Per un embargo militare contro Israele

In occasione della giornata internazionale di solidarietà al popolo palestinese, abbiamo organizzato, come Noi Restiamo, un’iniziativa insieme al BDS Italia, per riportare all’attenzione di tutti il dramma che sta attraversando il popolo palestinese di fronte alla scientifica persecuzione israeliana. L’emergenza Coronavirus si è trasformata, infatti, in un nuovo strumento nelle mani dell’oppressione di Israele sul popolo palestinese, per cui le precarie condizione sociali e umanitarie imposte dall’apartheid sionista sono ulteriormente aggravate dalla crisi sanitaria.

La pandemia ha portato a galla le contraddizioni latenti del modello di sviluppo capitalistico nella sua ultima, ormai trentennale, espressione neoliberista; questo, già in crisi strutturale pluridecennale, si fonda sempre più marcatamente sullo sfruttamento rapace e violento dei popoli più deboli e delle categorie più fragili, a tutela dei profitti e degli interessi imperialistici del grande capitale.

L’intensificarsi della competizione interimperialistica, dovuta all’emersione di nuovi attori nello scenario globale, e la riduzione dei margini di redistribuzione in un quadro di grande instabilità portano le potenze occidentali ad arroccarsi e stringersi attorno ai propri avamposti strategici, e Israele oggi più che mai rappresenta la roccaforte degli interessi europei e americani in Medio-Oriente.

Per questo USA e UE, per tutelare i propri interessi strategici e riversare esternamente le contraddizioni sociali che stanno producendo, anche e sempre di più, al loro interno, hanno ulteriormente intensificato e intensificheranno i rapporti con Israele, supportando il progetto di rafforzamento sionista, che passa per il vero e proprio genocidio del popolo palestinese.

In quest’ottica vanno letti i recenti proclami di finanziamento e supporto da parte dell’establishment americano nei confronti dell’alleato israeliano, tanto le intenzioni di rilancio futuro dell’attività della Nato, quanto il recente spostamento della capitale a Gerusalemme da parte dell’amministrazione Netanyahu, così come le promesse di investimenti militari da parte degli stati europei e i recenti accordi commerciali siglati con Israele.

Considerato tutto ciò, non potevamo accogliere con più interesse la pubblicazione del dossier redatto da BDS Italia sulla proposta di un embargo militare contro Israele. Un dossier, questo, che con il sostegno di Peacelink e la collaborazione del Collettivo AForas, descrive e documenta le continue violazioni dei diritti umani e politici di migliaia di Palestinesi nel completo silenzio internazionale, l’abuso della forza militare da parte Israele e lo stretto legame che intercorre fra la politica, gli armamenti e le complicità che permettono allo stato ebraico di godere di totale impunità.

Il popolo palestinese da anni chiede l’embargo militare nei confronti di Israele e il sostegno della comunità internazionale alla campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni, per mettere fine alle ingerenze militari e allo stato di apartheid portato avanti da Israele.

Israele, è bene ricordarlo, è l’ottavo maggior esportatore militare al mondo. Tra il 2015 e il 2019 le esportazioni del governo e delle società private israeliani si sono attestate a livelli record, pari al 3% del totale delle esportazioni globali di armi.
Ma è anche notoriamente uno dei maggiori investitori nell’ambito delle tecnologie informatiche in campo militare, e per le aziende private avere un rapporto con l’apparato militare e della sicurezza di Israele è un punto di forza.

E uno Stato che basa la sua ricchezza sulla capacità di costruire ed esportare strumenti di guerra, sull’occupazione illegittima di interi territori e sull’oppressione di un popolo è uno Stato criminale contro cui è nostro compito batterci con tutti gli strumenti a disposizione.

Oltre a mostrare nel dettaglio i vari aspetti dell’ingerenza israeliana, delle operazioni di pulizia etnica ai “test di pratiche e strategie militari” sui palestinesi, nel dossier si indicano i nomi delle istituzioni, dei governi, degli enti di ricerca e delle aziende private che collaborano ai progetti criminali di Israele.
Si fa il nome anche dell’italiana Alenia Aermacchi (oggi Leonardo) che nel 2014 ha fornito cacciabombardieri commissionati dallo stato ebraico.

Ma si ricorda anche l’Accordo che il nostro MIUR ha firmato con Israele nel 2000, per la collaborazione in ambito scientifico con università e imprese in diversi settori.
Al volume hanno collaborato diversi accademici, analisti ed attivisti pro palestina come Angelo Baracca, Filippo Bianchetti, Rossana De Simone, Olivia Ferguglia, Ester Garau, Ugo Giannangeli, Flavia Lepre, Antonio Mazzeo, Loretta Mussi, Charlotte Napoli, Raffaele Spiga, Angelo Stefanini, tanti di loro, fortunatamente, sono stati con noi domenica questa domenica.

E’ urgente attuare l’embargo militare totale fino a quando Israele non riconoscerà uguali diritti a tutti i cittadini che abitano la Palestina storica, si ritirerà da tutti i territori arabi occupati, consentirà il ritorno dei profughi e libererà i prigionieri politici.
Da noi il più totale sostegno militante alla campagna lanciata da BDS Italia.

Per leggere e scaricare il dossier a cura di BDS Italia: https://www.peacelink.it/disarmo/docs/5370.pdf

Sono intervenuti:

  • Raffaele Spiga – Coordinatore del gruppo embargo di BDS Italia
  • Angelo Stefanini – Medico e docente presso l’Università di Bologna
  • Angelo Baracca – Docente di fisica presso l’Università di Firenze
  • Sergio Cararo – Direttore di Contropiano e responsabile di Potere al Popolo per le relazioni con BDS Italia
  • Maddalena Luridiana – Militante di Noi Restiamo
  • Antonio Mazzeo – Saggista, peace-researcher e giornalista
  • Olivia Ferguglia – Dottoranda dell’Università di Torino

Covid, giovani, lotte: Report tavola rotonda

Oltre dieci interventi hanno articolato la tavola rotonda dello scorso 19 novembre raccontato le esperienze di lotta che da Cosenza a Torino stanno animando la seconda ondata di pandemia Covid-19. Questo momento di condivisione ha dimostrato che al di là del silenzio mediatico persistono esperienze di resistenza di fronte alla crisi.

