DALLE SCUOLE ALLE STRADE, UNA GENERAZIONE IN LOTTA PER RIBALTARE IL PRESENTE!

Oggi migliaia di studenti sono scesi in piazza in più di 40 città d’Italia da Bari a Torino per chiedere le dimissioni del ministro Bianchi e l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro (pcto), in una data di mobilitazione studentesca nazionale sostenuta dal sindacalismo conflittuale e con la proclamazione di sciopero dell’USB nel comparto scuola.

Un altro passaggio importante della lotta del movimento studentesco contro questo modello di scuola, dopo settimane di grande fermento che hanno visto decine e decine di scuole occupate in tutto il paese e che oggi si sono riversate nelle strade portando ancora viva tutta la rabbia per la morte di Giuseppe, dopo quella di Lorenzo, durante un progetto di stage per l’alternanza scuola-lavoro.

Il disagio che da anni gli studenti sono costretti a vivere nelle loro scuole – prodotto di un modello scolastico imposto dall’Unione Europea e portato avanti trasversalmente da centro-sinistra e centro-destra con la complicità del sindacati concertativi – ha preso sempre più forza declinandosi con parole d’ordine di lotta radicali e individuando i responsabili di questa situazione oggi rappresentati da Bianchi e governo Draghi.

Anche le piazze di oggi sono state la testimonianza di una rabbia generazionale che parte dalle problematiche della scuola e arriva a mettere in discussione tutto un modello di società che condanna le nuove generazioni a un presente di precarietà e miseria e ad un futuro senza prospettive.

Ogni esperienza fa storia a sè, ma quella di Giuseppe è emblematica di una condizione generalizzata che da sud a nord colpisce fasce sempre maggiori di popolazione giovanile. Giuseppe non solo è morto a 70km da casa – quando si sarebbe dovuto trovare dietro un banco o in un laboratorio scolastico – ma era figlio di una famiglia operaia, di genitori tornati in Italia dopo essere emigrati in Germania per lavorare, che sembrava quindi aver già scritto nel proprio destino la condizione di precarietà e sfruttamento che ha segnato la sua breve vita.

Condizioni in cui si può riconoscere la gran parte della nostra generazione: dietro la falsa meritocrazia e le mille opportunità di realizzazione personale che ci hanno sempre spacciato negli ultimi trent’anni, c’è una realtà di insicurezza, precarietà, sfruttamento, migrazioni forzate, una realtà dove le condizioni di classe di partenza pesano come un macigno sulle possibilità di studiare e trovare un lavoro che permetta una vita dignitosa. Chi non può permetterselo – il nostro nemico di classe dice “chi non riesce” – è condannato a un presente di miseria e a un futuro senza prospettive.

Organizzarsi e lottare per l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro (pcto) e ottenre le dimissioni di Bianchi non è solo lottare contro questo modello di scuola, ma contro un intero modello di società che ha tradito la nostra generazione, un modello marcio e irriformabile che dobbiamo ribaltare alle fondamenta. E’ necessario rompere ogni compatibilità e lavorare al rafforzamento di un’ipotesi che sia indipendente e di rottura a tutti i livelli, dalla scuola al lavoro fino alla questione ambientale.

Sta alla nostra generazione prendere in mano il proprio destino e costruire l’alternativa!

45 ANNI FA LA CACCIATA DI LAMA DALLA SAPIENZA E LA ROTTURA COI SINDACATI COMPLICI – Intervista a Sergio Cararo della Rete dei Comunisti

In occasione del quarantacinquesimo anniversario della “cacciata di Lama” dalla Sapienza, avvenuta il 17 febbraio del 1977, volevamo proporre un’intervista ad un militante della Rete dei Comunisti, Sergio Cararo, che all’epoca dei fatti si trovava (con l’Organizzazione Proletaria Romana) proprio in mezzo a quegli studenti che stavano esprimendo forti forme di contestazione. Quel momento si è rivelato uno spartiacque per il movimento studentesco rivoluzionario dell’epoca ed ha quindi ancora molto da insegnarci rispetto alle scelte e alle prospettive del presente.

