Una Finestra sul Mondo – Rubrica Internazionalista

L’emergenza sanitaria dettata dal Covid si è trasformata rapidamente in emergenza globale, interessando tutti i paesi del mondo e facendo emergere le contraddizioni profonde del sistema capitalista in cui viviamo.

In questo spazio si aprirà il confronto con ospiti, attivisti e militanti di organizzazioni politiche internazionali: un momento che produca spunti politici provenienti dall’estero per evitare che la quarantena ci isoli nella nostra condizione.

Qui aggregheremo tutte le puntate

Puntata 1— Con Arran Països Catalans

Puntata 2— Con La France Insoumise

Puntata 3— Con Sepc Països Catalans

Siamo in crisi da una vita. Lettera aperta di una studentessa di economia.

Sono una studentessa di economia, una dei tanti giovani che si sente inerme davanti a quello che sta accadendo in questi giorni nel nostro Paese.
Sono cresciuta in un mondo dell’istruzione che aveva sempre il fiato corto, per carenza di risorse, di insegnanti, con aule sovraffollate e strumenti inefficienti per delle lezioni adeguate. Ora abbiamo le lezioni online e a me non sembra sia cambiato nulla.

Abbiamo sempre pensato che non si potesse andare avanti in questo modo: con tagli continui e lineari all’istruzione e alla sanità, con una disoccupazione giovanile intorno al 40%, con noi giovani che non solo non siamo tutelati, ma che siamo sempre stati visti come risorse che si possono spostare a seconda delle necessità, che si possono usare a proprio uso e consumo per stage o tirocini. Mi sono sempre sentita un pezzo di un sistema a cui facevo comodo così, sfruttata e abbandonata. Non ero solo io, non erano solo i miei amici e i miei colleghi a sentirsi così, eravamo tutti degli atomi in un sistema preciso, un sistema che permetteva a otto persone di detenere la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale, alle industrie e alle multinazionali di rovinare il nostro pianeta alterandone il clima e scaricando il peso della riproduzione sociale interamente sulle donne.

Ma politici, professori, familiari ci hanno educato nel racconto di un mondo fondato su un individualismo sfrenato, dove il successo individuale è sinonimo di merito e dove ci hanno messi l’uno contro l’altro, per farci competere nel tentativo di avere risultati più produttivi: nei voti, nei test di ingresso, nei bandi, in qualsiasi cosa. Ci facevano pensare che ognuno poteva arrivare dove voleva, che questa era il migliore dei mondi possibili, indipendentemente dalla nostra condizione di partenza. Poi, però, gli amici non si potevano pagare l’università, io dovevo faticare per ottenere la borsa di studio, mentre il figlio del ricco di paese studiava regia in una scuola privata con la sicurezza di un futuro stabile. Ci hanno educati così e ci hanno tolto ogni speranza, ci hanno tolto la possibilità di cambiare questa ingiustizia.

Ho visto molti miei coetanei abbandonare amici e cari per andare a cercare fortuna. Anche in questo caso, ci hanno fatto credere che all’estero ci fossero delle opportunità, ma in realtà era una scusa: a loro serviva manodopera, servivano braccia e cervelli. E noi siamo quelle braccia e quei cervelli che sono costretti a fuggire, ingabbiati in quella che viene spacciata come una scelta, per riuscire a racimolare uno stipendio migliore di quello che potremmo avere qui, perché ci hanno abituati a delle condizioni così drammatiche che qualsiasi cosa è meglio.

Siamo parte di un mondo che ci hanno imposto; ci hanno insegnato a pensare in un modo che facesse comodo, così che fossimo scolari diligenti e lavoratori moderati. Dovevamo sempre guardare al nostro compagno, perché lui era il nemico, quello che ci poteva rubare il posto, che poteva salire sopra di noi e metterci fuori gioco.

Adesso, però è arrivato un virus letale, un fenomeno che qualcuno ha definito “cigno nero”, ossia un evento inaspettato che rimette in discussione lo stato di cose presenti, e tutto ciò che ci hanno insegnato si rivela inutile, se non addirittura dannoso.

Il mio ragazzo, da qualche mese laureato in medicina e abilitato tramite decreto ministeriale (perché si sono accorti che mancavano medici), mi racconta di una realtà tremenda. Il tentativo del governo è, infatti, quello di salvarsi dai propri errori, buttando in trincea medici e infermieri di tutte le età come carne da macello. Dopo aver tagliato sulla sanità come se fosse un costo insostenibile, qualcosa di superfluo, ora pregano i sanitari affinché vadano in Lombardia per evitare una catastrofe già in corso, mettendo a rischio la loro salute. Ma stanno chiedendo l’aiuto di specialisti che non esistono, perché gli hanno negato ripetutamente l’accesso alla formazione in quanto considerata troppo costosa. E se questi specialisti ci sono, si trovano all’estero perché li hanno sviliti per anni, privandoli di ogni dignità e costretti ad emigrare.

