L’emergenza abitativa a Torino tra svendita del pubblico e residenze private per studenti. Vogliamo un piano strutturale di edilizia pubblica!

Nonostante nella sola Torino le prime stime parlino di circa 40.000 studenti fuori sede che il prossimo anno non riusciranno a tornare in città (praticamente quasi tutti visto che sono poco più di 41.000 i totali fuori sede) perché impossibilitati a pagare affitto ed utenze a causa della crisi sociale ed economica, né il governo né la regione Piemonte hanno messo in campo misure strutturali per tutelare il diritto allo studio e far fronte a un’emergenza abitativa che già prima della pandemia era fortissima.

Nessuna abolizione è stata fatta delle tasse universitarie o dei criteri di merito per l’accesso alle borse di studio, a causa dei quali moltissimi studenti non hanno ricevuto l’erogazione della seconda parte; nessun fondo per il blocco degli affitti e delle utenze per i fuori sede; nessun piano strutturale di edilizia pubblica per garantire a noi studenti di tornare a settembre a far lezione in presenza ampliando gli spazi delle aule e costruendo nuove residenze universitarie pubbliche.

Anzi, Confindustria – con anche la compiacenza del rettore di UniTo Geuna e di quello del PoliTo Saracco, del presidente della regione Piemonte e dell’Edisu, come di quelle organizzazioni studentesche che hanno cantato vittoria per le briciole che ci hanno fatto cadere dal tavolo – hanno continuato con le vere priorità della loro agenda politica, cercando di sfruttare il più possibile questa crisi come opportunità per i loro profitti e scaricandone il peso soprattutto sulle fasce giovanili.

Gli ingenti finanziamenti buttati nella didattica a distanza vanno infatti a continuare quei processi decennali di aziendalizzazione degli atenei, e di privatizzazione della ricerca e dei servizi studenteschi annessi, che negli ultimi trent’anni hanno prodotto una polarizzazione tra atenei di serie A e di serie B, e a rendere l’istruzione universitaria un servizio di un’azienda, sempre meno accessibile a grandi fasce di studenti. Processi portati avanti con una precisa volontà politica che si riconferma anche nel piano per l’università dell’ex CEO Vodafone Colao. Questo virus ha evidenziato ed inasprito contraddizioni presenti già da tempo in quella che ci hanno abituati a chiamare “normalità”, e che è invece il vero problema.

Con più di 32.610 sfratti dal 2008 ad oggi infatti, il problema del caro affitti e dell’insufficienza di strutture pubbliche a Torino non nasce con questa pandemia ma è strutturale, e colpisce anche gli studenti: la sproporzione tra il numero di posti letto di Edisu, l’ente regionale per il diritto allo studio universitario (quello che in piena pandemia ha sfrattato 80 neolaureati exborsisti), e l’offerta di posti nelle residenze private già attive e in costruzione, che è più del doppio, lo dimostra ampiamente.

In tutto il Piemonte Edisu ha appena 2.124 posti letto attribuibili attraverso i bandi per il servizio abitativo e solo 1943 sono disponibili a Torino e provincia. Posti che caleranno ancora il prossimo anno se si dovranno seguire le normative sanitarie di una sola persona anche in stanze doppie o triple, e che in ogni caso non sono in grado di soddisfare le nostre necessità dal momento che ogni anno viene esclusa una percentuale sempre maggiore di beneficiari di posto letto, seppur idonei: nel 2016/17 su 4896 idonei alla borsa fuori sede in tutto il Piemonte, solo 2056 hanno beneficiato di posto letto (42%), mentre nel 2017/18, su 5176 studenti idonei fuori sede, solo 2109 (41%). Percentuali che crollerebbero drasticamente al 4,7% se si rapportasse l’offerta di posti letto Edisu a Torino e provincia, al numero totale di studenti fuori sede iscritti negli atenei di quest’anno.

Già lo strumento ISEE e i criteri meritocratici che permettono di partecipare al bando di accesso alle borse di studio Edisu dimostrano di escludere ogni anno un numero sempre maggiore di potenziali beneficiari: infatti non solo la soglia ISEE di 23.000euro è troppo bassa ma lo strumento stesso è incapace di dare davvero una fotografia oggettiva della situazione economica dei richiedenti; mentre i criteri meritocratici rispecchiano il classismo presente all’interno della società perché vanno a penalizzare tutti quegli studenti-lavoratori che per necessità materiali hanno meno tempo da dedicare al conseguimento dei crediti necessari.

Se da un lato l’assenza di residenze universitarie pubbliche, unito all’aumento del costo degli affitti per studenti (a Torino tra il 2018 e il 2019 l’affitto di una singola è aumentato del 25%) e delle tasse universitarie produce una tendenza all’elitarizzazione delle università, dall’altro lato favorisce addirittura un passaggio di soldi pubblici derivanti dalle borse di studio per il servizio abitativo, nelle tasche di palazzinari e proprietari privati. Infatti, gli studenti idonei a ricevere un posto letto ma che non possono beneficiarne per limiti oggettivi di disponibilità, possono scegliere tra l’inserimento nella graduatoria unica di scorrimento per cui però non vi è garanzia che si liberi un posto letto durante l’anno accademico o presentare la dichiarazione di onerosità del domicilio che gli permette di monetizzare l’importo relativo al servizio abitativo (2.500euro) e di usarlo per coprire almeno una parte delle spese d’affitto.

Eppure, nonostante l’emergenza abitativa sia così forte, le rappresentanze studentesche, dopo che non hanno fatto nulla per garantire i nostri interessi, se ne escono ora deresponsabilizzando il governo e incentivando come soluzione quelle stesse politiche di autonomia regionale e d’ateneo che sono state portate avanti da decenni tanto dalla destra che dal centro sinistra, e che sono la causa dei nostri problemi. Infatti il governo continua a dimostrare di non avere alcuna volontà politica di fare investimenti statali nell’edilizia pubblica e in assenza di questi, i comuni e le regioni per attrarre investitori privati che altrimenti mai avrebbero investito in città, avviano commistioni pubblico-privato, dove il privato ha tutto da guadagnare dalla svendita di spazi e strutture pubbliche, mentre il pubblico, piegato al servilismo più becero di questi speculatori straccioni, ha tutto da perdere (i casi dell’Ex-Moi, o della Cavallerizza Reale, spezzettata e deprezzata sono emblematici).

L’ultimo annuncio è quello della società Camplus (arteria della Fondazione Centro Europeo Università e Ricerca, che con le sue stanze da 13.000euro l’anno è accreditata come rete di collegi d’eccellenza dal MIUR) che aprirà a settembre la sua dodicesima residenza nella Palazzina A. Moro, di proprietà di UniTo; ma anche le modalità di costruzione delle residenze Mollino e Codegone vicine al Politecnico riconfermano una vera e propria tendenza del pubblico a svendersi in favore del privato: costruite tramite project-financing come per la Palazzina Moro, queste residenze sono infatti finanziate dal MIUR e da PoliTo (la Mollino al 100%, mentre la Codegone solo al 50%) che ne detengono la proprietà ma ne gestiscono assieme all’Edisu solo il 60%, mentre il restante è in mano per 24 anni alla Camplus, che può amministrare quei posti letto come meglio crede.

Guardando ai quartieri e agli spazi in cui maggiormente si concentrano i cantieri di residenze private che negli ultimi anni si sono moltiplicati a Torino, trova conferma anche un’altra tendenza:  la maggior parte degli studentati sorgerà infatti sulle rovine di quegli ex stabilimenti industriali che hanno chiuso o delocalizzato a causa della funzione che l’Italia ha assunto all’interno della nuova divisione internazionale del lavoro all’interno dell’Unione Europa.

Da un lato, il processo iniziato negli anni ‘90 di deindustrializzazione forzata di Torino – ma che riguarda tutto il Paese – ha relegato il Piemonte a diventare satellite della Lombardia e a ricoprire una posizione semiperiferica rispetto alle regioni italiane con produzioni ad alto valore aggiunto che sono direttamente agganciate ai centri economici dell’UE; mentre dall’altro ha obbligato la classe dominante a riconvertire l’ex capitale dell’industria italiana verso il settore terziario, cercando nuove aree per l’attrazione e valorizzazione di capitali soprattutto privati.

Tutte queste residenze private assumono allora la funzione di “studentificare”, cioè, sfruttando l’attrattività degli atenei verso studenti fuori sede, gentrificare e mettere a valore nuovi spazi attraverso e a spese degli studenti, nel tentativo di riconvertire Torino a città universitaria, per portarla a competere con le altre metropoli.

Non è un caso quindi che questi studentati si concentrino principalmente in quei quartieri popolari come Aurora e Barriera di Milano, dove si registra il numero più alto di sfratti e che, per la vicinanza alle sedi universitarie, fanno gola a molti imprenditori, causando negli ultimi anni un aumento delle speculazioni immobiliari e la stretta di operazioni repressive, sgomberi e militarizzazioni.

