La formazione ai tempi della specializzazione per pochi e del lavoro povero per molti

** Il testo del nostro intervento ospitato durante la conferenza dell’Unione Sindacale di Base su “Industria 4.0 innovazione e disoccupazione tecnologica” il 30 marzo 2019 a Pontedera **

Questo intervento si concentrerà sulla polarizzazione che il sistema formativo subisce e sulle conseguenze che questa ha sul mondo del lavoro, in particolare sulle fasce giovanili intense non tanto in senso anagrafico ma piuttosto come soggetto di sperimentazione di quelle politiche funzionali alla costruzione del polo imperialista europeo.

Metto in relazione il sistema formativo con l’Unione Europea perché esso ha acquisito un peso strategico per ciò che riguarda la competizione a livello globale. In questo contesto alcune economie forti si organizzano intorno ai propri governi in maniera da accrescere o anche solo mantenere le proprie quote di mercato, infatti dagli anni Novanta all’interno dei paesi OCSE si riducono sempre di più i finanziamenti alla ricerca di base -storicamente portata avanti dall’istituzione universitaria- sostenendo invece specifici progetti utili appunto alle richieste del mercato. La politica scientifica e tecnologica che i governi portano avanti è pertanto finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo di mantenere un ruolo attivo all’interno della competizione globale, anche in ambito militare si pensi ad esempio alla nuovissima “mini-naja”.

La cooperazione tra i paesi europei, dopo la realizzazione dell’Unione Europea, ha assunto quei caratteri che conosciamo bene di centralizzazione e gerarchizzazione delle economie nazionali in favore di un nuovo soggetto internazionale a trazione tedesca. È interessante notare come da questo punto di vista il rapporto tra la spesa per ricerca e sviluppo e PIL nell’Unione Europea non è omogeneo, se la Germania spende il 2.9% (di cui lo 0.8% è finanziato dallo Stato) cifra che corrisponde più o meno con la spesa sostenuta dalle economie scandinave e dalla Francia, l’Italia e la Spagna invece si fermano all’ 1.3% (di cui lo 0.5% è finanziato dallo Stato). Questi pochi dati risalenti a qualche anno fa ci danno l’idea di quale sia la direzione che la UE imprime a livello centrale alle economie dei paesi membri tramite le Strategie decennali e i Programmi Quadro come l’Horizon 2020. Le economie trainanti di questo processo hanno visto ampi settori privati avvantaggiarsi di queste politiche, così come dei finanziamenti pubblici a università e hub scientifici, proprio perché veniva a mancare il primato della ricerca scientifica di base a vantaggio d’interessi particolari. Così le infrastrutture esistenti si mettono a disposizione delle nuove linee di “sviluppo” del mercato.

Questo processo ha accentuato le differenze che c’erano tra le economie del Centro-europa e quelle dell’area mediterranea andando a definire una linea di demarcazione netta tra i PIGS e i paesi core, ovvero tra la periferia e il centro. Il risultato di tutto ciò è che nei PIGS l’esigenza di formare addetti al “lavoro mentale” non è abbastanza forte da giustificare maggiori investimenti nell’ambito della formazione. Infatti, l’offerta di lavoratori con un alto livello di formazione nel nostro paese è maggiore rispetto alla domanda tanto che spesso si emigra all’estero.

Questa polarizzazione non è presente solo a livello continentale ma si riproduce anche nei singoli Stati, le riforme dell’istruzione degli ultimi decenni accompagnate da politiche come la regionalizzazione spingono verso una distinzione netta tra atenei di Serie A e atenei di Serie B nel mondo universitario – con i finanziamenti diretti quasi esclusivamente verso i poli di eccellenza – e tra scuole del centro e scuole di periferia in cui i rapporti con il tessuto produttivo locale diventano fondamentali per lo sviluppo della didattica (faccio riferimento ai casi dell’alternanza scuola-lavoro). L’aumento delle tasse e la concentrazione dell’”eccellenza” solo in alcuni poli escludono sempre più giovani dal mondo dell’alta formazione. Analizzando appunto il Programma Nazionale per la Ricerca, proprio come per il Programma Quadro Horizon 2020, è evidente come si facciano sempre più passi avanti per consentire alla Commissione Europea e quindi al progetto ordo-liberista di permeare, tra gli altri ministeri, anche lo stesso MIUR.
In quest’ottica è utile prestare attenzione alle campagne mediatiche ed ideologiche che descrivono le giovani generazioni come un’orda di inetti: incapaci di sopravvivere senza i diritti acquisiti dalle generazioni precedenti – anche se stanno ben attenti a parlare di privilegi anziché di diritti -; troppo poco formati per il mondo del lavoro, tant’è vero che prima di entrarci devono obbligatoriamente fare stage e tirocini gratis; pigri e restii a spostarsi perché mammoni e troppo legati alla famiglia. False costruzioni facilmente smentibili se si guarda alle statistiche che descrivono invece i giovani del nostro paese troppo qualificati per i miseri lavori che vengono loro proposti ma soprattutto allenati a lavorare all’estero. Le riforme del mercato del lavoro e del sistema formativo non hanno fatto altro che peggiorare la situazione di precarietà e disoccupazione diffusa, infatti, i giovani con un basso titolo di studio sono ancora più soggetti alle devastanti condizioni di precarietà e sfruttamento sul lavoro.

Se si pensa al fenomeno dei working poor e ai NEET, un gruppo sociale sempre più ampio, è evidente come le trasformazioni tecnologiche, le modifiche del mercato del (non)lavoro e del sistema formativo portano all’esclusione sociale e all’aumento generalizzato della povertà. Comprendere la condizione dei giovani ci aiuta quindi a capire le tendenze verso le quali si sviluppano le politiche sociali e di conseguenza ci permette di intuire in anticipo quali saranno le trasformazioni che subiranno i settori sociali più deboli all’interno di questo contesto.

