Dalle università al Popolo

Oggi, negli ultimi giorni di questa campagna elettorale, negli atenei di Roma, Bologna e Torino si sono svolte azioni di supporto alla lista Potere al Popolo.

 

Atenei che, in questa ultima settimana prima del voto, hanno anche ospitato alcune tappe locali del ciclo “Università e promesse elettorali” in cui si è discusso delle proposte dei diversi partiti sulla formazione, dello stato di aziendalizzazione e privatizzazione dell’università oggi a seguito delle riforme dell’istruzione portate avanti dagli anni ’90 in poi e sulla costruzione di un’alternativa che sia veramente di rottura con lo smantellamento dell’università pubblica perpetrato soprattutto negli ultimi anni.

In quanto giovani studenti e lavoratori, pensiamo che la lista Potere al Popolo sia l’unica coalizione capace di dar voce e rappresentare la nostra generazione: la generazione nata e cresciuta nella crisi, la generazione dei disoccupati, dei precari, dei pagati a voucher e dello sfruttamento dell’alternanza scuola lavoro, quella generazione che è costretta ad emigrare nel tentativo sempre più vano di trovare prospettive di vita migliori.

Infatti, per noi, accettare la sfida significa cogliere un’occasione importante per creare una connessione fra le diverse lotte che animano il nostro paese in un difficile clima di repressione preventiva che va dal Jobs Act fino al decreto Minniti.
Accettare la sfida significa creare un percorso largo e veramente di rottura con qualsiasi ipotesi di compatibilità a questa realtà di sfruttamento e massacro sociale.

In Potere al Popolo c’è finalmente il seme da cui ripartire per tornare a costruire anche una piattaforma di rappresentanza istituzionale utile a rafforzare un più articolato progetto di rappresentanza politica della nostra gente.
In primis perchè, a partire da un reale radicamento in alcuni settori del nostro blocco sociale, pone la rottura con questa Unione Europea che non è riformabile ma è una gabbia che impone agli stati membri politiche di austerità, antipopolari e antidemocratiche.
Inoltre perchè si contrappone a un centrosinistra complice con queste politiche di smantellamento dello stato sociale e dei diritti degli studenti e dei lavoratori, si contrappone in modo forte e popolare a ogni fascismo ma anche all’antifascismo elettoralista di facciata dei media e dei partiti che danno agibilità politica ai seminatori di xenofobia e guerra tra poveri.

Potere al Popolo rappresenta una vera alternativa a questa tragica situazione di sfruttamento generalizzato e guerra tra poveri e rappresenta, per la nostra generazione, la possibilità di iniziare ad alzare la testa e lottare per costruire un’alternativa a quelle politiche che hanno fatto della nostra generazione la working poor generation.

Per restare e lottare per un futuro degno contro chi ci ruba il presente, contro chi ci costringe alla disoccupazione nel nostro paese e a emigrare per fare lavori sottopagati nel centro e nord Europa.

 

Il 4 marzo diamo potere al popolo!

 

 

 

Gli italiani all’estero lanciano un appello: adottate il nostro voto!

Chi risiede in un paese straniero sarà privato della possibilità di votare Potere al Popolo alle elezioni del prossimo 4 marzo. Infatti la legge elettorale frankenstein attualmente in vigore non prevedeva per la circoscrizione estero la stessa riduzione del numero di firme prevista invece per le circoscrizioni italiane. Questo, unito alla breve finestra temporale a disposizione e allo smantellamento della rete del consolati (l’unico posto in cui si poteva andare a firmare, in orari di ufficio), che ha comportato file lunghissime oltre a, talora, un vero e proprio ostruzionismo, non ha permesso di raccogliere il numero necessario di firme, un requisito, ricordiamolo, che non è richiesto ai partiti che già sono in parlamento.

L’ennesima violazione dei diritti politici degli italiani all’estero, che ancora una volta si vedono relegati al ruolo di cittadini di serie B. Italiani all’estero che tra l’altro crescono di numero anno dopo anno. Dalle ultime stime sembra che quasi 250.000 persone ogni anno lascino il paese per andare a lavorare o a studiare in un altro paese europeo. Stiamo parlando di un deflusso gigantesco di persone, ben più grande di quello in entrata (con buon pace dei fascioleghisti), causato dal sistematico e cosciente smantellamento della rete produttiva e sociale in Italia: la precarizzazione del mercato del lavoro, l’altissimo tasso di disoccupazione giovanile (intorno al 35%), la distruzione del sistema sanitario e previdenziale, il sistematico taglio alle spese per l’istruzione.

Una situazione frutto di riforme che hanno un unico mandante: l’Unione Europea. Una situazione che, tra l’altro, non caratterizza solo l’Italia, ma è comune a tutti i paesi dell’area mediterranea, che infatti vedono anch’essi una fortissima emigrazione. I paesi centrali (Germania e satelliti) vedono così un gigantesco afflusso di persone che in parte possono essere utilizzate come manodopera precaria e non qualificata (italiani “camerieri d’Europa”), in parte, quando più formate, possono venire integrate nella produzione a più alto valore aggiunto. Come abbiamo già scritto, un “furto di cervelli” più che una “fuga di cervelli”.

Gli italiani all’estero sono consapevoli di questa situazione, e per questo in molti sostengono, pur non potendo votarlo, Potere al Popolo, l’unica tra le liste che si candidano a proporre una rottura con l’Unione Europea dei trattati e una radicale ristrutturazione dello stato sociale e del mercato del lavoro in modo che possano garantire a tutti un’esistenza dignitosa.

Perché la libertà di movimento, per essere reale, deve comprendere la libertà di restare.

Da Bologna a Napoli: i due volti del fascismo

Ieri a Napoli centinaia di antifascisti sono scesi in strada per manifestare chiaramente contro la presenza di un comizio di Casapound all’hotel Ramata.