I contributi si sono soffermati sulla condizione della nostra generazione sia in quanto studenti che vivono con crescenti difficolta un’Università sempre più classista, sia in quanto lavoratori precari e disoccupati. In un mondo in cui si parla di noi giovani solo quando serve, o per trattarci come utili consumatori, o per considerarci i primi veicoli del contagio, questa volta, abbiamo preso parola noi: per fare una fotografia del momento che stiamo attraversando, per dare voce al malessere diffuso e per individuare i veri autori della malagestione della crisi sanitaria e per capire come affermare nell’agenda politica del Paese le nostre rivendicazioni, fino ad ora, del tutto ignorate.

Il primo passo per costruire un’opposizione organizzata a chi ci sta rendendo il presente invivibile e ci sta rubando del tutto il futuro è definire i responsabili di una pandemia ormai fuori controllo che viaggia ormai sulla media dei 700 morti al giorno. La classe dirigente italiana non solo è del tutto impreparata nonostante abbia avuto più di sei mesi per prepararsi, ma ha anche le mani sporche di sangue per non aver fatto un reale lockdown mandando i lavoratori e studenti a contagiarsi su mezzi di trasporto strapieni e nei luoghi di lavoro insicuri, per aver smantellato la sanità pubblica a favore di quella privata.

Tra le fasce della popolazione che più stanno pagando questa crisi ci siamo anche noi giovani: abbiamo perso anche i miseri lavoretti in nero con cui cercavamo di arrivare a fine mese o di pagarci gli studi, continuiamo ad avere costi pesanti da sopportare tra il caro vita, l’affitto e le tasse universitarie e siamo stati completamente esclusi anche dalle poche briciole che il governo ha concesso.

Ma non abbiamo parlato solo di una generazione che subisce, ma anche di una generazione che alza la testa. Di fronte alla seconda ondata di questa pandemia, i fallimenti di un intero modello socioeconomico sono venuti alla luce, la narrazione mainstream del “siamo tutti sulla stessa barca” non regge più, le responsabilità criminali di Confindustria e del nostro governo sono sempre più palesi.

Per la nostra generazione il 2020 rimarrà uno spartiacque, le crepe apertesi in questo sistema hanno dimostrato la necessità di un’alternativa, abbiamo visto regole che fino a pochi mesi fa sembravano leggi sacre e inviolabili crollare pezzo dopo pezzo sotto al peso delle contraddizioni generate da un modello di sviluppo dominante che non riesce più a reggerle. Sta a noi organizzarci per dare una forte risposta. Dalla tavola rotonda abbiamo capito che esperienze di lotta e ragionamenti collettivi non mancano: mettere in comunicazione queste opposizioni non può che essere un passo avanti per riprenderci ciò che ci spetta: salute, reddito, diritto allo studio di qualità e omogeneo nel Paese.

Sappiamo benissimo che nessuno ci concederà nulla, l’unica risposta è la lotta.

Rete Noi Restiamo
Collettivo Comestudiogenova
Cravos (Siena, Firenze)

Rapporto SVIMEZ 2020: Cronaca di una lenta morte annunciata – Un commento a caldo

Nella giornata di ieri si è tenuta la presentazione del rapporto SVIMEZ 2020. La SMIVEZ, l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, pubblica ogni anno un rapporto sullo status economico del Mezzogiorno di Italia in base a studi e simulazioni dei dati dell’anno precedente, ma quest’anno ha dovuto necessariamente accelerare il discorso verso il 2020 date le pesanti ripercussioni che l’emergenza Covid ha riportato sull’economia del paese e in particolare su quella del Sud.

Il lungo rapporto, di circa 800 pagine, sviluppa diversi temi. In primo luogo la situazione di stagnazione post crisi 2008 in cui ci si ritrovava a inizio anno e che poi è sfociata nell’ulteriore recessione covid. In secondo luogo, le caratteristiche sociali del meridione di fronte alla crisi, i mutamenti e gli adattamenti del sistema delle imprese meridionali, i fabbisogni di investimento e le politiche pubbliche necessarie. Infine si parla di “contributo del sud alla ripartenza del paese”.

La presentazione del direttore della Svimez, Luca Bianchi, ha esposto i dati più rappresentativi dello studio. Innanzitutto pone in evidenza il doppio divario che vede l’Italia indietro rispetto all’Europa, in cui già il centro Nord mostra tassi di crescita del PIL ridotti e a cui si aggiunge il Centro Sud ancora più indietro. Mentre tutte le regioni italiane hanno visto una diminuzione del PIL pro-capite, le regioni più ricche del centro e nord Europa hanno invece visto riprese significative nel decennio post crisi del 2008. Ovviamente il lockdown della prima ondata ha avuto un impatto cui non hanno potuto reggere le “fragilità strutturali” dell’Italia tutta. 

Ma i dati più preoccupanti che vengono illustrati in presentazione sono quelli relativi al mercato del lavoro: il Sud subisce una riduzione del 4.5 % di occupati solo nei primi tre trimestri del 2020. Una percentuale che non  dice molto, ma che riportata in termini assoluti, si traduce in una perdita di 280 mila posti di lavoro solo al Sud. Questi si aggiungono ai posti di lavoro persi e mai recuperati dall’inizio della crisi finanziaria del 2008, arrivando a un totale spaventoso di mezzo milione di posti di lavoro. 