Che fare? In questa prospettiva è quindi necessario capire quali sono le modifiche a cui va in contro l’industria – e quindi il modo di produzione di questa società – e organizzarsi di conseguenza. La forza del movimento operaio nel ‘900 è stata data proprio dalla modalità pratica di produzione che gli Stati si erano dati, il fordismo, che ha avuto la capacità di sussumere il lavoro manuale al capitale, permetteva una aggregazione intrinseca della classe operaia sia durante le ore di lavoro sia nel tempo libero.

Le grandi fabbriche necessitano di una certa concentrazione di operai che lavorano fianco a fianco e il modello consumistico sviluppato dallo stesso Ford vedeva in un certo senso fusi operai e consumatori, le lotte operaie si organizzarono di conseguenza e diedero vita ai capovolgimenti storici del ‘900.

Oggi, di fronte alla necessità del capitale di sussumere anche il “lavoro mentale” e all’uso sempre più massiccio della scienza all’interno della produzione la nostra classe risulta estremamente scomposta e divisa su ogni fronte. Sempre più lavori di tipo intellettuale sono sottoposti alla standardizzazione delle procedure, mentre molti altri come ad esempio tutti quei lavori di routine sono ormai svolti da algoritmi e macchine.

Apro una parentesi giusto per dare un esempio pratico. Nei settori industriali ad alto livello di tecnologia è sempre più utilizzata l’informatica, anche gli oggetti più piccoli devono essere connessi alle altre parti del prodotto finale e perciò integrano microprocessori capaci di eseguire algoritmi sempre più complessi. Il processo di scrittura di un algoritmo storicamente è composto da tre step:

1) progettazione e modellizzazione (model based design);
2) scrittura del codice con linguaggi di alto livello e successiva trasformazione in linguaggio macchina;
3) test.

Lo sviluppo tecnologico è talmente avanzato che esistono, e soprattutto in ambito automotive se ne fa un larghissimo uso, programmi capaci di generare automaticamente il codice. Questo significa che chi prima si occupava di scrivere il codice sulla base delle indicazioni dei progettisti, ovvero quelle figure identificabili come “informatici puri”, non hanno più ragione di esistere. E’, infatti, possibile pensare alla funzione che deve svolgere il prodotto, progettarla con degli appositi programmi e la scrittura del codice avviene poi in automatico, se prima servivano tre figure diverse per completare il processo di produzione di un algoritmo adesso ne servono solo due.

Per chi come noi si propone il cambiamento radicale dell’esistente diventa necessario organizzarsi di conseguenza a questo assetto socio-economico e tecnologico ed è per questo che l’obiettivo deve essere la ricomposizione della classe, portare alla lotta e quindi organizzare quel settore maggioritario che viene escluso dai processi di produzione in seguito all’introduzione dell’automazione. E’ in quest’ottica che valutiamo le campagne politiche da intraprendere, faccio riferimento ad esempio al reddito di sociale. Fuori da ogni tipo di lettura ideologica pensiamo, infatti, che questo possa permettere una ricomposizione di più pezzi della nostra classe, come ad esempio i disoccupati e i precari del Sud del paese come pure delle periferie delle grandi metropoli che altrimenti resterebbero ai margini, quando non completamente esclusi da questa società.

Dove sta andando la Sapienza?

 

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In quanto studenti e studentesse osserviamo (e subiamo) giorno dopo giorno i cambiamenti delle nostre università e gli effetti che la crisi generale inesorabilmente apporta: dai tagli ai finanziamenti a quelli alla didattica, dall’aumento delle tasse d’iscrizione all’ingresso dei soggetti privati – avente oramai il segno di un’invasione –, dalla repressione delle forme di dissenso alla tendenza alla “normalizzazione” di studenti e luoghi della formazione.

Giovani a sud della crisi [Ristampa aggiornata]

*** A distanza di pochi mesi dall’uscita di Giovani a sud della crisi proponiamo, in occasione della ristampa, una versione aggiornata dell’introduzione.
Per chi fosse interessato all’acquisto del libro ci contatti all’indirizzo noirestiamo@gmail.com
***

Sono ormai dieci anni che qualunque testo di politica, sociologia o economia, deve necessariamente includere nelle prime righe dell’introduzione il conteggio degli anni di crisi. Dieci anni in cui ogni analisi è stata necessariamente mossa alla luce di una crisi «sistemica» del capitalismo, un periodo di recessione pari solo a quello del 1929 o seguito alla devastazione della Seconda Guerra Mondiale; dieci anni che hanno visto crolli bancari, la crisi dei mutui e a gente buttata fuori dalle proprie case, l’aumento senza precedenti della disuguaglianza, il risorgere della povertà assoluta nei paesi «sviluppati» dell’Occidente, la f ne del sogno della «convergenza» tra i paesi europei più ricchi e quelli più poveri.

E per fare fronte a tutto questo i governi hanno risposto con
politiche che hanno ulteriormente sviluppato questi problemi: austerità, tagli allo stato sociale, dalla scuola alla sanità alle pensioni, precarizzazione del mercato del lavoro, privatizzazioni e svendita del patrimonio pubblico.

