche neoliberiste in quello che un tempo era il proprio “giardino di casa”, ovvero il Sud America, e il fallimento del golpe in Venezuela. Trump è tutt’altro che un pazzo, bensì il rappresentante istituzionale di interessi consolidati che di fronte alla perdita della propria preminenza tentano di recuperare il terreno perduto sul campo militare, ambito che garantisce loro ancora un vantaggio strategico. L’aggressione imperialista all’Iran alza deliberatamente la tensione tra i blocchi economici, ricordandoci come la guerra sia un’opzione sempre percorribile per le grandi potenze quando il capitalismo attraversa crisi strutturali: al di là dell’importanza della zona coinvolta, i conflitti sono sempre una straordinaria occasione di valorizzazione. Ma la risposta “proporzionata” – così è stata definita dal governo iraniano – costituita da un bombardamento missilistico preventivamente comunicato dai vertici iraniani ai corrispettivi iracheni, nonché la successiva dichiarazione di Trump che afferma di essere pronto alla pace annunciando unicamente nuove sanzioni contro Teheran ci appaiono come elementi di conferma del sostanziale mantenimento di una situazione di stallo fra gli imperialismi. A livello geopolitico si vive un equilibrio di forze che per quanto dinamico, con momenti di frizione e tentativi di forzature – Trump ha chiesto a UE, Russia e Cina di abbandonare l’intesa sul nucleare firmata con l’Iran nel 2015 e da lui già disconosciuta, e ha inoltre auspicato un maggiore coinvolgimento dei membri della Nato nel settore mediorientale – resta essenzialmente invariato.
 
Lo Zio Sam sta scherzando col fuoco, rischiando un passo falso che potrebbe scatenare una vera e propria “guerra guerreggiata” ma a differenza di quanto accaduto in passato – proprio il 16 gennaio del 1991 gli Stati uniti entrarono nella prima guerra del Golfo – deve fare i conti con una struttura economica mondiale costituita da una rete di relazioni che rendono i vari blocchi economici interdipendenti tra loro. Le contraddizioni e le frizioni che si sviluppano tra questi generano di conseguenza contraddizioni interne, è per questa ragione che un’escalation militare risulta nei fatti sconveniente per tutti. Il rischio è quello di procedere verso una forzatura che metterebbe a rischio gli stessi states. Il fatto che, in seguito all’attacco della Casa Bianca, la Camera USA abbia approvato una risoluzione per limitare i poteri di guerra di Trump rappresenta il riflesso politico delle contradizioni interne agli USA. Da una parte i gruppi d’interesse più ancorati al vecchio ruolo di “gendarmi nel mondo” spingono nella direzione della guerra, dall’altro coloro che hanno rapporti economici con l’Unione Europa e con la Cina non hanno alcuna intenzione di reciderli per precipitarsi a capofitto in una guerra dalla conseguenze per nulla scontate.
 