A soffrire maggiormente questa situazione sono soprattutto due categorie: i giovani e le donne. 

La “categoria” dei giovani rappresenta la fascia più debole nel suo rapporto con il mercato del lavoro. La situazione di crisi, infatti, ha non soltanto tolto lavoro a molti, ma anche definitivamente chiuso le porte al mondo del lavoro a chi ancora non ne aveva accesso, con l’aggravante di aver impedito l’allargamento delle tutele assistenziali e istituzionali a questa stessa platea e quella larghissima fatta da giovani lavoratori precari e irregolari. Non a caso infatti, da un lato il tasso di occupazione giovanile al Sud scende a circa 27% (contro il 46% del Centro Nord e il 55% dell’area UE-27) dall’altro si innalza anche la quota di giovani NEET (Not in Education Employment or Training) di età compresa tra i 15 e i 34 anni, a circa 1 milione 800 mila.

Insieme ai giovani sono a pagare la crisi soprattutto le donne. Circa un quarto delle donne del Mezzogiorno ha contratti a termine (rispetto al 13 % del Centro-Nord). Inoltre le donne sono maggiormente soggette a downgrading professionale e ancora a disparità salariale rispetto agli uomini.

Per quanto riguarda i servizi di trasporti, sanità e scuola, il divario di cittadinanza tra i diversi territori ha reso più fragile la tenuta dei diritti fondamentali. 

Nel mondo dell’istruzione, si vedeva già precedentemente alla crisi Covid una disparità in termini di infrastrutture e risorse pro-capite destinate all’istruzione e ai servizi assistenziali all’infanzia in generale (asili nidi per esempio). La DAD cui ancora sono costretti milioni di studenti delle più diverse età (rischiando di lasciare per un anno intero gli studenti del Sud a casa) ha messo in luce l’amplificazione delle disparità socio-economiche tra regioni. La percentuale di studenti di età compresa tra i 6 ai 17 anni provenienti da famiglie senza la disponibilità di dispositivi informatici sfiora il  34% al Sud rispetto al 18% del centro Nord e alla media nazionale del 26%. Queste cifre provengono tuttavia da realtà familiari “con genitori meno scolarizzati, senza adeguati e tempestivi interventi da parte delle istituzioni vengano esclusi dal percorso formativo a distanza con conseguenze rilevanti nei prossimi anni sui tassi di dispersione scolastica”, mettendo in evidenza la natura classista della gestione dell’educazione primaria e secondaria in questo Paese.

L’emergenza sanitaria invece ha già rivelato la condizione disastrosa della sanità in Italia. E nel Mezzogiorno, la SVIMEZ parala apertamente di una “zona rossa già prima dell’arrivo della pandemia”.

La situazione, a dir poco tragica, del Meridione in questa fase, richiede come non mai un’attenzione particolare che eviti una precipitazione ancora più profonda del Sud. 

Molto si sta dicendo in queste ultime settimane sull’utilizzo del fondo Next Geration EU e ne  abbiamo già parlato (https://cambiare-rotta.org/2020/09/24/next-generation-eu-i-soldi-non-fanno-la-felicita/) commentando sulla sua totale inefficacia nel risolvere le contraddizioni e divari sociali del paese, uno specchio per le allodole da cacciare mentre si rimpinguano le tasche di nuovi e vecchi padroni che sfruttano le risorse ambientali e umane soprattutto del Mezzogiorno a loro uso e consumo.

A valle della presentazione del rapporto infatti, si susseguono interventi al riguardo, in cui al centro permane sempre l’impresa, con la sua funzione necessaria e sufficiente allo sviluppo e al superamento delle disparità economiche e sociali del Mezzogiorno. Non lo stesso carico nei discorsi fatti hanno le proposte concrete su interventi strutturali di rafforzamento dei servizi essenziali come la sanità, l’istruzione in tutti i suoi gradi, la ricerca come strumento di crescita e progresso collettivo, i trasporti e la salvaguardia ambientale. Insomma, il mito dell’impresa è il mantra cui si aggrappano economisti, ministri e l’intelligencia dello stato neoliberista per giustificare misure e decisioni politiche impopolari e classiste.

La situazione è troppo complessa per essere sviluppata in poche righe, ma di certo non può essere nemmeno banalizzata con i toni parternalistici degli intereventi sentiti ieri, elogiando fenomeni come “southworking”, lo smart working, transizione green e smart city, senza andare a fondo sulle dinamiche che questi cambiamenti allo status quo comportano sulle classi lavoratrici, sulle fasce sociali più deboli e che già vivono in una condizione di mera sopravvivenza.

Non può esistere ripresa economica, sociale e politica, se non si fa un’accurata pianificazione della gestione dello Stato che permetta una vita dignitosa a tutti, un reddito garantito, un’istruzione di qualità e servizi sanitari e di cura umani.

L’alternativa inizia destrutturando l’esistente

Oggi, 25 novembre, siamo al fianco dei lavoratori in sciopero nei settori della sanità, trasporti, scuola e degli educatori sociali. La drammaticità della pandemia sta mostrando il vero volto di un modello di sviluppo insostenibile squarciando violentemente il velo di maya dello storytelling dominante, siamo cresciuti educati ad un mondo che viene sistematicamente mistificato nascondendo la natura conflittuale delle relazioni sociali esistenti, il palesarsi di contraddizioni sempre più laceranti ripropone prepotentemente le differenze di classe e compie un’operazione di chiarificazione della non neutralità di ogni ambito della società in cui viviamo.