A più di un decennio dall’inizio della recessione, l’economia europea sta attraversando una fase instabile, fra strascichi della crisi che ancora si
fa sentire per larghe fasce dei settori popolari, segnali di ripresa da alcuni
comparti ma anche indicazioni di una nuova possibile fase recessiva. Fra i
paesi mediterranei, Spagna e Portogallo negli ultimi anni hanno mostrato
segni di dinamismo. Per conto suo la Grecia ha appena visto i funzionari
della Troika andarsene dopo un vero e proprio commissariamento durato
otto anni, benché rimanga legata ai pesanti vincoli post-memorandum. La
vicenda tragicomica intorno all’ultima legge di bilancio ha messo in luce
come sia l’Italia adesso a preoccupare le elite europee additata ormai aper-
tamente come malato d’Europa, con un tasso di crescita anemico e costan-
temente rivisto al ribasso.

Ma se Atene piange, Sparta non ride, perche’ pure la famosa locomotiva tedesca mostra segni di appannamento, con export in diminuzione e produzione industriale in af anno.

Se i caratteri della nuova fase appaiono dunque ancora indef niti, quello
che è certo è che la società non è tornata a essere quella del 2007, così come non sono uguali i rapporti economici e di produzione, la situazione geopolitica e le alleanze internazionali. In dieci anni di crisi sono stati triturati partiti
politici europei con una storia centenaria e ne sono sorti dei nuovi, per cui neanche l’agone politico è più quello di prima.

Dopo la fase di compromesso keynesiano post-seconda guerra mondiale e il quarantennio di neoliberismo inaugurato da Thatcher e Reagan, potremmo stare entrando in una nuova fase storica del capitalismo, e il periodo attuale si potrebbe certamente caratterizzare come quell’interregno “in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, per usare una frase assai abusata ma assai efficace di Antonio Gramsci. Mentre molti dei ca-ratteri specif ci di questo periodo saranno più chiari solo con un attento e continuo studio, alcune caratteristiche sono già evidenti e al centro del dibattito economico-politico: l’accentuarsi della competizione globale fra macro-blocchi imperialisti o aspiranti tali, che comporta l’incrinatura della storica alleanza USA-UE e il rischio, sempre meno latente, di una guerra dei
dazi che interrompa l’avanzamento apparentemente implacabile del libero
commercio; le tensioni riguardo alla possibile uscita “disordinata” del Regno
Unito dall’Unione Europea; le guerre asimmetriche che si avvicinano sem-
pre più ai conf ni europei (vedi la Libia, ma soprattutto l’Ucraina) portate
avanti con uno spregiudicato schema di alleanze a geometria variabili, dove
il tuo alleato di ieri può diventare immediatamente tuo nemico (si veda il
calderone della Siria); l’apertura di una frattura politica sempre più forte tra elitaristi e populisti che si af anca e sembra soppiantare la storica divisione tra destra e sinistra (o tra popolari e socialdemocratici, entrambi f niti pienamente nel primo schieramento); la catena produttiva del valore, che da
una parte diventa sempre più frammentata, mentre aumenta sempre di
più l’importanza della velocità di circolazione e di valorizzazione, e quindi la strategicità del settore della logistica; il lavoro che non è tornato alla condizione del 2007, ma oltre, addirittura a quello di inizio ‘900, pagato a cottimo, estremamente ricattabile f no al licenziamento immediato, con sempre
maggiori ostacoli alla sindacalizzazione.

Basti pensare alla situazione italiana: se è vero che a livello quantitativo
l’occupazione è tornata a quella pre-crisi, a livello qualitativo si è osservato un progressivo spostamento della struttura occupazionale verso lavori precari e malpagati, mentre le istituzioni a difesa del lavoratore sono state progressivamente smantellate. L’analisi della realtà, che deve sempre andare di pari passo con la lotta
per la trasformazione sociale, deve tenere conto di questo periodo di transizione, partendo dal tentativo di capire quali sono stati i caratteri temporanei della fase che si sta concludendo, e quali invece sono diventati strutturali, e con i quali quindi continueremo a confrontarci nel prossimo, sul piano teorico come su quello dell’agire politico. La cornice dell’austerità, pur valido strumento analitico per il periodo della recessione, non basta più per descri-vere l’attuale fase che l’economia europea attraversa. Se da un lato i vincoli sui conti pubblici rimangono pressanti (basti richiamare ancora una volta lo scontro sul deficit italiano dello scorso autunno), dall’altro la crescita elettorale in tutta Europa di forze euroscettiche ha portato le élite europee ad un tentativo di cambio di strategia.

Non si tratta solo delle tardive ammissioni di colpa sul disastro greco, come quelle pronunciate dall’ex capo dell’Eurogruppo Jerome Dijsselbloem o dal presidente della Commissione Europea
Juncker, ma anche di cambiamenti più concreti. Si tratta, come notava ci-
nicamente un editorialista del Wall Street Journal nel 2016, di «corrompere
le rivolte contadine» con maggiore spesa pubblica. L’esempio più lampante
che of rono gli eventi recenti è il caso francese: a Macron in dif coltà per via
delle proteste dei «Gilets Jaunes» si concede di sforare i vincoli di bilancio
nel tentativo (per ora vano) di placare la rabbia della popolazione.

Andando oltre un’ottica di breve periodo, basta guardare le raccomandazioni emesse della Commissione Europea negli ultimi anni nei confronti
di Germania e Olanda ad usare più spesa pubblica per far crescere l’anemica domanda interna e fare da traino al resto dell’economia europea. C’è poi
il «Piano Juncker» di investimenti per rilanciare la crescita del continente.
Si noti però che siamo ben lontani da un ritorno ad un keynesismo fuori tempo massimo. Nella visione della Commissione UE gli investimenti del piano Juncker si accompagnano a riforme del mercato del lavoro e dei prodotti, con un’ulteriore spinta verso le liberalizzazioni. E d’altronde lo stesso Juncker nel fare ammenda sulla Grecia ha comunque sottolineato che le ‘riforme’ strutturali restano essenziali. Si tratta piuttosto di un tentativo di
ristrutturazione dell’economia europea per renderla maggiormente competitiva nei confronti di altre macro-aree come gli USA, tanto più che oggi i rapporti con l’ex alleato americano sono ai minimi storici. In questo senso, l’UE
non rappresenta una forma superiore di democrazia sovranazionale, bensì lo strumento per avanzare gli interessi del blocco egemonico del capitale europeo.