In che contesto si è presentata la “cacciata di Lama”?

A febbraio del 1977 moltissime università erano state occupate dagli studenti per fermare la Riforma Malfatti. Questa prevedeva l’introduzione di due livelli di laurea (cosa avvenuta poi nel 2007 con la riforma Berlinguer), l’aumento delle tasse di frequenza, l’abolizione degli appelli mensili.

Il problema è che l’allora PCI, anche in nome del “compromesso storico” con la DC, sosteneva il governo (guidato da Andreotti, leader della Democrazia Cristiana) attraverso l’astensione sulle leggi promulgate dall’esecutivo. Tra queste c’era la Riforma Malfatti ma anche le misure antipopolari varate in nome della lotta all’inflazione: aumento delle tariffe di gas ed elettricità, della benzina, blocco di due anni degli aumenti salariali congelando il meccanismo della scala mobile.

Quindi il PCI e la Cgil stavano faticando sette camice per cercare di far ingoiare queste misure e tenere buoni gli operai. Il fatto che gli studenti fossero insorti contro il governo e criticassero duramente il PCI per il suo sostegno al governo, rischiava di far saltare l’intero scenario di “pace sociale” e lo stesso clima di compromesso storico. Quindi quella protesta andava “normalizzata” con ogni mezzo.

Era prevedibile che si potesse arrivare ad un fatto di questo tipo?

A Roma il 1 febbraio in un raid alla Sapienza, i fascisti avevano sparato ferendo gravemente uno studente e meno gravemente un altro. Il giorno successivo un corteo uscito dall’università devastava la sede dei fascisti in via Sommacampagna e ci fu uno scontro a fuoco  tra i manifestanti e due agenti delle squadre speciali in borghese scambiati per fascisti. Il clima nelle università e soprattutto alla Sapienza era dunque molto teso.

Il PCI e la Cgil provarono allora una stupida e presuntuosa “prova muscolare” verso il movimento degli studenti, convocando un comizio di Cgil-Cisl-Uil con il segretario della Cgil Luciano Lama, proprio dentro l’università La Sapienza occupata da giorni.

Ci fu un tentativo di mediazione tra movimento e Cgil chiedendo di far intervenire uno o due studenti al comizio, ma all’appuntamento per definire i dettagli il rappresentante della Cgil non si presentò. Era stato un ulteriore atto di arroganza, ma nessuno – né noi né il PCI/Cgil – poteva immaginare cosa sarebbe accaduto il giorno del comizio. Non era prevista una contestazione così forte. In fondo a quell’epoca la Cgil era la Cgil e c’era ancora una sorta di riconoscimento e rispetto del sindacato più rappresentativo tra gli operai.

Qual è stata la dinamica precisa dei fatti?

In sostanza senza l’eccesso di sicurezza e l’arroganza del servizio d’ordine di Pci e Cgil la contestazione sarebbe stata simile a quella avvenuta in altri comizi sindacali. Ma niente di più. Ed invece è andata che la reazione degli studenti ad una ulteriore provocazione del servizio d’ordine Pci/Cgil (il famoso spruzzo dell’estintore immortalato da tanti video dell’epoca) fu assai superiore per qualità e quantità a quanto tutti potevano immaginarsi. Il servizio d’ordine del Pci/Cgil fu travolto, il camion/palco del comizio devastato, Luciano Lama dovette uscire sotto scorta da un’altra porta dell’università. Il 19 febbraio il movimento “capitalizzò” politicamente la cacciata di Lama dall’università con un enorme corteo che sfilò a ridosso di quella manifestazione della Cgil a San Giovanni, ma andando a concludersi autonomamente in Piazza Santa Croce. L’incantesimo era stato rotto.

