UN ANNO DOPO LO SCOPPIO DELLA PANDEMIA

Abbiamo definito da subito l’impatto del Covid-19 come l’arrivo del “Cigno nero, un evento apparentemente imprevedibile che mette in discussione lo stato di cose presenti. A un anno dallo scoppio della pandemia il 2020 appare ci appare infatti come un anno spartiacque che segna un prima e un dopo, che apre scenari ancora tutti da decifrare, ma che conferma anche alcune tendenze di fondo che già avevamo individuato.

Il virus ha agito su un contesto storico concreto, facendo da detonatore di contraddizioni già sistemiche di un modello di sviluppo dimostratosi chiaramente classista e fallimentare. L’esaurirsi della fase espansiva degli anni novanta seguita alla caduta del blocco socialista, così come l’emergere di nuovi competitori internazionali in grado di contendere il primato agli Stati Uniti, hanno innescato per il capitale una nuova fase di crisi di valorizzazione, manifestatasi violentemente con la crisi finanziaria del 2008, e l’inasprirsi della competizione inter-imperialistica.

Questa crisi nella crisi provocata dalla pandemia globale ha accelerato questi processi, riducendo ulteriormente i margini di redistribuzione della ricchezza e segnando il fallimento in occidente di trent’anni di politiche neoliberali, che attraverso lo smantellamento e la privatizzazione del settore pubblico hanno messo in ginocchio la tenuta stessa della società. L’incapacità di tenuta del sistema sanitario, come di quello economico, si è violentemente scaricata sulle classi popolari e sulle categorie più deboli che ne hanno fatto le spese in termini di vite umane, occupazione e condizioni di vita.

La crisi ha aperto enormi crepe nell’egemonia, ma non si è tradotta immediatamente in una rottura, in assenza di una risposta di classe organizzata dovuta anche a quella che ancora è l’eredità lasciata specialmente in Italia dalla sconfitta storica del movimento di classe del novecento. In queste condizioni anzi la crisi rappresenta per il capitale un’opportunità di ristrutturazione e di rilancio in avanti, come stiamo vedendo nel cambio di passo operato dalle politiche dell’UE. Lo stanziamento dei fondi del Recovery Fund segna un passaggio nuovo di intervento “statale” di spesa pubblica a sostegno del privato – più stato, ma per il mercato – attraverso cui l’UE accelera la sua costituzione a polo imperialista, attrezzandosi per essere competitiva nei nuovi settori strategici dell’industria green, delle conoscenza e della tecnologia, e stringendo contemporaneamente sul processo di centralizzazione della governance politica rispetto agli stati membri.

Il governo Draghi va esattamente in queste direzione. Sfruttando l’incapacità e il servilismo della nostra classe politica, l’UE ha potuto mettere direttamente un suo rappresentante alla guida del paese per dirigere l’integrazione e la ristrutturazione del sistema italiano secondo le necessità del progetto imperialista europeo.

Con la complicità di tutti i partiti e dei sindacati concertativi, il programma di governo – di cui nessuno dei ministri, nè lo stesso Draghi ha mai fatto mistero – andrà ad adeguare la competitività del sistema italiano con pesantissime ricadute sul futuro delle classi popolari. In nome del profitto e della messa a valore di tutti gli ambiti della società tutte le contraddizioni emerse in queste mesi di pandemia saranno ulteriormente esasperate – dalla precarietà e lo sfruttamento sul lavoro, dall’aziendalizzazione del mondo della formazione fino all’inefficienza del sistema sanitario, dei trasporti o del diritto all’abitare. E’ proprio di oggi la proposta di sospensione del blocco degli sfratti, che comunque scadrà per tutti a giugno, per chi era indietro con i pagamenti da prima della pandemia. Una questione che oggi colpisce migliaia di giovani studenti lavoratori e per cui ci siamo subito mobilitati – domani saremo al picchetto antisfratto di Totta, la giovane studentessa precaria sotto sfratto a Torino.

Se gli effetti della crisi e delle scelte politiche che la stanno accompagnando sono solo all’inizio, una certezza è la crepa che si è aperta nell’egemonia delle classi dominanti. Questo 2020 ha definitivamente smentito la narrazione, portata avanti soprattutto nei confronti delle fasce giovanili, della fine della storia dopo la brutalità del novecento, di un mondo di individui liberi e uguali, di infinite opportunità dove ognuno se capace poteva liberamente realizzarsi.

La pandemia ha, invece, mostrato una società dove centrali sono ancora e più di prima le differenze di classe, una società che mette il profitto davanti ai bisogni della collettività, anche a costo di 100’000 morti solo in Italia.

L’esempio della Cina e soprattutto di Cuba nella gestione della pandemia ha dimostrato la superiorità della pianificazione socialista, che il nostro non è il migliore dei mondi possibili, nè l’unico. Un altro mondo per cui lottare esiste, anche qui da noi. E’ necessario individuare nell’UE il nostro nemico e indicare fin da subito la prospettiva di un’alternativa di sistema.

Per questo abbiamo deciso di metterci a disposizione e di lanciare un appello alla nostra generazione “Vento che non smette di soffiare, oceani interi da conquistare“.

Le proteste dei contadini in India: “Si sta facendo la storia”

Le tre leggi sull’agricoltura varate dal governo Modi mettono a rischio la sopravvivenza di milioni di contadini in tutto il paese, regalando i profitti del mercato agricolo al monopolio di pochi gruppi finanziari. Dal 26 novembre milioni di lavoratori e 500 tra sigle politiche e sindacali hanno dichiarato lo sciopero generale marciando sulla capitale da ogni parte del paese, organizzando presidi e manifestazioni per ottenere l’abrogazione delle leggi.

Le testate indipendenti si trovano sotto costante minaccia del governo che con la complicità dei media mainstream sta cercando di censurare le mobilitazioni e di distorcere le ragioni del movimento indiano – raccontando di violenze dei manifestanti e scontri tra civili, smentite dai numerosi video che mostrano come le violenze siano opera dei gruppi nazionalisti, protetti e supportati dalle forze dell’ordine.

Su segnalazione di Peoples Dispatch, esprimiamo la nostra solidarietà internazionalista al portale d’informazione indiano NewsClick.in, vittima di un’aggressione fascista da parte delle forze governative. Gli uomini del dipartimento della difesa indiano, su istigazione del BJP, la destra nazionalista al governo, hanno fatto irruzione negli uffici di NewsClick minacciando i giornalisti che in questi mesi stanno raccontando le proteste di massa contadine contro la liberalizzazione del mercato agricolo.

Per approfondire quanto sta accadendo in India di seguito la traduzione dell’intervista rilasciata per ROAR Magazine (qui potete leggere l’originale) da Mukesh Kulriya – dottorando alla Los Angeles’ School of Music in California e militante dell’Associazione degli Studenti di Tutta l’India (AISA) – tornato in India per prendere parte alle mobilitazioni.


Con le proteste guidate dai contadini in questi mesi nella periferia di Delhi si stanno costruendo le basi di un’India più democratica e anti-corporativa.

Il 26 gennaio 2021, l’India ha assistito al suo settantunesimo Republic Day sotto circostanze storicamente senza precedenti. In un’occasione volta a commemorare l’adozione della Costituzione indiana, due visioni fieramente antagoniste del Paese si sono scontrate nella capitale Delhi.

Sulla strada monumentale del Rajpath nel cuore di Delhi, il proto-fascismo nazionalista locale indù del primo ministro Narendra Modi e il partito al governo Bharatiya Janata (BJP) era del tutto visibile. Non è una coincidenza, per esempio, che il vincitore della competizione della Parata del Republic Day è lo Stato di Uttar Pradesh, il cui carro celebrava la demolizione della moschea di Babri nel 1992 e la sua imminente sostituzione con un tempio indù – una farsa sanguinaria e decennale che si è incrociato con la rapida proliferazione del diritto indù.

In altre parti di Delhi, comunque, si stava sviluppando uno spettacolo piuttosto diverso, nella misura in cui centinaia di migliaia di contadini, anzitutto originari degli Stati confinanti di Punjab e Haryana, occuparono le strade della città con i loro trattori.

Negli scorsi due mesi, centinaia di migliaia di contadini si sono accampati nelle periferie di Delhi per protestare contro le tre leggi sull’agricoltura, dichiaratamente corporative, approvate recentemente che minacciano di devastare il loro sostentamento. Coordinati dalla Samyuta Kisan Morcha (Fronte unitario dei contadini o SKM), al raduno del 26 gennaio i partecipanti hanno tentato di procedere lungo tre itinerari prefissati, ma si sono scontrati con la polizia barricata dopo barricata. Nel momento più esplosivo della giornata, una sezione della parata dei trattori si è separata ed è entrata nel Red Fort, un iconico luogo storico nel cuore di Delhi. Tra colpi di pistola, lacrimogeni e colpi di manganello da parte dalle autorità statali, così come un ampiamente condannato arresto di internet, i manifestanti hanno sollevato le loro bandiere su un luogo famoso dal sollevamento del tricolore indiano da parte del primo ministro nell’Independence Day.

Malgrado le prevedibili condanne da parte dei liberali “law and order” e degli esponenti di sinistra, l’assalto del Red Fort e la risposta iper-repressiva dello stato indiano esemplificano come i contadini manifestanti abbiano scosso nel profondo Modi e il BJP. Questi costituiscono la più grande minaccia alla liberale agenda sciovinista indù del BJP da quando Modi è salito al potere nel 2014.

Mentre la portata dell’attuale resistenza non ha precedenti, da parte del governo la presa di mira della popolazione più vulnerabile non è una novità. I contadini sono solo gli ultimi presi di mira dal governo Modi. Immediatamente dopo aver ricevuto il rinnovo del mandato nelle elezioni generali d’India del 2019, Modi e il BJP hanno privato la regione, in gran parte musulmana, del Kashmir della propria condizione di Stato, intensificando simultaneamente la sua brutale occupazione con le forze militari e paramilitari indiane. Questa mossa ha seguito a ruota la pubblicazione, da parte dello stato di nord-est di Assam – controllato dal BJP -, di un Registro Nazionale dei Cittadini, che deliberatamente puntava ai musulmani di lingua bengali, automaticamente ritenuti “immigrati irregolari”, per la detenzione. Alla fine, nel dicembre del 2019, il Parlamento indiano ha approvato l’Atto di Emendamento sulla cittadinanza, che garantisce la cittadinanza soltanto ai rifugiati non musulmani provenienti dall’Afghanistan, dal Bangladesh e dal Pakistan e potrebbe gettare le basi per rendere apolidi 200 milioni di indiani musulmani.Que

Queste misure – e la brutale repressione delle proteste di massa – dimostrano la determinazione del regime Modi nel gettare le basi per l’obiettivo ultimo di uno stato etnico suprematista indù sostenuto dal Rashtriya Swayamsevak Sangh (Organizzazione Nazionale Volontaria o in breve RSS), il motore della macchina nazionalista indù che fu direttamente ispirata dalla Gioventù Hitleriana e dalle Camicie Nere mussoliniane.

Modi salì alla ribalta nazionale applicando il “Modello Gujarat”, che sostanzialmente promuove la crescita economica con ogni mezzo necessario, compresa la violenza estrema. La spietatezza di Modi gli aggiudicò il supporto dei principali gruppi societari di famiglie, dai Tatas e gli Ambanis agli Adanis. In cambio del finanziamento della sua ascesa politica, Modi ha lautamente ricompensato i suoi finanziatori corporativi durante il suo mandato: l’annessione del Kashmir, per esempio, ha creato un’ottima opportunità di investimento per le Reliance Industries, il gigantesco agglomerato proprio dell’uomo più ricco d’India, Mukesh Ambani.