Ma anche mia sorella, ingegnere biomedico e ricercatrice presso l’Università, sta vivendo una situazione speculare. Insieme ai suoi colleghi, dopo anni di contratti ridicoli a 1000 euro al mese, in condizioni di perenne precariato, con turni di lavoro massacranti, senza gratificazioni, spinti ad emigrare, adesso devono rimediare ad una carenza sistemica per trovare una soluzione al virus. Mancano respiratori, mascherine di protezione, disinfettanti, perché la produzione è stata completamente piegata al profitto e produrre quei beni necessari alla sopravvivenza della collettività non era abbastanza vantaggioso. Ma non solo, tutta la ricerca ha seguito la stessa traiettoria, e da bene comune si è trasformata in bene privato regolato da brevetti e diritti d’autore. Così, i nostri ricercatori oggi lavorano con ritmi frenetici e in una situazione drammatica per cercare di coprire tutti i fronti che altri hanno lasciato scoperti.

E poi ci sono io, che nonostante il fatto che mi fossero sempre piaciute di più le materie umanistiche, mi sono iscritta ad economia perché “dove vai con una laurea in filosofia?”. Dal primo giorno di lezione ci hanno presentato modelli che ipotizzano al centro l’homo oeconomicus, individuo perfettamente razionale ed egoista, che muovendosi in concorrenza con gli altri per massimizzare il proprio benessere raggiunge il massimo beneficio per tutti, dove l’intervento dello Stato crea storture e inefficienze, in cui la disoccupazione è legata alle rigidità nominali o alla presenza di sindacati e dove i modelli sono di crescita infinita. Tutte teorie insegnate come fossero leggi naturali e indiscutibili, come le leggi fisiche o chimiche, e dove ogni teoria alternativa o pensiero critico è stato eliminato.

Ma davanti a questo virus e alla crisi economica e sociale che si prospetta, si rivelano completamente inutili i loro modellini teorici in cui si mostra che ogni crisi viene riassorbita dai movimenti spontanei del mercato.
Sono inutili i loro appelli al “senso civico”, dopo che hanno distrutto intorno a noi ogni tipo di tessuto sociale.
Sono inutili i valori che ci hanno inculcato.

Sono parte di quella generazione che è nata all’interno di una crisi e che, senza soluzione di continuità, sta venendo catapultata in un’altra.
Su di noi sono stati scaricati i costi di un modello di sviluppo predatorio e instabile, e su di noi sono pronti a scaricare anche i costi di questa prossima crisi.

In questa confusione totale, diventa chiara solo una cosa: da queste crisi o ne usciamo collettivamente o non ne usciremo mai.

È arrivato il momento per noi giovani di organizzarci e confrontarci per poter arrivare a definire un cambiamento che ormai è necessario e non si può più rimandare.

Un unico punto fisso ci deve guidare in questa fase: nulla deve tornare più come era prima.

Giulia Allegri

Decamerovid #2 Blade Runner

Mercoledì 1 aprile, ore 21:00, su Discord ci vediamo col secondo appuntamento di Decamerovid, in cui discuteremo dei film “Blade Runner” (del 1982, diretto da Ridley Scott) e “Blade Runner 2049”(del 2017, diretto da Denis Villeneuve). Vincitori rispettivamente di tre Academy Film Awards nel 1983 e di due Premi Oscar nel 2018, le due pellicole sono ambientate a trent’anni di distanza l’una dall’altra (2019-2049), e descrivono un futuro distopico in cui il progresso tecnologico raggiunto stona con la catastrofe bellica, economica, sociale e di valori, generando contraddizioni enormi che costituiranno il filo drammatico delle vicende.

L’intreccio ha luogo a Los Angeles, e si sviluppa a partire dalla ribellione di alcuni replicanti, androidi programmati per vivere solamente 4 anni ed utilizzati come schiavi nelle colonie umane extraterrestri. In particolare quattro dei Nexus 6 fuggitivi (Roy, Pris, Leon e Zhora) riescono a raggiungere la Terra, con lo scopo di trovare qualcuno capace di rimuovere il meccanismo di morte programmata. Alle loro calcagna ci sono i Blade Runner, agenti con il compito di “ritirare” (uccidere) i replicanti ribelli; uno di loro, Deckard, seguirà personalmente la sanguinosa scia lasciata dagli androidi alla ricerca di un genetista, non riuscendo tuttavia ad evitare di farsi coinvolgere sempre più dalle loro vicende.

Trent’anni dopo, le storie di questi personaggi si evolvono in maniera inaspettata, intrecciandosi con quelle del nuovo protagonista: il Blade Runner K, appartenente ad un nuovo modello di replicanti progettati per obbedire che collaborano nel ritirare i vecchi modelli ribelli. Il film ruota intorno alla possibilità di un inquietante “miracolo”: gli androidi possono riprodursi? Quali sono le implicazioni che ne conseguono? Starà all’agente K, affiancato da Joi (una sorta di Idoru con cui ha una relazione romantica) venire a capo di questo mistero, ma diversi interessi si affiancano agli avvenimenti, primo tra tutti quello delle Wallace Industries, decise a sfruttare la possibilità di riproduzione dei replicanti per espandere le colonie extramondo.

Alla Los Angeles distopica della prima pellicola si sostituiscono quindi le rovine post-atomiche di Las Vegas della seconda: i presagi che oscurano l’immaginazione collettiva negli anni ’80 sono angosce ancora più reali in questi anni. La crisi economica, la minaccia nucleare, il disastro ambientale e (perché no) un’epidemia globale sono gli incubi che assalgono chi vive questo presente.