Che messaggio hanno voluto mandare gli studenti con questa contestazione? In che modo questo episodio ha esplicitato una radicale forma di rottura con le forze politiche e sindacali del movimento operaio tradizionale?

L’università in quegli anni era cambiata profondamente anche sul piano sociale. Il fatto che anche i diplomati degli istituti tecnici potessero iscriversi all’università aveva consentito l’accesso agli studi anche a settori popolari ai quali prima erano preclusi. Nelle università c’erano anche i corsi per studenti-lavoratori. Eravamo in pieno movimento dell’ascensore sociale.

La Riforma Malfatti, ma anche la proposta di riforma avanzata dal Pci, venivano respinte con forza dagli studenti perché avrebbero fatto regredire questa condizione. Non solo, con le misure economiche messe in campo da un governo sostenuto dal Pci, la regressione sociale era avvertibile anche sul piano delle conquiste ottenute negli precedenti dai lavoratori e dalle loro famiglie. Si erano quindi andate accumulando tensioni sociali, senso di rivalsa, sensazioni di “tradimento” di ampi strati sociali. E gli studenti erano il terminale sociale più attivo e sensibile a queste istanze, ma soprattutto aveva meno aspettative e vincoli di consenso o di obbedienza verso il Pci e i sindacati.

La spinta a rompere una tregua sociale che favoriva solo il governo e il padronato, viaggiava sottotraccia nei settori operai ma era diventata ben visibile e radicata tra i giovani e gli studenti. Si percepiva che stando così le cose il futuro sarebbe stato più precario e insicuro. E infatti è andata proprio così.

Quel movimento aveva intuito in largo anticipo quale era la società che stavano destrutturando e quali disuguaglianze e selezione sociale stava preparando il blocco di potere per la società del futuro.

A partire da questo cruciale punto di svolta, come vi siete rapportati con le forze sindacali classiche, come la CGIL? Che cos’era cambiato, in loro o in voi, da aver reso il confronto/scontro così duro?

Il Pci sul piano politico e la Cgil sul piano sindacale/sociale si erano incaricati con il governo di tenere tutto questo fermento sociale sotto controllo. Ma la realtà è andata diversamente. I nuclei operai antagonisti si rafforzarono molto connettendosi ancora più strettamente con i giovani e gli studenti del movimento. Così come esistevano organizzazioni della sinistra rivoluzionaria come la nostra, già esistevano anche comitati operai e comitati unitari di base nelle fabbriche o nei servizi strategici (ferrovieri, Alitalia, Enel, ospedalieri). C’erano comitati o liste di disoccupati organizzati e comitati popolari nei quartieri. Ne uscirono tutti rafforzati dalla spinta all’organizzazione autonoma e alla rottura con i custodi della pace sociale rappresentati dalla Cgil. Pochi anni dopo, l’irruzione di migliaia di giovani precari della Legge 285 (una legge sull’occupazione giovanile) nel pubblico impiego consentì la nascita di organismi indipendenti anche nel settore pubblico.

Occorre sottolineare che in quella situazione agì anche uno “stato dello spirito” oltre che un dato politico. Nelle elezioni del 1976 era avvenuta la “grande avanzata a sinistra” con il PCI che ottenne più del 33% dei voti. C’era quindi una aspettativa di cambiamento attesa da anni e assai diffusa. Quando la risposta fu invece la collaborazione con il governo dei padroni, la rabbia e la disillusione crebbero molto.

I margini di mediazione e di subalternità dei lavoratori alla Cgil saltarono in più punti. Inevitabile che questa “minaccia” ad una egemonia e ad un controllo sociale da parte di Pci/Cgil che sembrava incontestabile innescasse uno scontro politico durissimo in tutti i luoghi di lavoro ma anche nella società.