Nel settembre del 2020 Modi e il BJP hanno fatto approvare tre tasse agricole che intendono “virtualmente uccidere i diritti e i sussidi della popolazione contadina”, secondo il Centro dei Sindacati indiani. Come spiega People Dispatch, la tassa sul Farmers’ Produce Trade and Commerce (Promotion and Facilitation) del 2020 avrebbe impedito ai contadini di ottenere prezzi garantiti per i loro raccolti forzandoli ad un mercato irregolare noto come “trade area”. Per di più, la tassa sulle Essential Commodities del 2020 avrebbe rimosso vari articoli come cereali, legumi, oli alimentari, cipolle e patate dalla lista delle materie prime essenziali, permettendo a grandi corporazioni di accumulare questi beni di prima necessità.

Infine, il Farmers (Empowerment and Protection) Agreement of Price Assurance e la Tassa sui Farm Services del 2020 avrebbero consentito un contratto agricolo che, posto che l’86% dei contadini d’India possiedono meno di due ettari di terra, avrebbe ulteriormente spostato l’equilibrio del potere agricolo in favore delle grandi corporazioni. Le Reliance Industries di Ambani e il Gruppo Adani di soci industriali miliardari si collocano tra i potenziali maggiori beneficiari corporativi di queste tasse.

Perché le leggi agricole sopra menzionate hanno portato milioni di manifestanti tra le strade di Delhi e di molte altre parti dell’India? Come sono riusciti i contadini a sostenere le loro proteste per più di due mesi? Come hanno raccontato le azioni dei contadini i media indiani e internazionali? E i manifestanti come hanno cercato di combattere le idee sbagliate spesso propugnate dai media? Cosa significano queste proteste per l’India e per il mondo intero?

Nel cercare risposte a queste urgenti domande, ho parlato con Mukesh Kulriya, un dottorando al terzo anno all’Università della California, Los Angeles’ School of Music, che è stato in prima linea nella mobilitazione contadina ai confini di Delhi sin da quando è iniziata. Mukesh è un membro di lunga data dell’Associazione degli studenti di tutta l’India (AISA), l’ala collegiale del Partito Comunista di Liberazione (marxista-leninista) dell’India.

Sarang Narasimhaiah: Potresti descrivere la base dell’azione politica organizzata dai contadini di Punjab, Haryana e altre aree attorno a Delhi, così come di altre aree del Paese?

Mukesh Kulriya: La causa immediata di questa protesta è il fatto che il governo Modi abbia approvato tre tasse agricole in una modalità molto antidemocratica: queste tasse sono diventate legge quando il Parlamento indiano non era nemmeno in attività, utilizzando come pretesto la pandemia da Covid-19. Il modo in cui le tasse sono state approvate è anche anticostituzionale: l’agricoltura è una questione di stato in India, non federale, quindi come può il governo federale deliberare sull’agricoltura? Per di più, anche se dai un’occhiata veloce a queste tasse, puoi constatare che sono totalmente a favore del mercato. Dobbiamo ricordare che questo governo ha anche attuato riforme del lavoro che hanno cancellato diritti del lavoro essenziali dei lavoratori dei settori organizzati, lasciando che venissero assunti e licenziati a piacere dei loro datori di lavoro e minacciando il loro diritto di associazione. Gran parte della popolazione – i lavoratori e i contadini, che costituiscono l’80/90% della forza lavoro dell’India – sono stati penalizzati da queste tasse.

Ci fu un grande putiferio quando queste leggi furono proposte la prima volta, e le persone presto cominciarono a mobilitarsi contro a Punjab. Per un paio di mesi si erano organizzati a livello locale ma, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, le proteste sono cominciate a scoppiare nelle città confinanti con Punjab. Quello che distingueva queste proteste era che loro riconoscevano le leggi come un attacco neoliberale all’agricoltura, così cominciarono a individuare le corporazioni come responsabili. Gli Adanis e gli Ambanis possiedono i più grandi agglomerati in India: sono pesantemente coinvolti nella privatizzazione dell’agricoltura e anche molto vicini al regime attuale. Per questo, gli slogan sollevati durante le proteste si sono opposti al Primo Ministro Modi ma hanno anche affermato che lui non è nulla più che un pupazzo nelle mani di queste corporazioni. Qui non si tratta di qualche accademico che scrive un articolo che critica il neoliberismo: al contrario, le corporazioni stanno venendo citate e screditate dalla gente comune. I contadini hanno virtualmente chiuso tutti i depositi posseduti dagli Adanis e dagli Ambanis. Hanno anche eliminato i pedaggi in tutto il Paese e si sono rifiutati di pagare la loro tassa sui dazi. In questo modo, un movimento popolare di massa è sorto affrontando la questione della sopravvivenza, della terra e del lavoro: le questioni storiche del sistema feudale indiano (che continua indelebilmente a plasmare il suo presente capitalista).

Il 26 novembre del 2020, i lavoratori indiani si sono opposti alle riforme del lavoro sopra citate così come le tasse agricole hanno sollecitato uno sciopero di tutta l’India. 250 milioni di lavoratori hanno partecipato a questo sciopero (rendendolo il più grande sciopero della storia umana). Lo stesso giorno, i contadini di Punjab hanno deciso che avrebbero marciato su Delhi. Raggiunti i confini della città, sono stati fermati dalla polizia e da altre forze del governo, che hanno scavato nel terreno buchi larghi 15 metri, messo dieci strati di barricate e filo spinato, e usato lacrimogeni e colpi di manganello contro i contadini.

Quando i video di questi attacchi, che mostrano la brutalità di questo governo, hanno cominciato a circolare, molte persone sono state spinte ad agire. Il giorno successivo, più persone da Punjab e da Haryana hanno cominciato ad arrivare ai confini di Delhi, e lo Stato non ha potuto fare niente per fermarli. I contadini e i loro sostenitori volevano occupare uno spazio al centro di Delhi, ma il governo ha cercato di forzarli in un angolo remoto della città; i manifestanti si sono rifiutati e hanno al contrario deciso di bloccare la città. Incredibilmente, ad oggi, la capitale dell’India è stata bloccata dai manifestanti per quasi due mesi. Alcune di queste manifestazioni sono lunghe quasi 15 chilometri; puoi vedere da uno a due centinaia di migliaia di persone ad un solo luogo di protesta.

Questa protesta è significativa perché Punjab è uno degli Stati più benestanti dell’India grazie all’agricoltura. Punjab si sta trovando in difficoltà come risultato della crisi agricola indiana in un modo ben diverso dal resto del Paese. Punjab era sostanzialmente un laboratorio per la Green Revolution in India, insieme all’Haryana e all’Uttar Pradesh occidentale. Questo la rende l’unica cintura agricola nel paese dove i contadini hanno un po’ di denaro. In ogni caso, a causa dei pesticidi e di altri agenti chimici usati nell’industria agricola, quest’area è anche diventata una cintura cancerogena. C’è proprio un treno che va da Punjab verso la mia città natale in Rajasthan che è conosciuto come il “Cancer Express”. Le persone vedono il denaro che l’agricoltura ha portato a Punjab, ma non il cancro, l’alto indebitamento e il narcotraffico istituzionalizzato sempre più diffuso nel paese.

Punjab ha una lunga storia rivoluzionaria; i poteri forti sanno che questo Stato potrebbe essere pericoloso per loro, così hanno cercato di compromettere la sua popolazione intascando la ricchezza che genera. Per questa ragione, è incredibile vedere persone giovani che sono state demonizzate come tossicodipendenti venire alla protesta per mostrare che possono essere molto di più. Aspirano ad una vita migliore che non comprende andare all’estero ma piuttosto combattere per condizioni migliori nella loro patria. Si sta vedendo la rivitalizzazione di una radicale coscienza politica a Punjab, in termini di poesia, in termini di musica, in termini di tutta la cultura dell’organizzazione.

E’ importante riconoscere che questo è un movimento di massa fatto di persone che non sono i più poveri tra i poveri nel senso che intende lo Stato. Lo stato è abituato a considerare il contadino come qualcuno che è consumato e lacerato, che è molto povero, che è molto affamato, che sta allargando le sue braccia verso lo Stato per qualche sorta di aiuto.

Com’è l’attività quotidiana di organizzazione delle proteste? E come mai queste proteste sono state così efficaci?

I siti delle proteste sono sostanzialmente città temporanee: puoi avere ogni cosa che ti serve lì. I manifestanti stanno gestendo langars (servizi alimentari tradizionali Sikh), servizi sanitari e molti altri generi di servizi da soli: fanno dei turni, e compiono il lavoro monetario e fisico per provvedere a questi servizi. Le persone hanno realizzato che, quando tu combatti contro un tipo di oppressione, arrivi anche a vedere altri tipi di oppressione che metti in atto, e questa constatazione ha plasmato la struttura socio-culturale delle proteste: gli uomini ora stanno cucinando, e le donne guidando azioni politiche. Le proteste sono state dirette da veterani che hanno esperienza con movimenti di massa, e si stanno sforzando di condividere questa esperienza con le generazioni più giovani come la mia, che sta vedendo qualcosa del genere per la prima volta nella sua vita; ci stiamo incaricando della logistica del movimento, imparando nel mentre. Stiamo imparando che puoi salvare la democrazia solo se la porti nelle strade; non puoi aspettarti che la democrazia funzioni se stai seduto nel tuo salotto.

Molti dei manifestanti provengono da comunità rurali agrarie e così la loro giornata comincia veramente presto – intorno alle 5:00 o alle 5:30 del mattino. Cominciano a cucinare, fanno colazione e poi vanno in testa al punto centrale del sito della loro protesta tra le 9:00 e le 9:30. Ogni giorno, tra le 10 e le 20 persone partecipano ad uno sciopero della fame di 24 ore in tutti i luoghi della protesta. Durante la giornata, persone vengono da diverse parti del Paese – o del mondo – per fare discorsi e mostrare la loro solidarietà.

Ogni giorno, c’è un incontro del All India Kisan (Contadino) Coordination Committee, che è comprensivo di 32 diverse organizzazioni. Questo movimento non ha un unico leader ma piuttosto una leadership collettiva. Questo è un altro dei motivi per cui è così forte: le persone “ordinarie” sono così coinvolte nel movimento che nessuno è stato in grado di dirottarlo. E’ stato evidente anche come il Coordination Committee stesso sia un movimento popolare: se i suoi leader prendono una qualsiasi decisione sbagliata o dei compromessi ingiustificabili sanno che saranno cacciati via il giorno stesso.

I manifestanti stanno anche dicendo che non vanno di fretta. Vogliono che il governo elimini le tre leggi, e non si accontenteranno di nulla di meno. Sanno che questa è una battaglia lunga ed estenuante, e sono preparati per stare qui per almeno sei mesi. I manifestanti sono quindi pieni di energie ma sono anche tranquilli, in un certo senso; sanno che non possono agitarsi e pronunciare slogan tutto il tempo.

Come avete cercato, tu e i tuoi compagni AISA, di supportare i manifestanti?