Come sta succedendo ultimamente in tutto il paese, la repressione non si è fatta atrendere. Siamo passati dalla minnitiana repressione preventiva, fallita con il corteo di Macerata, alla repressione pura e semplice, durissima e violenta nelle piazze. A Napoli abbiamo visto ripetute cariche, molto violente, contro i manifestanti in diversi momenti durante la serata, feriti a dozzine e più di venti persone, tra cui alcuni minorenni, fermate e perquisite faccia al muro prima di essere portate in questura, la chiusura di un’intera strada con reti metalliche e idranti. Una città bloccata per permettere l’iniziativa dei fascisti.

Come già avevamo avuto modo di capire venerdì a Bologna, Minniti cerca la vendetta per come è andata nelle ultime settimane e a questo giro ne hannp fatto le spese gli antifascisti napoletani. Ne sono una conferma anche le parole del Questore di Napoli, che dopo aver giocato con immagini inquietanti facendo mettere gli antifascisti faccia al muro, ha poi definito “manigoldi” coloro che hanno provato a impedire il comizio del leader di Casapound.

Ora tutti i fermati sono liberi, ma il colpo di coda del più nero dei ministri di questo governo è un segnale che deve tenerci tutti molto attenti. Anziché preoccuparsi degli affari di gente come la famiglia De Luca, gli uomini di Renzi preferiscono dare seguito ai propri obiettivi elettorali dando la caccia a chi contesta seminatori di odio e violenza.

La capacità di resistenza delle compagne e dei compagni che non si sono fermati per tutta la sera è certamente la risposta migliore che per ora poteva essere data. Dobbiamo andare avanti, oltre, compatti nell’accostare alla pratica militante quotidiana una visione di classe che ricordi quanto i fascisti rappresentino da sempre uno degli strumenti preferiti dalle classi dominanti per difendere i privilegi nelle situazioni di crisi.

 

Nelle ultime settimane sono arrivati segnali forti da tutta Italia, sintomi di un sentimento antifascista che si sta ricompattando. Ora più che mai è fondamentale alimentare questo sentimento, dando forma in ogni territorio al rifiuto popolare contro chi specula sulle difficoltà delle persone cercando di seminare odio contro chi sta peggio. Un antifascismo che voglia essere coerente e soprattutto efficace non dovrà solo battersi per espellere i fascisti dai territori e dall’arena politica, ma dovrà denunciare le responsabilità delle classi dirigenti nella genesi della situazione attuale. Già a Macerata e a Piacenza una parte consistente della piazza ha ricordato che se i fascisti in questo paese hanno alzato la testa è perché le politiche antipopolari del PD hanno abbondantemente concimato il terreno. Avanti così.

Essere antifascisti oggi significa rifiutare la guerra tra poveri alimentata da destra e sinistra e individuare i veri nemici delle classi popolari.

Essere antifascisti oggi significa rifiutare la nuova strategia della tensione messa in campo da un governo made in UE, che legittima, sdogana e trova alleati nei fascisti.

Per questo ci scagliamo contro la retorica degli “opposti estremismi”.

Complici e solidali con i compagni arrestati in questi giorni e con tutti gli antifascisti napoletani.

Università e promesse elettorali

UNIVERSITÀ E PROMESSE ELETTORALI
Ciclo di incontri negli atenei italiani

+++ 22 feb BOLOGNA +++
+++ 26 feb TORINO +++
+++ 27 feb SIENA +++
+++ 28 feb ROMA +++
+++ 28 feb URBINO +++

Nel clima di campagna elettorale che stiamo vivendo in questi mesi ci sentiamo sollecitati con allettanti promesse dai politici dei più diversi partiti che cercano di pescare voti anche fra i giovani, preoccupati dall’astensionismo previsto molto elevato: dalla presunta sinistra che promette addirittura la totale abolizione delle tasse universitarie, fino all’estrema destra che, utilizzando la retorica individualista della meritocrazia, promette più borse di studio per i più meritevoli.

Ma possiamo noi credere alle promesse di chi è complice se non diretto responsabile di quelle politiche che hanno devastato la vita e le prospettive dei giovani, studenti e lavoratori? Negli ultimi anni, infatti, abbiamo subito politiche fondate sulla precarizzazione del lavoro e sulla devastazione dell’istruzione universitaria. Ma anche quella secondaria non è rimasta esclusa dalla mannaia: senza bisogno di andare troppo lontano nel tempo, basti pensare all’inserimento di una nuova forma di sfruttamento che codifica il lavoro gratuito, l’Alternanza Scuola Lavoro.

Le riforme dell’istruzione che dagli anni novanta sono state portate avanti dai governi italiani sia di centro destra che di centro sinistra, in piena coerenza con i piani europei riguardanti il settore (in primis il Bologna Process), hanno condotto il sistema formativo verso un’aziendalizzazione e un’elitarizzazione sempre maggiore e l’hanno reso supino alle logiche competitive del mercato europeo e globale.
Sul piano universitario, se con la riforma Ruberti del 1990 si introduceva l’autonomia universitaria e si sanciva l’entrata nella formazione di soggetti privati che anteponeva alla libera ricerca l’obiettivo del profitto, con la successiva riforma, il 3+2 della Zecchino-Berlinguer, si esplicitava l’importanza dell’università imprenditoriale capace di reggere una competizione serrata con gli altri atenei. Ma dobbiamo aspettare l’inizio degli anni 2000 e la riforma Moratti e poi Gelmini per assistere alla precarizzazione dei ricercatori e alla drastica riduzione dei contratti a tempo indeterminato, all’attivazione dell’ANVUR e alla pesante riduzione del finanziamento pubblico all’istruzione, in ottemperanza tagli al welfare state implicati dalle riforme di austerity dettate dall’Unione Europea a fronte della crisi economica.