Il futuro non è mai sembrato così attuale.

Ne discuteremo insieme mercoledì 1 aprile dalle ore 21:00 su Discord, nel canale “Decamerovid”

Conosci Decamerovid?

LINK DIRETTO PER ENTRARE NELLA DISCUSSIONE

Streaming Blade Runner

Streaming Blade Runner 2049

SOSPENSIONE AFFITTO E UTENZE PER GIOVANI STUDENTI E PRECARI: LA LOTTA INIZIA

Circa una settimana fa abbiamo lanciato un’assemblea online sul nostro serve di discord “collegaLEmenti” insieme al sindacato degli Inquilini Asia Usb per chiedere al governo la sospensione degli affitti e delle utenze per studenti, giovani e precari.

L’evento è girato tantissimo e molti giovani da tutta Italia ci hanno scritto per fare la loro parte in questa lotta. Ieri l’assemblea era partecipata da centinaia di persone tra assemblea e diretta sui social, un primo risultato che certifica la volontà di partecipazione e la grandezza del problema.

Questo è solo l’inizio.

La nostra proposta è chiedere al governo la sospensione del pagamento del canone di affitto e delle utenze e pretendere l’ampliamento straordinario dei Fondi Regionali di integrazione all’affitto, in modo da coprirne le spese. Il Fondo Regionale di integrazione va riservato soltanto agli studenti, ai lavoratori precari, ai disoccupati, ai lavoratori dipendenti e alle piccole partite Iva. Inoltre, con il fondo pubblico regionale vanno pagati solo i piccoli proprietari e se le regioni sosteranno la solita tiritera de “i soldi non ci sono” vanno trovati tramite la tassazione delle rendite immobiliari di case e immobili in affitto. Che li prendano ai palazzinari che vivono di speculazione edilizie e affittano in nero (quindi passibili di denuncia soprattutto in un momento difficile come questo), sono loro che devono imparare a stringere la cinghia, non sicuramente noi che facciamo difficoltà ad arrivare a fine mese.

Sospensione non significa rimandare il pagamento a dopo la fine della quarantena, ma smettere di pagare l’affitto a partire da adesso. Per questo dobbiamo organizzarci subito insieme al sindacato degli Inquilini Asia Usb.

Siamo tra le categorie sociali più deboli e l’emergenza corona virus ci rende impossibile sostenere le spese più ordinarie (già difficili prima) come l’affitto e le utenze.

Il governo, al posto che tutelarci, in nessun decreto parla di questo anche se noi siamo comunque tenuti a pagare. La maggior parte dei lavori che facevamo erano lavori in nero e i contratti precari ci escludono da quelle già pochissime tutele sugli stipendi previste dal governo. Di sicuro non possiamo pesare sui nostri genitori anche loro profondamente in difficoltà in questo momento, oppure continuare a lavorare rischiando il contagio.

Il governo per noi non sta facendo assolutamente nulla.

Noi pretendiamo che lo stato si faccia carico di questa responsabilità sociale.

Non vogliamo essere noi a pagare questa crisi sanitaria e sociale ritrovandoci magari dopo la fine della quarantena pieni di debiti, con il contratto di lavoro non rinnovato o senza più una casa.

Non vogliamo che succeda come per la crisi economica del 2008 che è stata pagata dagli strati già più poveri della popolazione rendendo la nostra esistenza totalmente precaria.

Alla nostra generazione che è nata e cresciuta nella crisi hanno raccontato che c’erano dogmi inviolabili come il pareggio di bilancio o il divieto di fare spesa pubblica: adesso siamo in una situazione di emergenza, e come il governo sta trovando i soldi per salvare le imprese, pretendiamo che li trovi anche per noi senza condannarci ad un nuovo massacro sociale.

Vogliamo invertire le priorità facendo sentire al governo che la vera emergenza siamo noi, e vogliamo giocarci la nostra partita insieme a tutti quelli che più stanno soffrendo questa crisi.

È evidente che il problema affitti è strutturale e che ci sono tanti problemi che ci attanagliano quindi pretendiamo che dopo la quarantena non torni tutto come prima, anzi, il sistema degli affitti va radicalmente cambiato con prezzi calmierati.

Di fronte alla gravità della situazione l’unica risposta efficace è quella collettiva.

I primi passi della nostra lotta per la sospensione degli affitti e delle utenze sono questi.

  • L’affitto e le utenze non le paghiamo. E non le paghiamo a partire da adesso.

In attesa che passino le nostre richieste di integrazione dei Fondi Regionali, il Sindacato degli Inquilini Asia Usb mette a disposizione di tutti coloro che sono in difficoltà un foglio di autotutela da presentare al padrone di casa con la richiesta di sospensione dell’affitto in carta bollata del sindacato. Questo servirà a ognuno di noi per comunicare ai proprietari di casa che abbiamo il sindacato alle nostre spalle e siamo organizzati collettivamente, ma non sarà una forma di tutela legale effettiva. Questa potrà avvenire soltanto mettendo in campo tutti gli strumenti che abbiamo in maniera collettiva.

i moduli compilati vanno fotografati e inviati anche ad ASIA USB (al numero 3381582583) oltre che ai proprietari

  • Strutturiamo coordinamenti regionali. Affinché la pressione per i fondi del governo arrivi anche da parte delle regioni. Abbiamo già iniziato a fare una mappatura di tutti gli studenti e i lavoratori che ci hanno scritto e che hanno partecipato all’assemblea.
  • Facciamoci sentire. Costruiamo campagne social per coinvolgere più persone possibili, intercettare altri studenti e giovani lavoratori con gli stessi problemi perché più siamo e più siamo forti. Continuate a contattarci ai nostri numeri!