TAMBURI DI GUERRA: LA TENDENZA NATURALE DELL’OCCIDENTE IN CRISI

La crisi Ucraina rischia davvero di far precipitare il mondo verso una nuova guerra mondiale? Nessuno ha la sfera di cristallo per sapere se quello degli Stati Uniti sia un bluff, se l’Unione Europea asseconderà le pressioni dell’alleato storico o, com’è probabile, tirerà dritto nel suo progetto imperialista indipendente e in competizione con gli stessi Stati Uniti, né se gli interessi e i calcoli dei diversi attori in campo sfuggiranno di mano agli “apprendisti stregoni” dell’imperialismo occidentale provocando – come spesso in passato, non solo sul piano militare – un’escalation che non si può sapere come finirà.

Indipendentemente da quali saranno gli sviluppi di questa crisi – che tra proclama aggressivi e segnali di distensione sembra mutare di segno anche a distanza di poche ore – un’indicazione è chiara: la tendenza alla guerra è un elemento strutturale dell’imperialismo occidentale e, nell’attuale contesto di crisi sistemica del capitalismo e recrudescenza della competizione globale, torna ad essere a tutti gli effetti per i due attori occidentali uno strumento concreto (e potenzialmente incontrollabile) di risoluzione delle crisi e di affermazione egemonica – basti vedere come si sta muovendo l’Unione Europea nel Sahel, nel suo “cortile di casa” africano, così come nell’accelerazione degli ultimi mesi sul progetto di costituzione dell’esercito europeo.

Dentro questa tendenza generale – ad oggi fatta di guerre ibride o localizzate, sanzioni economiche e alleanze a geometria variabile che però non deflagra in un vero e proprio conflitto su scala globale – c’è lo specifico della crisi ucraina e qui, sgombrato il campo dal “pericolo russo” propagandato dai media occidentali, gli interessi di Stati Uniti e Unione Europea sono oggettivamente divergenti. Gli Stati Uniti sarebbero i soli ad avere, forse, da guadagnare inglobando l’Ucraina nella propria sfera d’influenza e nella NATO – svuotata ormai di ogni funzione di regolatore degli equilibri mondiali sotto l’egemonia statunitense assunta dopo il ’91, ma direttamente strumento offensivo degli USA nella competizione nel mondo multipolare – e soprattutto tagliando i ponti tra UE e Russia, vincolando un’Unione Europea stritolata dalla crisi energetica a dipendere dal (meno conveniente) gas statunitense.

Gli Stati Uniti si trovano dopo la pandemia lacerati da una crisi economica interna e senza precedenti – a cui si è aggiunta un’inflazione permanente non programmata – e sono costretti a scompigliare il mazzo per riguadagnare posizioni dopo l’obiettivo declino della loro supremazia mondiale e l’arretramento generale sancito definitivamente dalla sconfitta e dalla fuga dall’Afghanistan. Proprio questa e i nuovi equilibri internazionali hanno segnato per l’Unione Europea la possibilità – e la necessità, per attrezzarsi a giocare un ruolo da protagonista e non rimanere schiacciata nella competizione inter-imperialistica – di riconfigurare la propria posizione all’interno dell’alleanza atlantica superando la subalternità storica nei confronti degli Stati Uniti, forte della crisi, materiale e ideologica, dell’alleato e del “potere contrattuale” che offrono i rapporti economici con Cina e Russia, a cominciare proprio dal settore energetico. Qui l’Unione Europea si gioca una partita decisiva per la propria tenuta – e lo vediamo nei passaggi concreti che sta attuando verso l’energia nucleare con l’inserimento forzato di quest’ultima nella tassonomia green – partita tutt’altro che scontata e in cui non può permettersi un’ulteriore precipitazione data da un conflitto aperto con la Russia che comprometterebbe le forniture di gas e il gasdotto diretto Germania-Russia, oltre a non potersi permettere evidentemente di portarsi in casa una guerra mondiale per la terza volta in meno di cent’anni.