In una realtà che vede una diminuzione di laureati e di immatricolati, la disoccupazione giovanile al 40% e la fuga di cervelli: qual è il vero risultato di queste politiche al di là della propaganda ideologica della concorrenza sfrenata di uno contro tutti, della “flessibilità” e dell’autoimprenditorialità? Alla luce di queste riforme che hanno ampliato le disuguaglianze sociali e la differenza fra pochi atenei di serie A per chi se li può permettere e molti atenei di serie B per tutti gli altri, possiamo credere alle ruffianate elettorali pubblicate in prima pagina sui giornali? In questa campagna elettorale possiamo trovare una forza coerente che merita l’appoggio dei giovani studenti e lavoratori stanchi di vedersi negare le prospettive per un futuro dignitoso?

Stufi delle false promesse propinate nelle arene televisive, in cui un presunto principio di imparzialità viene strumentalmente utilizzato per mettere a confronto i soliti noti come in un duello tra polli da batteria, vogliamo essere noi a confrontarci per scegliere come e a chi dare ascolto per iniziare a costruire una vera alternativa a quelle politiche che hanno fatto della nostra generazione la working poor generation.

 

Noi Restiamo Bologna / Torino / Roma
Collettivo Politico Porco Rosso e Cravos Siena
Libera Biblioteca de Carlo Urbino

A fianco degli arrestati di Piacenza

La vendetta dello Stato non si fa attendere. Dopo aver subito una pesantissima sconfitta politica nella grande mobilitazione antifascista di sabato 10 febbraio, quando in decine e decine di città sono scesi in piazza migliaia di uomini e donne contro l’attentato fascista di Macerata e contro lo sdoganamento antipopolare dei gruppuscoli fascisti, il ministro di polizia Minniti gioca le sue carte. A Macerata rimuove il questore, cercando di far passare come malagestione tecnica una vera e propria disfatta politica, a Piacenza arresta tre compagni, Giorgio, Moustafa e Lorenzo, alcuni tra i “cattivi” che hanno reagito alle cariche dei carabinieri nella città emiliana. Ma non sta a Gentiloni, a Renzi, a Minniti far la morale e decidere i limiti dell’antifascismo. Con la complicità dei mass-media si sta cercando, come sempre, di dividere gli antifascisti tra i buoni, democratici e legalitari di Macerata e i cattivi, violenti e criminali di Piacenza. Non staremo a questo giochetto. Non ci faremo dividere, perché l’antifascismo è nostro, è rosso, e ce lo teniamo ben stretto. Per questo esprimiamo piena solidarietà ai compagni arrestati, colpiti dall’ennesimo episodio di repressione che Minniti sta mettendo in campo in questi mesi. Non ci facciamo spaventare, non arretriamo di un passo. Perché tutta la violenza che mettete in campo, tutto l’oscurantismo che ordinate ai giornali, tutti i decreti che emanate…in fondo è la consapevolezza che la nostra forza sta montando.

LIBERI TUTTI

[equilibrio precario] Viaggio nel mondo del lavoro italiano: il mito della ripresa economica

Sebbene si continui a vendere mediaticamente la favola della ripresa economica, le condizioni materiali e oggettive che riguardano il mondo del lavoro sono sempre più drammatiche e sempre meno confortanti. Se è vero che la crescita del PIL sia su base trimestrale che rispetto all’anno precedente è tornata positiva, il ritmo è ancora decisamente flebile e decisamente modesto. Dopo dieci anni di crisi economica, aggravata da quella politica e sociale, l’Italia sta beneficiando (seppur in misura modesta) di una congiuntura economica internazionale favorevole. Pertanto, alla fine qualche briciola riesce ad arrivare anche ad un sistema economico e produttivo che sta scivolando sempre più in basso all’interno della divisione internazionale del lavoro, verso quei settori a basso contenuto tecnologico e ad alta intensità di forza lavoro, dove lo sfruttamento e la precarietà del lavoro salariato risultano essere più marcati.

Di conseguenza, anche se qualcosa alla fine “sgocciola” verso l’Italia, di certo non è dovuto alle recenti riforme del mercato del lavoro, ovvero quella serie di interventi raccolti nel Jobs Act che riguardano principalmente l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e l’introduzione del contratto a tutele crescenti.

Fermandosi al dato statistico relativo all’andamento congiunturale della crescita del PIL si cerca di mantenere nascosti sotto il tappetto i disastrosi effetti del Jobs Act nel mondo del lavoro, in termini di diritti dei lavoratori e di qualità del lavoro. Non è “una tendenza incoraggiante” frutto dei “buoni risultati di Jobs act e ripresa”, ma semmai la drammaticità di una precarietà che si consolida come condizione sempre più diffusa e generale.

Una fotografia di queste condizioni è data dal rapporto Il mercato del lavoro: verso una lettura integrata 2017, sviluppato dalla tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal. La ripresa è affidata al segno più sulla crescita del Pil, che indica per l’Italia una variazione tendenziale positiva nel terzo trimestre 2017 dell’1,7%, ma molto minore della media Ue (+2,5%). Una ripresa che stando alle prime pagine del rapporto avrebbe accelerato e trainato il mercato del lavoro, tanto da aver permesso di recuperare “in buona parte, i livelli occupazionali della situazione pre-crisi”. Ma intanto rimane l’alto tasso di disoccupazione (11,2%), che pure se in calo risulta ancora ampiamente al di sopra di quanto si registrava prima della crisi e ben lontana dalla media dei Paesi dell’Unione Europea. A questo si aggiunge la crescente incidenza dei disoccupati di lunga durata.

Il tasso di disoccupazione a dicembre scende al 10,8% (-0,1 punti percentuali rispetto a novembre). Si tratta del livello più basso da agosto 2012. I disoccupati risultano 2 milioni 791 mila. A novembre 2017 gli occupati in Italia erano 23.183.000 con un aumento di 65.000 unità su ottobre e di 345.000 su novembre 2016. Secondo l’Istat si tratta del livello più alto dall’inizio delle serie storiche (1977). Il tasso di occupazione 15-64 anni è salito al 58,4% con un aumento di 0,2 punti percentuali su ottobre e di 0,9 punti su novembre 2016.
Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni a dicembre scende al 32,2% (-0,2 punti su novembre). Si tratta del livello più basso da gennaio 2012. Su base annua si conferma, invece, l’aumento degli occupati (+0,8%) pari a +173 mila. Ma la crescita annua si concentra tra i lavoratori a termine (+303 mila) mentre calano gli indipendenti (-105 mila) e in misura minore i permanenti (-25 mila).