Per contattarci scrivici a 388 0543692 o 345 2585574
specificando:

NOME COGNOME,
CITTA’ DI PROVENIENZA,
LA TUA SITUAZIONE E LA CITTA’ IN CUI STA ACCADENDO.

Divisi siamo niente uniti siamo tutto non è solo uno slogan ma un modo concreto per incidere sulla realtà e pretendere quello che ci spetta, affrontare questa crisi in maniera organizzata e collettiva e non in forma individuale è la base per portare avanti le nostre rivendicazioni. Organizzati e numerosi.

Rete nazionale Noi Restiamo
Sindacato inquilini ASIA USB

La repressione del conflitto dentro l’emergenza coronavirus

All’indomani dello sciopero generale proclamato da USB per il 25 Marzo scorso la Commissione di Garanzia – anche detta Autorità di garanzia sugli scioperi – ha aperto un procedimento d’infrazione nei confronti del sindacato. Per capire come si è arrivati a questo punto in prima battuta è necessario focalizzare l’attenzione sulla funzione di questa Autorità. È nata nel 1990 e deve preoccuparsi di contemperare[1] il diritto di sciopero ai servizi essenziali, di fatto vigila sull’attività dei sindacati per fare in modo che questi non minaccino “il godimento dei diritti della persona”. L’Unione Sindacale di Base è da anni che porta avanti la sua lotta contro un’Autorità che ritiene essere garante degli interessi padronali[2] ma oggi con l’arrivo del Cigno nero risalta maggiormente all’occhio quanto sia mobile la definizione di servizi essenziali, e di conseguenza quanto la funzione dell’Autorità sia di fatto diretto effetto delle scelte padronali. La pandemia in corso ha costretto il governo Conte a prendere delle decisioni drastiche per contenere i contagi, tuttavia in questo contesto dominano più che il buon senso le ragioni degli industriali di Confindustria. È da domenica scorsa che Conte è finito nel pantano della definizione di servizi essenziali, incapace di prendere una decisione politica che anteponga la salute dei cittadini e dei lavoratori agli interessi delle aziende, ha così demandato la decisione al mercato lasciando, in buona sostanza, scegliere alle stesse industrie se fermarsi oppure andare avanti con la produzione. La conseguenza di questo fatto è che l’Autorità assume il compito di preservare le decisioni prese da Confindustria, cioè si mette a garanzia di certi interessi e punisce chi li minaccia. Se prima della pandemia l’Autorità poteva giocare sull’ambiguità del termine “garanzia”, e di conseguenza guadagnarsi una certa legittimità anche agli occhi della gente comune, adesso diventa tutto più chiaro: il procedimento d’infrazione che è stato aperto nei confronti di USB ha proprio l’intento di punire chi ha osato minacciare gli interessi economici delle classi dominanti, nonostante lo sciopero generale partiva dalla necessità di preservare la salute dei lavoratori.

Tutto ciò acquisisce una piega ancora più negativa se si pensa alle parole che il presidente dell’Autorità ha affidato proprio al giornale degli industriali. Santoro Passarelli invita alla collaborazione tra lavoratori, sindacati, aziende e istituzioni perché “il conflitto al tempo del Coronavirus ci porta davanti ad uno scontro terribile ed inedito”, una collaborazione che per quanto detto precedentemente può avvenire appunto solo sulla base delle decisioni di Confindustria. Collaborazione data come naturale ma che, come sta dimostrando questa pandemia, non è possibile in quanto gli interessi dei lavoratori divergono totalmente dagli interessi delle aziende. È proprio questa ragione che ha portato rabbia e malcontento tra i lavoratori, la salute di tutti è stata messa a rischio per gli interessi particolari delle aziende, e i lavoratori in varie forme – dallo spontaneismo all’assenteismo fino all’organizzazione dello sciopero generale – hanno chiarito che non sono disposti a morire.  Qualcuno potrebbe pensare che in una situazione di emergenza che mette a rischio la vita di tutti alcune misure, anche repressive, siano inevitabili. Tuttavia le formazioni sociali e le strutture giuridiche e istituzionali che a queste corrispondo si cristallizzano proprio nei momenti di crisi – o emergenza se vogliamo – tant’è vero che il presidente dell’ Autorità conclude il suo intervento sul Sole 24 ore con questa dichiarazione: “Ma la Commissione deve sin d’ora pensare anche al ‘dopo’ quando, superata l’emergenza sanitaria, il conflitto, prima di tornare ad assestarsi sui suoi binari tradizionali, attraverserà, verosimilmente, una fase acuta.”.