Come più volte abbiamo ripetuto, in questo mondo multipolare anche l’Unione Europea punta a giocare un suo ruolo autonomo. Dopo le dichiarazioni di Macron sul “coma della Nato” e la spinta imposta dal presidente francese alla creazione di un esercito europeo, dopo l’adesione dell’Italia alla struttura militare comunitaria chiamata European Intervention Iniziative, il Commissario Europeo all’Economia Gentiloni ha colto l’occasione data dall’eliminazione di Soleimani per rilanciare un certo protagonismo dell’UE sulle questioni internazionali, che si tratti di Iran o di Libia – dopo aver affermato lo scorso anno la necessità di mantenere l’accordo sul nucleare firmato con Teheran e in concomitanza dell’incontro tra Giuseppe Conte e Haftar. Nella stessa direzione convergono le dichiarazioni della Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, che ha espresso l’intenzione di dare un ruolo “geopolitico” alla Commissione. L’opposizione all’aggressione statunitense e alla Nato devono vivere alle nostre latitudini insieme alla lotta contro l’Unione Europea, che cerca di acquisire una posizione preminente nello scontro interimperialistico, accentuando le tensioni di questo gioco padronale che ad ogni momento, in nome del profitto, potrebbe gettare il mondo nel baratro. Ciò che il capitalismo non riesce a fare con la pace lo fa con la guerra e a beneficiarne sono sempre grandi gruppi di interesse, a pagare per esse sempre il pianeta, i popoli aggrediti e le classi popolari chiamate a combattere. È fondamentale dotarsi di tutti gli strumenti necessari a comprendere e a combattere il “nostro” polo imperialista ancora in costruzione, che tra le altre cose manca ancora proprio di un apparato militare comunitario capace di intervenire efficacemente nelle varie situazioni di conflitto. Su questo aspetto però, come già detto, nonostante alcune frizioni tra Germania e Francia, l’establishment europeo sta accelerando con forza. Tanto più in questo ambito un’organizzazione giovanile come la nostra deve assumere un ruolo di primo piano e capire come ci si può opporre oggi alla violenza imperialista. È nostro compito denunciare la connivenza con questa logica di potenza da parte delle varie istituzioni e in particolare delle università, coinvolte strettamente in percorsi didattici e convenzioni militari tanto con aziende private quanto con lo Stato italiano e la Nato. Il nostro compito deve essere quello di contrastare non solo questi progetti che mostrano un legame perverso tra ricerca scientifica e guerra, ma anche quelli con un forte portato ideologico come la “mini-naja” votata quasi all’unanimità nel marzo scorso, un percorso formativo militare della durata di sei mesi e rivolto ai diplomati tra i 19 e i 22 anni, volontario e non retribuito. Un simile provvedimento ha difatti l’obiettivo di educare un ristretto esercito professionale alla logica dello scontro imperialistico, al punto da prevedere incontri con le realtà economiche del paese per conoscere l’articolazione del sistema produttivo nazionale, connettendo l’affermazione politica e del proprio mercato alla capacità militare. Segno delle differenze degli eserciti odierni – d’élite e dotati di armi capaci di colpire senza l’ausilio della mano umana – con gli eserciti di massa del passato . Il sistema formativo acquisisce di conseguenza un peso rilevante nello sviluppo degli apparati di guerra, sia per quanto riguarda l’addestramento dei militari sia per quanto riguarda lo sviluppo delle tecnologie da impegnare nei teatri di guerra.
 
Nel DNA della nostra organizzazione c’è sempre stata la lotta contro la guerra, strumento di valorizzazione del capitale e in mano alle classi dominanti per opprimere i popoli dentro e fuori le proprie aree di influenza.
Da sempre ci battiamo contro una ricerca e un mondo della formazione piegati alle esigenze della guerra, dal meeting Aerospace & Defence a Torino ai vari eventi di propaganda della NATO. Ma anche al di fuori di questi abbiamo sempre dimostrato e praticato la nostra opposizione contro ogni aggressione imperialista, come quando nel 2015, quando un nuovo intervento militare in Libia sembrava imminente, occupammo l’ex-caserma Stamoto a Bologna.
 
Oggi come ieri al clima di guerra rispondiamo con la mobilitazione nelle piazze, nelle scuole, nelle università, perché l’unica guerra che vogliamo è quella di classe.

Rompiamo le catene della repressione, la lotta non si arresta!

Il 2019 si chiude con l’arresto di Nicoletta Dosio, storica militante del movimento No Tav e coordinatrice nazionale di Potere al Popolo. Questa vicenda repressiva è emblematica di un irrigidimento delle politiche securitarie e punitive che si verifica nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università, nei territori e nel complesso della società. Pochi giorni prima, gli operai di Prato e solidali, tra cui due studentesse di 17 e 18 anni, a seguito di una vertenza sindacale si sono visti recapitare multe salatissime, prima applicazione del reato di blocco stradale introdotto dai decreti sicurezza Salvini, mentre è fissata per il 7 gennaio la prima udienza presso il tribunale di Nuoro per i pastori sardi rei di aver preteso una paga adeguata per il proprio lavoro.

Gli ultimi governi hanno mostrato un crescente interesse per il tema repressivo. In due anni sono infatti stai emanati ben 3 decreti sicurezza destinati a colpire l’opposizione politica e sindacale e i migranti.