Non si tratta dunque di un aumento di spesa pubblica generalizzato, ma di investimenti mirati di cui riescono ad avvantaggiarsi solo alcuni poli competitivi, lasciando indietro altri.
Questo è quanto sta accadendo
ad esempio nell’università italiana: dopo anni di austerità che hanno visto
pesantissimi tagli al f nanziamento statale all’istruzione universitaria, il livello di fondo di finanziamento ordinario è tornato quasi a livelli pre-crisi.

Nel frattempo, sono stati però istituti meccanismi di competizione fra uni-
versità basati su presunte logiche meritocratiche per cui ad avvantaggiarsi
dell’aumento dei fondi sono principalmente alcuni poli universitari di «serie A», sempre più internazionalizzati e proiettati su una dimensione europea, mentre il resto dell’università vede diminuire fondi e iscritti.

Questo tipo di dinamiche centro-periferie si osserva sia su scala nazio-
nale che su scala europea. Benché, come ricordato nell’incipit, negli ultimi
anni i paesi mediterranei siano tornati lentamente a crescere, la crisi ha ac-
celerato gli squilibri del processo di integrazione europeo che erano stati na-
scosti dall’euforia f nanziaria che aveva fatto seguito all’introduzione dell’euro.

Mentre le economie del centro produttivo a trazione tedesca si sono progressivamente specializzate nella produzione e l’export di beni ad alto
valore aggiunto, le economie del sud Europa si sono progressivamente spo-
state in basso nella catena del valore, trovandosi a competere sul costo del
lavoro. Sintomo di questi squilibri sono le dinamiche migratorie inter-euro-
pee, dove l’emigrazione dai paesi mediterranei verso l’Europa «core» rimane alta nonostante la ripresa, o meglio a causa delle sue caratteristiche.

A corollario delle politiche di investimento per rilanciare la competitività’ europea, le élite europee hanno aggiunto un progressivo indurimento delle politiche migratorie. Basti pensare al vergognoso accordo con la Libia per trattenere i migranti in campi di detenzione, o alle condizioni disumane dei campi in Grecia. In risposta alla crescente popolarità’ della destra xenofoba, Il controllo delle frontiere continentali è stato progressivamente «europeanizzato», tant’è che di recente Juncker ha proposto il rafforzamento della forza di polizia di costiera europea.

E così dell’anti-europeismo di
facciata delle destre xenofobe si risponde con politiche che nei fatti vanno nella stessa direzione. Ci è sembrato quindi opportuno tirare le f la dei punti politici che hanno
contraddistinto tutta la riflessione di Noi Restiamo, metterli a sistema per
capire il quadro in cui ci troviamo e da cui siamo tenuti a ripartire: l’istru-
zione, il lavoro, l’emigrazione, il rapporto città-metropoli-periferie, il divario nord/sud sia europeo che italiano, l’antifascismo e la repressione. Un quadro sicuramente ampio e, non abbiamo paura di dirlo, complesso, e che per queste ragioni abbiamo sentito il bisogno di af rontare insieme ad altre realtà politiche, fino alla realizzazione nella scorsa primavera dell’assemblea Giovani a sud della crisi, da cui questo libro, all’interno del Collision Fest.

C’è un’ulteriore questione che collega i nostri punti con i compagni e le
compagne insieme a cui questo libro è stato scritto: la questione giovani-
le. Per quanto Noi Restiamo nasca come un’organizzazione giovanile, non
si è certo rinchiusa in questa categoria, af rontando anche temi non direttamente riconducibili alla condizione generazionale, ma spaziando fino a grandi discussioni di carattere maggiormente teorico, af ancandosi in certe riflessione e pubblicazioni ad altre organizzazioni, dalla Rete dei Comunisti sulla teoria marxista e l’antimperialismo, all’Unione Sindacale di Base su alcuune riflessioni sulla disoccupazione tecnologica e i possibili strumenti con cui rispondere, fino alla discussione su immigrazione/emigrazione all’interno della piattaforma Eurostop.

La natura «giovanile» delle organizzazioni che hanno contribuito a questo libro nasce dunque non tanto da una generica affnità anagrafica, ma proprio dai contenuti e dalla chiave di lettura di questa pubblicazione. I punti di cui sopra infatti sono af rontati con la lente particolare della questione giovanile perché i grandi cambiamenti economico-sociali, e soprattutto le «riforme» imposte dalla politica, hanno impattato in maniera fortissima proprio queste fasce della popolazione.

Crediamo che questo non sia successo per caso, e raccogliere la sfida di comprendere la logica dietro a queste trasformazioni possa servire proprio a capire su quali pilastri la nostra controparte abbia impostato il proprio
progetto per gestire la transizione alla prossima fase. Se infatti tutte le fasce
anagraf che sono state attaccate dalla crisi e dalle riforme, tra cui la legge
Fornero e il Jobs Act, il loro ef etto strutturale parte sempre dai giovani, che subiscono «l’intasamento» del mercato del lavoro causato dall’innalzamento dell’età pensionabile e al tempo stesso sof rono maggiormente quando in questo riescono a entrare, a causa dell’indebolimento sulla disciplina dei licenziamenti, che aumenta ulteriormente la divisione fra il lavoro garantito e quello precario.