Nonostante il numero degli occupati sia tornato ai livelli pre-crisi, al dato meramente quantitativo sull’occupazione è necessario affiancare un’analisi di tipo qualitativa, che si concentri principalmente sulle caratteristiche specifiche delle recenti assunzioni. Infatti dal 2008 ad oggi, si è assisto ad un incremento significativo delle forme contrattuali relative al tempo determinato, da quelle più “classiche” del lavoro interinale fino ai più recenti lavori a chiamata (job on call). Prima esistevano il contratto a tempo indeterminato e il lavoro in nero. Oggi invece troviamo, tutti perfettamente legali e fantasiosamente ribattezzati per disorientare i lavoratori: tempo determinato, somministrazione, a chiamata, apprendistato, part time, interinale, job on call, stage, ecc. Una lunga lista di forme di impiego che permettono di sfruttare i lavoratori e di retribuirli per poche centinaia di euro al mese.

Si delinea una condizione estrema di precarietà lavorativa che oggi investe il mercato del lavoro nel suo complesso. Infatti il lavoro sta diventando sempre più discontinuo per una platea di lavoratori sempre più estesa. I contratti a termine nel secondo trimestre di quest’anno hanno subito un incremento di quasi il 5%, quasi 6 milioni di attivazioni. Nel frattempo a rallentare è stata l’attivazione dei contratti a tempo indeterminato che nel terzo trimestre del 2017 mostra un saldo negativo (-10 mila). Intanto, nel secondo trimestre 2017 la durata effettiva dei contratti a termine non supera i 30 giorni nel 38% dei casi; oltre 340.000 contratti hanno avuto durata di un solo giorno.

Anche il neo-introdotto contratto a tutele crescenti (le cui tutele rimangono soltanto nel nome) non è riuscito ad invertire la tendenza del lavoro precariato. Anzi, è stato uno dei fattori che ha contribuito in misura sostanziale al peggioramento delle condizioni di lavoro e all’azzeramento delle tutele dei lavoratori. Infatti, esso si rivelato uno strumento perverso, poiché l’adozione di questo nuovo tipo di contratto è stata incentivata dallo sgravio fiscale contributivo per il datore di lavoro. Questo meccanismo si è tradotto in un aumento dell’occupazione “drogato” dagli incentivi, poi lentamente rallentato con la riduzione degli sgravi e con la loro definitiva cessazione.

Quello che rimane è il precariato diffuso e generalizzato, che sta diventando sempre più la forma contrattuale tipica, normale e quotidiana del rapporto di lavoro. Specialmente per quello che riguarda il mercato del lavoro giovanile, dove per lungo tempo si è sostenuto che la flessibilità in entrata ed esperienze a tempo determinato rappresentassero le Forche Caudine verso contratti stabili, il lavoro precario sta diventando uno stato permanente, privo di qualsiasi prospettiva e garanzia di un futuro certo.

Le recenti statistiche relative alla crescita del PIL e del numero degli occupati non sembrano rispecchiare le condizioni di vita materiali di una parte sempre più grande della popolazione: ai risultati modestamente positivi degli indicatori statistici fa da contraltare una situazione che sul piano economico sociale sta nettamente e costantemente peggiorando. Questo aggravamento è testimoniato da due tendenze che coesistono e si alimentano reciprocamente: la riduzione della retribuzione media per occupato e l’aumento del numero di ore lavorate. A fronte di un aumento del 3,1% del monte ore lavorate nelle imprese, nel frattempo, le imprese si sono viste ridurre il costo del lavoro (-0,1%) anche a scapito delle retribuzioni che diminuiscono dello 0,3%. La stagnazione delle retribuzioni è da attribuirsi al progressivo indebolimento della posizione contrattuale dei lavoratori durante la crisi, durante la quale la contrattazione è stata spesso al ribasso. Va inoltre considerata la diminuzione del salario indiretto e differito, ossia quello legato al welfare state, colpito duramente dalle politiche di austerità implementate dai vari governi sotto l’egida dell’Unione Europea.

Dicevamo della condizione giovanile. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni a novembre 2017 scende al 32,7%, in calo di 1,3 punti rispetto a ottobre. Lo rileva l’Istat spiegando che rispetto a novembre 2016 si registra un calo di 7,2 punti percentuali. È il tasso più basso da gennaio 2012. Il tasso di occupazione in questa fascia di età è al 17,7% con un aumento di 0,5 punti rispetto a ottobre e di 1,4 punti rispetto a novembre 2016. Tutto bene quindi? Insomma. Nonostante la discesa, la disoccupazione giovanile resta comunque la terza più alta d’Europa dopo Grecia (39,5% a settembre) e Spagna (37,9%). La più bassa si registra invece in Repubblica Ceca (5%) e Germania (6,6%). I dati sull’occupazione inoltre non tengono conto del fatto del deflusso costante verso l’estero di una quota crescente di giovani, né ancora una volta permettono di apprezzare la dimensione qualitativa.

Le assunzioni dei giovani sono in crescita ma con contratti a termine e retribuzioni più basse, sia rispetto agli altri blocchi anagrafici che alla media Europea. Crescono le assunzioni, cala la stabilità: il triennio 2015-2017 rispecchia l’andamento complessivo del mercato del lavoro con un calo delle assunzioni a tempo indeterminato che si contrappone a una crescita di quelle a tempo determinato. Il risultato è che si è passati alle 397.878 nuove assunzioni a tempo indeterminato per i giovani di 15-29 anni nel periodo gennaio-ottobre 2015 alle 235.600 dello stesso periodo nel 2017, con un saldo negativo di 144.278 assunzioni permanenti in meno, nonostante il viatico del contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act. Viceversa, i contratti a termine per i giovani under 29 sono cresciuti nello stesso periodo da circa 1,01 milioni del 2015 a 1,5 milioni nel 2017. Dato più specifico per i giovani nella fascia 25-29, che hanno visto aumentare le assunzioni a termine da 501.386 a 690.718 (+189,332) e calare quelle a tempo indeterminato da 222.727 a 132.288 (-90.439).