Non è da escludere al contrario che l’Unione Europea, in caso di una risoluzione “pacifica” su cui ha tutto l’interesse, possa uscire rafforzata da questa vicenda, assumendosi il ruolo di mediatrice e di garante degli attuali equilibri, della “pace e della democrazia” nel ruolo lasciato scoperto dalla perdita di credibilità degli Stati Uniti dopo la sconfitta in Afghanistan. Occorre affrontare questa vicenda quindi con tutta la complessità che richiede, non scadendo in semplificazioni che possano prestare il fianco a fare da “utili idioti” per il rafforzamento del progetto imperialista europeo. 

Gli interessi in campo sono ben definiti, ma è impossibile escludere precipitazioni, così come dobbiamo essere in grado di cogliere il dato strutturale di questa vicenda, vale a dire la naturale tendenza alla guerra del modello fallito e regressivo di Stati Uniti e Unione Europea. Una guerra su scala globale è uno scenario sempre più possibile contro cui costruire da subito iniziativa politica con parole d’ordine radicali per l’uscita dalla NATO contro l’imperialismo USA e UE, a cominciare dall’appuntamento di sabato 19 febbraio alla mega base NATO di Giugliano “Contro una possibile nuova guerra, via le basi nato dai nostri territori!”.

STOP MATURITÀ: LA VOSTRA NORMALITÀ È LA NOSTRA MORTE. 4 febbraio in piazza al fianco degli studenti in lotta!

Non sono passati nemmeno 10 giorni dalla morte di Lorenzo Parelli durante un progetto di scuola-lavoro, che un’altra notizia ha acceso la rabbia degli studenti delle superiori. Davanti, infatti, alle richieste di giustizia per Lorenzo l’unica risposta che il governo e il ministro Bianchi hanno dato è stato minimizzare, manganellare e tirare dritto come se nulla fosse successo.

Del resto, fregarsene degli studenti è ciò che ha caratterizzato pienamente la gestione della pandemia sia durante le prime fasi in cui gli studenti sono stati chiusi in casa senza preoccuparsi dei loro disagi psicologici e materiali, sia durante le recenti fasi in cui sono stati mandati a scuola in aule non sicure, senza tracciamento e senza investimenti adeguati a limitare il contagio sui mezzi pubblici.

La risposta degli studenti non è tardata ad arrivare, in particolare quest’anno da settembre un forte ciclo di scioperi e occupazioni si è diffuso nelle principali città del Paese. Anche in questo caso, l’unica risposta ottenuta sono stati repressione e provvedimenti disciplinari pesantissimi, con dei veri e propri tribunali politici che hanno portato alla sospensione di tantissimi studenti sotto la spinta, in particolare a Roma, della circolare in cui il direttore generale dell’Usr Lazio, Rocco Pinneri, ha invitato i dirigenti scolastici a intraprendere provvedimenti disciplinari verso gli autori delle occupazioni – su questo punto segnaliamo l’importante appello per la cassa di resistenza che sosteniamo e condividiamo.

Gli stessi studenti, prima messi a studiare in posti non sicuri, poi inascoltati, sospesi o sanzionati, sono stati infine manganellati questo weekend perché colpevoli di essere scesi in piazza per chiedere giustizia dopo la morte di Lorenzo. Roma, Torino, Milano e Napoli, la risposta è stata la stessa: botte e teste rotte, con la copertura della Lamorgese, ministra dell’Interno, che per l’occasione ha rispolverare la sempre verde giustificazione degli infiltrati tra le file degli studenti.
In questo contesto opprimente, lunedi sera il Ministro Bianchi ha diffuso mezzo stampa la decisione di ripristinare la maturità come se nulla fosse. La maturità 2022, quindi, tornerà con due prove scritte e un orale. Ma non solo: verrà valutato il Curriculum dello Studente, i PCTO (ex Alternanza Scuola-Lavoro) e verrà eliminata la tesina, unico momento in cui lo studente poteva elaborare un proprio punto di vista in modo creativo e critico.