Non è un caso che il presidente della commissione pensi già ad affrontare gli effetti sociali che questa pandemia sta scatenando. Si stima che per effetto della crisi economica cui andremo in contro, il 2% delle famiglie del Sud finiranno sotto la soglia di povertà (1,5% al Centro e circa 1% al Nord). Questo significa che qualche milione di persone non avrà più la possibilità di vivere dignitosamente, uno sbilanciamento delle condizioni di vita che avverrà in un tempo relativamente ristretto e in un arco temporale stravolto da un evento che rimarrà ben impresso nella mente delle persone. A differenza dello stillicidio delle politiche di massacro sociale portate avanti negli ultimi anni, l’emergenza coronavirus e la crisi economica che ne seguirà agiscono pesantemente tanto sulle condizioni di vita materiale quanto sulla percezione rispetto alla trasformazione che il mondo sta subendo.

La quotidianità dipende dalle scelte del governo, andare a lavorare oppure no, laurearsi, fare gli esami, fare la spesa e incontrarsi con gli amici dipende dalle scelte che lo Stato farà. Perciò c’è un’attenzione generalizzata ai temi della politica che prima della pandemia non poteva esserci. I primi elementi di questo rinnovato conflitto si stanno già presentando, sono ormai diventati virali i video che riprendono persone che non hanno più soldi per comprare i beni di prima necessità, esattamente come con la rivolta delle carceri di qualche settimana fa la popolazione è portata a scegliere tra la vita e la morte e di conseguenza reagisce.  Tutto questo non produce automaticamente una trasformazione della società coerente con gli interessi delle classi popolari, anzi prendendo come riferimento la gestione della rivolta nelle carceri – sedata con la messa in campo dell’esercito e con l’intervento delle organizzazioni mafiose – le classi dominanti si stanno riorganizzando per reprimere il conflitto. Davanti ai supermercati del Sud sono già schierati i militari, i fascisti e le organizzazioni criminali stanno già cercando di convogliare la rabbia verso soggetti e obiettivi che nulla hanno a che vedere con i responsabili di questa situazione. Allo stesso tempo gli avanzamenti tecnologici – anche in un momento come questo, in cui le strutture sanitarie sono al collasso e si palesa la necessità di una produzione orientata ai bisogni reali della popolazione come appunto la salute – si esprimono nella forma della repressione. Lo sdoganamento del controllo territoriale attraverso la ricognizione con i droni o il controllo delle celle telefoniche, pratiche giustificate dalla necessità di costringere la persone a restare a casa, quando non devono lavorare ovviamente… sono l’effetto di un modello sociale capace di percepire il collettivo solo attraverso la pratica repressiva, quando per anni ha lavorato per atomizzare la società privandola di quel senso di comunità capace di salvaguardarla in situazioni come questa. Per questo motivo, anche in questa fase, come studenti e lavoratori precari abbiamo ancora il compito di organizzarci, in maniera tale che usciti tutti insieme da questa emergenza avremo accumulato le forze necessarie per avere un ruolo – nel nostro piccolo – all’interno del conflitto che si svilupperà.  


[1] Da Treccani: contemperare  1. a. Adattare una cosa, conformarla alla natura, all’essenza, al temperamento di un’altra; adeguare a un’esigenza, a una situazione. b. Moderare, correggere, mitigare: cla severità dei rimproveri con la dolcezza dello sguardo2. letter. Mescolare con giusta proporzione: [Giove] contemperò piu diversamente che per l’addietro i colori del cielo (Leopardi).

[2] https://www.usb.it/leggi-notizia/usb-la-commissione-di-garanzia-ci-sanziona-e-promette-restrizioni-sugli-scioperi-sara-una-battaglia-di-liberta-e-democrazia-1021.html

Effetto domino. Dall’emergenza coronavirus alla crisi dei valori

Ci sono momenti nella storia in cui sopraggiunge un evento inaspettato, capace di segnare un prima e un dopo il suo arrivo. Il “cigno nero” che si è presentato nelle vesti del Coronavirus sta rapidamente rimettendo in discussione tutti i pilastri sui quali si fondava la nostra società. Oltre a far emergere la profonda inadeguatezza di questo sistema politico ed economico a garantire la salute ed il benessere di larghe fette della popolazione, in questi giorni è anche emersa con forza la crisi di valori in cui è sprofondato il capitalismo, in particolar modo quello occidentale.

Però questi valori, tra i quali troviamo individualismo, meritocrazia, competitività ecc. che ci vengono spacciati per “naturali” come le leggi fisiche o chimiche, sono in realtà valori promossi da un ordinamento sociale storicamente determinato e quindi mutevoli, passibili di cambiamenti e di eliminazione. Affinché i costi di questa ulteriore crisi non producano un nuovo massacro sociale, ma piuttosto si apra una nuova stagione di messa in discussione dell’intero sistema criminale in cui viviamo, è fondamentale una grande campagna di lotta ideologica e valoriale contro questo sistema e la classe che lo rappresenta.

Come giovani, nati all’interno della crisi e che oggi stanno vivendo questi giorni epocali, vogliamo avviare una profonda fase di riflessione e rimessa in discussione non solo delle ricadute materiali della crisi, ma dei valori e dell’impianto ideologico su cui si regge il presente.