Le biblioteche sono una parte centrale delle città temporanee istituite dalle proteste. AISA sta gestendo un’iniziativa nota come il Shaheed Bhagat Singh Library in quattro siti di proteste. Apriamo la nostra biblioteca al mattino e molte persone, dai giovani studenti alle persone più adulte, si fermano e ci coinvolgono. Abbiamo anche dato vita ad una newsletter, The Trolley Times. Questa newsletter è stata sollecitata dall’iniziativa di un gruppo di individui indipendenti, e non è associata con nessuna organizzazione politica. Abbiamo constatato che tutte le recenti mobilitazioni sociali si sono affidate quasi esclusivamente ai social media. Come ho detto prima, le persone che costituiscono la spina dorsale di queste proteste sono venute a Delhi dai loro villaggi due mesi fa. Stanno mantenendo il loro terreno mentre vivono a circa 10 chilometri di distanza dal loro punto più vicino; conoscono le proprie responsabilità nei confronti delle proteste, e non stanno cercando nessun tipo di protagonismo. Consapevoli che nessuno avrebbe parlato a queste persone – o anche saputo della loro presenza – volevamo accertarci che si avesse molto chiaro il senso di quello che sta succedendo nel movimento. Queste sono persone più adulte, e così è più probabile che leggano giornali e newsletters.

Fin dal primo vero giorno in cui abbiamo pubblicato The Trolley Times, abbiamo avuto una risposta straordinaria. La stragrande maggioranza dei media indiani è a favore del corporativismo e soggetta alle stesse compagnie che vogliono privatizzare l’agricoltura; questi media sono anche a favore del governo, e quindi demonizzano i manifestanti con la loro propaganda. Le persone hanno realizzato che, per ottenere la padronanza del movimento, hanno bisogno della loro stessa voce. Questo è quello che The Trolley Times aspira a diventare. Divenuto molto popolare in uno o due giorni, The Trolley Times ha avuto grande risonanza mediatica, e ha sostanzialmente impostato una tendenza: ora, ci sono dalle tre alle quattro newsletters fatte da e per il movimento. The Trolley Times dà una piattaforma ai manifestanti che lo sono per la prima volta, ai manifestanti giovani, ai manifestanti più adulti e alle donne single manifestanti. Ad un barbiere che è venuto qui per fare i massaggi ai manifestanti stanchi. Queste sono storie piccole ma importanti che siamo capaci di coprire. Abbiamo pubblicato otto edizioni finora; molti di noi stanno lavorando al telefono – in parte perché non abbiamo un adeguato accesso a internet qui – e stiamo scrivendo ed editando il contenuto per la newsletter così come ci è riportato.

Abbiamo dato vita ad un’altra iniziativa chiamata “Trolley Talkies”, che comprende mostrare film sulla crisi dei contadini così come film rivoluzionari sul Movimento d’Indipendenza Indiano e altri movimenti intorno al mondo. Mostriamo film per incentivare le persone intrattenendole e istruendole sulle tasse agricole: facciamo connessioni spazio-temporali mostrando come il neoliberismo si costruisce sulle fondamenta poste dal colonialismo britannico. I manifestanti hanno bisogno di comprendere la natura storica di queste proteste: come sono collegate alle politiche che furono introdotte in India negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del Novecento? Come queste politiche sono state imposte alla popolazione, e quali sono state le loro implicazioni? Abbiamo intrapreso queste e altre iniziative artistiche con la consapevolezza che la resistenza è creativa; lo si può vedere anche nelle numerose canzoni che i manifestanti hanno composto e in tutti gli artisti di Punjab che sono venuti fuori per supportare le proteste. Abbiamo bisogno di impiegare tutti i tipi di forma d’arte per raggiungere le masse.

Attraverso il nostro lavoro, stiamo cercando di creare delle connessioni intersezionali con differenti problemi e politiche. Quando ti opponi alla privatizzazione dell’agricoltura, ti devi anche opporre alla privatizzazione dell’istruzione, della salute e di qualsiasi altra cosa. Non puoi essere selettivo: il neoliberismo è una forma mentis e un inquadramento politico che sta sostanzialmente facendo la stessa cosa a studenti, a contadini, a lavoratori, a tutti. Deve essere combattuto con le unghie e con i denti come un’entità unitaria.

Sono sicuro che avrai più opzioni tra cui scegliere, ma quali sono le persone tra le più interessanti che hai incontrato?

La persona più interessante che ho incontrato è questa diciassettenne che è venuta alla protesta da sola. I suoi genitori hanno un piccolo pezzo di terra, e lei ha visto che, se queste tasse agricole rimangono, la sua terra non sarà sicura. Non sarà in grado di continuare la sua istruzione o crearsi una carriera, sacrificando in questo modo la sua indipendenza. E così ha preso un treno per Delhi ed è rimasta lì per tanto tempo, partecipando alla protesta e curando la biblioteca.

Il suo caso mostra come i manifestanti comprendano la gravità di questa situazione: sanno che è una questione di vita o di morte. E mostra anche come questo movimento non riguardi solo agenzie come Khalsa Aid (una ONG umanitaria internazionale basata sui principi Sikh) che stanno allestendo grandi strutture per aiutare le persone. Questo è anche un movimento in cui le persone stanno uscendo e dando una mano su un piano individuale. Puoi trovare molte altre storie ugualmente forti qui: intere famiglie sono venute alla protesta e non se ne sono più andate negli scorsi due mesi. Giovani studenti stanno facendo qui i loro esami. Giovani professionisti hanno lasciato il loro lavoro per stare qui. Puoi vedere attivisti venire da tutti gli ambiti della vita: questo è un movimento di massa, non un movimento studentesco, che tende ad attingere da una popolazione veramente ristretta del Paese. Puoi trovare un camionista diciottenne che protesta insieme ad un dottorando come me. Questi generi di connessioni sociali sarebbero stati impossibili da immaginare in tempi normali. Questo movimento è sostanzialmente una scuola di democrazia: impari che questa è la gente in tutta la sua varietà, e hai bisogno di capire come lavorare con loro. Un tipo di professionalizzazione sta prendendo piede tra tutti gli attivisti qui, che questo comprenda il lavoro dei media, il lavoro domestico, o qualsiasi altra attività che intraprendiamo.

Hai già parlato di come i media a favore dello Stato e a favore del corporativismo stanno coprendo e, in casi strategici, non coprendo queste proteste. Vorresti trattare uno specifico concetto errato volontariamente o involontariamente diffuso dai media indiani e internazionali, sia esso mainstream, indipendente, o addirittura progressivo o di sinistra?

Quanto dovremmo aspettarci dai media indiani? Due compagnie possiedono l’80% dei media. Reliance da sola possiede 36 canali di cronaca. Sostanzialmente diffondono bugie giorno e notte. Mostrano un video di dieci anni fa come prova che i manifestanti siano separatisti Khalistani (che richiedono una patria Sikh). Questo è il motivo per cui, quando molti media vengono qui, i loro giornalisti non mostrano i loro nomi e, anzi, coprono i nomi sui loro microfoni; sanno che non hanno alcuna credibilità qui.

Penso che il più grande concetto distorto su queste proteste sia che a protestare siano persone ricche, che siano motivati dalle politiche elettorali e, naturalmente, che ci siano poteri stranieri dietro queste proteste e che esse siano “anti-nazionaliste” e anticostituzionali. Una cosa è chiara: tutti i manifestanti sono cattivi manifestanti per questo governo. Gli studenti sono anti-nazionalisti, le donne sono anti-nazionaliste, i Dalits sono anti-nazionalisti, i Musulmani sono anti-nazionalisti, i lavoratori sono anti-nazionalisti, i contadini sono anti-nazionalisti. Questo è un governo maggioritario per il quale solo una minorità di persone sono effettivamente cittadini: i restanti sono tutti anti-nazionalisti. Questa narrazione non è promossa solo dal governo: è stata ripetuta dai media a favore dello Stato, ed è penetrata anche nella copertura mediatica internazionale.

Un altro concetto errato è che questi manifestanti non sanno nulla del diritto. Il governo e i media a favore del corporativismo e dello Stato stanno dicendo che la privatizzazione dell’agricoltura è buona perché promuove la competizione. Ma competizione tra chi?

Un ulteriore concetto errato è che questa protesta coinvolge soltanto i contadini Sikh di Punjab. Il governo e i media mainstream stanno cercando di dare alle proteste un senso religioso, perché così è molto facile, no? Quando le minoranze si oppongono alla maggioranza e allo stato maggioritario, sono terroristi, no? Stiamo cercando di contrastare l’idea che questi sono solo alcuni uomini Sikh di Punjab che protestano contro lo Stato indiano attraverso tutte le nostre iniziative e attività. Le proteste stanno avvenendo in virtualmente ogni parte dell’India: a Punjab, Haryana, Rajasthan, Gujarat, Maharashtra, Kerala, Tamil Nadu, Bihar, Uttar Pradesh, Orissa, West Bengal, Chhattisgarh, Uttarakhand, Himachal Pradesh, e perfino in Kashmir. Solo perché tutti questi manifestanti non si trovano ai confini di Delhi non significa che non stanno protestando.

Abbiamo anche detto ancora e ancora che siamo qui per protestare pacificamente e così, se qualcosa va storto, lo Stato è responsabile. Se succede qualcosa in modo sregolato, ci assicuriamo di riprenderlo, così possiamo presentare quelle riprese ad ogni media che contattiamo e dire “guarda a cosa abbiamo assistito”. Sappiamo che, quando si tratta di violenza, nessuno può battere lo Stato: esso è il massimo artefice di violenza, qualche volta attraverso la legge e qualche volta più direttamente attraverso la polizia.

Perché le persone che hanno una coscienza politica, in particolare i progressisti e quelli di sinistra, dovrebbero essere interessate a queste proteste e alle questioni che i contadini stanno affrontando? Come queste questioni e le relative proteste sono globalmente interconnesse? E come le persone con una coscienza politica al di fuori dell’India stanno mostrando solidarietà con i contadini e come possono continuare a farlo?

Proteste di solidarietà stanno avendo luogo in tutto il mondo; il supporto di massa che queste proteste hanno ricevuto si estende alla diaspora del Sud Asia. The Trolley Times è stato inoltre tradotto in diverse lingue e distribuito non solo in diverse parti dell’India ma anche in Canada, Australia, Nuova Zelanda e negli Stati Uniti.

Ad un livello base, smetterei di dire che questa è una “protesta dei contadini”. Direi solo che i contadini stanno guidando la protesta. L’India è un Paese povero con poche persone ricche. Tra il 70% e l’80% degli Indiani soffre di malnutrizione. L’Essential Commodities Act permette ai privati uomini d’affari di accumulare beni essenziali come cereali e olio. La de-regolarizzazione dei prezzi permette il mercato nero a tal punto che potresti finire con godowns (depositi) pieni di cereali e una popolazione enorme che rischia di morire di fame. In questo senso, queste leggi sono un attacco non solo ai contadini ma a chiunque mangi. Questa dovrebbe essere una preoccupazione per chiunque creda che ogni essere umano ha il diritto di mangiare.

L’India inoltre rappresenta un sesto della popolazione mondiale. Queste leggi riescono a inficiare la sicurezza alimentare, la nutrizione e in generale la salute e la sicurezza di un enorme numero di persone, cosa che di per sé dovrebbe rendere queste le preoccupazioni di ciascuno.

La privatizzazione è inoltre un fenomeno globale. Alza la tua voce contro la privatizzazione nel tuo Stato di nascita. Noi non vogliamo solo che tu stia con noi: noi vogliamo che tu ti ribelli per te stesso. Queste multinazionali devono essere sconfitte non solo in India, ma anche in Africa, in America, in Australia, in Europa – dappertutto. Ognuno è nel loro mirino e, per contrastare le multinazionali, abbiamo bisogno di una protesta multinazionale.