Bianchi ha giustificato la decisione dichiarando: “Non siamo ancora fuori dalla pandemia, ma già quest’anno, grazie ai vaccini e alle misure di sicurezza decise dal governo, abbiamo garantito una maggiore continuità della scuola in presenza. Abbiamo tenuto conto degli ultimi due anni vissuti dai nostri ragazzi, ma dobbiamo rimetterci in cammino verso la normalità”.

Non si capisce bene in quale mondo viva Bianchi, visto che non c’è stata assolutamente continuità della scuola e visto che si parla già di quinta ondata: “Con un aumento del 26% della depressione e con un +28% dei disturbi d’ansia, la quinta ondata della pandemia in Italia è già in atto: è quella che affligge la mente. Non dei pazienti Covid, ma della popolazione generale, a partire dalle categorie più fragili, come le donne, gli anziani e i giovani, colpite dai principali fattori di rischio che sono l’impoverimento, la disoccupazione e l’isolamento”. A pronunciare queste parole è stato Claudio Mencacci, co-presidente della Società italiana di Neuropsicofarmacologia (Sinpf), che conferma un dato registrato da tutti i medici e statistici sull’aumento vertiginoso dei disturbi psicologi degli studenti: almeno un adolescente su quattro presenta i sintomi clinici della depressione e uno su cinque dà segni di un disturbo d’ansia. Per non contare poi gli atti di autolesionismo e di tentativi di suicidi che sono più che raddoppiati tra i giovani.

In tutto ciò, continuano comunque a registrarsi in media 100.000 casi e 300 morti al giorno per Covid-19. Dati che significano ansia, quarantena, isolamento, lutti, ecc.

Agli studenti, quindi, dopo 3 anni di mancanza di lezioni o comunque con un continuo di interruzioni a singhiozzo, con un disagio addosso mai registrato prima, viene chiesto di sostenere un esame e di impegnarsi come se nulla fosse con il carico ulteriore di sapere che il voto della maturità è importante per entrare in alcune facoltà e per alcuni concorsi pubblici, nonché con il rischio concreto di essere bocciati e di dover quindi ripetere l’anno per colpe non proprie.

Un’ulteriore ipoteca sul futuro di una generazione che continua a subire le conseguenze delle scelte criminali e avventuriste di una classe dirigente accecata dall’interesse immediato del profitto qui e ora per riuscire a reggere una competizione internazionale sempre più feroce.

Gli studenti però non hanno intenzione di rimanere a guardare e hanno chiamato una mobilitazione nazionale per il 4 febbraio, seguita da un’assemblea nazionale studentesca il 5-6 febbraio a Roma. Noi scenderemo in piazza con loro e continueremo ad organizzarci con loro e con tutti i settori in lotta: come abbiamo urlato assieme sabato per le strade di Livorno, siamo figli della stessa rabbia.

L’UNIONE EUROPEA SEMPRE PIÚ VICINA AL NUCLEARE. IL NOSTRO FUTURO È IN PERICOLO: AI NOSTRI POSTI CI TROVERETE!

Verso una primavera di lotta ambientale e antinuclearista!

Oggi, la Commissione Europea ha adottato l’atto delegato che definisce nel dettaglio la tassonomia verde che dice agli investitori privati che cosa sia un investimento sostenibile e che cosa non lo sia. La tassonomia che include al suo interno nucleare e gas naturale è l’ennesimo passo verso l’esplicitazione della natura opportunistica del processo di “transizione ecologica” che, l’Unione Europea, dall’approvazione del Green Deal in poi, ha messo in campo in pompa magna.

L’Unione Europea sul tema della crisi energetica e del conseguente aumento delle bollette (e del malessere sociale) si trova un’altra volta ad essere il vaso di coccio in mezzo a quelli di acciaio, la stabilità comunitaria passa inevitabilmente per la salute dei Paesi core come Francia e Germania, anche sui mercati.