Ci si potrebbe chiedere, in una fase storica quale è quella attuale di frammentazione sociale e normalizzazione del conflitto, se davvero i governi, anche i più antidemocratici e reazionari, avessero bisogno di emanare norme di questo portato. La motivazione sottesa all’innalzamento repressivo si rinviene in una valutazione di più ampio respiro che consideri il contesto sociale ed economico italiano, europeo e mondiale.

Siamo oggi agli arbori del 2020, segnando così l’entrata nel dodicesimo anno dall’insorgere della crisi non solo economica, ma anche sociale e politica. A livello internazionale, al di là della retorica del villaggio globale ormai riconosciuta come falsità anche dagli editorialisti del Corriere della Sera, i vari blocchi geopolitici sono in competizione crescente tra loro. All’interno di tale competizione, l’Unione Europea persegue un progetto ordoliberale fatto di rigore, austerità, efficienza mentre aumentano costantemente le spese militari. E così, è aumentata la polarizzazione delle ricchezze nonché le disuguaglianze sociali. A ciò fa seguito un inevitabile malcontento di fasce sempre più ampie di società in via di proletarizzazione tale da determinare una pesante crisi di egemonia della borghesia europeista continentale.

Questa crisi si manifesta in forme e tempi differenti ma con un minimo comune denominatore: la politicizzazione delle contraddizioni. Detto in parole semplici: venuta meno ogni possibilità seria di contrattazione sociale la “nostra gente” identifica le responsabilità dell’immiserimento della propria condizione materiale in chi detiene il potere, scagliandocisi contro con mobilitazioni e/o con il voto di vendetta.

La manifestazione di questo scontro è vario, solo per fare degli esempi basti pensare alla crescita di partiti che si professano “antisistema”, a movimenti come quelli del Gilet Gialli e quelli indipendentisti in Catalogna, la Brexit, il NO al referendum costituzionale di Renzi… Tutti fenomeni che mettono a dura prova gli strumenti di governance novecentesca, non a caso la crème de la crème degliintellettuali borghesi ciclicamente torna sul “problema della democrazia” che permette a poveri e ignoranti di avere lo stesso peso di professori e tecnici competenti.

La crisi di egemonia crea instabilità politica, per questo assistiamo a una stretta repressiva in tutto il continente. È proprio qui che si colloca l’irrigidimento repressivo in odor di fascismo dei decreti sicurezza e l’attenzione delle procure alle lotte sociali sindacali e politiche. In Italia, dove il conflitto si esprime principalmente attraverso il voto (mentre le piazze latitano e vengono pacificate da movimenti come quello della Sardine) le misure repressive svolgono un funzione essenzialmente “preventiva”, ovvero non si sviluppano in risposta ad un conflitto generalizzato ma lo prevengono colpendo i militanti e gli attivisti delle organizzazioni politiche e sindacali, ma hanno come obiettivo chi gli sta dietro, i lavoratori e le lavoratrici, chi perde il lavoro, chi perde la casa.

In tale contesto nefasto si deve aggiungere il ruolo dei media abili nel predisporre il terreno fertile del consenso securitario. A fronte dei dati oggettivi sulla diminuzione dei fenomeni criminosi, l’emergenza sicurezza viene posta al centro del dibattito pubblico sviando ogni evidenza legata ai problemi sociali della popolazione. La normalizzazione e la repressione hanno così comportato lo sviluppo di una generica e generale vulgata securitaria e manettara che plaude cieca agli innalzamenti repressivi.

Si conferma centrale la battaglia contro la repressione e la pretesa dell’amnistia per tutti i reati legati alle lotte sociali. Un risultato che dipenderà dalla capacità di attivare una presa di coscienza collettiva, popolare, rispetto ai rischi striscianti della repressione. E, di conseguenza, dipende dalla nostra capacità e rapidità di mobilitazione.

Con questa convinzione saremo a Torino l’11 Gennaio alla manifestazione per la liberazione di Nicoletta, Giorgio, Mattia, Luca e per tutti i No Tav colpiti dalla repressione. Appuntamento ore 13,30 in Piazza Adriano!

Per approfondimento sui pacchetti sicurezza:
Breve guida al “Pacchetto Minniti”
Il decreto Salvini su immigrazione e sicurezza