Un effetto strutturale ancora leggibile nel tasso di disoccupazione giovanile che rimane alto, così come quello dell’emigrazione.

Ma c’è inoltre l’altro lato della questione giovanile, quello che ribalta i ragazzi da oggetto degli attacchi politici a soggetto politico, soggetto che con tutti i problemi e le contraddizioni di trovarsi ad agire in un periodo storico fortemente apolitico e individualista (certamente, una delle maggiori vittorie dei nostri nemici), prova e tenta di reagire. L’ha dimostrato nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, di cui molti politologi hanno nota to l’impronta generazionale, di una percentuale altissima di under 30 che ha bocciato la «controriforma» voluta da Renzi, dando una risposta piuttosto chiara alla chiamata della vuota retorica alla «rottamazione», al «nuovo», al «andare
avanti» a tutti i costi, ovunque si vada, avendo forse capito, o quantomeno
intuito, che la direzione in cui il PD voleva muovere le istituzione italiane non era altro che un’ulteriore stretta in senso elitario. E la stessa intuizione ha preso la forma, non certo felice per noi ma non per questo incomprensibile o risibile, alle elezioni del 4 marzo di un voto giovanile che è scappato a gambe
levate dai partiti «storici» per cercare soluzioni e risposte nel M5S o nella Lega, in mancanza di una vera alternativa, quella che spetta a noi organizzare e costruire. Ma nello stesso tempo, sono sempre stati le ragazze e i ragazzi a dare impulso prima, e spina dorsale poi, a quel progetto di rappresentanza politica del nostro blocco sociale che ha preso forma nell’esperimento di Potere al Popolo.

Ed è anche da queste considerazioni prettamente politiche che prende
la traccia questo libro. Abbiamo subito la crisi e l’attacco padronale e politico, ma non siamo crollati completamente nel conf itto ideologico, e ci sono tutti i segnali per cui una risposta giovanile è possibile, se a partire da noi comunisti riusciamo a mettere in campo teorie e analisi forti che possano servire alla costruzione e all’organizzazione politica necessaria al cambiamento sociale.

Per fare questo, occorre mettere al centro il tema della rottura della gabbia dell’Unione Europea, essendo però capaci di declinare questa parola d’ordine in senso internazionalista, senza ricadere in nostalgie patriottarde fuori tempo massimo né in retoriche altre-europeiste.

Fratture reali e rotture possibili nella UE. la Rivoluzione nel XXI Secolo

Il processo di costituzione di un polo imperialista europeo in grado di competere alla pari con gli altri macro-blocchi mondiali in uno scenario internazionale sempre più bellicoso fino a questo momento si è dimostrato in grado di reggere i colpi delle contraddizioni che ha necessariamente scatenato. Trattandosi di un processo reale e non concluso naturalmente possiamo semplicemente leggere le tendenze, e impostare la nostra analisi su quelle. Diventa fondamentale quindi per una realtà politica che identifica nella competizione imperialista internazionale il proprio nemico principale (e di conseguenza costruisce la propria attività intorno all’obiettivo di rompere il proprio imperialismo) una riflessione accurata sulle fratture reali e sulle possibilità di rottura che in questi anni si sono manifestate (e si stanno manifestando) all’interno della Unione Europea.

Il 6 luglio 2015 il popolo greco – dopo sei mesi di estenuante trattativa tra il neo-eletto governo di Syriza e l’Unione Europea – dice di no con un referendum popolare al ricatto del debito e dell’austerità. Nonostante questo pochi giorni dopo lo stesso esecutivo firma un terzo memorandum che comporta ulteriori disastri sociali e di fatto la fine della sovranità politica interna. Con il 61,3% dei voti per l’OXI il popolo greco voleva voltare definitivamente pagina, nonostante la campagna terroristica condotta dalla UE ed i mass-media con lei schierati. Una campagna di mobilitazione popolare gigantesca portò le fasce giovanili della popolazione (i tre quarti dei giovani tra i 18 e 24 anni si espresse per il “No”) a identificare nel referendum uno strumento per riappropriarsi del proprio futuro.

Se quella concreta ipotesi di rottura con la gabbia dell’Unione Europea fatta di cessione di sovranità popolare e politiche di austerity imposte alla popolazione è ben presto tramontata per il suicidio politico della formazione di Alexis Tsipras che il 25 gennaio aveva sfiorato per un soffio la maggioranza dei seggi, le elezioni politiche prima e il referendum – in dose maggiore dopo – erano lo “sbocco politico” per una popolazione che aveva cercato di resistere con tenacia alle politiche made in UE, tra l’altro dando vita negli anni precedenti a 27 scioperi generali, e rendendo possibile la crescita organizzativa e di consenso di Syriza sul fronte della rappresentanza politica di classe.

Dopo la Grecia la possibilità di rottura con l’ordine esistente “ingabbiato” dalla UE si è dato altre due volte per via referendaria.
È il caso del referendum sulla Brexit – e del suo accidentato processo di messa in pratica della volontà popolare per il leave – del 23 giugno 2016, in cui il 51,8% dei cittadini della Gran Bretagna si è espresso per lasciare l’Unione. Lo studio dei dati statistici ed un quadro comparato con le successive elezioni politiche, contribuisce a chiarire che il voto per l’uscita è stata una scelta di classe operata da chi da li a poco avrebbe votato per un Labour alla cui leadership era stato eletto Jeremy Corbyn, deciso a porre una pietra tombale sui lasciti di Tony Blair, e questo nonostante la campagna per il Leave non sia stata assolutamente egemonizzata da forze progressiste. La situazione abbisogna della massima attenzione per gli attuali esiti incerti degli sviluppi della Brexit e per la possibilità che l’uscita dalla UE possa tramutarsi in una gigantesca chance per il proletariato della Gran Bretagna per cambiare radicalmente rotta rispetto alle politiche che dall’insediamento del governo conservatore della “Lady di Ferro” hanno caratterizzato il Regno Unito, e che ha cascata si sono estese a tutto il continente.