Così, se al parere contrario del gruppo di ricerca Technical Expert Group for sustainable finance è seguito quello più favorevole del Joint Research Center e successivamente un altro stop del Platform for Sustainable Finance, la Commissione ha deciso di prestare orecchio solo alla campana che più le conveniva (ovvero quella del JRC) decidendo per la sostenibilità di nucleare e gas naturale. Addirittura, pur ammettendo la necessità di “energie di transizione”, il nucleare in particolare (con la sua rigidità) risulta dannoso a questo scopo; per non parlare dell’ingestibile eredità ambientale ed economica che lascia dietro di sé e senza contare l’uso militare sempre connesso ai rifiuti nucleari civili.

Molti tra gli stessi sostenitori delle politiche ambientali comunitarie, fiduciosi negli obiettivi che l’UE si è posta per il 2030 ed il 2050 rispetto alla carbon-neutrality, rimangono interdetti da un comportamento del genere, tanto dissociato da spingere a definirla “Dr Jekyll e Mr Hyde” in questo campo.

Ci sembra invece assai più chiarificante vedere il dibattito europeo sul nucleare come epifenomeno di una contraddizione più grande con cui questo modello di sviluppo capitalistico in via di “rinverdimento” si sta scontrando: l’impegno a crescere in maniera disaccoppiata dall’utilizzo delle risorse, promuovendo una crescita illimitata sulle spalle di una natura finita e mascherando la massimizzazione del profitto con la retorica green. Chiaramente, una favola da raccontare per non
vedere il baratro a cui stiamo andando incontro. Questa contraddizione è stata il fulcro del ragionamento che abbiamo cercato di sviluppare durante il Convegno del 22 gennaio intitolato appunto “Un ossimoro si aggira per l’Europa: è l’ambientalismo capitalista”.

In questo senso si è parlato prima di “saccheggio imperialista delle risorse” e “proiezione nel Mediterraneo allargato” dell’Unione Europea: il bacino di risorse più prossimo all’imperialismo europeo è infatti proprio l’Africa (in cui peraltro la Francia ha già più che un piede).

Anche rispetto a questo punto cruciale dell’impatto ambientale e sociale di una fonte energetica il nucleare non fa eccezione (anzi!): infatti buona parte del Nord Africa (Marocco, Algeria, Mauritania, Mali, ecc..) ha depositi di uranio ancora “vergini”, e le stime prodotte finora sono molto ricche (da 25mila tonnellate in Mauritania a più di 6 milioni in Marocco). L’estrazione sarebbe solo un altro pretesto per espandere ulteriormente gli interessi europei appena al di là del mare.

Come nel film “Don’t Look Up” abbiamo quindi di fronte a noi uno scenario in cui l’Unione Europea continua a raccontare la favola secondo cui viviamo nel migliore dei sistemi possibili, mentre il mondo intorno a noi si sgretola inesorabilmente.
Non abbiamo intenzione di ignorare le contraddizioni tanto palesi di un sistema che ha evocato demoni che non è in grado di controllare, né sostenere che sia possibile riformare un modo di produzione che sempre più si scontra con i limiti fisici che questo Pianeta gli impone.

Quello che è necessario è mettere in discussione questo modello di sviluppo e fermare i processi di accumulazione che rendono le risorse naturali una merce per cui si paga un prezzo qualsiasi, determinando il meccanismo con cui il capitale si appropria delle risorse a ritmi maggiori rispetto a quelli di riproduzione tipici di ogni sistema naturale. Dobbiamo riconoscere l’opportunismo con cui la classe dirigente continentale e nazionale sta trattando la questione ambientale e organizzare una risposta a questa truffa ai danni di un’intera generazione e di quelle che verranno. Per questo nei prossimi mesi ci mobiliteremo contro la tendenza al nucleare dell’Unione Europea e contro la falsa transizione ecologica portata avanti dal governo Draghi costruendo in primavera una grande mobilitazione nazionale alla centrale di Caorso: luogo simbolo della lotta antinuclearista nel nostro paese.