Questa dinamica – che da un lato vede forti investimenti nel settore delle residenze private per studenti facoltosi e dall’altro buona parte dei fondi statali si utilizzano per l’organizzazione della didattica a distanza, in un contesto nel quale nessuno ha intenzione di ampliare gli spazi delle università affinché possano essere frequentati da tutti nel rispetto delle misure anti-Covid – sembrerebbe essere in contraddizione. Difatti, i palazzinari e gli speculatori che investono nelle residenze avrebbero tutto l’interesse a spingere verso lezioni in presenza, le quali obbligherebbero gli studenti fuori sede a spostarsi e a cercare una stanza in città, mentre le grandi aziende del mondo del digitale tendenzialmente lavorerebbero lungo una direzione che si oppone alle lezioni in presenza, così da giustificare l’utilizzo delle piattaforme da loro sviluppate. Sappiamo, inoltre, quanto gli atenei siano più sensibili alle esigenze delle aziende che alle necessità degli studenti ma non possiamo prevedere oggi come si risolverà questa apparente contraddizione, siamo certi però che se i rapporti di forza restano quelli che sono si troverà una sintesi che questa andrà ad approfondire le disuguaglianze di classe all’interno del mondo della formazione. Uno scenario in cui chi potrà permetterselo riceverà una formazione adeguata, magari in presenza in aule ampie e igienizzate e alla sera potrà poi accomodarsi nel suo letto di lusso in centro città, mentre tutti gli altri continueranno ad avere problemi con l’affitto di quella stanza in cui oltre a dormirci dovranno anche seguire le lezioni a distanza, non è per nulla fantascientifico. È per questa ragione che una forza come la nostra che sta coerentemente dalla parte degli studenti più svantaggiati non può che inserirsi in questa dinamica per rivolgersi direttamente a quei settori sociali che, in virtù dell’elitarizzazione dell’università, sono sempre di più espulsi dai gradi più alti dell’istruzione.    

L’unica soluzione che abbiamo per cambiare la rotta ed invertire le priorità è quella di organizzarsi!

Vogliamo:

– che Stato e Regione finanzino un piano di investimenti pubblici strutturale che garantisca a noi studenti di poter riprendere gli studi in sicurezza e che riguardi tutto: dalle residenze alle mense, dalle aule studio alle biblioteche.

–  che gli spazi di proprietà pubblica come quelli della Palazzina Moro siano espropriati ai privati e riconvertiti in luoghi accessibili realmente alla maggior parte degli studenti.

– che siano aboliti definitivamente i criteri di merito per accedere alle borse di studio e alle residenze universitarie: il diritto allo studio non è un privilegio.

– che si istituiscano canoni calmierati per gli affitti che non strangolino gli studenti e le loro famiglie.

PALESTINIANS CAN’T BREATHE! Il 27 giugno in piazza per la Palestina!

Il 1 luglio Israele si prepara ad annettere in maniera violenta, e del tutto illegale rispetto ai trattati internazionali, ampie parti della Cisgiordania, territorio occupato militarmente. Una data che segna un passo avanti nello storico processo di oppressione dello stato israeliano contro il popolo palestinese. Un popolo soffocato da anni di occupazione, violenza sui manifestanti, ghettizzazione, persecuzione politica dei militanti politici, che ha subito bombardamenti sulla striscia di Gaza.

In questa situazione già difficile, si aggiunge un fattore che in questi mesi ha cambiato le sorti del mondo: il coronavirus. Come tutti i fenomeni storici, le sue ripercussioni nella realtà si sono mostrate in sensi opposti: per i palestinesi (e non solo) rappresenta un grave pericolo, che si va a sommare ad un’assenza della sanità per i cittadini palestinesi per via dello stato di apartheid in Israele e alla preparazione di un’azione militare di occupazione.

Come i nostrani Bonomi e Colao, anche lo stato la classe dirigente israeliana si prepara a sfruttare questa crisi per i propri interessi, accelerando il suo progetto di colonizzazione del territorio palestinese. La sofferenza della Nakba che ogni anno vede il popolo palestinese scendere in piazza e lottare per la sua difesa risuona allo stesso modo di I can’t breathe, le parole simbolo dell’oppressione di un altro popolo, quello afroamericano nel cuore della bestia imperialista USA.

Questi popoli sotto ricatto, oppressi – esacerbati da condizioni di povertà, sfruttamento e violenza – hanno visto pesare ancora di più sulla loro pelle la pandemia che c’ha colpiti, ma allo stesso tempo sono anche in grado di mostrarci la reale soluzione alla condizione di oppressione che tutti i popoli sentono sulla loro storia da parte del sistema capitalistico. Una lotta internazionalista è una lotta che mira alla liberazione di tutti i popoli oppressi, contro tutti gli oppressori.

Anche nella “civile” Europa – quella che vede, nella Francia di Macron, medici malmenati dalla polizia perché chiedono la sanità pubblica – non si sono alzate voci contro nessuna delle azioni militari di Israele, anzi, spesso si è tacitamente appoggiato quel meccanismo di oppressione verso il popolo palestinese che la stessa Unione Europea utilizza contro le fasce popolari e contro i lavoratori. Un Unione Europea che fa della ricerca il suo cardine e per cui è disposta a tutto pur di vincere in questo campo nella competizione internazionale. Per questo molte delle nostre università collaborano con Israele, addirittura con lo stesso ministero della difesa che spara sui manifestanti e bombarda la striscia di Gaza.

Il popolo afroamericano soffocato da un razzismo sistemico funzionale agli interessi del capitalismo statunitense, il popolo palestinese soffocato dall’apartheid, mentre i giovani, i lavoratori e le fasce popolari “a casa nostra” sono soffocate da decenni di austerità, di tagli al welfare e attacchi ai diritti sui posti di lavoro. Un’alternativa non solo si presente quanto mai urgente, ma diventa anche necessaria per rompere le catene dell’oppressione mondiale. Per questo il 27 giugno scenderemo in piazza per chiedere libertà e giustizia per il popolo palestinese. La lotta del popolo palestinese è lotta di tutti i popoli oppressi!

Stati Generali Economia, fermiamo la Banda di Villa Pamphili!

VE LI FACCIAMO NOI GLI STATI GENERALI! Sabato 13 giugno, ore 10, Largo 3 Giugno 1849: Stati Generali Economia, fermiamo la Banda di Villa Pamphili!

Mentre l’Italia si indebita sempre più col capitale finanziario italiano ed europeo, scaricando il debito sui lavoratori e le lavoratrici – nessuno fa nulla per nulla – un Conte assediato dai suoi stessi partner di governo tenta la carta della spartizione dei 173 miliardi a disposizione per il dopo Covid-19.

Gli Stati Generali dell’Economia, convocati in tutta fretta da Conte per il fine settimana, servono a buttare fumo negli occhi ad un Paese stremato, facendo credere che si apra un confronto democratico sulle cose da fare per uscire dalla crisi.

Ammonta a 173 miliardi il tesoretto complessivo posto sul tavolo del vertice di Villa Pamphili, e l’intenzione dei principali convenuti, forze di governo, Confindustria, istituzioni internazionali, banche e sindacati complici, è quello di partecipare alla spartizione di una torta mai così guarnita e consistente.

Grande confusione, tanti gli obbiettivi dichiarati ma tutti con poche, inattaccabili certezze: rilanciare gli interessi delle imprese, mantenere inalterato il sistema economico che ha portato il nostro Paese ad affrontare la pandemia Covid-19 senza aver previsto alcuna pianificazione, senza strumenti sanitari, economici e politici adeguati alla gravità della situazione. Il risultato sono state 34.000 vittime, centinaia di migliaia di malati, milioni di disoccupati e di persone senza reddito e certezze del futuro. Che di distribuzione sociale delle risorse in campo non se ne parli, emerge chiaramente anche dalle proposte di Colao&co, chiaramente scaturite direttamente dagli obiettivi del sistema delle imprese.

Saremo quindi anche noi a Villa Pamphili, a presidiare gli Stati Generali di Conte per dire che i soldi disponibili vanno utilizzati per restituire ai lavoratori e alla popolazione i diritti sottratti da anni di smantellamento dello stato sociale; per aggredire le disuguaglianze; dare lavoro e reddito stabile e garantito per tutti; riportare nel pieno controllo pubblico statale la sanità, l’istruzione e la ricerca riorganizzandone e potenziandone personale e strutture; rendere penalmente molto più rilevante ogni mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro istituendo il reato di omicidio sul lavoro; rendere sicuro ed adeguato il rientro a scuola per un milione fra docenti ed ATA ed otto milioni di studenti ben oltre il vergognoso protocollo sottoscritto dai sindacati pronta-firma; definire un grande piano di assunzioni per rilanciare la Pubblica Amministrazione e difendere l’ambiente; sottrarre al ricatto e allo sfruttamento, attraverso una vera regolarizzazione, migliaia di migranti; bloccare gli sfratti e finanziare la ripresa dell’edilizia economica e popolare senza ulteriore consumo di suolo; nazionalizzare le imprese strategiche e sottrarre alle multinazionali il destino della manifattura italiana; riformare gli ammortizzatori sociali estendendone a tutti la possibilità di utilizzo; impedire colpi di mano sul contratto nazionale ed impedire un utilizzo delle nuove forme di lavoro come lo smart working in funzione di isolamento dei lavoratori; fermare l’aziendalizzazione della scuola nonché la selezione di classe per gli studenti e lo smantellamento dei diritti collettivi; revisione del Titolo V della Costituzione contro ogni ipotesi di autonomia differenziata.