Un altro importante momento di rottura è stato il referendum per l’indipendenza della Catalogna, in cui – nonostante la pervicace volontà del governo di Madrid di impedirne lo svolgimento e l’azione violenta delle forze dell’ordine ai seggi – il primo ottobre circa il 90% – del più del 40% degli aventi diritto che si sono recati alle urne – hanno votato per l’indipendenza della Catalunya. Anche in questo caso ci siamo trovati in presenza di un processo contraddittorio e non direttamente guidato da forze di classe (che però hanno avuto e continuano avere un ruolo importante), ma che per la sua dimensione di massa e per le contraddizioni che andava a toccare ha provocato una crisi istituzionale profonda in un importante paese europeo, e ha mostrato il vero volto della UE, tanto inflessibile quando si parla di conti pubblici quanto indifferente verso una repressione selvaggia.

Il processo giudiziario che si sta celebrando in questi mesi, apertosi da qualche settimana, contro una parte importante della leadership indipendentista è un vero e proprio “processo politico” in cui vengono messi alla sbarra anche rappresentanti istituzionali “rimossi a forza” con il bene placido della UE: è un azione giudiziaria esemplare contro chi sfida l’attuale ordine politico-economico in cui deve essere sanzionata innanzitutto la possibilità di perseguire coerentemente gli interessi espressi da un amplio blocco sociale e di dare seguito alle sue aspettative anche se in contrasto con i Diktat della UE. Anche intorno alle vicende giudiziarie, sembra essersi recentemente riattivato un processo di organizzazione delle classi subalterne e ri-dinamicizzata l’attività dell’indipendentismo – tra l’altro con un riuscito sciopero generale – che fanno pensare che la partita con Madrid e Bruxelles sia tutt’altro che chiusa e ancora da giocare.

Il procés catalano non è il primo caso in cui la questione nazionale solleva contraddizioni importanti nel continente, anche rispetto ad una UE che affronta la questione in maniera puramente strumentale ai propri interessi (pensare ad esempio al Kosovo). L’altro caso principe all’interno dello Stato Spagnolo è sicuramente quello dei Paesi Baschi, tuttora vittime di una feroce repressione: il caso più emblematico rimane quello degli “otto di Altsasua”, che rischiano proprio in queste settimane 375 anni di prigione complessivi per una rissa da bar trasformata dall’accusa in “atto terroristico”. Pur in un periodo in cui la politica basca sta vivendo un complesso e ancora indefinito momento di riaggiustamento in seguito alla fine dell’esperienza storica della lotta armata dell’ETA, il popolo basco rimane storicamente in grado di produrre un livello di mobilitazione raro in Europa, e da alcune importanti realtà politiche sta emergendo la necessità di confrontarsi sul piano di rottura della UE.

Dal 17 novembre 2018 in Francia (ed anche in Belgio) un movimento inedito per ampiezza e durata nella storia repubblicana francese sta scuotendo l’Esagono e una parte dei Territori d’Oltre Mare, che l’Atto del 16 marzo ha dato il suo “ultimatum” a Macron e il 19 dello stesso mese vedrà il secondo sciopero generale intercategoriale di 24 ore dallo scoppio del movimento. La marea gialla ha accelerato la crisi del macronismo, ultimo baluardo dell’europeismo sul piano continentale, rimesso al centro lo scontro di classe in tutte le sue sfumature (compreso gli aspetti repressivi), ridato vita ad una proteiforme espressione dell’azione collettiva e le organizzazioni politiche e sindacali dentro questo processo, posto un programma “minimo” rivendicativo che coniuga bisogni sociali e istanze politiche, evidenziato le “fratture” profonde dentro il secondo Paese della Ue e la quinta potenza economica mondiale.

Vogliamo fornire attraverso una serie di iniziative politiche strumenti di comprensione sui possibili processi di rottura all’interno della UE, stimolando a ripensare la propria agenda politica rispetto alle accelerazioni storiche che si stanno consumando a causa di una crisi conclamata che non trova altre soluzione tra i “decision makers” di Bruxelles e Francoforte che non sia un ulteriore irrigidimento dell’ordo-liberismo coniugato con una maggiore torsione autoritaria, ed una sempre meno latente tendenza alla guerra.
Occorre secondo noi prefigurare fin da ora la configurazione di un processo di transizione dall’attuale gabbia dell’Unione Europea che abbia come motore la lotta di classe, vero vettore della rottura dei trattati e del ripensamento complessivo dell’organizzazione politico sociale capitalistica esistente.
Allo stesso tempo bisogna misurarsi con quelle che sono le pratiche reali, gli strumenti utilizzati dal “blocco sociale della crisi” negli altri Paesi per far avanzare le proprie rivendicazioni e le sfide che queste pongono “in prospettiva” anche qui nel nostro Paese a chi opera nel magma sociale con il fine preciso di riattualizzare il concetto di rivoluzione nel XXI secolo, cioè come diceva Lenin: “dare forma al sogno”.