In aggiunta, queste leggi danneggiano da un lato i contadini e dall’altro i consumatori. Io non sono qui solo per supportare i contadini; sono qui anche come consumatore. So che dovrò pagare molto di più per avere un pasto base se queste leggi verranno applicate. Perché i consumatori dovrebbero pagare così tanto per il cibo quando i contadini non stanno neanche ricevendo un importo adeguato per i loro prodotti agricoli?

Quali sono le sfide più significative che questa lotta dovrà superare per avere la meglio?

Fin dal giorno zero, il movimento sta cercando di costruire una solidarietà allargata. I manifestanti sono stati molto attenti a provocare i minori inconvenienti possibili ai residenti del luogo. Stiamo anche cercando di portarli dalla nostra parte attraverso le nostre iniziative mediatiche, con un notevole successo. Le autorità governative non sono state capaci di respingere queste proteste come un evento estemporaneo, nonostante i loro migliori sforzi.

Penso che la più grande sfida sia l’arroganza di questo governo. Le autorità statali hanno la tendenza a fare quello che dicono. Sanno che queste leggi agricole sono pericolose ma, poiché le hanno già approvate, se facessero un passo indietro farebbero spazio alla critica di molti altri loro errori precedenti.

Ma questo è quello che ci si aspetta da un governo guidato da forti uomini protofascisti, no? Gli uomini forti non possono permettersi di sembrare deboli, per definizione.

Il mito del leader forte deve essere distrutto. In un certo senso, penso che questa protesta abbia già avuto successo, perché ha democratizzato una vasta parte della popolazione, anche solo in questa piccola parte dell’India. I manifestanti hanno deciso che lo Stato appartiene alla gente, non al governo.

Ogni giorno è molto stimolante. Ogni piccolo episodio di violenza che potrebbe essere attribuito a noi, anche se non ne siamo responsabili, potrebbe minacciare il movimento intero. Ogni momento passato è un sollievo, ma il momento appena successivo è una minaccia. C’è la costante minaccia di una violenza promossa dallo Stato sia su piccola sia su larga scala: le persone sono state prese qui con piccole pistole. Siamo sostanzialmente al turno di notte proprio ora, guardando per qualunque persona sospetta fino alle 5 del mattino. Stiamo protestando da due mesi, e non vogliamo che un giorno succeda qualcosa di spettacolare che fa esplodere tutto. In questo senso, è un bene che le persone non stanno partecipando alla mobilitazione a migliaia; piuttosto, stanno partecipando considerevolmente in centinaia.

Come ho detto prima, questo non è una lotta contro un governo ma piuttosto contro un intero inquadramento politico. Anche se momentaneamente siamo capaci di bloccare queste leggi – e il governo ha ammesso che le può mettere in attesa per 18 mesi – saranno indubbiamente recuperate, con un disegno più astuto. Questa è una lotta che ci richiede di stare sulla punta dei piedi per il resto delle nostre vite. La cosa buona è che, quando le persone combattono contro il governo, guadagnano una memoria procedurale e una coscienza che sono l’essenza della democrazia. Una larga fetta del Paese sta ricordando cosa effettivamente ci ha procurato l’indipendenza dai Britannici.

Se questo movimento ha successo, vedrai una raffica di movimenti di massa intorno a differenti questioni. Se queste proteste non sono in grado di ottenere il loro obiettivo completo, ci sarà un grande vuoto nell’immaginazione della gente, perché penseranno che, se delle proteste su questa scala non riescono a forzare la mano di questo governo, allora niente può riuscirci.

Vuoi aggiungere qualcosa prima che convalidiamo il tutto?

Direi soltanto alle persone che leggono questa intervista che non possiamo ancora teorizzare questo movimento. Si sta facendo la storia, ma non sappiamo ancora che tipo di storia sarà. Molte delle persone che stanno protestando proprio ora non avrebbero mai immaginato di protestare per qualcosa del genere. Dobbiamo renderci conto che questo sistema neoliberale consumerà ognuno di noi – non soltanto i più diseredati, ma anche quelli che stanno leggermente meglio. Se hai un centinaio di persone sedute in una stanza, e qualcuno entra e dice “uno di voi deve morire”, ognuno sente il rischio di essere quello. Non aspettare di essere attaccato: fai attenzione a quando le persone intorno a te stanno venendo attaccate, e alza la tua voce.

La protesta ci dà vita: ci dà uno spirito combattivo e un senso di responsabilità. Questo Paese è guidato da un governo fascista ora come ora, ma la protesta ci riporta indietro alle nostre radici dicendo, “questa è la nostra terra. Questa è la nostra gente.” Penso che questo genere di organicità, anziché un impegno nazionalista sciovinista con la tua parte geografica del mondo, così come l’impegno con la tua stessa collettività, è assolutamente indispensabile.

Supportando i contadini indiani

I profondi, sfumati sguardi di Mukesh nella corrente ribellione dei contadini indiani stimolano così tante domande quante le loro risposte. Nonostante la lunghezza della nostra conversazione, non possiamo coprire le proteste nella loro complessità. I difensori dei diritti Dalit – una casta oppressa – sia in India che negli Stati Uniti hanno indagato su come i manifestanti vogliono affrontare le gerarchie tra le caste che permangono nelle comunità agricole a Punjab e nel Paese nel suo complesso, nello stesso momento in cui un significativo numero di Dalits apolidi hanno dichiarato la loro solidarietà ai contadini manifestanti. Contraddizioni di questo genere sono quasi destinate ad emergere insieme alle proteste, specialmente in una società che deve ancora pienamente uscire dalle catene del feudalesimo. L’inevitabilità di queste contraddizioni dovrebbe, naturalmente, non naturalizzarle e prevenire la loro esplosione, non da ultimo a causa del potenziale indebolimento che potrebbero generare al movimento nel suo complesso.

In ogni caso, forse la domanda più pertinente per la popolazione con coscienza politica impegnata politicamente fuori dall’India è se risponderanno alla chiamata all’azione dei contadini, come Mukesh sottolinea incisivamente e provocatoriamente. Il progetto neoliberista nazionalista indù è un progetto profondamente internazionale, come ho sostenuto altrove, e necessita di un’opposizione internazionale, non solo dalle comunità diasporiche del Sud Asia ma da tutte le persone con coscienza politica antifasciste, anticapitaliste, antiautoritarie e politicamente impegnate in ogni luogo. I finanziatori corporativi, i tirapiedi politici e gli strumenti culturali del regime Modi devono essere identificati, denunciati e bloccati ovunque e in qualsiasi momento minaccino di mettere in atto la loro tossica agenda.

I contadini indiani hanno ricordato al mondo il potere del lavoro organizzato. Non possono essere abbandonati a combattere la loro lotta da soli, poiché è davvero la lotta di miliardi che ovunque lavorano duramente sotto il neoliberismo.

Viva l’Unità dei Contadini e dei Lavoratori! Viva la Rivoluzione!

GIOVANI NEL MIRINO DEL GOVERNO DRAGHI E DELL’UNIONE EUROPEA Ognuno scelga da che parte stare, la nostra è la lotta!

L’appena nato governo Draghi ha già messo in chiaro che una delle priorità saranno i giovani. Addirittura, una delle parole più ripetute da Draghi nel famoso discorso del meeting di Comunione e Liberazione a Rimini è stato proprio “giovani”, così come nel discorso al Senato per chiedere la fiducia. Ma non illudiamoci, questo interesse non è legato alla necessità di pensare un futuro migliore per una generazione nata e vissuta nelle crisi, ma piuttosto alla necessità di ristrutturare tutto il comparto formazione e ricerca per tentare di rilanciare il settore privato in funzione europea, nonché per spostare i costi della ristrutturazione su noi giovani.

Se analizziamo chi sono i ministri dell’istruzione e della ricerca, questo obiettivo diventa evidente. Come Ministro dell’istruzione troviamo Patrizio Bianchi, economista allievo di Romano Prodi (colui che ha svenduto il patrimonio economico italiano come presidente dell’IRI e protagonista della nascita dell’Unione Europea); collega di Draghi nel comitato di privatizzazione dell’IRI; rettore dell’Università di Ferrara; presidente della Fondazione CRUI (braccio operativo della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane); assessore alla Scuola, Formazione professionale, Università, Ricerca e Lavoro per 10 anni in Emilia-Romagna con i presidenti Errani e Bonaccini; coordinatore della task-force dell’ex ministro Azzolina. L’idea di Bianchi sull’istruzione è chiara e l’ha anche esposta in un suo recente libro, Nello specchio della scuola: rilancio della autonomia delle istituzioni scolastiche con ruolo sempre più preminente dei presidi-manager, incremento della funzione di valutazione del sistema utilizzando soprattutto i test Invalsi, aumento dell’investimento nelle scuole tecniche e professionali con conseguente polarizzazione dell’offerta formativa, istruzione piegata alle necessità delle aziende private e che deve fornire competenze flessibili e trasversali (che lui chiama collaborative problem solving skills) anche attraverso il superamento dell’alternanza scuola-lavoro (ora ridenominata PCTO, Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) verso una stretta e continua integrazione tra scuola e lavoro. Un progetto che non ha solo teorizzato ma che ha anche praticato da anni in Emilia-Romagna, avanguardia di questo tipo di politiche educative, e all’Università di Ferrara, dove ha lanciato i Programmi di inserimento lavorativo, ossia percorsi di transizione istruzione – lavoro a livello universitario.

Come Ministra dell’Università e della ricerca è stata invece nominata Maria Cristina Messa, medico e professoressa universitaria alla Bicocca di Milano, dove è stata anche rettrice; legata a Comunione e Liberazione; membro del Comitato di Coordinamento di Human Technopole (centro di ricerca voluto da Matteo Renzi che benché sia interamente finanziato dallo Stato con più di 800 milioni di euro ha natura giuridica di fondazione privata); delegata italiana MIUR nel programma Horizon 2020; membro della squadra che ha affiancato Roberto Maroni nella trattativa con il governo per l’autonomia della Lombardia; ex membro della Giunta della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Anche la sua visione su Università e ricerca è chiara: l’università deve diventare una “fabbrica della conoscenza”, in cui anche qui sono centrali le competenze trasversali e personali (le cosiddette soft skills), le lezioni di imprenditorialità, lo “stile da campus americano”, il legame con le aziende private alle cui esigenze piegare la didattica e la ricerca, il rafforzamento delle differenze tra università di Serie A e università di Serie B, nonché il rafforzamento di poli di eccellenza pubblico/privati nella ricerca.

Possiamo dire quindi che si tratta di due Ministri tutt’altro che tecnici, come i giornali cercano di rappresentarli in questi giorni, ma fortemente politici, con legami accademici e politici forti, con visioni precise e con interessi chiari. Due Ministri che non avranno alcuna opposizione in Parlamento, visto che il governo Draghi si appresta ad incassare una maggioranza ampissima, forse tra le più ampie mai avute in Italia, e che non avranno nessuna opposizione neanche dentro il Consiglio dei ministri, dove ci sono altri soggetti chiave allineati sulle stesse posizioni di Bianchi e Messa.

Tra questi troviamo Maria Stella Gelmini e Renato Brunetta, autori nel 2008-2011 di tagli lineari all’istruzione e di riforme che hanno distrutto la scuola e le università pubbliche (tra cui ricordiamo tagli per 10 miliardi di euro, riduzione dell’organico per 100 mila unità tra insegnanti e personale ATA, premi di produttività ai docenti, disprezzo per i dipendenti pubblici considerati “fannulloni”, rafforzamento della valutazione tramite Invalsi e ANVUR, ridimensionamento scolastico e di corsi di laurea con diverse migliaia di istituti fusi in altri o cancellati, esternalizzazione dei servizi, innalzamento del numero di alunni per classe, blocco del turn-over, riforma della governance universitaria con ingresso dei privati nei Consigli di amministrazione delle Università, ecc.). Riforme contro le quali si sono mobilitati migliaia di giovani con manifestazioni di massa ed occupazioni di scuole ed università. 