In questa importante giornata di lotta vogliamo dare il nostro contributo denunciando le responsabilità del mondo accademico e intellettuale nello scontro di classe. Affermiamo con forza che per noi la società continua ad essere divisa tra interessi di classe inconciliabili e che combattere per un mondo migliore significa rompere con la pacificazione “super partes” e scegliere da quale lato della barricata dobbiamo stare.

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Trent’anni di trasformazioni neoliberiste dello Stato imposte dall’Unione Europea e agite dal centrosinistra e dal centrodestra nel nostro Paese hanno portato la nostra società verso il baratro.

All’interno della ristrutturazione macroregionale neoliberista del modo di produzione capitalistico ogni aspetto dell’attività umana e della vita sociale è stato trasformato in merce, comprese la cultura che, da potenziale strumento di liberazione ed emancipazione individuale e collettiva, si è trasformata in mezzo per il controllo sociale ed ideologico.

Gli effetti sul mondo della formazione e dell’educazione superiore, sulle quali sono stati dirottati gran parte degli sforzi della classe dirigente europea e nostrana, sono sotto gli occhi di tutti: diffusione del precariato (anche nella nicchia accademica), elitarizzazione dell’accesso ai percorsi accademici e impoverimento della conoscenza trasmessa agli studenti, ormai divenuti utenti all’interno di un apparato burocraticista che costringe docenti e discenti a sottostare ad un completo snaturamento della loro funzione sociale. Non è un caso, infatti, che l’Università durante questi mesi di crisi sanitaria ha potuto tranquillamente continuare a raggiungere i suoi obbiettivi ‘aziendali’ (produzione e acquisizione dei crediti, lauree ecc) sostituendo la didattica in presenza a quella online senza colpo ferire. L’educazione superiore nel nostro paese non ha avuto problemi a confrontarsi con la digitalizzazione proprio perché attraversata già da una profonda ‘crisi’ che da tempo ha ridotto l’insegnamento alla mera ‘trasmissione di un sapere codificato, alla comunicazione di informazioni’ utilizzando le parole Tommaso Gazzolo.

Tutto questo non è solo il frutto del pesante disinvestimento economico e dell’operato complice del sindacalismo concertativo. Il degrado educativo nel quale il mondo accademico e dell’educazione superiore si trova ad operare è la diretta conseguenza della scelta politica di modellare il mondo dell’università e la gestione dei saperi alle priorità del mercato sia sul piano materiale (vale a dire ingresso dei privati nei settori della formazione e della ricerca strategici, trasformazione dell’Università in azienda, mercificazione del sapere tramite i brevetti) che sul piano ideologico e culturale (i dogmi neoliberisti hanno permeato ogni ambito educativo).

Riteniamo calzante il concetto di ‘blackout pedagogico globale‘ teorizzato dal pedagogista critico venezuelano Luis Bonilla-Molina per comprendere il disegno complessivo della governance mondiale (OCSE, FMI e Banca Mondiale, nonché delle istituzioni europee) sul mondo della scuola e della formazione, per il quale le Università sono state contemporaneamente ambito di sperimentazione e cabine di regìa di un mondo accademico completamente asservito ai processi in atto. La ‘depedagogizzazione’ delle filiere formative, ovvero lo sganciamento dei metodi e delle finalità dell’insegnamento e dell’apprendimento dal rapporto con la società, è stata costruita scientificamente.

Questo obiettivo risulta oggi quasi pienamente raggiunto nel nostro paese grazie anche all’introduzione dell’autonomia scolastica e di ateneo ovvero l’humus legislativo-giuridico su cui destrutturare completamente i concetti di formazione e di diritto allo studio: l’ateneo-azienda agisce in solitudine nella definizione di obiettivi educativi ed economici, acuendo le disuguaglianze sociali e minando l’omogeneità dei percorsi formativi.

Come da tempo scriviamo, la crisi sanitaria da Covid-19 è il ‘cigno nero‘ del fallimento del modello di sviluppo neoliberista che, in Occidente, viene imposto da decenni come unico sistema possibile; Ma la realtà e le conseguenze pesantissime su sanità, ambiente e mondo della formazione stanno a dimostrare che il loro mondo sta esplodendo nelle sue stesse contraddizioni. Pensiamo tuttavia che la nostra generazione, prima vittima della bugia della ‘fine della storia’, non debba dimenticare responsabilità e colpe: l’intera classe politica ed economica che ha costruito pezzo a pezzo la società degli individui che noi oggi conosciamo è stata sorretta e aiutata da una classe accademica e intellettuale che nelle nostre Università ci ha “educato” ai dogmi della competizione, della finta meritocrazia, della predominanza e dell’efficienza del mercato e che su questo ha fatto carriera nei salotti che contano.

Individuare i responsabili: smascherare il tentativo ideologico di plasmarci, denunciare il trasformismo dei molti che spesso ora non hanno nemmeno il coraggio di fronte alle migliaia di morti da Covid-19 (soltanto in Italia da poco abbiamo supero la drammatica cifra di cinquantamila) di “rivendicare” che i tagli alla sanità pubblica li hanno teorizzati loro, è il primo passo da compiere per costruire un percorso di radicale ripensamento della società e quindi del modello universitario e di gestione dei saperi.

Occorre decostruire pezzo a pezzo l’università neoliberista e impresariale e i suoi dogmi, cogliendo anche gli spunti che ci arrivano da modelli alternativi. Paesi come Cuba, ad esempio, che da tempo ha messo l’istruzione pubblica al centro dello sviluppo complessivo del Paese e della società, possono fornirci spunti di riflessione nonché la conferma oggettiva che un’altra società e quindi un’altra Università è possibile. Alla base dell’università cubana viene posto concettualmente il binario istruzione-educazione, due aspetti inscindibili nel percorso formativo: l’acquisizione delle conoscenze e delle abilità relative all’oggetto di studio (istruzione) deve andare di pari passo con lo sviluppo dei valori e della personalità dello studente che gli permettano di essere parte integrante della comunità (educazione). Inoltre, da tempo a Cuba l’educazione superiore (ovviamente totalmente gratuita) ha conosciuto processi di democratizzazione e di universalizzazione basati su:

  • Creare sedi universitarie il più possibile diffuse sul territorio;
  • Far sì che gli studenti si innamorino dello studio e che l’educazione sia per tutti durante tutta la vita;
  • Nuovo modello pedagogico volto al progresso della società, dove non esistono insuccessi e demotivazione individuale ma la consapevolezza di crescere studiando per la collettività.