Su questi principali ma certamente non esaustivi obbiettivi di fase saremo sabato 13 dalle ore 10, presso Largo 3 Giugno 1849, in prossimità del vertice degli Stati Generali dell’Economia per rappresentare i nostri punti all’ordine del giorno e avviare una fase di mobilitazione permanente che durerà per tutto il tempo necessario e che dovrà necessariamente prevedere mobilitazioni a carattere nazionale.

Noi Restiamo

La costruzione di una società migliore non può che partire dalla rottura con quella esistente: 13 giugno, Milano.

“Siamo alla fine dell’emergenza, il peggio è passato, la macchina è ripartita”, da settimane siamo bombardati dagli echi di questa retorica del lieto fine: ce l’abbiamo fatta. Ma il superamento del picco è piuttosto il momento per trarre le conclusioni sui mesi appena trascorsi.

L’Italia è stata uno dei paesi maggiormente colpiti dalla diffusione del virus Covid-19, e la sola regione Lombardia ha registrato quasi la metà dei decessi totali del paese.
Fin dall’inizio dell’emergenza, la regione più ricca del paese ha dimostrato sulla base di quali priorità si sarebbero prese le decisioni più urgenti: la stragrande maggioranza degli stabilimenti produttivi della regione è rimasta in funzione, in preciso accordo con gli interessi di Confindustria e Assolombarda. Le conseguenze di questa gestione sono evidenti dalla coincidenza tra le zone di concentrazione degli stabilimenti e le aree di più elevata diffusione del contagio.

La città di Milano si è fatta orgogliosamente simbolo della produttività inarrestabile, dell’efficienza ad ogni costo, sotto lo slogan della campagna promossa dal sindaco Sala #MilanoNonSiFerma. L’immagine ormai consolidata della città dinamica viene impiegata ancora una volta per sostenere mediaticamente politiche del lavoro fatte a discapito della salute dei lavoratori.

Questo vale in modo particolare per i giovani, corteggiati dalla retorica dell’essere adattabili, mentre vengono mandati in un mondo del lavoro fatto di stage e tirocini spesso non retribuiti, per fare esperienza, per iniziare a muoversi nell’ambiente. Un modello istituzionalizzato (con la benedizione dei grandi sindacati confederali) durante l’EXPO 2015, non a caso tenutosi proprio a Milano.
La gestione criminale dell’emergenza sanitaria in Lombardia non è altro che l’espressione di un modello di sviluppo incentrato su sfruttamento, competizione e profitto ad ogni costo. Basti pensare che mentre la produzione rimaneva aperta e i lavoratori morivano c’era chi speculava sulla crisi, come per la farsa dell’ospedale-fiera.

Si tratta di un modello che, come giovani, non soltanto subiamo sulla nostra pelle, ma che ci viene anche trasmesso come modalità di ragionamento: ci viene insegnato a competere in qualsiasi contesto a partire dalla scuola e fino all’università, perché non c’è posto per tutti, le risorse non bastano per tutti, e allora si deve eccellere, diffidare dei compagni di corso e se necessario ostacolarli. Sfruttamento e competizione sono espressione di un modello di produzione capitalista che ora più che mai mostra la propria pericolosa inadeguatezza per il benessere collettivo.

Non esistono soluzioni parziali né tentativi di cambiamento in un sistema che non può essere riformato. Sappiamo che un’alternativa al modello vigente è possibile ed esiste, e proprio l’emergenza sanitaria ci ha permesso di verificarne la validità: l’arrivo in Italia della equipe di medici cubani è espressione di una strada da seguire, che riconosce l’importanza dell’istruzione e della ricerca pubbliche finalizzate alla salvaguardia del benessere dell’umanità. Per questo scendiamo in piazza con chi, come Potere al Popolo, lavora per un cambio di rotta radicale in questo senso.

Domani, 13 giugno, rispondiamo e prendiamo attivamente parte alla mobilitazione nazionale per chiedere il commissariamento della regione Lombardia. La costruzione di una società migliore non può che partire dalla rottura con quella esistente.

Noi Restiamo

10 giugno. SI ALZA IL VENTO DELL’ALTERNATIVA!

Appunti a margine della manifestazione nazionale del 10 giugno.

La giornata del 10 giugno ci ha visti protagonisti, come Noi Restiamo e Opposizione Studentesca d’Alternativa, di un passaggio politico importante, costruito sulla base di un metodo di lavoro che ha le sue radici nell’organizzazione indipendente dei settori studenteschi e giovanili, nella prospettiva di un protagonismo delle nuove generazioni all’interno della battaglia generale per un’alternativa di sistema.

La riuscita piazza a #Roma al Miur ha saputo rappresentare la convergenza tra le battaglie degli studenti medi e universitari e quelle di tutte le figure lavorative del mondo della scuola, della formazione e della ricerca organizzate dalle strutture sindacali dell’USB Pubblico Impiego. La manifestazione aveva al centro la richiesta di un’inversione di rotta radicale sulle politiche di privatizzazione dei saperi e la rimessa al centro della funzione di emancipazione collettiva dei percorsi formativi: rompere con la didattica per competenze e con il dogma della valutazione per una ripresa delle attività a Settembre in sicurezza per gli studenti e i lavoratori.

L’emergenza sanitaria ha costretto tantissimi giovani a fare i conti con le contraddizioni di un modello sociale costruito sui dogmi della flessibilità del mondo del lavoro, dell’impossibilità di investire sul welfare pubblico e della competizione tra individui. È all’interno di questo contesto e ricostruendo il percorso di destrutturazione del ruolo della scuola, della formazione e della ricerca pubbliche portata avanti da governi di centrodestra e di centrosinistra negli ultimi 30 anni, seguendo pedissequamente le linee guida dell’Unione Europea, che occorre inserire il decreto Scuola della ministra Azzolina e le dichiarazioni di Manfredi sul futuro dell’Università.

I processi di aziendalizzazione, di elitarizzazione e di progressivo disinvestimento economico sui percorsi formativi e la gestione del sapere vanno infatti contestualizzati all’interno della volontà politica di mettere la conoscenza al servizio della filiera produttiva per una maggiore competitività sul piano internazionale e vengono accompagnati da un’opera di profonda ideologizzazione delle nuove generazioni rispetto ai valori fondanti del sistema economico e sociale dominante.

La crisi economica e sociale senza precedenti che ci accingiamo ad affrontare sarà, come tutte le crisi, un’occasione per la classe dirigente e il mondo imprenditoriale del nostro paese (e non solo) per accelerare le tendenze alla privatizzazione a 360 gradi nella società. Nel mondo della formazione e della ricerca, la conferma arriva dalle chiare parole del piano Colao dove il diritto allo studio si è trasformato in ‘diritto alle competenze’: nessuna autocritica, come alcuni speravano, ma anzi una velocizzazione del processo di messa a valore dei percorsi formativi.

Di fronte alla mancanza di volontà politica di ripensare le priorità politiche e sociali, noi non possiamo rinunciare al nostro compito storico di costruire, dai banchi delle scuole alle università, un’alternativa organizzata e indipendente che sappia trovare momenti di sintesi politica con il mondo del sindacalismo conflittuale.

Nelle stessa giornata altre mobilitazioni a #Catania e #Genova facevano sentire forte le rivendicazioni per un cambiamento generale del mondo della formazione, dalle piazze di ieri e dalla ripresa della lotta nelle scuole e nelle università finalmente si alza il vento dell’Alternativa.

Rete nazionale Noi Restiamo
Opposizione Studentesca d’Alternativa

Covid-19, l’opportunità per il progetto di classe dell’Università Italiana. I rapporti di forza non cambiano senza la lotta.