Nel Consiglio dei ministri troviamo anche Vittorio Colao, altro finto tecnico che ha ricoperto numerosi incarichi come amministratore delegato (tra gli ultimi quello di Vodafone), designato dal governo Conte per guidare la task force necessaria a delineare i modi attraverso cui “sfruttare l’opportunità della crisi” e accelerare su processi che avrebbero richiesto molto più tempo. Il Piano Colao su Scuola, università e ricerca aveva come obiettivo preciso quello di passare dal garantire il diritto allo studio a garantire il “diritto alle competenze”, aumentare l’ingresso di privati sia nel finanziamento delle scuole che nella formazione dei docenti, nonché piegare la didattica e la ricerca alle necessità delle aziende a partire dal differenziare le funzioni delle università (tra serie A e B),  al potenziare l’istruzione terziaria professionalizzante, ai dottorati industriali fino ad arrivare a rafforzare i poli di eccellenza della ricerca.

Una visione sposata anche da Roberto Cingolani, fondatore ed ex-direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, ossia del centro di ricerca voluto da Tremonti e finanziato con 100 milioni di euro ogni anno, cioè più dei 92 milioni di euro dei Progetti PRIN 2015 la cui durata è però triennale (meno di 31 milioni all’anno) e che devono far fronte ai progetti di ricerca di tutte le aree scientifiche. Una dimostrazione palese di cosa significano i centri di eccellenza della ricerca: accentramento in pochi poli della maggior parte dei finanziamenti pubblici (con una gestione anche opaca) e trasferimento ai privati dei risultati. Ma Roberto Cingolani è anche responsabile dell’innovazione tecnologica in Leonardo (ex Finmeccanica, la società pubblica specializzata in armamenti), ha partecipato alla Leopolda di Renzi, ai meeting di Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici con Casaleggio, nonché è stato membro della task-force di Colao nella quale si è occupato proprio di ambiente. Dal documento finale del lavoro della task-force possiamo vedere qual è la visione che ha sulla transizione ecologica: un “volano del rilancio” dell’economia, che punti quasi esclusivamente su innovazioni tecnologiche e semplificazione delle procedure amministrative per velocizzare ancor di più proprio quel modello di sviluppo che è all’origine dell’attuale crisi, scaricando i costi di questa ristrutturazione sul pubblico ed “escludendo opponibilità locale”. Insomma, un progetto che sfrutti i movimenti giovanili ambientalisti per costruire consenso attorno al green washing dell’Unione Europea ma che in realtà serve per rilanciare i profitti, anche a costo di guerre (interne ed esterne) e distruzione ambientale.

A lavorare nella task-force di Colao troviamo anche il ministro Enrico Giovannini, ex capo statistico dell’Ocse, ministro del lavoro e delle politiche sociali del governo Letta, ideatore del progetto Garanzia giovani, voluto dalla Commissione europea e realizzato dal suo successore Giuliano Poletti sotto il governo Renzi. Un progetto che si è rivelato essere un totale fallimento per i giovani e un successo per le aziende che hanno potuto beneficiare di importanti sgravi fiscali. L’ultima proposta di Giovannini sui giovani è quella di formare una nuova generazione di imprenditori che si devono reinventare sfruttando l’occasione della crisi.

Una visione che non avrà problemi a portare avanti Andrea Orlando, nuovo ministro del lavoro, che era ministro nei governi che hanno varato il Jobs act, la Buona Scuola, Garanzia giovani, nonché è stato protagonista del decreto Minniti-Orlando.

A questi personaggi si affiancano Daniele Franco, ministro dell’economia, uomo di Draghi e “manina” che scrisse la famosa lettera Trichet-Draghi del 2011 che commissariava di fatto il governo Berlusconi; Giancarlo Giorgetti, ministro dello sviluppo economico, primo firmatario della legge che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, l’inventore dell’autonomia differenziata, che farà di tutto per salvare le aziende del Nord Italia, a cui non opporrà resistenze la ministra del Sud, Mara Carfagna, che tra le altre cose propone di sostituire il Reddito di cittadinanza con più fondi alle forze dell’ordine, ma neanche Erika Stefani che si era battuta per far approvare l’autonomia differenziata come ministro durante il governo Conti I, oltre ad essersi schierata contro lo ius soli; anche Marta Cartabia, ciellina, è nemica dei diritti civili (contraria ad aborto, matrimoni gay, testamento biologico); Luciana Lamorgese, è espressione sostanzialmente immutata della linea Orlando-Minniti-Salvini sia sulla questione immigrazione che su quella della repressione; Roberto Speranza, la cui gestione della pandemia ha già causato 100 mila morti e ci ha reso ricattabili dalle multinazionali farmaceutiche; Dario Franceschini (al quarto governo), che continuerà nel processo di messa a profitto della cultura.

Infine, per comprendere quali sono gli interessi rappresentati dal nuovo governo, dobbiamo considerare che: 3 ministri su 4 vengono dal Nord (in particolare 9 vengono dalla Lombardia e 4 dal Veneto); 7 ministri sono vicini a Comunione e Liberazione (Cartabia, Giorgetti, Giovannini, Brunetta, Gelmini, Carfagna, Messa); 5 ministri sono collegati alla Bocconi (Cartabia, Colao, Cingolani, Garavaglia, Giorgetti).

Tutto ciò ci fa comprendere che la designazione di Fabiana Dadone a Ministra senza portafoglio alle politiche giovanili è solo uno specchietto per le allodole e che la poca presenza delle donne nel governo è l’ultimo dei nostri problemi.

La composizione del governo Draghi rende chiaro il progetto su scuola, università e ricerca, così come è chiaro il progetto sul lavoro, sullo sviluppo economico e sulla transizione ambientale. Un progetto condiviso dall’intero arco parlamentare che va da Leu alla Lega, con la totale normalizzazione del Movimento 5 Stelle e la finta contrapposizione in pura visione elettoralistica di Fratelli d’Italia e alcuni componenti di Sinistra Italiana. Nella famosa intervista al Financial Times è Draghi stesso ad esporre il programma: bisogna salvare il settore privato cancellandone il debito o scaricandolo sui bilanci pubblici attraverso il “debito buono” (che prima o poi dovrà essere ripagato dalla collettività). Un concetto che ribadisce nel rapporto del G30 sulle politiche post-Covid in cui sottolinea che nel fare ciò vanno abbandonate le imprese zombie (piccole e medie imprese che non potrebbero reggere lo scontro interimperialista) e bisogna puntare sui campioni europei (come ad esempio Stellantis, fusione di FCA e Peugeot). Questo significa scaricare nuovamente la crisi sui lavoratori autonomi e dipendenti, sui giovani e sulle donne, acuendo la polarizzazione del mercato del lavoro, le differenze tra aree geografiche e la disoccupazione. Il nuovo mantra è “più Stato per il mercato”, ossia socializzazione dei costi e privatizzazioni dei profitti, e l’obiettivo finale è quello di accelerare il processo di costruzione del Polo imperialista europeo, in cui il mondo della formazione e della ricerca sono elementi strategici. Lo stesso Recovery Plan, per quanto possa essere modificato, conferma questa necessità. Il ruolo dello Stato, quindi, rimane centrale nel senso di indirizzo e supporto dell’attività privata per permettere il rilancio dei profitti e il rafforzamento dell’impero europeo. Un ruolo che si conferma nella crisi in corso, la quale sta venendo sfruttata dalla classe dominante per rafforzare il processo di integrazione europeo consolidando le gerarchie interne e soprattutto le sottostanti catene del valore economico-produttivo. In Italia, questo significa promuovere la competitività delle aree già più forti del paese e valorizzare maggiormente il capitale privato del Nord-Est che fa parte, in posizione secondaria, della filiera produttiva europea a guida tedesca. Lo scontro nel mondo della formazione assume quindi un carattere centrale anche nella necessità di utilizzare la formazione e la ricerca come strumento strategico per predominare nella competizione globale. Per questo motivo il mondo della formazione e della ricerca deve sempre più essere piegato alle esigenze del privato locale rafforzando una cornice istituzionale che favorisce scuole/atenei di serie A rispetto a quelli di serie B (differenziati a seconda della collocazione del territorio nelle catene del valore) e i cui contenuti e obiettivi devono essere sempre più piegati all’obiettivo finale del rilancio del profitto privato. Un rafforzamento quindi di un sistema contraddistinto da una centralizzazione del capitale, caratterizzata dalla progressiva scomparsa di medie e piccole imprese a favore di sempre più forti concentrazioni monopolistiche, e una polarizzazione del mercato del lavoro in cui pochissime persone accedono a lavori altamente qualificati e remunerati (principalmente nel Nord-Est), mentre la maggioranza si deve accontentare di lavori non qualificati, poco tutelati e poco remunerati, con una fascia sempre più ampia della popolazione che viene espulsa dal processo produttivo. 

Davanti a questo tragico presente che stanno disegnando per noi, non si può tentennare nell’opporsi fermamente al nuovo governo. Le strategie di entrismo – qualora abbiano mai sortito qualche effetto nella storia – rivelano la totale incapacità di chi lo pratica in buona fede e, al tempo stesso, palesano la subalternità complice delle strutture politiche che hanno assunto la funzione di foglia di fico abdicando al conflitto, agendo come pacificatore sociale e portando avanti rivendicazioni al ribasso (spesso per tornaconto personale dei dirigenti locali e nazionali, in cambio di lavoro in partiti e sindacati o prestigio da social o in libreria).

Riteniamo oggettivamente esauriti i margini di manovra di chi si rifugia in letture arcaiche “di base” rimuovendo completamente la complessità della realtà circostante arrivando quasi a negare il ruolo dell’Unione Europea e il suo progetto imperialista o, peggio ancora, fantasticando su inesistenti “altre europe” i cui risultati in Grecia sono sotto gli occhi di tutti. 

Ci troviamo davanti un passaggio storico centrale in cui sta venendo definito il nostro futuro e sul quale stanno mettendo una pesantissima ipoteca per le giovani generazioni. Organizziamo l’opposizione, il tempo di agire è ora. 

Noi Restiamo / Cravos / OSA / Comestudio Genova

NASCE ANTITESI, UNA NUOVA RAPPRESENTANZA UNIVERSITARIA!

Non sappiamo come sarà ricordato dei libri di storia l’anno della pandemia da Covid- 19, ma quello che è sotto gli occhi di tutti è che la vita di milioni di persone è cambiata in modo radicale nell’arco di pochissimi mesi, stravolta in ogni campo, da quello lavorativo, formativo, relazionale. Quello che il Coronavirus ha segnato infatti è una cesura fra un prima, già carico di ingiustizie sociali e disuguaglianze che dieci anni di crisi hanno portato, e un dopo, nel quale le condizioni di molte fasce fragili della popolazione, tra cui le giovani generazioni, vanno peggiorando.