Lo scopo è ovviamente quello di rendere lo studente partecipe del suo processo formativo e contemporaneamente di mettere l’educazione al centro della risoluzione dei problemi di marginalità sociale, con programmi universitari in continua costruzione sulla base delle esigenze della collettività e degli scopi che questa si pone nello sviluppo complessivo della società cubana.

Le resistenze socialiste e progressiste in America Latina ci confermano ancora una volta che la storia non è finita e che la nostra responsabilità è quella di lottare per costruite le condizioni dell’alternativa necessaria. Dobbiamo avere chiari i nemici e i loro complici, autori consapevoli del fallimento neoliberista, ma contemporaneamente iniziamo ad immaginarci percorsi indipendenti che sappiano porre all’agenda politica del paese il tema del fallimento di un modello universitario e di gestione dei saperi.

Tavola rotonda: covid, giovani, lotte

Ci troviamo alla seconda ondata della pandemia da Covid-19 e l’unica cosa che risulta chiara è che la classe dirigente del nostro paese e il governo sono del tutto impreparati a gestire la situazione, nonostante abbiano avuto più di sei mesi per attrezzarsi.

Dalla sanità, ai trasporti, dalle politiche abitative, alla tutela del diritto allo studio, al sostegno adeguato del reddito e dell’occupazione, non sono state rimesse in discussione le riforme che negli ultimi trent’anni sono stati portate avanti da governi sia di destra sia di sinistra, sotto l’egida dell’Unione Europea. Riforme fondate sullo smantellamento, sulla privatizzazione dell’apparato pubblico, sull’aziendalizzazione e sulla regionalizzazione (come la riforma del titolo V) che hanno indebolito e decentrato le funzioni statali, producendo la disastrosa gestione della sanità e del welfare a livello regionale.Di fronte all’enorme crisi economica e sociale è chiaro, quindi, che a pagare continueranno ad essere le fasce più deboli della popolazione, tra cui anche noi giovani studenti e lavoratori. Con questa crisi, infatti, non si è persa l’occasione di accelerare le politiche di ristrutturazione del sistema economico-sociale il quale si caratterizza, da un lato, per una sempre più grande polarizzazione tra soggetti e territori e, dall’altro, per una perdita sempre più ampia di possibilità di modificare le politiche portate avanti anche attraverso l’accentramento delle decisioni nelle mani delle élite europee.

In questo senso, va letta la retorica europeista della destra, della sinistra, dei sindacati concertativi e delle loro rappresentanze studentesche riguardo alla salvezza che potrà portare il Recovery Fund. In realtà, ciò che ci aspetta è un futuro ancora più fondato sulla precarietà lavorativa, sulla disoccupazione e su costi di vita sempre più alti (dalle tasse universitarie, fino agli affitti esorbitanti che siamo costretti a pagare nelle città in cui lavoriamo o studiamo) e con un welfare sempre più orientato alle necessità del profitto piuttosto che al benessere sociale.All’alba di nuove e più pesanti misure restrittive però, qualcosa si è rotto: nelle piazze di tutta Italia, dove spesso i giovani sono stati forza propulsiva, in migliaia hanno alzato la testa contro la narrazione del “siamo tutti sulla stessa barca”, gridando che non è vero, che non lo eravamo prima e ancor meno lo siamo ora. A queste piazze il governo ha risposto solo con il “decreto ristori” che ha previsto risarcimenti solo agli imprenditori, senza dare nulla a lavoratori, precari e studenti.

Tuttavia, lo sconcerto e il panico della classe dominante, ci dicono che da qui è necessario rilanciare, per riprenderci ciò che ci spetta: il blocco di tutte le attività produttive non essenziali; il reddito per tutti coloro che sono rimasti senza; il blocco di affitti e utenze; un’abolizione completa delle tasse universitarie, un semestre aggiuntivo alla carriera universitaria, un aumento delle borse di studio e tutele per la didattica a distanza. Tutto ciò da finanziare attraverso una patrimoniale.È il momento che la nostra generazione tradita dia una risposta forte e organizzata, che abbia i piedi ben piantati nell’analisi delle condizioni oggettive e lo sguardo rivolto ad immaginare un futuro diverso. Questo sistema è marcio, ma ciò che è marcio è anche incredibilmente fragile. Sta a noi, adesso, dargli la spallata per liberarcene definitivamente.

Vogliamo proporre un momento di confronto aperto tra le diverse esperienze che in questo periodo stanno dando vita a percorsi di lotta.Ragionare, senza smettere di camminare, su come rendere più incisive le rivendicazioni di tutti gli invisibili esclusi dall’agenda politica del paese.

L’iniziativa si terrà in giovedì 19 novembre, ore 17:30, in diretta dalle pagine delle realtà promotrici e sull’evento Facebook.

L’iniziativa è aperta a tutti, contattateci per avere il link della stanza zoom su cui si terrà il confronto.

L’Università annega sotto la seconda ondata: smascheriamo il Governo Conte

Con lo sviluppo della seconda ondata della pandemia da covid19 anche le università sono state quasi del tutto chiuse e il ritorno alla didattica a distanza è tornato quasi 100% in tutto il paese, come accaduto questa primavera.