Nonostante il lieve miglioramento dell’occupazione complessiva degli ultimi anni, la forza-lavoro più fragile come i giovani poco qualificati e i cosiddetti NEET (coloro che non lavorano né studiano) restano indietro. Nel 2015 facevano parte dei NEET, il 17% della popolazione. Erano il 15% prima della crisi. Sempre in Europa, quasi il 40% dei NEET non ha completato il ciclo della scuola secondaria superiore e così la loro probabilità di trovare lavoro è addirittura inferiore (33%) a quella degli altri NEET (45%). In Italia, se prima della crisi i NEET erano circa il 16,5 per cento, quindi di poco superiori alla media europea, sono balzati a oltre il 27 per cento nel 2015. A nulla è servita la tanto sventolata Garanzia Giovani, azione coordinata a livello europeo per aumentare l’occupazione giovanile e contrastare proprio il fenomeno dei NEET. Benché sbandierata ai quattro venti, garanzia giovani non ha fatto altro che aumentare la precarietà, tant’è che i NEET sono addirittura aumentati rispetto a quando è partita. Come riportano i dati analizzati in un articolo del “Fatto”, meno della meta’ di coloro che si registrano per essere presi in carico dal programma riceve effettivamente un’offerta di “politica attiva”. Non basta. Di queste offerte, il 70 per cento sono tirocini retribuiti al massimo 500 euro mese. Tirocini che in realtà spesso e volentieri mascherano lavori veri e propri, come emerge dall’esperienza di tanti selezionati per il programma. E che sovente vengono pagati con mesi di ritardo, a causa dell’inefficienza delle regioni italiane nel gestire i fondi. Come riporta l’articolo, “Solo il 15%delle azioni di politica attiva, attesta il rapporto, si è tradotto in un’assunzione con il bonus occupazionale, cioè l’incentivo alle assunzioni a tempo determinato e indeterminato, che nell’ambito di Garanzia giovani sono agevolate con bonus pari rispettivamente al 100% e al 50% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro fino a un massimo di 8.060 euro l’anno”.
Insomma l’ennesimo regalo al capitalismo arruffone italiano, che da anni vivacchia di sussidi e sgravi a pioggia. Se è su queste basi che deve ripartire l’occupazione giovanile possiamo metterci l’anima in pace.

Puoi cliccare qui per ascoltare il podcast della trasmissione “Equilibrio Precario” su Radio Città Aperta.

Dopo Macerata, scrivere un’altra rotta è possibile

10 febbraio 2018, una data che ricorderemo a lungo per aver smascherato e bloccato la strategia della tensione messa in campo da Minniti e fascisti. Quasi 30 mila persone dai più vari percorsi personali e politici hanno attraversato Macerata in una manifestazione nazionale che porta in sé un potente vento di rinnovamento nel movimento antifascista, un lento ma inesorabile cambio di passo necessario per fare fronte alle incombenze di tempi in cui molti schemi del passato sono ormai saltati.

 

 

La legittimazione mediatica delle formazioni neofasciste, Casapound e Forza Nuova in testa, è andata di pari passo con l’approvazione dei pacchetti antimigranti e di repressione preventiva volute dal PD. La tensione creata attorno all’emergenza migranti ha provocato una guerra tra poveri che è diventata la leva con cui i fascisti stanno provando a penetrare nelle periferie e tra i settori popolari. Respingere la “nuova strategia della tensione” creata ad arte per distogliere il nostro corpo sociale dalla macelleria sociale imposta dalla UE sta diventando una battaglia centrale, urgente e necessaria.

 

In giorni in cui da nord a sud, da Milano a Napoli, anche molte altre piazze italiane hanno alzato un argine di fronte alla montante melma ideologica portatrice di razzismo e di odio contro gli ultimi, c’è un dato che sopra tutti merita di essere sottolineato: a un anno dal suo insediamento agli Interni, il ministro Minniti ha subìto finalmente una pesante sconfitta politica. Dopo aver mostrato da subito i muscoli e aver impresso un importante avvitamento autoritario al corso politico di questo paese, tanto con l’utilizzo di provvedimenti normativi quanto nella gestione di piazza, questa volta il passo è stato più lungo della gamba. Forse perché messi eccessivamente in tensione da una campagna elettorale in cui sono entrambi direttamente coinvolti, alla fine il ministro e il segretario del suo partito sono risultati tra coloro che assieme a Salvini hanno avuto tutto da perdere dallo svolgimento dei fatti degli ultimi giorni.

 

Una settimana che sembrava iniziata nel peggiore dei modi, con un fatto di cronaca nera diventato occasione per rigurgiti razzisti legittimati dall’intero arco mediatico, il quale dà ormai per assodata l’immanenza dell’accostamento dei concetti di immigrazione e insicurezza, il brodo di coltura ideale in cui era potuto scaturire l’attentato terroristico di un fascista ai danni proprio di alcuni immigrati. Gli sviluppi successivi, con il sindaco PD di Macerata che delegittimava l’annunciata manifestazione antifascista, le segreterie nazionali di Anpi, Cgil, Arci e Libera che rispondevano agli ordini e infine Prefetto e Minniti pronti a imprimere il sigillo in virtù dei propri poteri istituzionali, sembravano gli ingredienti perfetti per un’ulteriore accelerazione nella ripida discesa imboccata da quello che rimane della democrazia italiana. Invece si è riusciti a dimostrare che con un’ancora piccola ma adeguata capacità organizzativa diffusa nei territori e nella società, e con la lucidità di mantenere fermo l’obiettivo, non solo è possibile resistere a simili attacchi autoritari, ma addirittura il rischio di un ulteriore passo indietro può trasformarsi in occasione per farne due in avanti.