In questo stravolgimento l’ambito della formazione non è rimasta immune, ma ha proseguito verso una strada di esclusione e competizione: accedere ad una formazione universitaria non è più un diritto, ma sta diventando sempre più un privilegio per chi se lo può permettere, un indirizzo che l’Università ha preso da tempo e che si accentua con maggiore forza, tanto su scala nazionale quanto a livello di singola università. A rimetterci, per le scelte criminali e l’assenza di tutele adeguate da parte di Governo, Regione, Unito ed Edisu siamo ancora una volta noi studenti e giovani, che in questi anni continuiamo a pagare una crisi dietro l’altra e ci prepariamo a un futuro sempre più incerto e precario, sia in Università sia, nel mondo del lavoro. La nostra generazione sta subendo quindi un attacco a 360° e organizzarsi per opporci in un momento in cui gli spazi di aggregazione in Università come fuori sono interdetti, è diventato tanto difficile quanto necessario e urgente.

Abbiamo deciso di sperimentare un terreno inedito, quello della rappresentanza universitaria, non da soli, ma lanciando un appello aperto alla partecipazione di tutti gli studenti per la creazione di una nuova lista in vista delle elezioni di Unito che si terranno il 23-24-25 marzo 2021. In questi giorni, dopo un’assemblea aperta, abbiamo deciso di raccogliere la sfida che questo momento ci pone davanti e presentarci alle prossime elezioni universitarie.

Niente deve più essere come prima, ma perché ciò accada tutti dobbiamo prendere parola e non lasciare che siano altri a decidere per noi.

Leggi il manifesto politico di Antitesi e seguici sulla pagina Facebook

VENTO CHE NON SMETTE DI SOFFIARE, OCEANI INTERI DA CONQUISTARE. Una prospettiva giovanile comunista contro la crisi di civiltà del capitalismo

Sette anni fa a Bologna, dietro le barricate dell’occupazione abitativa di via Irnerio 13, abbiamo iniziato il nostro percorso con una parola d’ordine chiara: Noi restiamo. Una dichiarazione d’intenti in aperta contrapposizione al processo di emigrazione forzata imposto alla nostra generazione.

Quella che veniva descritta come una libera scelta individuale in un mondo globalizzato, la favola della generazione Erasmus, era in realtà un vero e proprio drenaggio di manodopera, qualificata e non, di giovani vittime della riorganizzazione macroregionale del mercato del lavoro, accelerata dalla crisi economica del 2008, necessaria all’Unione Europea per competere in uno scenario di scontro, sempre meno latente, tra macro-blocchi imperialisti o aspiranti tali.

Oggi, sfruttando l’impeto della crisi pandemica, l’Unione Europea prova a cogliere l’occasione per rilanciare il processo di costruzione del proprio polo imperialista, non a caso, infatti, si colloca proprio in questa fase il commissariamento del Governo italiano da parte di Mario Draghi, personaggio già protagonista della gestione classista della crisi economica del 2008 che ora dovrà dirigere un processo di rafforzamento dell’integrazione europea del nostro Paese – attraverso diversi strumenti tra cui il Next Generation EU – all’interno di una riorganizzazione complessiva delle gerarchie interne in relazione anche alla fuoriuscita del Regno Unito con la Brexit.

Questo “salto qualitativo” a livello continentale si tradurrà in un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita di grandi porzioni delle classi subalterne sia dentro i confini dell’UE (con particolare ferocia nei paesi periferici), sia fuori (nelle aree su cui l’UE proietta i propri interessi espansionistici).

Ma la crisi sistemica che attanaglia il modo di produzione capitalista, nel nostro continente come nel resto dei paesi a capitalismo avanzato, rende evidente in modo sempre più cruento i limiti storici di un modello sociale la cui unica prospettiva di sviluppo è basata sul regresso della condizione materiale, sociale e culturale dell’intera Umanità. Questo carattere regressivo colpirà con violenza crescente le giovani generazioni ipotecandone il futuro e facendo emergere sempre di più la contraddizione tra le aspettative con cui veniamo cresciuti e una realtà fatta di precarietà e miseria.

Le tanto decantate magnifiche sorti nel capitalismo si rivelano una menzogna ai danni soprattutto delle giovani generazioni oppresse da un modello di sviluppo letale per l’ambiente, dove il progresso tecnologico e la digitalizzazione non sono strumenti di emancipazione, ma al contrario rendono i lavoratori sempre più superflui e ricattabili. Un modello in cui l’istruzione viene piegata in funzione delle necessità del mercato del lavoro e del profitto, portando così alla polarizzazione tra la formazione di serie A per l’élite e di serie B per tutti gli altri.

Siamo costretti a vivere in una società in via di putrefazione in cui il malessere sociale viene represso col manganello oppure indirizzato verso il basso, nella guerra tra poveri, diffondendo ideologie classiste, razziste, sessiste e xenofobe. Ma non solo, la competizione elevata a valore assoluto ha prodotto frammentazione introiettando sui singoli le responsabilità del fallimento di un sistema e sviluppando logiche individualistiche che hanno ormai scavato in profondità una crisi di civiltà emersa con forza nei momenti più drammatici della pandemia, dimostrando così la barbarie in cui siamo precipitati.

Le contraddizioni che stanno emergendo in seno all’attuale modello di sviluppo dominante sono sistemiche, e sul livello sistemico è necessario rispondere. Sentiamo sulla nostra pelle la necessità storica della rottura del presente assetto sociale e la costruzione di una prospettiva generale alternativa che per noi giovani non può essere altro che quella Comunista.

Consapevoli della nostra non-autosufficienza, abbiamo lavorato fin dall’inizio nell’ottica di rafforzare un movimento di classe nel nostro Paese. A partire dalla stretta relazione con la Rete dei Comunisti, il sostegno alle lotte degli studenti medi, fino all’internità sviluppata dentro le coraggiose sperimentazioni sociali, sindacali e politiche che coerentemente portano avanti progetti di rottura dalla subalternità politica e culturale del nemico di classe. Riteniamo, infatti, che non possa esistere alcun margine di manovra per un progetto di cambiamento radicale di questa società senza la prerogativa fondante dell’indipendenza concreta dal variegato arcipelago della sinistra che ha da tempo assunto la funzione di zoccolo duro dell’ideologia dominante, incarnando e facendosi artefice (nei palazzi di Governo come nelle piazze, scuole, università e sui posti di lavoro) del progetto imperialista dell’Unione Europea, mascherando il proprio ruolo con operazioni di sostegno di facciata a battaglie progressiste e per i diritti civili, senza dimenticare il sempre verde appello a fronti unici antifascisti.

In questa direzione, rivolgiamo a tutti coloro che condividono con noi questa esigenza l’appello a fare insieme un passo in avanti. È il momento di costruire l’organizzazione giovanile comunista all’altezza delle sfide storiche che abbiamo di fronte, non per nostalgia ma con lo sguardo dritto e fermo sul futuro.

Sappiamo che nessuno ci regalerà nulla e che i rapporti di forza in questa fase sono tutti da ricostruire, crediamo però che la soluzione non sia attendere le condizioni perfette ma, al contrario, rimboccarsi le maniche e costruire la soggettività organizzata capace di irrompere a pieno titolo nel processo storico in modo non passivo ma protagonista. Con questa determinazione ci mettiamo a disposizione per avviare un percorso condiviso verso l’assemblea nazionale di costituzione dell’organizzazione giovanile comunista per il riscatto di una generazione tradita.

SOLIDARIETÀ A ERIC GOBETTI, LA VERITÀ È RIVOLUZIONARIA

Vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà a Eric Gobetti, al centro in questi giorni di pesanti minacce a seguito della pubblicazione del suo ultimo libro “E allora le foibe?”.

Già nelle scorse settimane, con l’avvicinarsi della Giornata del ricordo, la pagina Wikipedia dello storico era stata presa di mira e manomessa, aggiungendo fra le righe frasi diffamatorie volte a screditare la scientificità delle sue ricerche. Ma è negli ultimi giorni che si è scatena sui profili personali dello storico torinese un vero e proprio attacco, con tanto di minacce gravi, di morte, per lui e i sui figli e intimidazioni personali da parte soprattutto di gruppi di estrema destra con frasi. Le minacce rivolte a Eric Gobetti sono inaccettabili e ci mostrano ancora una volta tutta la legittimità che da parte delle istituzioni e dei media viene lasciata a gruppi reazionari fascisti e di estrema destra: eccovi servito il rispetto democratico nel nome del quale gli fate spazio!

Spicca, fra i tanti commenti, l’ “accusa” di comunismo (non importa se vera o presunta) volta a delegittimare il lavoro di ricerca dello storico e che ci restituisce il clima in cui queste minacce maturano e trovano praterie da incendiare. Non soltanto le dichiarazioni del capo dello stato Mattarella, con le quali il revisionismo storico è diventata verità di Stato, ma anche e soprattutto la risoluzione del parlamento europeo con la quale il 19 settembre di due anni fa sono stati equiparati nazifascismo e comunismo: un’equiparazione illegittima che sotto l’unico concetto di totalitarismo distorce i fatti storici e dà una lettura approssimativa, pur di creare una “memoria europea condivisa”.
Ma la storia non può e non deve prestarsi a semplificazioni e la ricerca della verità più articolata, ma certamente più scomoda, specie se include processi rivoluzionari e soggettività di classe, è forse ciò che più spaventa chi ci governa. Non ci stupisce quindi che torni a farsi avanti la narrazione anticomunista soprattutto ora che la pandemia ha mostrato tutti i limiti del sistema di sviluppo in cui viviamo e il ritratto del “migliore dei mondi possibili” si riempe di crepe.

Per questo motivo ci impegnamo tutti i giorni sia di combattere i fascisti laddove operano, nei nostri quartieri e nei luoghi in cui studiamo, sia di praticare un esercizio di verità e di demistificazione della realtà. È proprio in quest’ottica che abbiamo deciso di organizzare l’incontro della prossima domenica, consapevoli del prezioso contributo che ci può essere offerto da uno storico che, nell’approfondire una delicata e complessa vicenda come quella dei confini orientali nel corso del Novecento, non si è fermato a una lettura superficiale e parziale, ma ha anzi voluto anche smascherare, dati alla mano, le mistificazioni retoriche e le strumentalizzazioni politiche a cui queste vicende si sono prestate.

La verità è rivoluzionaria.
Nessuno spazio ai fascisti.
Solidarietà a Eric Gobetti!

Ci vediamo domenica 21-02 alle h 16 al csoa Gabrio – via millio Revisionismo storico e antifascismo militante: incontro con Eric Gobetti

Noi Restiamo Torino
CSOA Gabrio

BASTA CON LA GESTIONE DELL’EMERGENZA, IL DIRITTO ALLA CASA DEVE ESSERE GARANTITO CON MISURE STRUTTURALI!

La nostra generazione è sotto sfratto e non lo permetteremo!

In vista della Mobilitazione generale mercoledì 16 febbraio h.15 dall’assessorato alla casa del Comune di Roma fino alla sede della Giunta Regionale con l’Asia usb, ripubblichiamo il nostro intervento di ieri al quinto forum sugli affitti indetto da Rent Strike Roma.

È chiaro a tutti ormai che la recente pandemia ha accelerato l’emersione di problemi ben più antichi, strutturali, insiti nella concezione di città per come ci viene presentata oggi, ovvero una città vetrina organizzata in modo tale da mettere a profitto ogni metro quadro, a disposizione del guadagno di privati e a discapito, come sempre, dei diritti del cittadino. Ad esempio, in Italia, sappiamo bene quanto si siano rimodellate le città al fine di trarre il massimo guadagno dal turismo ma che poi durante la pandemia ha lasciato dei centri città totalmente vuoti e scoprendo quelle che sono le conseguenze della turistificazione forzata che negli ultimi anni è stata imposta dai grandi profitti privati.