Tra l’enorme confusione generata dai vari dpcm che continuano a susseguirsi e il costante rimpallo di responsabilità tra governo e regioni, solo una cosa risulta chiara: tutta la classe dirigente del nostro paese e il governo sono del tutto impreparati, seppur abbiano avuto più di sei mesi per attrezzarsi. Non è stato messo in campo nessuno investimento pubblico per la sanità, né politiche di welfare e occupazione difronte alla enorme crisi economica che continuano a pagare le fasce più deboli della popolazione tra cui anche noi giovani studenti e lavoratori.

Al di là della retorica europeista portata avanti dalla sinistra, dai sindacati concertativi e dalle loro rappresentanze studentesche riguardo alla salvezza che potrà portare il Recovery Fund alla nostra generazione, sappiamo benissimo quale realtà abbiamo di fronte. Da un lato, sappiamo che saremo noi a dover pagare gli interessi sul pesantissimo debito che il nostro paese implementerà verso l’Unione Europea con l’uso di questo fondo e, dall’altro i fondi, se verranno davvero distribuiti, saranno vincolati e spartiti non per la collettività ma per gli interessi delle grandi aziende. Così, con i futuri tagli al welfare che ne seguiranno, verremo costretti ad un futuro ancora più fondato sulla precarietà lavorativa, sulla disoccupazione e su costi di vita sempre più alti (dalle tasse universitarie, mai abolite, fino agli affitti esorbitanti che siamo costretti a pagare nelle città in cui lavoriamo o studiamo).

La situazione tragica in cui adesso ci troviamo non è causa soltanto della mala gestione della pandemia fatta dalle nostre classi dirigenti ma soprattutto delle riforme che negli ultimi trent’anni sono stati portate avanti da governi sia di destra sia di sinistra, sotto l’egida dell’Unione Europea. Le varie riforme fondate sullo smantellamento, sulla privatizzazione dell’apparato pubblico e sulla regionalizzazione (come la riforma del titolo V) hanno decentrato le funzioni statali, producendo la disastrosa gestione della sanità e del welfare a livello regionale.

La sanità pubblica è ormai al collasso: i posti in terapia intensiva quasi del tutto occupati e il mancato screening della popolazione attraverso i tamponi fanno sì che i contagi e le morti aumentino in modo spaventoso. I posti di lavoro e la produzione non essenziale, anche nelle regioni rosse, continuano a rimanere aperti veicolando la diffusione del virus, come i trasporti, mai incrementati e sempre più stracolmi in cui vengono schiacciati i milioni di lavoratori costretti al ricatto tra lavoro o salute.

Sul fronte scolastico e universitario non sono stati fatti investimenti strutturali nell’edilizia scolastica e universitaria per permettere lezioni in presenza e in sicurezza, non sono stati requisiti dal pubblico tutti quegli spazi privatizzati in questi anni che avrebbero potuto diventare residenze e aule universitarie. In sostanza non c’è mai stata un’inversione di rotta ed il risultato di queste politiche è un completo fallimento che comporta la chiusura obbligata di fronte ai tantissimi focolai presenti nel paese. 

Infatti, se all’inizio di questo nuovo anno accademico abbiamo portato avanti battaglie per il ritorno in presenza e in sicurezza delle lezioni e degli esami, adesso, arrivati alla soglia dei quasi 40000 contagi al giorno e senza spazi adeguati, a nostro malgrado, la chiusura delle università e il ritorno alla didattica a distanza è una scelta obbligata per la tutela della salute degli studenti. 

Ci teniamo a sottolineare che tutta la responsabilità del ritorno alla didattica a distanza, che non è vera didattica ma mero nozionismo, come ripetiamo da mesi, è del governo e della nostra classe dirigente che hanno preferito tutelare il profitto e la produzione ad ogni costo a discapito di quegli investimenti pubblici strutturali fondamentali per tutelare la collettività dalla pandemia. 

In questo momento, ancora più che durante la prima ondata, dobbiamo pretendere tutele reali per il diritto allo studio in modo che la didattica a distanza non sia più un veicolo di aumento delle disuguaglianze sociali tra chi può mettersi una connessione veloce e chi invece non riuscirà a seguire le lezioni o dare gli esami perché non ha un pc o un wifi adeguato. Il Ministro dell’Università Manfredi e le amministrazioni universitarie in queste settimane hanno continuamente parlato di colmare i device tecnologici, addirittura dicendo che la digitalizzazione è un’opportunità per migliorare le competenze degli studenti. Finchè pc, tablet e connessione non saranno assicurati gratuitamente agli studenti sappiamo benissimo che queste dichiarazioni sono una falsa narrazione. E non bastano le dichiarazioni sensazionalistiche su come l’azienda TIM sostenga le università fornendo 200.000 sim con profili dati e il noleggio dei modem con criteri molto stringenti: non solo il reddito ma anche il merito degli studenti. 

Pretendere un diritto allo studio degno di questo nome non significa soltanto garanzie per la didattica a distanza, ma soprattutto significa costruire una critica radicale al modello di formazione che ha mostrato tutte le sue grosse contraddizioni in questi mesi di pandemia. Prima di tutto, occorre rompere con la regionalizzazione e la polarizzazione tra atenei di serie a, sempre più ristretti ad un’élite che se li può permettere e che hanno più finanziamenti per assicurare una dad accettabile, e atenei di serie b che non hanno i fondi sufficienti per garantire una digitalizzazione dei corsi di studio. Infatti, le classi dirigenti sia a livello nazionale sia europeo stanno sfruttando la crisi del covid19 per dare una forte spinta alle tendenze strutturali del sistema universitario: dalla competizione tra atenei che si gioca sulla digitalizzazione dell’offerta formativa, fino alla privatizzazione con gli accordi tra gli atenei e le imprese private dell’innovazione digitale.