Primo appuntamento con la partecipazione di Roberto Sassi (Saggista) | Giovedi 26 marzo, ore 20.30 | In diretta sulla nostra pagina facebook

Materiale di approfondimento:

Video completo dell’iniziativa:

Homo homini lupus, come Parasite ci parla del monda in cui viviamo

Mercoledì 25 marzo inizierà la prima giornata del Decamerovid nella quale discuteremo del film “Parasite” diretto da Bong Joon-Ho. La pellicola sudcoreana vincitrice di quattro premi Oscar, tramite le vicende che vedono legate una famiglia molto ricca dell’alta società sudcoreana e una famiglia decisamente più in difficoltà, ci mostra alcune delle caratteristiche e delle tematiche più emergenti di una società basata su forti disuguaglianze economiche e sociali.

Protagonista della vicenda è infatti la famiglia Kim, composta da madre, padre e due figli, che vive in un piccolo seminterrato di un quartiere molto povero. Nessuno dei componenti del nucleo famigliare ha un lavoro fisso retribuito e tutti vivono una condizione di vita molto precaria: con i genitori che tirano avanti di lavoretti saltuari e i figli talentuosi che non potendo frequentare l’università sono costretti ad aiutare la famiglia, arrangiandosi come possono per arrivare alla fine del mese. Il tema della precarietà del lavoro si intreccia a quello della disparità sociale quando tramite l’aiuto di un personaggio secondario Ki-Woo, uno dei figli della famiglia Kim, riceve un buon lavoro come insegnante privato di inglese per la figlia di una ricca famiglia dell’alta borghesia coreana: i Park. Tramite una serie di escamotage e di bugie, Ki-Woo riuscira` a far licenziare i vari collaboratori domestici della famiglia Park per far assumere al loro posto tutti i suoi famigliari; tutto ciò mette in evidenza l’ottica di conservazione individuale (in questo caso famigliare) che spinge i protagonisti a dover concorrere e in alcuni casi anche a lottare per la sopravvivenza contro altre persone che vivono le stesse condizioni materiali, dimostrando eccellentemente le dinamiche di una guerra che mette povero contro povero in una società fortemente disuguale dominata da poche famiglie ricchissime.

In questo film pluripremiato che possiamo ormai definire un capolavoro cinematografico contemporaneo, Bong Joon-ho è` formidabile nel mostrarci questi contenuti attraverso una regia magistrale e una sceneggiatura avvincente che gli valgono due delle quattro statuette vinte agli Oscar, combinando perfettamente dialoghi significativi a scene molto intense, con una fotografia che ci mostra come il lato artistico non sia assolutamente secondario a quello dei contenuti.
Una pellicola di lampante attualità che vi lascerà col fiato sospeso.

Ne discuteremo insieme mercoledì 25 marzo dalle ore 21:00 su Discord, nella sezione “Diario dalla Zona Rossa”.

La crepa nel soffitto. La crisi dei valori nel capitalismo del XXI secolo

Ci sono momenti nella storia in cui sopraggiunge un evento inaspettato, capace di segnare un prima e un dopo il suo arrivo. Il “cigno nero” che si è presentato nelle vesti del Coronavirus sta rapidamente rimettendo in discussione tutti i pilastri sui quali si fondava la nostra società. Già nei giorni scorsi, a più riprese, abbiamo sottolineato come per far fronte all’emergenza, in pochi giorni siano saltate tutte le regole economiche che ci avevano fatto credere essere immutabili ed eterne. Il pareggio di bilancio non è più un limite “invalicabile”, le assunzioni di massa, certo precarie e non garantite, nella pubblica amministrazione diventano una necessità e il sistema pubblico, da “male assoluto”, diventa un paradiso di “angeli” ed eroi in prima linea per la difesa della salute collettiva.

Vogliamo però qui concentrarci su un’altra ricaduta di questa crisi. Siamo convinti che, oltre a far emergere la profonda inadeguatezza di questo sistema politico ed economico a garantire la salute ed il benessere di larghe fette della popolazione, in questi giorni sia emersa con forza la crisi di valori in cui è sprofondato il capitalismo, in particolar modo quello occidentale.

  In questi anni, la nostra generazione è stata bombardata da un racconto del mondo, della vita e del futuro fondato su un individualismo sfrenato, dove il successo individuale ha prevalso su ogni aspetto comune e collettivo, la smania del successo lavorativo e del guadagno hanno reso la competizione la relazione sociale dominante. L’ elevazione a dio unico del profitto ha reso la società indifesa sul piano ideologico, con una ricaduta non solo sull’assenza di un comportamento civico adeguato, ma anche sulla struttura stessa che abbiamo a disposizione per far fronte alla crisi. Prova ne è che l’industria italiana, riorganizzata per massimizzare i profitti e la competitività della classe imprenditoriale nostrana e non per rispondere agli interessi dell’intera collettività, sta dimostrando tutta la sua insufficienza nella produzione di respiratori, mascherine di protezione, disinfettanti e tutto quello che potrebbe rendere meno drammatica la situazione. Che cosa e perché produrlo, non sono solo meccanicamente il risultato di una dinamica economica industriale ma anche il prodotto di uno schema ideologico.

La costruzione di una società basata sul profitto e non sul benessere e il progresso dell’umanità non è metafisica, ma è una operazione che riguarda la vita di tutti i giorni di milioni di persone a partire dai banchi di scuola fino ad arrivare nei letti degli ospedali, dove i nostri nonni muoiono soli, oggi per il virus, ieri perché troppo spesso non si ha più tempo e spazio per assistere chi per questa società diventa solo un costo.