Il processo di rimodellamento della città sulla base di un comune modello imposto non troppo sommessamente dall’Unione Europea prevede tagli e modifiche; con il pretesto della “rigenerazione urbana” e dell’“edilizia verde” si consegnano le chiavi delle città nelle mani degli speculatori privati, con l’accordo degli enti statali vari.

È lo stato stesso, infatti, che ha concesso ai palazzinari di fare il bello il cattivo tempo: con la liberalizzazione dei canoni d’affitto, legge 431/98, e in seguito con l’art. 5 del DL Renzi-Lupi (che vieta l’acquisizione della residenza in casa occupata), come anche con l’affido esclusivo degli appalti pubblici, hanno dato ai grandi proprietari immobiliari la possibilità di determinare l’andamento della vita di quasi un terzo della popolazione italiana. Così facendo si è azzerato l’investimento pubblico nelle residenze, anzi le residenze pubbliche disponibili restano inutilizzate oppure vengono svendute: sono 7658 le case messe in vendita dall’ ATER e pari a zero quelle assegnate durante la pandemia alle famiglie in difficoltà.

Come le famiglie, così anche gli studenti e i giovani, per lo più lavoratori precari, si trovano all’interno di queste dinamiche di profitto incondizionato dei grandi e medi proprietari. L’Italia vanta città tra le più care in Europa in termini di canoni d’affitto, con una presenza ridotta quasi al minimo di studentati pubblici. Sono centinaia di migliaia, infatti quelli che per motivi di studio o lavoro devono prendere degli immobili in affitto, pagandoli a caro prezzo. L’alternativa è quella di sperare di vincere un posto letto nelle poche residenze pubbliche, i cui parametri stringenti, e la disponibilità limitata lasciano fuori la stragrande maggioranza di richiedenti. Per citare un dato, Lazio Disco mette a disposizione solo 2000 posti letto, 10 studentati dislocati nelle zone periferiche della Capitale.  Dall’altra parte, le strutture “convenzionate” hanno prezzi inaccessibili, dai 500 ai 1300 euro per mensilità, e sono un’altra roccaforte della divisione sociali tra studenti.

Oltre al prezzo delle spese per la casa, ricade sugli studenti anche il peso degli studi universitari, motivo per cui sono molti i giovani, studenti e non, che entrano nel mondo del lavoro tramite i cosiddetti “lavoretti”, cioè lavori veri e propri, ma sottopagati e non tutelati in alcun modo in quanto in nero, o al limite, in “grigio”.

È esemplare il caso di Totta, studentessa a Torino, giovane lavoratrice precaria, che dopo diversi lavori saltuari e un tentativo di contrattazione con il proprietario di casa, si trova ora sotto sfratto.

La deresponsabilizzazione della classe politica ha portato negli ultimi decenni ad un esponenziale allargamento dell’emergenza abitativa, a cui si è aggiunto il peso della pandemia da Covid-19. La parziale risposta all’enorme disagio sociale, che sembra essere stato ignorato durante l’emergenza sanitaria, come ora, è stato lo stanziamento di 22 milioni di euro, che sotto forma di bonus, avrebbero dovuto risollevare le migliaia di famiglie non in grado di pagare l’affitto. Una misura, questa, che come le precedenti è stata insufficiente per quei pochi fortunati che sono riusciti a beneficiarne, dato che ad esempio, il comune di Roma, ha rigettato il 70 percento delle richieste.
Tuttavia, neanche l’approvazione di tutte le richieste non avrebbe aiutato a garantire un diritto all’abitare che anni e anni di tagli e privatizzazioni hanno distrutto.

È chiaro che non ci sia nessuna apertura verso misure sostanziali e definitive, ce lo conferma il nuovo governo Draghi, con cui l’Unione Europea vuole da un lato chiarire bene che i miliardi provenienti dal Recovery Fund non andranno a favore di politiche sociali e dall’altro tentare di riaffermare l’egemonia di un sistema che si sta inesorabilmente distruggendo dall’interno. Dobbiamo quindi attrezzarci, e rispondere politicamente, non facendoci trovare impreparati anche davanti ai sindacati concertativi, che sono stati complici della costruzione di questo sistema di gestione delle case e degli affitti, per arrivare pronti alla fine del blocco sfratti.

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Vaccino contro il Coronavirus: tra fallimenti del capitalismo e competizione interimperialista

La questione dei vaccini, oggi più che mai, si pone non più solo come uno strumento volto al superamento della pandemia, ma anche come un riflesso socio-politico delle società nelle quali stiamo vivendo.  Nell’ultimo anno abbiamo infatti visto come la tendenza generale – già ben nota, ma che trova ulteriori conferme all’interno della pandemia – è ancora una volta la noncuranza dei bisogni della collettività a favore del profitto e della competizione interimperialista. Queste hanno trasformato il diritto alla salute collettiva in una guerra su tre fronti[1]: la scoperta, la distribuzione e i brevetti dei vaccini.

Nella prima guerra sulla scoperta, gli attori che hanno monopolizzato la scena sono stati gli Stati Uniti, con i vaccini Pfizer-BioNTech (BioNTech è tedesca) e Moderna, Gran Bretagna e Svezia con il vaccino AstraZeneca/Oxford (anche se ha un’efficacia solo del 60%), Cina con i vaccini Sinopharm e Sinovac e Russia con il vaccino Sputnik V. Troviamo poi altri 67 candidati vaccini che sono in corso di sperimentazione sull’uomo, tra cui il vaccino “italiano” della Reithera. Se da un lato i vaccini cinesi e russi sono stati sviluppati da organizzazioni governative o imprese statali, per quel che riguarda le scoperte dei paesi occidentali queste sono state frutto in gran parte di finanziamenti pubblici ma i cui brevetti appartengono alle case farmaceutiche private.

In totale, infatti, i governi hanno fornito 8,6 miliardi di dollari e le Onlus e fondazioni private 1,9 miliardi. Solo 3,4 miliardi di dollari provengono dagli investimenti delle aziende e molte di loro dipendono fortemente da finanziamenti esterni. Inoltre, alcuni dei vaccini risultano completamente finanziati dai fondi statali[2]. L’unica sperimentazione interamente a carico dei fondi privati della società stessa (la francese Sanofi) non ha prodotto risultati validi[3]. Nonostante questo, i brevetti sono privati: in altri termini, si determina una socializzazione dei costi e una privatizzazione dei profitti. Pfizer stima, infatti, che le vendite del vaccino anti-Covid porteranno entrate per 15 miliardi di dollari nel 2021. Il vaccino sarebbe quindi uno dei più grandi “successi” nella storia dell’industria farmaceutica[4].

Questa caratteristica del capitalismo occidentale comporta che le case farmaceutiche oltre a determinare il prezzo del vaccino, hanno anche un controllo totale sulla distribuzione di quest’ultimo. Se il mantra è il profitto ad ogni costo, si comprende perfettamente la guerra scatenatasi tra nazioni nella rincorsa all’acquisto del vaccino. Emblematica in questo senso è Israele, che ha pagato le dosi del vaccino Pfizer 62 dollari l’una, rispetto ai 19,50 dollari che stanno pagando gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali, potendosi così permettere una campagna di vaccinazione da record[5].

La situazione nelle altre nazioni non è in ogni caso meno problematica: in Gran Bretagna si sono stretti accordi con l’AstraZeneca per assicurarsi che Londra sia privilegiata rispetto ad altri compratori, nonostante gli accordi con l’università di Oxford prevedevano che la licenza del nuovo preparato fosse non esclusiva[6]; negli Stati Uniti allo stesso modo il neopresidente Biden ha promesso una velocizzazione nelle vaccinazioni, portando così la Pfizer a ridurre la distribuzione dei vaccini sul territorio europeo a favore di quello statunitense. L’Unione Europea dal canto suo, da un lato vaga nel vuoto tra sanzioni poco efficaci e rilancio del prezzo per l’acquisto di più dosi, tace sugli accordi firmati e si dice pronta ad incrinare i capisaldi del mercato comune con il blocco se necessario dell’export dei vaccini, dall’altro la Germania acquista dosi extra accordi UE mentre Ungheria e Serbia stringono accordi con società farmaceutiche cinesi[7].

L’Italia punta invece su Reithera investendo, tramite Invitalia, 81 milioni di euro e acquistando una partecipazione del capitale della società. Anche in questo caso nonostante gli investimenti pubblici il brevetto del vaccino è e resterà della società, che nonostante spaccino per italiana è in realtà controllata al 100% da Keires AG (società svizzera di diritto privato). Inoltre, nel contratto Reithera si impegna solo a concordare con successivi atti modalità per garantire un acceso al vaccino che possa soddisfare le esigenze nazionali[8].

È così che il mercato libero del vaccino anti Covid-19 funziona esattamente come tutto il resto: chi paga di più ha il servizio migliore e le nazioni più ricche saranno vaccinate per prime, con l’abbandono totale di quelle meno abbienti. Proprio per questi motivi, diventa impossibile negare il ruolo che assume il vaccino all’interno della competizione globale. In questo scenario, infatti, la Cina cerca di posizionarsi in maniera sempre più predominante all’interno della competizione internazionale: non solo ha stretto accordi con alcuni Stati europei, ma ha anche avviato una collaborazione con il Centro di Controllo e Prevenzione delle Malattie dell’Unione Africana (Africa CDC) e accordi bilaterali con molti Paesi tra cui l’Etiopia, Kenya, Senegal, Sierra Leone, Niger ed Egitto[9]. Non è esente dal campo di battaglia neanche la Russia[10], che con il suo Sputnik V ha stretto accordi con paesi come la Bielorussia, ma anche Argentina, Venezuela, Bolivia, Algeria, Guinea. Tuttavia, la necessità di un vaccino in tempi brevi ha portato paesi come l’Algeria a virare verso quello cinese, costituendo una concorrenza sfrenata tra Russia e Cina. Notizia dell’ultima settimana è che la Russia si stia aprendo al mercato europeo, presentando la richiesta di registrazione del suo vaccino all’UE.

Queste conseguenze portano a mettere in discussione la causa primaria della privatizzazione della conoscenza: l’esistenza dei brevetti. Sul tema Luciano Vasapollo si era espresso, pochi giorni fa, affermando che «attraverso la brevettabilità, il Capitalismo internazionale determina la competizione internazionale fra settori, fra aziende, tra multinazionali e fra Paesi creando una vera e propria “economia della conoscenza”». Tra le contraddizioni maggiori infatti c’è proprio il fatto che, se è vero che la formazione e la ricerca dovrebbero essere di dominio pubblico, «in questo scenario internazionale l’economia della conoscenza genera un nuovo paradigma, un paradigma tecnico-economico e finanche di civiltà. Non è più possibile pensare alla conoscenza distaccata dal settore produttivo: le nuove conoscenze sono un fattore determinante per il vantaggio competitivo tra nazioni»[11].

Tuttavia, come è stato evidenziato[12], più che di “economia della conoscenza” sarebbe più corretto parlare di “capitalismo dei monopoli intellettuali” per sottolineare la privatizzazione, la messa a profitto della conoscenza e il potere di monopolio sul mercato di pochissime grandi aziende.

In questo contesto di iperconcorrenza sfrenata, dove da un lato si rincorre il profitto e dall’altro si tenta un’affermazione del proprio ruolo all’interno della guerra geopolitica in atto, Cuba rappresenta un’alternativa forte e credibile. Infatti, è l’unico Stato in cui il vaccino sta passando dal laboratorio alla clinica per via totalmente pubblica e il cui risultato non verrà brevettato, dimostrando esemplarmente come il ruolo del pubblico e di una società socialista che non si pone come obiettivo il profitto sia fondamentale per la tutela del benessere collettivo.