 

Per chi ogni giorno cammina sullo stretto crinale del conflitto sociale, quello di ieri rappresenta un importante risultato collettivo affatto scontato, ma conferma segnali rintracciabili da anni: da molto tempo si assiste a mobilitazioni antifasciste di carattere locale in cui il ruolo del consorzio associativo sfilatosi dalla manifestazione nazionale di Macerata è nullo o addirittura ostile. Da molto tempo questa assenza non impedisce che una marea umana rappresentata da giovani, militanti storici e attivisti di nuova generazione così come da abitanti delle periferie e ceto medio impoverito, prenda spesso parola autonomamente per difendere un’idea di società diversa da quella propinata dai seminatori di odio, e si schieri anche senza questa copertura politico-istituzionale. Anche senza di essa non sono state appunto casi isolati le tante occasioni in cui è stato rispedito al mittente l’odio fascio-leghista, e nella settimana appena trascorsa se ne sono finalmente raccolti alcuni primi frutti. Non è in questa sede, a caldo, che possiamo sviluppare tutte le conseguenze implicite in questa fotografia, ma certamente alcune affermazioni ci sentiamo di poterle sostenere.

 

Innanzitutto crediamo sia giunto il momento che il punto di non ritorno ormai oltrepassato dall’antifascismo in questo paese debba essere riconosciuto chiaramente da chiunque si interroghi sui caratteri che dovrà avere la rappresentanza politica del nostro blocco sociale, e pensiamo che la sua ricomposizione possa addirittura essere agevolata dalla pratica antifascista quotidiana, nonostante le inossidabili certezze di un ampio arco di forze che va dall’ormai decotto popolo della sinistra fino ai rossobruni di ogni risma, oggettivamente accomunate dalla subalternità culturale a una classe dirigente che da lungo tempo recita il requiem dell’antifascismo. Questa piccola verità costituisce un tassello che se aggiunto nella cornice generale non risulta un elemento neutrale: la necessità di andare oltre l’analisi, le pratiche, l’identità, gli schemi, le alleanze, la simbologia della sinistra storica ci è ribadita costantemente dalle vicende legate alle battaglie del mondo del lavoro, alle lotte metropolitane, allo scenario politico europeo in cui affiorano finalmente forze capaci di mettere in discussione lunghi decenni di accettazione indiscussa del collaborazionismo di classe e di assoggettamento ai suoi dogmi, che spesso a sinistra hanno solo prodotto stampelle di quell’impianto strategico che va dall’eurocomunismo di ieri alla casa del socialismo europeo di oggi. Conosciamo appunto anche un’altra storia, quella che in Italia si è recentemente coagulata in importanti momenti unitari come l’autunno di lotta del “No sociale” al referendum costituzionale, le contestazioni in occasione dell’anniversario della sigla dei Trattati di Roma fondativi dell’attuale Unione Europea, le mobilitazioni degli ultimi mesi culminate a dicembre con la splendida piazza antirazzista convocata sotto la sigla unitaria Fight/Right. Una storia ancora in cerca d’autore, ed è in questa ricerca che primi importanti avanzamenti sono maturati in senso ai progetti della Piattaforma Eurostop e dell’alleanza di Potere al Popolo, protagoniste tra l’altro nella generosa costruzione della giornata di ieri. In questo flusso, unire da un lato la lotta contro i responsabili delle nostre condizioni di vita miserevoli e dall’altro lo smascheramento della guerra tra poveri proposta come palliativo è un imperativo, non un’opzione. Classismo e reazione sono due facce della stessa medaglia, come in questi giorni ci ha ricordato la giusta polemica sorta attorno al progetto “Scuole in chiaro”. Le politiche del PD scritte a Bruxelles e il razzismo di Salvini sono le sponde dello stesso fiume, e Minniti si è solo assunto l’incarico di costruire un ponte tra esse. Banali evidenze dalle conseguenze vive, di fronte alle quali le parole d’ordine molto nette ribadite dalla manifestazione di Macerata hanno messo a nudo l’infondatezza di avvitamenti autoritari giustificati tramite la retorica securitaria costruita ad arte riproponendo all’infinito l’archetipo patriarcale della donna ostaggio dello straniero.

 

Quello che ci dice questo 10 febbraio è che non introiettare l’orizzonte della sconfitta significa saper cogliere l’enorme potenziale visto ieri all’opera: mentre piccole ma compatte forze organizzate hanno saputo  attivare una composizione larga e variegata in opposizione a qualunque legittimazione delle organizzazioni fasciste, queste ultime, incapaci di rappresentare un’alternativa organizzata per reali settori sociali, si sono dovute affidare alla visibilità mediatica dei propri uomini e donne immagine, con Matteo Salvini nella platea dell’Ariston e Giorgia Meloni alle prese con una gaffe al museo e uno scivolone nella scelta della foto con cui commemorare il “giorno del ricordo”. Per quanto ci riguarda, non poteva proprio esserci giornata migliore di quella di ieri per rendere omaggio alla resistenza delle popolazioni slave contro decenni di violenza imperialista e fascista.

Lo striscione della Piattaforma Eurostop

 

L’elite rifiuta gli studenti di serie B… È L’ELITE CHE VA RIFIUTATA

Apprendiamo con rabbia il quadro emerso da ”Scuola in Chiaro”, uno strumento del ministero dell’ Istruzione che mira a dare uno spaccato delle diverse scuole d’Italia sulla base dei diversi fascicoli di autovalutazione. Si tratta di una sorta di ”catalogo degli istituti” che chiunque, famiglie, studenti, docenti alla ricerca della scuola più prestigiosa ha la possibilità di consultare. Ma cosa rende attrattive le scuole?