Ad un primo livello lo vediamo nella scuola superiore in cui con l’alternanza scuola lavoro, per esempio, lo studente diventa semplicemente un prodotto finalizzato, non a potenziare il progresso collettivo della società, ma a vendersi meglio nel mercato del lavoro. Poi lo notiamo nelle università in cui i compagni di corso, da compagni di studio e ricerca sono diventati negli anni soltanto ostacoli, competitori nella corsa verso il raggiungimento di una delle poche borse di dottorato in circolazione, da sconfiggere a suon di crediti e di riconoscimenti. Quando arriviamo nel mondo del lavoro poi la competizione diviene l’unica regola ammessa. Competizione, spesso involontaria, al ribasso con i colleghi per non essere licenziati o per ottenere finalmente una condizione di lavoro non più precaria, competizione nei settori a maggior livello di formazione tecnico-scientifica all’interno della quale la scienza non viene finalizzata all’aumento delle conoscenze dell’umanità, ma per massimizzare i profitti e garantire la carriera dei pochi eletti a padroni delle conoscenze storicamente prodotte dal progresso umano. Una competizione all’ultimo sangue che permea l’intera gamma di relazioni umane, dai luoghi della “produzione” a quella della riproduzione, imponendo ritmi talmente serrati da generare un rifiuto per tutte quelle rivendicazioni che esulano dall’immediato, rimuovendo i problemi di prospettiva e instaurando una dittatura del presente.

 È ovviamente una competizione sfalsata, poco “sportiva”, in cui competono direttamente tra loro “pesi piuma” e “pesi massimi”. In una società in cui la divisione per classi determina un enorme differenziazione dei punti di partenza e delle possibilità, i punti di partenza nella competizione sono ovviamente molto diversi. Chi ha più possibilità per famiglia, posizione economica e sociale, al di là dei propri meriti manterrà una posizione più in alto nella piramide rispetto a chi non è partito dalle stesse condizioni, con buona pace della tanto millantata “meritocrazia.”

I valori, quali individualismo, meritocrazia, competitività ecc. che ci spacciano per “naturali” come le leggi fisiche o chimiche, sono solo i valori promossi da un ordinamento sociale storicamente determinato e quindi mutevoli, passibili di cambiamenti e di eliminazione. Il dogma tatcheriano “la società non esiste, esistono solo gli individui” non è un’assunzione scientifica di fatto ma è la posizione ideologica di una classe che domina su un’altra, considerando i propri valori come naturalmente dati e non come socialmente costruiti.

E la storia ce lo dimostra. Il Covid19 ha accelerato enormemente il processo di messa a nudo dell’inadeguatezza dei valori dominanti, il loro essere intrinsecamente antagonisti al progresso collettivo umano, nonché in taluni casi alla stessa sopravvivenza della specie.

Abbiamo visto tutti nei giorni scorsi la “corsa” agli aperitivi, le feste e gli eventi mantenute in piena epidemia che hanno contribuito ad accelerare la diffusione del virus. A differenza dell’indignazione dei cultori del “senso civico” tali comportamenti per noi non hanno altro che dimostrato quanto veleno è stato sparso nelle menti da quelli stessi che oggi si stupiscono “dell’indisciplina “con cui molti stanno vivendo questa situazione. Comportamenti che sono il frutto della stessa ideologia della criminale decisione di mantenere aperti gli impianti di produzioni non necessarie, sia mai che il dio profitto ne risenta, o con le dichiarazioni illuminanti del governo inglese che pur di non mandare in crisi il ciclo del capitale ha apertamente invitato il suo popolo a “farsene una ragione” se migliaia di persone moriranno. The show must go on.

C’è una lampante contraddizione infatti nel messaggio che ci arriva dalle istituzioni a reti unificate, una contraddizione implicitamente nota al governo il quale infatti ha accentuato il carattere repressivo perché in ogni caso non si metta in discussione il manovratore. Da un lato subiamo la pressione materializzatasi nella prima fase dell’emergenza italiana con il motto #MilanoNonSiFerma e ancora oggi con il giubilo di Boccia (presidente di Confindustria) che si vanta di aver mandato avanti la produzione continuando a far uscire di casa milioni di lavoratori, e dall’altro lato scaricano sui singoli la colpevolizzazione estrema del comportamento individuale rappresentato dall’hashtag #iorestoacasa, come nel caso estremo del senzatetto che in questi giorni di lockdown si fosse fatto trovare a vagare per la propria città (e in questi giorni le denunce penali di questo tipo non sono mancate agli oneri della cronaca).