Proponiamo quindi un ciclo di due incontri (marzo-giugno 2019):

“I gilets gialli sono tra noi” con collegamenti via Skype con alcuni GJ della regione parigina insieme ad Andrea Mencarelli attivi in differenti fronti di lotta e la presenza di Giacomo Marchetti, redattore di “Contropiano” che segue le vicende Francesi

“Gli sviluppi della Brexit e le sue ricadute ” con la presenza di Andrea Genovese, redattore di “Contropiano” dal Regno Unito e il collegamento Skype con esponenti del “Morning Star”

15 marzo, la serrata dei padroni di tutti i colori

“Oggi siamo di fronte alla necessità di ragionare anche sui nostri comportamenti individuali, su come incidono sul mondo, sul modello di sviluppo. (…) Dobbiamo pensare di produrre mezzi di trasporto, case, fabbriche che non inquinino o che comunque inquinino di meno. (…) soprattutto non può più esistere un modello per cui pur lavorando sono povero e contribuisco allo stravolgimento del pianeta di cui i lavoratori sono le prime vittime”.

Queste le parole di Landini, segretario della CGIL, sull’adesione allo sciopero mondiale per il clima di oggi 15 marzo, il Friday for future, contestuale all’indizione dello sciopero indetto oggi dal comparto edile per il rilancio del settore e per le grandi opere. Grandi opere come il TAV, che devastano ambiente e territori. Le parole di Landini farebbero trasalire chiunque se ormai non ci trovassimo in un contesto politico e mediatico di “green” washing (niente di diverso rispetto ai “pink” e “black” washing operati sulla pelle delle donne e dei migranti) dove tutti possono dire tutto, in nome di un “ripulito” e generico obiettivo comune riguardo il futuro del pianeta.

Un contesto dove il segretario della CGIL può assegnare come prima responsabilità rispetto ai cambiamenti climatici i “nostri comportamenti individuali” che contribuiscono “allo stravolgimento del pianeta”. E dove contestualmente può parlare della produzione di mezzi di trasporto “che non inquinino o che inquinino di meno”, con specifico rimando al via libera che la CGIL ha dato alla TAV – che ça va sans dire di ambientalista non ha nulla – e allo sciopero indetto oggi dagli edili per le grandi opere. Da brava serva di quel PD che del SI TAV sta facendo la sua campagna elettorale.

Come da copione, la CGIL si dimostra compartecipe di tutte quelle forze politiche – di governo e non – che si stanno assumendo una responsabilità che ha il sapore di condanna verso un intero territorio e i suoi abitanti, in nome del profitto privato e non di certo della riduzione delle emissioni. Una condanna che non può lasciarci indifferenti e che rappresenta un precedente per tutte le lotte territoriali – e generali -, attive o future sul territorio nazionale, imponendo un modello di sviluppo basato sull’annientamento di qualsiasi ipotesi di opposizione.

La questione ambientale e dei cambiamenti climatici è centrale e deve collocarsi nel campo delle nostre priorità politiche. Per questa ragione è sicuramente una cosa positiva vedere migliaia di persone scendere in piazza perchè sinceramente preoccupate della direzione disastrosa verso cui il nostro pianeta si sta dirigendo. Allo stesso tempo queste buone intenzioni, se non accompagnate da una lucida critica al sistema responsabile di questa direzione, corrono il rischio di essere cooptate e inquinate dai responsabili stessi della situazione in cui ci troviamo. Per questa ragione la lotta per l’ambiente non può che andare di pari passo con una profonda opposizione ideologica e materiale alle grandi opere inutili, responsabili della devastazione dei territori e della distruzione di risorse pubbliche che potrebbero essere destinate alla salute, all’istruzione, al lavoro, alla messa in sicurezza delle infrastrutture, ad azioni reali per la difesa dell’ambiente. Così come non può essere avulsa dal contrasto a un utilizzo dei territori per fini speculativi, di rendita e di produzione orientati al solo profitto.

Per questi motivi, la CGIL di Landini, così come il PD e tutte le forze politiche che da destra a sinistra tifano TAV e grandi opere e che oggi si sbracciano per garantire la partecipazione allo sciopero mondiale per il clima, non hanno nessun diritto di attraversare alcun movimento a difesa dell’ambiente.

Al contempo, le lotte territoriali e ambientali non possono permettersi di correre il rischio di ridursi a movimenti di opinione, generalisti ed epurati di alcuna ipotesi di rottura, dove il condividere l’essere genericamente pro o contro qualcosa può essere sufficiente a garantire la legittimità di chi sfrutta a stare nelle piazze di chi resiste. Le vittime sono vittime e i carnefici sono carnefici. Lo sa bene chi ha lottato almeno un giorno per la difesa della propria terra (o del proprio lavoro, dove le responsabilità della CGIL gridano ancora vendetta).
E a maggior ragione in questo contesto, dove si rimbalzano da più fronti vuote ipotesi di “riunificazione della sinistra”, bisogna tenere ben presenti i responsabili della condizione attuale. Forze politiche ed economiche che in nome dei loro interessi hanno contribuito – talvolta anche solo con la loro colpevole indifferenza – alla distruzione di ambiente e risorse naturali, oltre che a mettere a rischio la vita e la salute di milioni di persone. E che adesso, fiutando la possibilità di aumentare consenso politico da un lato o di fare profitti in un settore in espansione come quello della green economy dall’altro, si ergono a difensori del clima che hanno contribuito a devastare.

Ma torniamo a Landini, a quando parla di “nostri comportamenti individuali”. Perché è una questione teoricamente giusta, nel senso di presa di coscienza e attivazione personale rispetto alle conseguenze dei cambiamenti climatici sulla collettività, ma che non può essere ridotta a una sorta di civismo individuale, vuoto quanto inutile se messo a confronto con gli effetti devastanti dell’attuale sistema produttivo di cui i cittadini sono poco più che spettatori.