Mettere in luce le storture di questo modello vuol dire anche organizzare una controffensiva ideologica riguardo a tutti quei “dogmi” fondanti della narrazione dominante, costantemente divulgati nei corsi universitari e dalla maggior parte degli intellettuali e degli opinionisti, che dipingono la società capitalistica come il migliore dei mondi possibili al quale non esiste un’alternativa e che fanno dell’individualismo, della competizione e dell’atomizzazione i valori più importanti delle nostre vite. La formazione non è neutra ma è un campo di battaglia nel quale occorre farsi largo, soprattutto in questo momento di crisi sistemica. 

Il mondo della formazione che ci costringe alla corsa frenetica verso la laurea e allo sgomitare con il proprio compagno di corso per il tirocinio meno sfruttato non fa altro che aumentare il disagio psicologico ed esistenziale che viviamo e che subisce una fortissima accelerazione con la crisi attuale. L’università non deve essere un esamificio e un luogo di valutazione quantitativa (come accade con il sistema dei crediti formativi) ma una possibilità di emancipazione, uno spazio di ragionamento critico e di ricerca scientifica utile alla collettività tutta. 

L’unica soluzione per uscire da questa crisi prodotta dalla gestione criminali delle nostre classi dirigenti è un lockdown totale con un blocco di tutte le attività produttive non essenziali per tutelare la salute dei lavoratori e degli studenti, con un reddito universale per tutte le categorie e un diritto allo studio reale. 

Per questo lottiamo per ottenere un’abolizione completa delle tasse, un semestre aggiuntivo alla carriera universitaria, un aumento delle borse di studio e tutele per la didattica a distanza. 

Per questo lottiamo per un ritorno in presenza e in sicurezza pretendendo, in questi mesi di chiusura, massicci investimenti per l’edilizia universitaria.

Per questo lottiamo contro tutte le difficoltà materiali che come giovani studenti e lavoratori viviamo ogni giorno sulla nostra pelle pretendendo il blocco degli affitti e delle utenze, un piano di calmieramento degli affitti nelle città metropolitane e un reddito per tutti i giovani che hanno perso il lavoro e di conseguenza anche la possibilità di accedere all’università. Infatti, moltissimi studenti sono costretti a lavorare (con lavori in nero e sfruttati) per permettersi gli studi, spesso finendo fuoricorso. Pretendiamo che non solo venga dato un reddito durante questa crisi ma anche che vengano date le necessarie tutele affinchè gli studenti si possano dedicare soltanto allo studio senza essere costretti a vite frenetiche e precarie. 

Per questo lottiamo per un cambio di rotta radicale con un sistema universitario che esclude la maggior parte dei giovani che non se lo possono permettere e costringe gli altri ad un’esistenza fondata sull’ansia e sulla prevaticazione.

Lottiamo per un’alternativa a questo modello di istruzione e di società fondato sul massacro sociale e sulla distruzione del nostro futuro perché sappiamo benissimo quanto questo sistema sia marcio ma anche incredibilmente fragile. Sta a noi, adesso, organizzarci per liberarci definitivamente. 

Torino. RETTORE E MINISTRO MANFREDI: IL MODELLO TORINO NON FA GLI INTERESSI DI NOI STUDENTI

Si è svolto questa mattina un incontro online tra l’Università degli Studi di Torino e il Ministro dell’Università e Ricerca Gaetano Manfredi, intervistato dal Rettore Geuna. Al centro di questo dibattito è stato posto il tema della Didattica a distanza nell’università di Torino durante l’emergenza Covid ed è stata presentata la ricerca del Dipartimento di Culture Politiche e società sulle strategie adottate dal nostro Ateneo. La conferenza si è svolta a porte chiuse in streaming, senza possibilità quindi per gli studenti di intervenire e partecipare se non come spettatori passivi.
D’ altra parte, sono mesi che siamo sottoposti a questa modalità, atomizzante e passiva, di un prodotto già confezionato e pronto per essere usufruito. Tuttavia, non possiamo restare passivi, mentre si dipinge Unito come Ateneo all’avanguardia, paradiso di professori e studenti e isola felice in cui non si sono verificati intoppi nel seguire le lezioni o continuare a frequentare l’Università come prima.

In questi mesi di pandemia, per quanto il Rettore Geuna si impegni a nasconderlo, nessuna misura è stata messa in campo per garantire il diritto allo studio o per venire incontro a noi studenti: nessuna modifica, né a giugno, né in vista del primo semestre di questo nuovo anno, è stata apportata alle tasse universitarie, da anni in crescita e che tuttora sono uno scoglio per molti studenti in difficoltà economica. I criteri di merito per l’accesso alle borse di studio sono stati mantenuti nonostante molti di noi, con biblioteche e aule studio chiuse, non abbiano avuto accesso al materiale scolastico o a luoghi in cui poter studiare e preparare gli esami. Nessun semestre bonus è stato messo a disposizione per non finire fuori corso. Anzi molti di noi, impossibilitati a far fronte alle spese sempre più consistenti della formazione universitaria, dopo aver perso in questi mesi i pochi lavoretti a nero e precari, hanno cercato i moduli per abbandonare gli studi. Perchè senza fonte di reddito e senza sussidi da parte dell’Università non si può tornare a studiare. Questo ben dovrebbero saperlo anche quelle rappresentanze studentesche che in questi mesi ci hanno sistematicamente ignorato, accontentandosi delle poche briciole elargire dal Governo e rendendosi complici di un’università sempre più escludente ed elitaria.