Solo una razionalizzazione cosciente della complessità della crisi scaturita dalla grave emergenza del coronavirus potrebbe permettere alla società nel suo complesso di non passare da atteggiamenti di erronea sdrammatizzazione ad atteggiamenti potenzialmente paranoici, adottando collettivamente nel pieno di questa crisi uno stile di vita rigido, limitato ma sensato: ma questa razionalizzazione non è nelle corde delle nostre classi dirigenti, perché significherebbe prima di tutto mettere in discussione l’impalcatura costruita in questi anni e che ora perde pezzi i cui cocci vanno velocemente messi sotto il tappeto. Per loro è meglio nascondere la drammatica situazione generata dai tagli lineari ai servizi sanitari nei nostri Paesi che in caso di forte estensione dell’epidemia collasserebbero, e far ricadere la prevenzione del contagio tutta sul dibattito tra la scelta individuale di indossare o meno la mascherina negli spostamenti tra casa e supermercato. Restare giustamente a casa, magari con amuchina e guanti in lattice sul tavolo, e vedere i genitori uscire la mattina per andare in fabbrica non permette una razionalizzazione di quanto sta accadendo se non si esplicita la contraddizione insita in questa situazione che ci hanno imposto.

La perdita di autonomia politica, la rinuncia della ricerca di una alternativa possibile e in ultimo l’asservimento materiale e ideologico delle principali forze organizzate della sinistra sia politica che sindacale e sociale hanno reso possibile lo sfondamento ideologico anche tra ampissimi strati della “nostra” gente. Ampi settori di lavoro garantito, ma in generale di classi subalterne, sono oggi ideologicamente corresponsabili di questa situazione. Lo sono state prima con la rinuncia al conflitto in difesa dei diritti acquisiti nei cicli di lotte che hanno attraversato il ‘900 e lo sono tutt’ora nella continua accettazione supina dello status quo, attraverso l’identificazione di falsi responsabili della propria condizione di asservimento.

Affinché i costi di questa ulteriore crisi non producano un nuovo massacro sociale e si apra una nuova stagione di messa in discussione dell’intero sistema criminale in cui viviamo, è fondamentale aprire una grande campagna di lotta ideologica e valoriale contro questo sistema e la classe che lo rappresenta. Le giovani generazioni e gli studenti che sono nati all’interno della crisi e che oggi stanno vivendo questi giorni epocali, sono il punto di partenza su cui avviare una profonda fase di riflessione e rimessa in discussione non solo delle ricadute materiali della crisi, ma dei valori e dell’impianto ideologico su cui si regge il presente. Il futuro non può nascere senza una spinta anche di natura ideale, oltre che materiale, diversa.

Governo e Confindustria, ce la pagherete.

Da almeno due settimane, erano chiare le terribili conseguenze della decisione criminale di non bloccare la produzione non essenziale. Eppure, morti e contagi sono continuati ad aumentare registrando un ennesimo picco: 793 morti in sole 24 ore, 1444 in due giorni. Soltanto di fronte a numeri da brividi (si parla di 5476 morti e quasi 60.000 contagi ufficiali, ma sappiamo che sono dati parziali rispetto alla realtà) e all’insostenibilità di questa strategia omicida, sotto la pressione dell’assenteismo e la chiamata allo sciopero generale proclamata dall’Unione Sindacale di Base, il primo ministro Conte è stato costretto ad accennare a vaghi segnali di arresto.

Eppure, migliaia di vite umane sacrificate sull’altare del profitto sembrano non bastare. La Confindustria con le sue pressioni ha, infatti, ottenuto di posticipare la decisione a mercoledì. Così, mentre medici, lavoratori e sindacati conflittuali chiedono a gran voce la chiusura delle aziende, gli industriali continuano a mettere il loro profitto sopra ogni cosa.

Davanti a queste scelte infami e criminali, dobbiamo attivarci sia per fermare veramente e immediatamente tutte le attività non essenziali, sia per bloccare ogni tentativo di scaricare i costi della crisi su di noi.

Non possiamo, infatti, sottovalutare l’impatto di ciò che verrà dopo e l’arroganza con cui oggi il governo e Confindustria preparano l’offensiva per scaricare il costo della crisi che loro stessi hanno aggravato con i tagli al welfare e la regionalizzazione della sanità. Se da una parte il governo cerca di tappare i buchi della sanità con misure a breve termine, come l’assunzione di medici precari per 6 mesi e contributi una tantum di al massimo 100€, dall’altra gli industriali hanno proposto la loro “ricetta” per il dopo-pandemia, riassumibile in un’espressione: economia di guerra, con restrizioni dei diritti sindacali e “mani libere” per loro.

Organizziamoci fin da subito per respingere questo nuovo attacco alle nostre già precarie condizioni di vita: esigiamo soluzioni strutturali e non misure a breve termine che peggioreranno la situazione perpetuando l’attuale sistema di sfruttamento. Per questo sosteniamo lo sciopero generale dell’USB proclamato per mercoledì 25 marzo e lanciamo, nello stesso giorno, una mobilitazione virtuale per far sentire la nostra voce. CE LA PAGHERETE, non è solo una promessa futura ma un programma immediato, dalla sospensione degli affitti e delle utenze, fino all’allargamento del reddito di cittadinanza per giovani, studenti e precari. Quest’emergenza e le macerie che lascerà non le pagheremo noi.

Diamo vita a un flash mob virtuale per tutta la giornata del 25 marzo:

  • Prendiamo carta e penna e scriviamo su un foglio i motivi per cui la classe dirigente e quella padronale ce la dovranno pagare. (Es. “Ferie forzate”; “Licenziamento”; “Nessuna tutela”; “Una pizza è più importante della salute” …)
  • Scattiamoci una foto
  • Inviateci le vostre foto alla pagina facebook: Noi Restiamo
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