Pubblichiamo questa analisi mentre ci prepariamo a scendere a Roma per la manifestazione nazionale del 10 giugno davanti al MIUR che abbiamo costruito insieme agli studenti medi dell’Opposizione Studentesca d’Alternativa e alle strutture sindacali delle educatrici delle funzioni locali, della scuola, dell’università e della ricerca della USB pubblico impiego. Una data che è il punto di arrivo di un percorso avviato in questi mesi di lockdown dalla campagna blocco affitto e utenze per giovani, studenti e precari e successivamente dai coordinamenti regionali per il diritto allo studio. Appuntamento che rappresenta una convergenza su una progettualità di lungo periodo di forze rappresentative di tutti i soggetti che compongono il mondo dell’istruzione, dell’alta formazione e della ricerca che lottano per un nuovo sistema formativo e di gestione della ricerca e dei saperi svincolati dalle esigenze del mercato e costruito a partire da una comprensione profonda della funzione di crescita generale e collettiva della società. Un punto di resistenza per un rilancio complessivo delle lotte nel mondo della formazione verso un autunno di lotta!

In questo contributo analizziamo come la situazione emergenziale legata al diffondersi del Covid-19, virus con il quale probabilmente dovremo fare i conti ancora per diverso tempo, sia un’occasione per accelerare il processo di esclusione sociale e aziendalizzazione dell’istruzione universitaria.Un processo al quale dobbiamo saperci opporre fermamente.

Infatti, quando parliamo degli effetti che la crisi del Coronavirus avrà sull’Università e in generale sulle nostre vite dobbiamo tenere a mente le lapalissiane parole di Vittorio Colao, designato dal governo Conte per guidare la task force della cosiddetta “Fase 2” per la ricostruzione economica del Paese dopo la pandemia sanitaria. Ossia, «abbiamo l’opportunità di fare in ognuno di questi campi cose che avrebbero richiesto molto più tempo. Mai lasciarsi sfuggire una crisi»[1]. I capitalisti e i governanti sanno bene infatti che le crisi sono occasioni di ristrutturazione e gestione politica delle dinamiche economiche e sociali. Così come sono opportunità di guadagni e di profitto. Certamente di una fascia sempre più ristretta di popolazione, ma comunque c’è sempre qualcuno che riesce ad arricchirsi.

Inoltre, per poter comprendere fino in fondo le trasformazioni che stanno avvenendo nel mondo dell’istruzione dobbiamo ricordarci, senza ovviamente cadere in uno sterile meccanicismo, che in sostanza, in un sistema capitalista, il cambiamento del sistema scolastico è un processo guidato dalle esigenze del modo di produzione e dalle necessità del capitale. Per questo motivo, è necessario analizzare, seppur a grandi linee, il processo di ristrutturazione che sta avvenendo nella struttura economica con particolare attenzione ai cambiamenti in corso nel mondo del lavoro.

Infine, come abbiamo più volte sottolineato, il mondo della formazione e della ricerca rappresenta un nodo strategico nel processo di integrazione e costituzione dell’Unione Europea e per questo deve essere allineato con gli interessi e gli obiettivi della classe politico-economica dominante per la determinazione dell’UE stessa come “polo di eccellenza” competitivo a livello globale. Infatti, nelle diverse dichiarazioni europee riguardanti la formazione si legge spesso che l’Unione Europea punta a diventare l’“economia della conoscenza più competitiva al mondo”. La sinergia esistente tra la filiera formativa e quella produttiva non deve stupire. Da sempre infatti nel processo di produzione e riproduzione capitalistica l’istruzione occupa una posizione privilegiata e, soprattutto in condizione di crisi sistemica, il comparto studentesco tout court diventa cruciale per aumentare la competitività, per la fabbricazione del consenso e per l’indirizzamento ideologico delle nuove generazioni.

UN BUSINESS ALTAMENTE REDDITIZIO ED ELITARIO

Per prima cosa, dobbiamo partire dal considerare che questa crisi sta accelerando quel processo che è stato definito da Marx di “centralizzazione del capitale”, caratterizzata dalla progressiva scomparsa di medie e piccole imprese a favore di sempre più forti concentrazioni monopolistiche, e frammentazione e precarizzazione del lavoro, portata avanti anche attraverso la trans nazionalizzazione delle catene del valore, l’outsourcing, ecc. Un processo avvenuto soprattutto grazie alla finanziarizzazione dell’economia, una delle armi con cui il capitale ha provato ad uscire dalla crisi sistemica degli anni Settanta. Si tratta di un capitalismo parassitario e regressivo, che crea uno sviluppo diseguale, instabile, periodicamente insostenibile e che, non riuscendo più a produrre ricchezza dall’aumento della produttività, estrae profitto dall’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori. Tutte queste tendenze sono pronte ad un’accelerazione durante e dopo questa crisi.

Possiamo infatti vedere che, nell’attuale periodo di pandemia o post-pandemia, ci sono stati enormi guadagni privati legati a teledidattica (ad esempio Teamviewer, Zoom), intrattenimento domestico (Netflix, Sony), metodi di pagamento senza contatto (Paypal, Visa, Mastercard), consegne a domicilio (Amazon, Delivery Hero) e così via.  Mentre le aziende farmaceutiche, oltre al profitto su farmaci e DPI, hanno intrapreso la strada per la ricerca del vaccino come una vera e propria corsa all’oro, una corsa che sarà vinta da chi riuscirà a brevettarlo per poterlo vendere al miglior offerente.

Lo stato attuale delle borse mostra che le azioni di Zoom sono aumentate di valore del 155 percento negli ultimi dodici mesi, grazie ad un aumento del numero di utenti che è passato da dieci a duecento milioni. Zoom Video Communications ha ottenuto così una capitalizzazione di mercato di oltre 21 miliardi di dollari. In contemporanea, il presidente di Amazon, Jeff Bezos, si è arricchito a tal punto che è diventato il primo “trilionario” della storia, ovvero è arrivato a possedere 1000 miliardi di dollari. Possiede da solo più del PIL di 179 paesi e più di quanto detengono 3,4 miliardi di persone, ovvero più del 43% di tutti gli esseri umani viventi oggi. Tutto ciò avviene mentre in USA le richieste di sussidi di disoccupazione sono state avanzate da 38,6 milioni di persone; mentre è in caduta libera l’indicatore europeo delle aspettative sull’occupazione (Eei) precipitato ad aprile al livello più basso mai registrato: -30,1 punti nell’area euro e -31,2 punti nell’Ue; mentre il livello di povertà assoluta e relativa aumenta in tutto il mondo.

Le grandi aziende hi-tech si preparano quindi ad aumentare quanto più possibile i propri profitti, anche nel mondo dell’istruzione[2]. In questo senso è paradigmatica la nomina dell’ex CEO e attuale presidente del consiglio di amministrazione di Google, Eric Schmidt, a capo della commissione creata per progettare la realtà post-Covid dello Stato di New York. Schmidt ha scritto un editoriale[3] per il Wall Street Journal in cui ha espresso chiaramente che la Silicon Valley ha tutte le intenzioni di sfruttare la crisi per una trasformazione permanente di ogni aspetto della vita civile, in cui le prime priorità sono incentrate sulla telemedicina, sull’apprendimento remoto e sulla banda larga. Proprio un giorno prima, Cuomo aveva annunciato[4] una collaborazione simile con la Bill e la Melinda Gates Foundation per sviluppare “un sistema educativo più intelligente”.

Possiamo facilmente prevedere che nei prossimi anni l’istruzione online continuerà ad espandersi accelerando la tendenza verso l’apprendimento remoto, che viene testato oggi come mai prima. Tuttavia, la realtà ci mostra che questo sviluppo e utilizzo tecnologico renderà solo una manciata di persone molto, molto ricche e trasformerà gradualmente l’università in una industria online. Vedremo, infatti, emergere una varietà di forme di università ibride o online, ma soprattutto collaborazioni tra le più grandi aziende tecnologiche del mondo e le università d’élite. Ad esempio, MIT e Google, Stanford e Apple, Harvard e Microsoft. Queste partnership permetteranno alle principali università di espandere notevolmente le iscrizioni, assorbendo le immatricolazioni dei poli secondari, offrendo diversi gradi di ibridi online-offline, la cui accessibilità e valore altereranno sismicamente il panorama dell’istruzione superiore[5]. Questo comporterà la chiusura o il drastico ridimensionamento delle università di serie B, rendendo sempre più difficile l’accesso a livelli di formazione superiore di qualità per tutti coloro che sono nati in regioni periferiche del paese.