Come abbiamo visto, il vaccino contro il Covid-19 ci pone palesemente di fronte al fallimento del nostro modello di sviluppo in cui la salute collettiva continua ad essere messa in secondo piano. Infatti, la privatizzazione della conoscenza comporta un ritardo nella vaccinazione: l’immunità di gregge verrà raggiunta solo tra anni, provocando un numero spropositato di vittime e aumentando la possibilità di mutazioni del virus. Tuttavia, nessuna possibilità di cambiamento è possibile se non si pone il problema a livello strutturale.

È per questi motivi che diventa necessario, ora più che mai, mettere in discussione tutto il sistema nel quale siamo inseriti, a partire dalla privatizzazione della ricerca e dalla competizione scientifica, a favore invece di un’inversione di rotta che rimetta al centro il pubblico, che mobiliti risorse pubbliche per un’assistenza sanitaria capillare e accessibile a tutti, che garantisca in altri termini la salute collettiva. Contestualmente, diventa necessaria la nazionalizzazione non solo delle imprese volte a garantire la sicurezza nazionale, ma anche della conoscenza stessa, affinché anche i brevetti possano diventare un patrimonio collettivo gratuito.


[1] https://www.pagina12.com.ar/320764-las-tres-guerras-de-la-vacuna-contra-el-coronavirus?utm_medium=Echobox&utm_source=Facebook#Echobox=1612119977

[2] https://contropiano.org/news/news-economia/2020/12/31/vaccini-finanziamenti-prezzi-e-quantita-una-competizione-a-tutto-campo-0135049

[3] https://www.ilsole24ore.com/art/covid-e-svolta-sanofi-produrra-vaccino-pfizerbiontech-milioni-dosi-estate-AD5Sz2FB?utm_term=Autofeed&utm_medium=FBSole24Ore&utm_source=Facebook#Echobox=1611742270

[4] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/02/02/pfizer-da-vaccino-anti-covid-entrate-per-15-miliardi-di-dollari-_c8e338bc-e444-4809-8ddb-be4e46987f5c.html

[5] https://www.ilpost.it/2021/01/01/israele-vaccini/

[6] https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/01/28/astrazeneca-i-ricercatori-di-oxford-che-hanno-sviluppato-il-vaccino-lo-volevano-libero-e-gratuito-ma-governo-uk-disse-no/6081672/

[7] https://www.editorialedomani.it/politica/europa/lue-va-allo-scontro-sui-vaccini-ma-inciampa-su-se-stessa-i3mh9fwo

[8] https://www.startmag.it/sanita/vaccino-italiano-soci-reithera/

[9] https://ilcaffegeopolitico.net/169027/3-africa-la-diplomazia-cinese-del-vaccino-anti-covid

[10] https://www.agi.it/estero/news/2020-11-21/vaccino-covid-russia-cina-africa-10381619/

[11] https://contropiano.org/news/news-economia/2021/01/26/la-crisi-di-civilta-si-palesa-nei-brevetti-merce-0135774

[12] https://www.ripensarelasinistra.it/wp-content/uploads/2014/05/Pagano.pdf

[13] https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/covid19-no-brevetti-farmaci-vaccini/

“SIAMO NATI NEL VOSTRO MONDO MA MORIRETE NEL NOSTRO!” Complici e solidali con i giovani tunisini in lotta!

I giovani tunisini con quelle proteste parlano anche di noi, sappiamo ascoltarle?

Nelle ultime settimane la Tunisia è nuovamente attraversata da forti momenti di protesta, in tutte le regioni del paese, e contro cui non si è fatta attendere la repressione da parte del governo che ha portato già ad oltre un migliaio gli arresti, tra cui centinaia di minorenni.

Giovani e giovanissimi sono scesi in strada violando il coprifuoco e ingaggiando durissimi scontri con la polizia, che hanno portato negli scorsi giorni anche alla morte di un ragazzo di 19 anni proveniente da una delle città più povere del paese, Kasserine, dove ebbe inizio la “rivoluzione” del 2011. Dal 17 gennaio infatti migliaia di tunisini sono scesi in piazza per manifestare contro le politiche del governo, della sua gestione dell’emergenza sanitaria e in seguito per richiedere il rilascio dei manifestanti arrestati dalla polizia. Anche solo a sentire gli slogan e le urla che si alzano dalle piazze è chiara la rabbia e la voglia di cambiamento dei giovani tunisini: “Il popolo vuole la caduta del sistema”, “Né paura né terrore, la strada appartiene al popolo”, fino al più chiaro e netto “Siamo nati nel vostro mondo, ma morirete nel nostro”.

La composizione di chi partecipa a queste lotte parla chiaro: giovanissimi delle classi popolari provenienti dalle periferie dei centri urbani o delle città più povere dell’interno, ovvero quei soggetti che più di tutti subiscono le contraddizioni di quel sistema sociale che li costringe ad una altissima disoccupazione, alla repressione ed all’emarginazione sociale.

I giovani tunisini, principali attori del processo rivoluzionario del 2010-2011, sono rimasti i protagonisti, insieme ad alcune categorie di lavoratori, delle continue proteste degli ultimi anni e delle lotte per conservare la poche conquiste del 2011, rivendicando però anche soluzioni efficaci alle condizioni critiche che vivono.

Nonostante il buon livello di scolarizzazione la disoccupazione giovanile resta altissima, quasi un giovane su due rientra nella categoria dei Neet e chi trova lavoro denuncia spesso come sia precario, pagato molto poco o sottoqualificato rispetto i propri titoli di studio. Questo spinge da un lato ad un’alta conflittualità le componenti giovanili, che continuano a pretendere con forza che i governi adottino politiche sociali adeguate a risolvere questa condizione, mentre dall’altro lato c’è la costrizione nello scegliere la via dell’emigrazione in Europa, nel tentativo, spesso disatteso, di aprirsi nuove prospettive di vita. Un’alternativa obbligata che noi conosciamo bene, e che ci mostra come i giovani del bacino mediterraneo non vivano situazioni così diverse, nonostante la propaganda  selezioni e differenzi accuratamente noi “ultimi tra i primi” e loro “primi degli ultimi”.

Questi elementi parlano quindi direttamente a noi, alle giovani generazioni della sponda nord del Mediterraneo, che ci scontriamo con scelte politiche tra loro coerenti e coordinate, che da decenni proseguono nella direzione di peggiorare le nostre già critiche condizioni. In Tunisia infatti le pressioni esterne per proseguire nelle riforme neoliberali non hanno conosciuto pausa, nonostante il cambio di regime. Mentre si susseguono governi traballanti di larghe intese, Fondo Monetario Internazionale ed Unione Europea continuano a fare pressioni perché il paese adotti “riforme strutturali” in cambio di prestiti al governo.

Giusto la settimana scorsa l’Fmi ha rinnovato il “consiglio” al governo di limitare i sussidi statali volti a contenere i prezzi di beni essenziali e limitare l’intervento statale nell’economia e ridurre il numero di dipendenti pubblici. L’Unione Europea ancora una volta cerca di inserirsi nel quadro politico di un paese situato nell’area del Maghreb, spingendo da anni per approvazione di un trattato di libero scambio relativamente ai prodotti agricoli.

La Tunisia è dunque pienamente inserita nella ristrutturazione centro-periferia che l’Unione Europea si sta dando, e pur non facendone formalmente parte ne vive le dinamiche e le pressioni conseguenti, con l’esplosione di contraddizioni sociali che abbiamo visto in questi anni anche nella sponda Nord del mediterraneo.

A questa situazione presente però, i giovani tunisini provano da anni a reagire: nel 2011 una prima generazione è riuscita ad abbattere il regime di Ben Alì che aveva dato avvio alle prime riforme neoliberali, continuando in questi anni a pretendere politiche sociali che risolvano la profonda crisi che vivono nel loro paese. In questi giorni, una seconda generazione di giovani in lotta ci mostra che, di fronte a una situazione aggravata sul piano interno e internazionale, contro la stessa macelleria sociale voluta dalle stesse classi politiche, per i giovani alle periferie e alle porte dell’Unione Europea non c’è che una strada possibile: l’organizzazione e la rivolta contro il futuro al ribasso che vogliono imporci.

La lotta dei tunisini parla anche a noi e parla anche di noi, sappiamo ascoltarla?

UNIVERSITA’, DALLA TURCHIA ALL’ITALIA: E’ IL MOMENTO DI SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE

Continua il movimento di protesta degli studenti turchi contro Erdogan. A inizio gennaio la nomina del militante dell’AKP Melih Bulu a rettore dell’Università del Bosforo aveva scatenato la rabbia di studenti e professori, dando il via a presidi e manifestazioni contro una nomina decisa direttamente dal governo al di sopra di tutti gli organi accademici.

Nonostante la repressione e gli arresti di decine di studenti ad oggi ancora in carcere, la protesta si è allargata alle altre università prendendo di mira tutti i rettori-commissari fino a caratterizzarsi in una critica complessiva alla deriva autoritaria di Erdogan.

Conosciamo bene il rischio che battaglie come queste vengano strumentalizzate da una propaganda occidentale che oggi ha tutto l’interesse a mettere in discussione l’autorità di un soggetto sempre più scomodo per gli interessi geopolitici di Francia, Israele e Stati Uniti, in Medio-Oriente e Nord-Africa. Non per questo rinunciamo a schierarci con forza dalla parte degli studenti contro il regime di Erdogan. Pensiamo però non sia possibile prendere posizione contro Erdogan senza denunciare apertamente l’imperialismo dell’UE, che dai tempi delle primavere arabe è complice e corresponsabile della sua ascesa. Che in Erdogan ha trovato una sponda preziosa nel brutale contenimento dei flussi migratori, nella destabilizzazione della Siria o nei conflitti con Russia e Iran – per non parlare dei rapporti con l’Italia, secondo partner commerciale della Turchia in Europa.

Non possiamo poi fare a meno di pensare all’università di casa nostra, settore strategico del progetto imperialista europeo, così ben integrata negli assetti di potere da non aver bisogno di rettori-commissari, ma anzi, sempre più incubatore di “tecnici” per governi di larghe intese.

Alla pacificazione dell’alto del mondo della formazione riformato sulle necessità dell’UE corrisponde una pacificazione dal basso nelle rappresentanze studentesche.

Abbiamo visto infatti come nei mesi dove la pandemia ha portato a galla tutte le contraddizioni del sistema universitario, come in quello della ricerca, queste abbiamo scelto di agire da mediatori, non rompere la compatibilità con il Governo e le istituzioni, spesso sostituendosi tentando di colmare le lacune e i disservizi. Abdicando ad un ruolo di critica radicale verso un modello dimostratosi fallimentare da stravolgere alle fondamenta.

Il Governo di larghe intese a guida Draghi che va profilandosi in queste ore non permette ulteriori giochetti e ambiguità: l’UE cala la maschera e mostra il suo vero volto, la CGIL dichiara da subito la sua disponibilità, mentre PD e Lega sono pronti a lavorare insieme svelando il bluff della loro falsa contrapposizione.

D’ora in poi la scelta di campo sarà evidente, da che parte starà quel mondo della sinistra giovanile che finora ha sempre rinunciato al conflitto in casa nostra ma che non rinuncia mai a esultare quando lo scontro avviene in qualche paese lontano? (E magari anche antipatico all’establishment nostrano?)

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