Arriviamo allora al tema del giorno: la didattica a distanza e i suoi presunti benefici. Tantissime sono state le difficoltà per quanti di noi non avevano supporti e connessioni adeguate per seguire le lezioni, magari dovendo dividersi i device con i propri genitori e parenti impegnati nello smart working. Una misura che doveva essere emergenziale, necessaria per limitare i contagi, si sta configurando sempre più come parte integrante di un nuovo modo di fare l’università, anzi, secondo le parole di Geuna, sta diventando ‘’la nuova normalità’’. In questo senso vanno gli investimenti da 3 milioni di euro del Rettore nei supporti per la didattica a distanza, quando niente è stato invece fatto a livello edilizia scolastica per poter garantire a noi studenti un rientro in aula sicuro. L’Università di Torino ha invece prontamente scelto di firmare con Tim, attraverso il progetto Risorgimento Digitale, investimenti che giovano sicuramente alle grande aziende private che in questi mesi hanno stretto alleanze con gli atenei per la didattica a distanza, fatturando tantissimo, ma che non fanno assolutamente gli interessi di noi studenti.

Non si tratta solo di distribuire qualche sim, ma di una spinta generale da dare alla formazione nel suo complesso. Un aspetto che ha più volte rimarcato lo stesso Ministro Manfredi, intervistato da Geuna. Il grande assente di questa pandemia, il ministro di Università e Ricerca, ha infatti confermato che la crisi scatenata dal Covid deve lavorare per attuare, testuali parole, «le trasformazioni strutturali che mettano al centro competenza e digitalizzazione». Questa è per il ministro, la presunta formula magica per i nuovi studenti nativi digitali, i quali, con il life long learnig, dovranno imparare a alternare continuamente i tempi di formazione con quelli del lavoro .
Una formula delle politiche formative europee che conosciamo bene e che si traduce in ‘’ studia e formati tutta la vita, perché il mondo del lavoro è precario e le assunzioni stabili inesistenti’’, ma che ora si aggiorna, spianando la strada ai colossi privati della teledidattica che ben sapranno come, ha detto lo stesso ministro, « cogliere nell’emergenza l’opportunità» (di guadagnare ancora tantissimo , aggiungiamo noi).

Anche noi allora vogliamo lanciare un messaggio oggi: perché anche se ci hanno sistematicamente ignorato, lasciando da parte i bisogni degli studenti, noi sappiamo che Governo e Amministrazione universitaria stanno facendo interessi contrapposti ai nostri e per questo continueremo a organizzarci per creare una reale opposizione.

36.000 euro per una laurea, ma agli studenti non torna nulla

Sono uscite le ultime stime relative al costo degli studi presso l’Università di Bologna: mostrano l’evidenza di un sistema universitario sempre meno accessibile e più esclusivo, stimando una spesa annua di circa 7.237 euro, di almeno 21.711 euro complessivi per un corso di laurea triennale e di oltre 36mila euro se si prosegue il proprio percorso formativo conseguendo anche una laurea magistrale (seguito ormai obbligatorio).

Questo è il costo che l’istruzione pubblica richiede nel nostro paese!

Dalla pandemia ad oggi non è stato preso nessun provvedimento per andare in senso opposto alle politiche che hanno costruito questo modello di Università. Sono stati fatti pochissimi investimenti, soprattutto nella didattica a distanza, all’interno sempre degli stessi parametri: autonomia e competizione fra atenei.

Per questo, alcuni atenei d’eccellenza hanno continuato a chiedere gli alti costi della formazione, investendo in DAD e giustificando così la continua riscossione delle tasse universitarie.

In particolare l’ateneo di Bologna è un esempio in questo senso: le tasse non sono state abbassate, e per contro non è stato fatto nessun provvedimento strutturale di investimento in quei rami che dovevano essere adeguati (con ancora più impellenza) per la crisi pandemica che stiamo vivendo.

Non sono stati aumentati i posti nelle residenze pubbliche, che anzi sono diminuiti per garantire le distanze di sicurezza e i costi delle stanze sono conseguentemente aumentati per i pochi beneficiari di questo servizio. Se già di per sé gli studentati pubblici offrivano meno posti degli studentati privati, producendo centinaia di esclusi ogni anno, ora la situazione sarà sempre peggiore.

Si preferisce, infatti, lasciare la soddisfazione del servizio a studentati privati, magari di lusso come lo Student Hotel: non solo per tagliare suoi costi e pareggiare i bilanci. Ma anche perché l’élite che può permettersi questi prezzi è ciò che veramente interessa ad Unibo.

All’interno della continua esclusione di studenti, che non si possono permettere alti costi delle tasse e che non trovano posto nelle residenze pubbliche dovendosi rivolgere al costoso mercato privato, Unibo finanzia insieme alle grandi imprese private vere e proprie scuole di eccellenza, come la Bologna Business School.

Per loro la didattica in presenza è stata assicurata sin da subito con un padiglione in fiera, mentre un nuovo campus sta per essere costruito di fianco a quello già esistente.

I costi alti che queste ricerche mettono in mostra non sono un caso: sono frutto di un modello di università costruito degli anni, che attraverso gli alti costi, la competizione sfrenata fra atenei di serie A e serie B e la connivenza agli interessi delle grandi imprese, attua una vera e propria esclusione di classe.

Con la DAD, gli atenei più ricchi che si potranno permettere l’avanzamento tecnologico attireranno a sé ancora più iscritti, rubandoli a quelli che saranno costretti a sospendere tutto per impossibilità economica (come è successo a Bari o in altre città).

Serve perciò un drastico cambio di rotta, come chiediamo da sempre:

– Blocco delle tasse

– Aumento delle residenze universitarie pubbliche

– Stop alla didattica a distanza (quando la situazione pandemica verrà affrontata adeguatamente e sarà quindi possibile un ritorno in sicurezza)

– Abolizione dei criteri di merito e aumento delle borse