PREPARARE ALLO SFRUTTAMENTO

L’altro elemento da tenere in considerazione è che nel contesto economico descritto precedentemente, da un lato, il cosiddetto ceto medio subisce una costante e sempre più forte spinta verso la “proletarizzazione”, con salari in netta caduta ed aumenti di carichi e orari di lavoro, dall’altro lato, il lavoro è sempre più lavoro povero e privo di tutele con una fascia sempre più ampia della popolazione che viene espulsa dal processo produttivo. Tutto ciò è avvenuto anche grazio allo sviluppo e all’applicazione di tecnologie nel mondo del lavoro, processo che sta venendo accelerato con questa crisi. Già da tempo, infatti, le case dei lavoratori e delle lavoratrici si stavano trasformando in luoghi di lavoro senza sosta. Un modo utilizzato dalle aziende sia per ridurre i costi di produzione (risparmiando sull’affitto dell’ufficio, sulle bollette di luce e internet, ecc.) scaricandoli sui lavoratori, sia per aumentare lo sfruttamento (dilatando l’orario di lavoro e il controllo dei lavoratori), sia per spezzare la conflittualità nei luoghi di lavoro (con il lavoro flessibile il lavoratore viene assunto o licenziato a seconda delle necessità e, isolandolo nelle mura di casa, gli viene tolta la possibilità di interrompere la catene di montaggio o di organizzarsi insieme agli altri lavoratori). È un processo produttivo che ci viene spacciato come basato sull’intelligenza artificiale, ma che in realtà è tenuto insieme da decine di milioni di lavoratori anonimi che lavorano con dati, programmazione, progettazione, ecc., a cui si aggiungono quei lavoratori sfruttati lungo tutta la catena del valore che inizia dalle miniere di litio ed arriva fino ai magazzini della logistica.

Le trasformazioni tecnologiche che stanno avendo nel mondo dell’istruzione, quindi, vanno lette anche come un laboratorio vivente in cui preparare i giovani allo sfruttamento che verrà e un modo per continuare la trasformazione dell’università in una vera e propria azienda il cui obiettivo principale è quello di ridurre i costi ed aumentare i profitti. Infatti, proprio come qualsiasi altro ambiente che entra nella grande tecnologia, nelle università online gli studenti saranno più socialmente connessi, ma saranno decisamente più isolati e più soli. Già da anni l’accesso all’istruzione universitaria è sempre più un privilegio di classe, in cui il merito non c’entra nulla e dipende solo dal reddito e dal livello di istruzione della famiglia[6], la ricaduta della crisi legato al Coronavirus aggraverà quasi sicuramente questo divario e si rifletterà anche tra chi potrà permettersi di frequentare l’università dal vivo e chi non potrà sostenere i costi di trasferimento, in questo contesto troveranno terreno fertile anche le forme di “prestito d’onore”, da parte di banche e fondazioni, che da diverso tempo stavano prendendo piene anche nel nostro paese. Questo renderà i campus e gli spazi universitari ancora più un lusso, dominati da studenti facoltosi[7]. Uno spazio che da anni viene sempre piùnormalizzato espellendo qualsiasi forma di dissenso.

Inoltre, alla luce dell’aumento della competizione tra atenei descritto prima, le università inizieranno a far di tutto per ridurre i costi, ad esempio vendendo le infrastrutture, spostando i costi delle operazioni universitarie su ricercatori, docenti e studenti ed esternalizzando molte delle loro funzioni principali a società tecnologiche private. Una volta che la maggior parte dei corsi avviene online, infatti, le sedi, le mense, le residenze delle università diventano solo un costo e per poterlo ammortizzare potrebbero essere vendute a privati. Una cosa che ad esempio ha già fatto l’Università di Torino che ha permesso l’apertura di un Burger King nella palazzina “Aldo Moro”[8]. Ma soprattutto, le università piuttosto che assumere docenti potrebbero acquistare l’accesso ai corsi online presso altre università. Piuttosto che assumere bibliotecari, potrebbero comprare libri e riviste online. Molti docenti, bibliotecari e tecnici amministrativi diventeranno così completamente inutili o potranno essere usati solo nel momento del bisogno[9]. Si tratta di un futuro che vedrà riduzioni di massa del personale, ancora maggiore precarizzazione del lavoro universitario, proletarizzazione del lavoro mentale.

LA PARTITA CRUCIALE IN UNIONE EUROPEA

L’altro elemento fondamentale da tenere presente è come l’Unione Europea sta reagendo davanti a questa crisi e a questi cambiamenti in atto. L’UE nasce, infatti, con lo scopo di far fronte alla crisi sistemica iniziata negli anni Settanta e di cercare di ottenere la leadership all’interno della competizione globale contro gli altri blocchi in competizione (Usa, Cina, Russia), la quale subirà nette accelerazioni durante e dopo questa crisi. Un percorso fondato sulle riforme ordoliberiste e sulla competizione intera tra i vari paesi europei in cui lo Stato ha un ruolo centrale come creatore e difensore (manu militari) delle condizioni all’interno delle quali le imprese private possono fare maggiori profitti possibile

La crisi in corso, pur mettendo in luce l’assoluta instabilità e iniquità di questa impalcatura, sta venendo sfruttata dalla classe dominante per rafforzare il processo di integrazione europeo senza stravolgere, ma anzi consolidando, le gerarchie interne e soprattutto le sottostanti catene del valore economico-produttivo. Al di là del dibattito sulla modalità di finanziamento (Coronabond, Recovery Fund o Mes), quel che è fondamentale analizzare è la destinazione di spesa di questi finanziamenti che è stata espressa chiaramente dalla proposta avanzata recentemente dal presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Merkel[10]. L’obiettivo dichiarato del nuovo accordo franco-tedesco è che l’UE deve uscire da questa crisi più forte di prima attraverso: la “sovranità sanitaria”, anche con l’aumento delle capacità europee di ricerca e sviluppo di vaccini e terapie; l’aumento della competitività dell’economia europea aumentando gli investimenti e rafforzando la ricerca e l’innovazione; l’accelerazione della transizione verde e digitale con aiuti di Stato; il rafforzamento della sovranità economica e industriale con un mercato pienamente integrato in settori chiave (in particolare digitale, energia, mercati dei capitali). Il ruolo dello Stato, quindi, si conferma centrale ma come ha spiegato benissimo il governo italiano durante due conferenze, quella di mercoledì 13 maggio e quella di sabato 16 maggio, non nel senso di intervento diretto nell’economia o di socializzazione dei mezzi di produzione, quanto quella di indirizzo e supporto dell’attività privata per permettere il rilancio dei profitti e il rafforzamento del polo imperialista europeo.

Tutte queste premesse sono fondamentali per capire che nel settore dell’Università e della Ricerca si sta giocando una partita cruciale. Anche perché l’UE è l’unico polo a non avere aziende ad alta tecnologia proprie, ma dipende completamente dalle grandi multinazionali statunitensi. Tutte le università e i centri di ricerca (siano essi pubblici o privati) dovranno essere piegati per raggiungere gli obiettivi esposti precedentemente. In questo senso, si può leggere l’attuale finanziamento straordinario stanziato dal Ministro Manfredi[11], così come si poteva leggere la proposta di Autonomia Differenziata[12], solo temporaneamente sospesa, come una chiara volontà e necessità (per la già citata situazione di aumento della competizione globale) di anteporre le esigenze del mercato a qualsiasi tipo di esigenza formativa. Questi provvedimenti non faranno altro che accelerare la distanza tra la qualità delle offerte formative universitarie nel territorio della penisola. Un divario sempre più ampio iniziato con la legge Ruberti del 1990, accelerato con il Bologna Process ed affinato con la riforma Gelmini[13]. Come risultato di questo lungo ma coerente progetto, si assiste a una polarizzazione degli atenei in due categorie: atenei di serie A ed atenei di serie B, a seconda che siano integrati o meno in un territorio o circuito produttivo che consente di mantenere alto il livello di competitività.

Simili effetti si sono avuti e si continueranno ad avere nel reclutamento dell’organico universitario[14]. Se il numero del personale sta tornando faticosamente ai livelli pre-crisi 2008, l’Università non è la stessa di quella del 2007. Dal 2013 (data di partenza più opportuna da considerare per tener conto degli esiti del reclutamento a seguito dell’entrata in vigore della Riforma Gelmini e dell’istituzione dei punti organico premiali) a oggi, infatti, dal punto di vista della distribuzione territoriale, l’assegnazione dei punti organico è andata a beneficio delle regioni settentrionali. Notevoli incrementi di punti organico (dal +5% al +10%) riguardano Lombardia, Veneto e Piemonte, mentre emerge chiaramente la riduzione di personale docente in tutta l’Italia centro-meridionale e insulare, dall’Umbria alla Sicilia, con la sola eccezione della Campania. Per di più, sono cambiati anche i contenuti insegnati, spostando i finanziamenti verso le scienze “dure” e applicate piuttosto che quelle sociali e umanistiche e facendo così prevalere i contenuti disciplinari e culturali più immediatamente spendibili nell’ambito privato a seconda delle necessità stabilite dal mercato. Tra le varie aree CUN, l’area 09 (Ingegneria industriale e dell’informazione) si è estesa di oltre dieci punti percentuali e, a seguire, l’area 02 (Scienze fisiche, +5,7%) e l’area 13 (Scienze economiche e statistiche, +5,0%). Invece, l’area che in proporzione si è ridotta più di tutte le altre è la 10 (Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche) con un -5,3%, seguita dall’area 06 (Scienze mediche) con un -4,6% e dall’area 11 (Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche) con un -2,4%.