Sul conto del Liceo Classico Visconti di Roma, il primo coinvolto nella polemica di questi giorni e primo a modificare la propria descrizione non appena la notizia è trapelata, fino a ieri si leggeva: «Tutti gli studenti, tranne UN PAIO, sono di nazionalità italiana e nessuno diversamente abile».

Analogo il discorso per il liceo classico parificato Giuliana Falconieri a Roma Parioli: «Gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla mrdio-alta borghesia romana» ciò, secondo loro, crea  un’«omogeinità» che «facilita l’interazione sociale».
Ma non c’è limite al peggio visto che per il prestigioso liceo D’Oria di Genova «poveri e disagiati costituiscono un problema didattico». Insomma, la scuola ”migliore” è quella che favorisce le disuguaglianze, che vede la possibilità di un accrescimento culturale e personale solo nell’ambiente composto da alunni provenienti da una precisa classe sociale e che considera stranieri, poveri e studenti con disabilità un ostacolo, una nota didemerito per il prorpio curriculum.

Tutto questo purtroppo è coerente con il clima di trasformazione della scuola italiana: l’autonomia scolastica vive della necessità di rendere più attrattivi i propri istituti a livello territoriale per poter ricevere finanziamenti e sopperire ai continui tagli all’istruzione. Gli stessi School Bonus (introdotti con la Buona Scuola) vanno in questa direzione. Questa discriminazione su base territoriale è ancora più evidente quando si guarda alle esperienze di Alternanza Scuola- Lavoro: ci saranno istituti che per collocazione geografica e diversa base di partenza riusciranno a garantire agli studenti un’ alternanza migliore (e non mancheranno di farlo presente ai genitori, vista la necessità di aumentare gli iscritti) e riusciranno a procedere nel circolo vizioso. Le scuole periferiche o del sud Italia che soffrono già di  problemi strutturali andranno invece incontro a un futuro di  impoverimento inesorabile. Ultimo sfregio in ordine di tempo, il contratto firmato in questi giorni tra la ministra Fedeli e sindacati complici, che conferma e potenzia l’autoritarismo che il PD sta imponendo al mondo dell’istruzione; un accordo che il sindacalismo conflittuale si prepara a contestare duramente il 23 febbraio, giorno dello sciopero generale della scuola.

Quello che però avviene ora è un passo ulteriore, una trasformazione ideologica: la scuola, nodo strategico di un sistema perde la sua dimensione collettiva, universale di diritto alla conoscenza  senza divisione o discriminazione di classe e di etnia, per piegarsi non solo alle esigenze di mercato (con l’Alternanza e la sua cornice dell’imparare a ”sapersi vendere nel modo migliore” lo vediamo bene), ma anche a quella di una nuova e nociva narrazione ideologica. Una narrazione che, accrescendo le diversità, non fa che creare quell’humus favorevole di discriminazione e odio nei confronti del diverso, dell’escluso e dell’emarginato. Questi non sono e non devono essere né valori né motivi di orgoglio. Per questo rivendichiamo una scuola pubblica, laica, inclusiva, che garantisca un’ istruzione di qualità per tutti e tutte.

Contro la nuova strategia della tensione, sabato 10 febbraio tutti a Macerata!

CONTRO LA NUOVA STRATEGIA DELLA TENSIONE, SABATO 10 FEBBRAIO TUTTI A MACERATA!

La storia insegna che agli appartenenti alle organizzazioni fasciste non deve essere lasciato spazio

Rivendichiamo con forza l’azione di martedì notte a Roma con cui abbiamo voluto rappresentare il collegamento politico intrinseco tra l’episodio di terrorismo fascista di Macerata, l’aumento della violenza fascista a cui assistiamo da tempo con aggressioni a migranti e militanti antifascisti da una parte, e il clima creato ad arte nella società contro i migranti. Clima promosso da quelle forze politiche che hanno interesse a scaricare il peso della crisi sociale di cui loro sono responsabili contro gli ultimi, per fomentare la più classica delle guerre tra poveri. L’equazione migranti=insicurezza, diffusa a piene mani dal sistema politico e mediatico, trasforma un femminicidio come purtroppo tanti in questo paese in uno strumento da usare in una sporca partita politica, giocata tra l’altro anche sul corpo delle donne.

Se nella società aumentano le contraddizioni e il malcontento provocati da una crisi sistemica non certo superabile con una insignificante ripresa economica puramente statistica (tanto più che questa si fonda su definitiva precarizzazione del lavoro e ingenti investimenti in automazione, che non possono che provocare in questo contesto più disoccupazione), i partiti che si sono incaricati di gestire le politiche di massacro sociale imposte dall’Unione Europea, primo fra tutti ovviamente il PD, trovano nello sdoganamento di “improponibili” xenofobi e neo-fascisti vari un’arma fondamentale per potersi presentare come baluardo della democrazia e della stabilità. A questo fine interviene il sistema mediatico che nell’ultimo anno in particolare (Mentana, Formigli ecc) ha continuamente dato spazio ai fascisti, facendo un uso volutamente distorto della categoria di “pluralismo”; questa ipocrisia politica e mediatica sta portando alla normalizzazione del fascismo presentato come un’opinione, magari discutibile ma in fondo legittima.

Per noi si tratta di una vera e propria nuova “strategia della tensione”. Minniti, il PD, il sistema mediatico hanno dato agibilità politica e legittimità ai fascisti mentre contemporaneamente il Ministro dell’Interno dava una svolta politica con misure intrinsecamente fasciste come i decreti di repressione preventiva, che puntano a intervenire non solamente sulle avanguardie del conflitto sociale ma anche sul disagio sociale stesso, e anti-migranti: politiche antipopolari, repressive e fasciste che si rendono necessarie proprio a causa dell’impossibilità per le classi dominanti di risolvere le contraddizioni sociali. Tutto questo ha creato un clima generale che complessivamente consente di proseguire nell’applicazione delle politiche dettate dal “pilota automatico” dell’Unione Europea scaricando le conseguenze sociali sui migranti e con l’obiettivo di stroncare sul nascere una eventuale ricomposizione politica e sociale delle classi martoriate dall’austerità.