Se quindi, da un lato, non si può che valutare come giuste delle misure che vanno in controtendenza rispetto agli ultimi 10 anni di tagli lineari all’istruzione, dall’altro non possiamo non considerare come questo finanziamento non mette in discussione ma anzi rafforza una cornice istituzionale che favorisce atenei di serie A rispetto a quelli di serie B accentuando differenze territoriali e sociali, nonché accelera la tendenza alla “normalizzazione” del pensiero e alla subordinazione al profitto dei contenuti della formazione.

CONCLUSIONI

Stiamo vivendo in questi mesi una gravissima crisi sanitaria legata al diffondersi del Coronavirus, alla quale sta seguendo una crisi economica e sociale, nonché delle relazioni internazionali. Ne possiamo solo intravedere i contorni in questo momento, ma possiamo già considerare che si presenterà come una crisi fortissima, essendo una crisi che colpisce contemporaneamente tutti i paesi del mondo in un sistema già di per sé fragile. Un evento epocale, al quale bisogna saper dare una interpretazione e una risposta all’altezza.

Con questo obiettivo abbiamo iniziato a tracciare quali saranno i possibili effetti di questa crisi sul mondo dell’Università e della Ricerca, nella consapevolezza che è impossibile comprenderli se non vengono inseriti in un’analisi, seppur a grandi linee, del processo di ristrutturazione che sta avvenendo nella struttura economica con particolare attenzione ai cambiamenti in corso nel mondo del lavoro, nonché nel piano strategico dell’Unione Europea.

Attraverso questa lettura dei processi in corso, possiamo comprendere come la crisi rappresenti un’opportunità per capitalisti e governanti di guadagno, di ristrutturazione e gestione politica delle dinamiche sociali ed economiche, di smantellamento di ogni conquista ottenuta di Università di massa. Il futuro distopico che stanno progettando per noi è caratterizzato da miseria e disoccupazione per tantissimi, e da ricchezza e lusso per pochissimi. Un futuro in cui nell’istruzione universitaria e nella ricerca ogni forma di dissenso deve essere repressa, la modalità di insegnamento deve preparare allo sfruttamento che ci aspetta e il contenuto deve essere piegato alle necessità di profitto. In sostanza, si tratta di un processo di drastica modifica del sistema economico e scolastico in senso classista ed antipopolare che non fa gli interessi della maggior parte degli studenti e dei lavoratori.

Tuttavia, l’avvento del coronavirus, che abbiamo definito come cigno nero, ha palesato la profonda inadeguatezza di questo sistema politico ed economico che non riesce a garantire la salute ed il benessere di larghe fette della popolazione. Non basterà però la semplice ragione per abbattere questo modello di sviluppo, quello che dobbiamo costruire è la forza per trasformare lo stato di cose presenti.

Abbiamo davanti a noi una sfida epocale, organizziamoci per farci trovare pronti.


[1] https://www.corriere.it/politica/20_aprile_29/coronavirus-colao-un-apertura-ondate-testare-sistema-l-app-entro-maggio-oppure-servira-poco-731741c6-8993-11ea-8073-abbb9eae2ee6.shtml

[2] https://theintercept.com/2020/05/08/andrew-cuomo-eric-schmidt-coronavirus-tech-shock-doctrine/

[3] https://www.wsj.com/articles/a-real-digital-infrastructure-at-last-11585313825

[4] https://www.washingtonpost.com/education/2020/05/06/cuomo-questions-why-school-buildings-still-exist-says-new-york-will-work-with-bill-gates-reimagine-education/

[5] https://nymag.com/intelligencer/2020/05/scott-galloway-future-of-college.html

[6] https://cambiare-rotta.org/2020/02/27/il-circolo-vizioso-tra-bassa-istruzione-e-poverta-se-nasci-povero-e-da-genitori-senza-titolo-di-studio-morirai-povero-e-senza-titolo-di-studio/

[7] http://bostonreview.net/forum/jeffrey-aaron-snyder-higher-education-age-coronavirus

[8] https://cambiare-rotta.org/2019/03/13/viviamo-camminare-sulla-testa-dei-re/

[9] https://www.faz.net/aktuell/karriere-hochschule/hoersaal/digitales-sommersemester-im-rausch-der-online-lehre-16754543.html

[10] https://uk.ambafrance.org/COVID-19-Europe-will-weather-this-crisis-together

[11] https://cambiare-rotta.org/2020/05/14/dl-rilancio-universita-nessuna-vittoria-la-lotta-e-appena-iniziata/

[12] https://cambiare-rotta.org/2019/12/19/autonomia-differenziata-necessita-capitale-europeo/

[13] https://cambiare-rotta.org/2019/06/25/bologna-process/

[14] https://www.roars.it/online/gli-effetti-del-reclutamento-sullorganico-universitario-dal-2013-ad-oggi-per-ruoli-regioni-e-discipline/

Patria, famiglia e il sostegno ideologico allo sfruttamento

La nuova guida di Confindustria, Carlo Bonomi, al primo consiglio generale da presidente dell’organizzazione padronale, ha marcato la linea dura di Confindustria per la fase 2, con dichiarazioni poi rimbalzate su diverse testate giornalistiche.

Da una parte l’organizzazione padronale, mentre continua a demonizzare le nazionalizzazioni, richiede finanziamenti statali a fondo perduto per le imprese – non è difficile leggere in questo senso i 6,3 miliardi di garanzia che FCA richiede allo Stato, per un prestito su cui si sta accordando con Intesa Sanpaolo. Dall’altra parte spinge per un rinnovato attacco ai diritti dei lavoratori, invocando la sospensione dei contratti nazionali, per una ridefinizione individuale dei rapporti tra lavoratori e singole aziende: frammentazione individuale del lavoro, e supporto statale alle imprese.

Il fatto che Confindustria da qualche settimana abbia eletto alla sua guida un falco, dai modi guerreschi, che vanta il “merito” di aver tenuto aperte le fabbriche durante l’emergenza, e che il governo negli stessi toni militareschi ci parli da tre mesi a questa parte di patria, famiglia ed eroi, non è certamente un caso. Giusto per citare qualche esempio più evidente basti pensare alle parate con le frecce tricolore, le mascherine con i colori della bandiera italiana, il dibattito sui congiunti che ha caratterizzato i primi momenti della riapertura, la campagna per l’esposizione delle bandiere sui balconi promossa anche dal PD e infine le manifestazioni istituzionali in occasione del 2 Giugno.

La recessione economica che si prospetta severissima per l’Italia e per il mondo, in un contesto di crisi strutturale del capitalismo lunga ormai diverse decadi, che si manifesta in shock sempre più duri e ravvicinati, da cui il nostro paese non riesce mai a risollevarsi – ripone in maniera più stringente che mai la competizione globale su un piano di giochi a somma zero, dove il mercato da spartirsi va riducendosi e l’aggressività dei soggetti in campo raggiunge nuove vette. 

I rapporti di forza tra le parti sociali in un contesto come questo diventano centrali nella definizione di chi pagherà i costi della crisi, ed è in questa ottica che dobbiamo comprendere la recente esposizione mediatica di patria e famiglia, intesi come dispositivi ideologici e categorie sociali.

La ritrovata centralità di patria e famiglia, infatti, in questo contesto assume una duplice funzione. Una più classica, in quanto il capitalismo, messo alle strette, è costretto a mostrare la propria faccia più brutale, e a veicolare ogni tensione sociale che lui stesso alimenta su piani orizzontali e identitari, nelle forme tradizionali borghesi, perché non si sviluppi in senso verticale, come odio di classe. L’altra fa riferimento alla pratica della privatizzazione dei profitti e socializzazione dei costi, ed è tipica di questo tardo capitalismo, che non trovando né nuovi margini di crescita, né d’assorbimento della disoccupazione strutturale prodotta, ha bisogno del supporto di Stato e famiglia, come stampelle e bastoni, per sostenersi e intensificare lo sfruttamento,

Patria e famiglia non sono mai scomparse dal frasario borghese nel nostro paese, ma sono state l’altra faccia della medaglia – quella celata – dello sviluppo del capitalismo di questo millennio. Da una parte la narrativa egemone in funzione individualista, flessibile, smart e transnazionale formava i giovani lavoratori e adattava i vecchi alla nuove catene di produzione del valore, legittimando la precarizzazione, l’atomizzazione, la liberalizzazione, l’aggressione allo stato sociale, la disoccupazione strutturale, le migrazioni forzate di un sistema che dallo sfruttamento del lavoro aveva necessità di estrarre sempre più profitto, trovandosi incapace di crearne tramite l’incremento della produttività. Dall’altra parte questa ristrutturazione, se vedeva la famiglia frammentata per esigenze di mercato, aveva bisogno comunque della sua funzione di tenuta sociale e psicologica di fronte all’atomizzazione e fragilizzazione dell’individuo e all’arretramento dello stato sociale; se vedeva lo stato defilarsi come attore economico, aveva bisogno comunque della sua azione continua per garantire i profitti di un capitalismo in crisi, sia tramite le concessioni statali, le partecipazioni e le commesse, sia nel ruolo che Bonomi dà per scontato, quello di garante del rischio d’impresa, chiamato a salvare a più riprese tramite fondi pubblici un sistema incapace di sorreggersi.