Ecco allora la creazione negli ultimi anni di una “emergenza migranti” che non trova riscontro nella realtà: il numero di persone che sbarcano sul nostro paese da luoghi martoriati dalla guerra e dalle politiche imperialiste di Usa e Ue è inferiore a quello di molti altri paesi ed è, soprattutto, inferiore a quello di coloro che lasciano il nostro paese a causa della gerarchia interna imposta dalla costruzione del polo imperialista europeo (lavoratori con alti livelli di qualifica si concentrano in Germania e nei suoi satelliti, dove le politiche della Ue fanno concentrare gli investimenti in ricerca e sviluppo). 

Il clima politico segnato dalla necessità costruita di fermare la presunta invasione ha così consentito a Minniti, fra l’altro, di avere campo libero nello stipulare accordi criminali con le tribù libiche per costruire campi di concentramento e inviare direttamente militari sul suolo nordafricano, consentendo a conti fatti alla stessa Unione Europea di allargare le proprie frontiere in Africa in proiezione apertamente neo-colonialista e fascista.

Le politiche di Minniti nei confronti dell’immigrazione, della povertà, del conflitto sociale sono, è bene dirlo chiaramente, fasciste nella sostanza sebbene rivestite da una patina democratica che le rende ancora più subdole e pericolose. La mancata solidarietà e anzi la distruzione fisica, anche se lontano dai nostri occhi, di chi fugge da guerra e fame accomuna profondamente Minniti e leghisti e fascisti vari, che in fondo mostrano di condividere un’idea, un modello di società repressiva, autoritaria e razzista.

Dell’atto terroristico fascista di Macerata, ripetiamo, vanno individuati i responsabili politici generali oltre che quelli più vicini, e cioè il PD e Minniti che, perfettamente in linea con il pilota automatico di Bruxelles, con una mano impoveriscono le classi lavoratrici e popolari e con l’altra danno copertura e agibilità politica ai fascisti. Continuare a combattere i fascisti nei quartieri è per noi fondamentale ma inquadrando questa lotta nella battaglia più generale contro il nemico principale: l’Unione Europea.

È per questo che sabato 10 febbraio saremo e invitiamo tutti al corteo nazionale a Macerata nello spezzone Eurostop, pronti a manifestare contro razzisti, fascisti e i loro taciti sostenitori. Lo faremo nonostante il divieto di manifestare imposto, guarda caso, ancora da Minniti in perfetta continuità con il quadro che abbiamo delineato.

MINNITI E FASCISTI: LA VOSTRA STRATEGIA DELLA TENSIONE NON PASSERÀ!

SABATO 10 FEBBRAIO TUTTE E TUTTI A MACERATA!

Noi Restiamo

L’attentato di Macerata, un fascismo con più mandanti

La tentata strage di Macerata è di evidente matrice fascista, quel fascismo che da molto tempo si sta innestando con il razzismo leghista, come dimostrano proprio le pericolose simpatie dell’assassino, candidato con la Lega e presente all’ultimo corteo di Casapound. Quasi ogni giorno si susseguono le violenze fasciste, dalle aggressioni per strada ai migranti o agli avversari politici, fino ai più recenti colpi di pistola.

Il fascismo sta riprendendo piede nella sua forma squadrista.

Negli ultimi anni abbiamo preso parte a numerose manifestazioni, iniziative a azioni antifasciste, che servivano anche a denunciare la nuova forma di “fascio-leghismo”, pericolosa in sé e ancora più pericolosa nella sua funzione di spauracchio utilizzato dalle classi dirigenti (a partire dal PD) per serrare lo spazio politico dello status quo, e attuare poi politiche fasciste con una maschera democratica, come il pacchetto Minniti.

L’episodio di Macerata è da imputare ai suoi mandanti diretti: Casapound che fa della violenza la sua azione politica quotidiana, la Lega che tramite Salvini giustifica la sparatoria, Forza Nuova che addirittura si propone di pagare le spese legali dello sparatore.

Ma i suoi responsabili sono molti di più e altrettanto colpevoli nonostante appaiano più sfumati. Un intero arco parlamentare che riconosce politicamente le organizzazioni neo-fasciste, sguazzando in uno stagno di ipocrisia, a partire dal PD, sia di ieri che di oggi, che si scopre antifascista solo sotto le elezioni e chiama ai fronti popolari, ma considera democratico lasciare parlare impunemente i fascisti. Il giornalismo italiano, che sta partecipando attivamente a questo processo di normalizzazione del fascismo con i vari Formigli e Mentana di turno che trovano ragionevole confrontarsi con questi squadristi, con i servizi che chiamano le aggressioni “risse”, e che falsifica i termini quando i picchiatori fascisti diventano magicamente “tifosi”, “ultras”, o genericamente “estremisti”, a spregio di ogni palese appartenenza a questa o quella organizzazione fascista. L’Unione Europea, che con la macelleria sociale, qua applicata dal PD, delle sue politiche di austerità e del dogma neoliberista sta impoverendo i popoli europei e le classi più deboli, creando una rabbia e un rancore sociale che in questo contesto politico-ideologico porta le persone a odiare chi sta peggio di loro, resuscitando così il fascismo.

C’è chi pensa che il fascismo possa essere combattuto con un’ordinanza comunale o con qualche commentino saccente.

Noi ribadiamo che l’antifascismo deve essere reale, non solo contro gli esecutori squadristi ma anche contro chi garantisce loro tutto lo spazio politico e la visibilità che vogliono. Questo significa un processo di antifascismo più complesso, una risposta politica a tutto campo che vada a smascherare i finti democratici e sottragga il terreno del disagio sociale a chi vuole alimentare la guerra fra poveri e lo indirizzi verso i veri responsabili della miseria in cui ci stanno costringendo.

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