L’unità ideologica a cui ci richiama l’idea di patria non è solo importante per veicolare la coesione sociale e allentare la tensione di classe, ma pure per legittimare la nuova esposizione dell’azione statale. Questa ha per il nostro capitalismo una vitale funzione sociale ed economica come dispositivo repressivo di controllo, per cui i droni e il tracciamento si pongono in continuità con l’approvazione dei decreti sicurezza, e come strumento di sostegno economico agli interessi padronali, in un momento in cui i rapporti di forza tra le classi sono così sbilanciati a sfavore delle classi subalterne, da non metterne mai in discussione l’unilateralità dell’azione.

Conte non avrebbe potuto essere più esplicito quando, aprendo la discussa conferenza stampa del 26 aprile, chiariva che “potreste prendervela con il governo e la politica, ma non dovreste farlo per amor di patria”. I tricolori e l’inno alle finestre, il mantra dell’andrà tutto bene, le canzonette ai supermercati, le immagini del mondiale 2006 in televisione, la retorica degli eroi, producono quell’immaginario guerresco che dovrà sfornare per Confindustria gli ammaestrati soldati che questa nuova crisi ha reso necessario mandare al macello.

La famiglia non è certo meno importante per questo complesso socio-ideologico dalla doppia faccia. Siamo cresciuti in un sistema che in 15 anni ha portato 2 milioni di giovani a lasciare il sud per il nord, e prodotto, a oggi, un numero di famiglie definibili come unipersonali pari al 32% del totale. Venivano chiamati choosy e bamboccioni i giovani che, di fronte alle difficoltà materiali di sopravvivere lontani da casa – visto il tasso di sfruttamento del lavoro giovanile – erano costretti a restare in famiglia, e a inizio quarantena venivano sbeffeggiati gli emigrati che di fronte all’isolamento forzato cercavano di lasciare Milano per tornare al sud. 

Ma non è schizofrenia se durante la quarantena, all’improvviso, abbiamo sentito romanticizzare il restiamo a casa – tratteggiato ignorando le pesanti difficoltà materiali della classi subalterne e le numerose violenze domestiche, che avvengono all’interno di un “accogliente nido familiare” – e se ora nelle disposizioni del governo solo le famiglie vengono ritenute degne di socialità, mentre tutte quelle relazioni sociali costruite in seguito alle migrazioni forzate e alla propulsione individualista e atomizzante vengono disconosciute.

È la medaglia che mostra la sua altra faccia, quella per cui, in vista della necessità di socializzare una mole straordinaria di costi nei prossimi mesi, il capitalismo chiede alle famiglie un supplemento di sostegno (sappiamo già che saranno quelle più povere a pagare il prezzo più alto, in quanto proprio a esse era destinato il welfare statale scomparso). 

Nella crisi sempre più profonda in cui si addentra il capitalismo non può che intensificarsi lo sfruttamento. Di fronte all’inconsistenza dell’opposizione di classe, Confindustria si prepara a sferrare un nuovo attacco alle classi subalterne e ai diritti dei lavoratori, e mentre lo stato arretra dalla sua funzione sociale, la famiglia deve sostituirlo nell’alleggerire il peso delle contraddizioni materiali che i lavoratori vivono sulla propria pelle.

La famiglia, che già nella famosa frase di Margaret Thatcher, “la società non esiste, ci sono singoli uomini e donne e ci sono le famiglie”, mostrava di preservare un ruolo importante per il capitalismo liberista che andava affermandosi, non ha mai lasciato la scena. Pur mantenendosi sullo sfondo negli ultimi anni, in realtà continuava a garantire a questo modello di capitalismo rapace la possibilità di dispiegarsi e ora ritrova una centralità ideologica, in vista di una duplice funzione. 

Garantisce innanzitutto l’estrazione intensificata di quel valore, non tutelato socialmente, prodotto dal lavoro di cura principalmente delle donne. L’Italia è un paese in cui, secondo l’Istat, le donne sono il 51,3% della popolazione, ma solo il 42,1% degli occupati, in cui l’11% delle donne che hanno avuto almeno un figlio, il 17% di quelle che ne hanno avuti due e il 19% di quelle che ne hanno avuti tre non ha mai lavorato (contro una media europea sotto al 4%), in cui il 97% delle donne provvede alla cura quotidiana dei figli, e l’81% ai lavori domestici, in cui dunque le donne garantiscono più che in altre realtà la tenuta del sistema produttivo. In questo contesto stringere e rafforzare i nuclei famigliari, mentre i bambini sono lasciati a casa da scuola, gli anziani in pericolo nelle case di cura, e gli uomini, come lavoratori, soffrono la crescente disoccupazione e subiscono nuovi attacchi padronali, ha lo scopo di chiedere alle donne un extra supporto non remunerato materiale e psicologico, a copertura di uno stato sociale in continuo arretramento. Tutto questo in una situazione in cui le donne, come lavoratrici, subiscono, quanto e più degli uomini, l’erosione diretta dei loro diritti sul lavoro e l’intensificarsi dello sfruttamento, e sono costrette sempre più spesso al part-time o all’abbandono del lavoro e delle ambizioni per cui hanno studiato.

La famiglia funge altresì da dispositivo classico di controllo, veicolando le forme di aggregazione e resistenza verso un piano che lo stato può gestire e che difficilmente può svilupparsi in senso esplosivo. Questo a differenza di quello che potrebbero fare, se rafforzate, le reti solidaristiche dal carattere sociale che gli individui atomizzati potrebbero alimentare e sviluppare di fronte alla crisi.

La fase 2 ci mostra esplicitamente quanto ormai il sistema capitalista abbia esclusivamente una funzione storica regressiva. Dove questo è più sviluppato e regola quasi tutte le relazioni sociali e dove le possibilità di vita sociale al di fuori di quella produttiva e consumistica sono ridotte all’osso, le famiglie sono composte da singoli individui e gli spazi pubblici di incontro sociale tendono a scomparire. Qui il mantra di governo e Confindustria, “patria, lavoro, casa e famiglia”, si percepisce in tutta la propria portata contraddittoria e reazionaria, come morte, isolamento e sfruttamento. 

Non riuscendo a produrre ricchezza sull’aumento della produttività, sulla base della dinamica consumistico-individualista che ha spacciato negli ultimi decenni, la borghesia dirigente mette senza difficoltà da parte la retorica compulsiva, colorata e frizzante che descriveva, ad esempio, la Milano non si ferma di febbraio, per sostituirla nelle parole del sindaco Sala, con il lavorare, lavorare, lavorare ripetuto a più riprese e intervallato da minacce di repressione.

Questo capitalismo, a prescindere da come tenti di vendersi, continua si può dire coerentemente, per necessità strutturali, a regredire verso i caratteri militareschi di ordine e disciplina del capitalismo ottocentesco, che come quello di oggi estraeva i propri profitti sull’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori, con il supporto e l’inquadramento dello stato e della famiglia.

Laddove dunque la narrazione borghese si stringe attorno ai suoi capisaldi classici, investiti di funzioni tradizionali e nuovi compiti, allo scopo di preservare e tutelare ideologicamente e materialmente la propria tenuta, di fronte a margini di sfruttamento sempre più risicati, per noi è sempre più forte e impellente l’urgenza di organizzarci.

La costruzione di una prospettiva alternativa allo scenario sempre più arido e desolante che questo sistema prospetta a precari, giovani, donne, persone di colore e a tutte le classi più deboli di questo paese passa dall’organizzazione di un’opposizione cosciente alla retorica mistificatoria della classe dominante, per non permettere che la narrativa patriottica rinforzi uno stato che si manifesta in questa fase come servile stampella della classe padronale a spese di tutte le classi popolari, e per smascherare una propaganda familistica, che si risolve in una lacrimosa supplica di sacrifici verso chi da questo sistema viene dissanguato ormai da decenni.

La prateria è in fiamme! // Collegamento dagli Stati Uniti

Mercoledì 3 Giugno, ore 17.00, diretta Facebook in collegamento dagli Stati Uniti:
– Mario Martone, Mass Action for Black Liberation.
– Kali Akuno, Cooperation Jackson.

Evento facebook.

// Il 25 Maggio a Minneapolis è morto George Floyd, soffocato dal ginocchio prepotente di una potenza in declino.

Negli Stati Uniti l’ennesimo omicidio della polizia di un uomo afro-americano ha riportato all’attenzione di tutti il fatto che la razzializzazione della società sia un elemento strisciante del modo di produzione capitalistico, essa separa la società secondo una linea di colore riducendo intere fette della popolazione nella marginalità più completa.

Agli occhi dell’opinione pubblica sembra quasi “naturale” che i neri abbiano i salari più bassi; che il Covid negli USA colpisca in maniera sproporzionata gli afro-americani; e che le carceri siano per la maggior parte piene di uomini e donne di colore. La necessità di relegare certi gruppi sociali a determinate forme di sfruttamento ha fatto in modo che il razzismo diventasse uno degli elementi socio-politico-culturali più forte negli USA ma non solo, troppo spesso l’Europa si considera la culla della civiltà nella quale non ci sarebbe spazio per il razzismo, riproduce, invece, le stesse contraddizioni: dalla gestione dell’Unione Europea dei flussi migratori fino all’impiego di manodopera di colore nei settori ad alto sfruttamento (come il bracciantato e il facchinaggio).

Evidentemente un presidente nero non ha risolto il problema del razzismo negli States. Non si sono mai fermati i movimenti per i diritti e la liberazione degli afroamericani. Da Ferguson alle rivolte odierne queste vampate di rivolta sono espressioni di contraddizioni profonde – vive negli USA ma anche qui in Europa – e che ciclicamente tentano di darsi nuove forme organizzative e di continuità.

Questa volta però George Floyd è stato ucciso nel bel mezzo di una pandemia globale, che sta rapidamente ridisegnando il ruolo di dominio assoluto degli Stati Uniti. La pandemia, infatti, non ha solo effetti sanitari, ma rappresenta, piuttosto, quella goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno zeppo di contrasti politici, geopolitici, economici, sociali e razziali.

Questi elementi interagiscono tra loro in un contesto gravido di contraddizioni che già da tempo serbava quella rabbia e quell’odio ora rappresentati dal fuoco appiccato da chi ha perso un altro fratello. Manifestazioni, cortei, tensioni e tafferugli sono esplosi ovunque, da Est o Ovest, passando ovviamente per Minneapolis, la città in cui la polizia ha ucciso George Floyd.

NOI RESTIAMO – RETE DEI COMUNISTI

Sapienza, lettera al rettore: abolire i test d’ingresso contro il calo delle immatricolazioni!

All’attenzione del rettore Eugenio Gaudio dell’Università di Roma “La Sapienza”

Sono stati, questi, mesi duri in cui migliaia di studenti si sono trovati a vivere un estremo disagio. Come sappiamo bene, questo è stato dovuto inizialmente a condizioni contingenti come la sola impossibilità di uscire di casa, piuttosto che la grande preoccupazione ed in alcuni casi i lutti che il virus ha portato con sé; sicuramente, l’Università nulla poteva per evitare lo sconvolgimento che ha travolto le nostre vite.

Tuttavia, con il passare del tempo, sempre più problemi sono emersi a complicare una situazione già di per sé drammatica.

Infatti, come la maggior parte di noi ha potuto constatare sulla propria pelle, il lockdown non ha significato solo solitudine e spaesamento: per molti ha significato la perdita del lavoro o la riduzione dello stipendio, per tantissimi la difficoltà a seguire le lezioni in una modalità (quella a distanza) che neanche ha i presupposti per essere definita “didattica”.

In queste circostanze, in migliaia ci siamo domandati in che modo le Istituzioni (soprattutto universitarie!) avrebbero potuto venire incontro alle difficoltà che stavano sommergendo noi e le nostre famiglie.

In un momento in cui queste difficoltà non possono che aumentare a causa della crisi che abbiamo alle spalle ma soprattutto di quella che si profila all’orizzonte, continuiamo a farci questa domanda.

Di fronte ai licenziamenti, e tenendo conto di tutte le altre spese da sostenere (come il pranzo da comprare o l’affitto da pagare), riteniamo l’Università avrebbe dovuto rispondere quantomeno con l’abolizione della terza rata di quest’anno e di quelle del prossimo.

Di fronte ai disagi nella gestione della didattica sia all’Università che alle Scuole Superiori alle prese quest’anno con una maturità più che mai stressante e ad un calo previsto del 20% nelle immatricolazioni per il prossimo anno, siamo convinti che il Rettore avrebbe dovuto comprendere che se operare una selezione all’ingresso dei corsi si è ampiamente rivelata una pratica deleteria, in condizioni emergenziali diventa un abuso ingiustificabile.

E nonostante sia sorprendente il fatto che in circostanze straordinarie l’unica mossa da parte Sua sia stato il posticipo di una rata e l’estensione di alcune agevolazioni, ci teniamo a ricordare che se abbiamo deciso di mobilitarci è perché il nostro diritto allo studio non viene rispettato neanche in circostanze ordinarie.

Sono infatti anni, ormai, che l’ingresso a molte facoltà è mediato da un test di ammissione. Alcuni sono imposti dallo Stato (come a Medicina e Chirurgia, Veterinaria, Architettura e altre facoltà), altri vengono stabiliti a discrezione dei vari atenei universitari (qui in Sapienza ricordiamo ad esempio Ingegneria e Mediazione Linguistica). Riteniamo che la selezione che questi test vanno ad operare sia insensata in sé, alimenti le disuguaglianze tra gli studenti e sia dannosa per tutta la società.

Innanzitutto, non capiamo come si possa giudicare la potenziale riuscita di un giovane negli studi e nel proprio lavoro prima ancora che gli sia data la possibilità di accedere a quegli studi.

In secondo luogo, siamo consapevoli che la retorica del “criterio del merito” che viene usata per giustificare i test crolla di fronte alla realtà: la scuola da cui veniamo, i soldi che abbiamo per permetterci i libri per i test, i corsi aggiuntivi, l’iscrizione a 4 test diversi o anche solo la serenità nel saltare un anno sono i veri fattori che determinano le nostre scelte e pesano sul nostro futuro. Una volta che questa narrazione è stata smontata, restano solo la competitività e l’apprendimento “per competenze” su cui il mercato ci vuole modellare.

In ultimo, questa emergenza a maggior ragione ha dimostrato quanto sia in generale miope la scelta di chiudere l’accesso agli studi per andare a risparmio in un campo. Oggi mancavano medici ed infermieri, domani la situazione sarà ancora peggiore se si continuerà ad ignorare il problema.

Siamo certo consapevoli che sono decenni che i vari governi tagliano linearmente i fondi per le Università e la ricerca, mentre i rimanenti vengono indirizzati quegli atenei che dopo l’introduzione dell’autonomia sono diventati quindi più esclusivi e ambiti (i cosiddetti atenei “di serie A”) a discapito degli altri, diventati “di serie B”. La logica che soggiace ai test d’ingresso è figlia proprio di questo progressivo impoverimento ed aumento delle disparità nel mondo dell’istruzione. Infatti nella legge del 2 Agosto 1999, a proposito dei nuovi criteri di ammissione all’università, si stabilisce che gli studenti devono adeguarsi alle sempre più ridotte possibilità degli atenei: non sarebbe logico il contrario?

È per questo che mentre avanzeremo delle richieste specifiche a Lei, la nostra mobilitazione manterrà un carattere di lotta nazionale per un completo stravolgimento del modo di intendere l’istruzione in questo Paese.

In particolare, è in Suo potere ed è assolutamente necessario:

  • Abolire la terza rata di quest’anno e le tasse universitarie per il prossimo anno di corso;
  • Abolire il numero chiuso per i Corsi di Laurea sottoposti alla Sua giurisdizione;
  • Prendere posizione in quanto Direttore del più grande ateneo d’Europa (come non manca mai di ricordare) in merito alla necessità di abolire tutti i test d’ingresso.

L’esistenza di questi ostacoli rende l’Italia incapace di offrire a tutti gli studenti le stesse possibilità, e viene a galla con più forza ora che una crisi così violenta ci sta colpendo: attuare dei cambiamenti in questo momento di emergenza diventa quasi un obbligo.

Ribadiamo quindi che al livello nazionale:

  • Sono necessari ingenti finanziamenti dello Stato equamente distribuiti tra tutte le università pubbliche, volti a garantire omogeneità tra i diversi poli universitari, e quindi pari opportunità di accesso a tutti gli studenti.
  • È necessario che questi stanziamenti siano volti a garantire l’accesso libero a tutti i Corsi di Laurea, tramite:
    • la messa a norma e l’ampliamento degli edifici universitari, compresi i laboratori, al fine di garantire posti fisici per tutti;
    • l’investimento in un’istruzione Media Superiore per eliminare i divari iniziali tra gli studenti;
    • il potenziamento dei settori pubblici, grazie a massicce assunzioni di personale che assorbano la grande produzione di lavoratori altamente qualificati che così si genererebbe.

L’università non può e non deve essere esclusiva ed elitaria. La Sapienza, tra tutti gli atenei, si faccia esempio di riguardo verso i suoi studenti ed inclusione sociale, rendendosi garante del fondamentale diritto allo studio.

Noi Restiamo Roma
Aula Bannour