Ciò che pensiamo è che i principali comportamenti, individuali e collettivi, su cui invece dobbiamo lavorare sono quelli che hanno come obiettivo l’individuazione e l’opposizione ai responsabili di questa condizione globale.

Ed è per questo che oggi, come Noi Restiamo e OSA, abbiamo individuato tra i tanti responsabili la CGIL di Landini, regina del peggio della concertazione filo padronale e adesso anche promotrice del TAV, alle cui sedi abbiamo voluto lasciare un manifesto con un appunto, da parte di chi resiste.

L’unica freccia rossa che attraversa la Valsusa è quella della resistenza NOTAV.
Ci vediamo il 23 marzo, alla Marcia per il Clima e Contro le Grandi Opere Inutili.

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: QUALI EFFETTI SU UNIVERSITA’ E RICERCA?

Continua ad avanzare la ristrutturazione del quadro istituzionale del nostro paese attraverso l‘autonomia differenziata. Processo che sta finalmente iniziando a suscitare attenzione ed indignazione in chi lo approfondisce, ma è ancora, volutamente, mantenuto in sordina all’interno del dibattito pubblico nazionale.

Siamo di fronte ad una secessione di fatto delle regioni più ricche del Paese che potranno mantenere sul proprio territorio il gettito fiscale e avere potere decisionale su una serie di competenze fondamentali, come la sanità, l’istruzione e l’ambiente. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto rappresentano, infatti, il 40% del Pil italiano e questa riforma appare come il tentativo di cristallizzare ulteriormente a livello istituzionale le diseguaglianze che genera questo modello economico: da un lato, si abbandonano i territori non integrati al cuore del capitalismo europeo, dall’altro si svuota lo Stato di risorse per politiche pubbliche di ridistribuzione o di sostegno ai servizi pubblici essenziali, che già oggi si trovano in pesante crisi e contrazione per gli effetti dell’austerity e del vincolo di bilancio imposto dall’Unione Europea.

Per questo lo scorso 15 febbraio eravamo nella piazza chiamata da USB davanti a Montecitorio, insieme a tutti quei soggetti che si oppongono ad una riforma che andrà a colpire e seriamente debilitare il concetto di universalità dei servizi e di ridistribuzione sul territorio delle risorse.
Il mondo della formazione, alla pari di altri servizi pubblici fondamentali, rischia di essere ulteriormente dequalificato a causa dell’ennesimo incentivo alla privatizzazione e all’ingresso dei privati, come già messo in guardia da USB scuola.

L’università non è scollegata da questa dinamica, ma ne risulta invece essere un elemento strategico, come emerge più volte dai punti indicati nelle bozze degli accordi sull’autonomia differenziata presenti online.

Nelle bozze presentate si evince che le regioni che seguono questa strada avranno ampie competenze su alta formazione e welfare studentesco. Si indica, infatti, addirittura la creazione di un Fondo Ordinario Pluriennale che dovrà “essere determinato in funzione del fabbisogno territoriale di servizi essenziali per l’esercizio del diritto allo studio”. Nei fatti sappiamo però che già la regionalizzazione avvenuta negli scorsi anni, che prevedeva uno stanziamento regionale del 40% del FIS (Fondo Integrativo Statale) oltre alla gestione regionale dei servizi dedicati al diritto allo studio (alloggi, mense, etc), ha causato l’innalzamento esponenziale delle tasse e la differenziazione su base regionale sia dei servizi erogati sia della qualità della didattica. Tutto ciò ha diminuito l’accessibilità all’alta formazione, determinando la sua progressiva elitarizzazione e polarizzazione in pochi poli con sufficiente disponibilità di risorse pubbliche e private e altri invece in crescente difficoltà a garantire anche i servizi più elementari.

Questa differenziazione è palese tra gli atenei del nord, immersi in un tessuto produttivo più avanzato, e quelli del sud che si trovano in regioni con un tessuto produttivo più debole. L’autonomia differenziata non fa che aumentare questa discrepanza sia sul territorio nazionale sia all’interno della stessa regione. Il diritto allo studio, già pesantemente compromesso dalle riforme degli ultimi decenni, che ne hanno determinato il sotto finanziamento a livello nazionale e la sua regionalizzazione, andrà a dipendere in forma maggiore sia dalla “ricchezza” delle specifiche regioni sia dagli indirizzi politici che le stesse vorranno darvi. Non è detto infatti che a regioni ricche corrisponda un diritto allo studio più efficiente ed “universalistico” quanto, con maggiore probabilità, l’accentuazione di un modello “ordoliberale” che negli ultimi anni vediamo in forma crescente incentivato nei nostri atenei.

Questo però non è il solo elemento critico. All’interno delle bozze si specifica chiaramente la necessità di adeguare l’offerta formativa alle esigenze del tessuto produttivo del territorio con la possibilità da parte della regione di concorrere nel creare nuovi corsi di laurea basati sulle “esigenze espresse dal contesto economico, produttivo” oltre a trovare i modi per “il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro di ricerca nel settore privato”. In particolare, la Regione Lombardia, si legge, contribuirà a sostenere la spesa per quei dottorandi che condurranno un progetto di ricerca in un’azienda oppure, viceversa, un lavoratore che l’azienda vuole formare attraverso un corso universitario. Questo tipo di ricercatori o lavoratori verranno chiamati “ricercatori di impresa”, nuovo ruolo pensato per creare una rete di collaborazione tra università e impresa. Dal canto suo, l’Emilia-Romagna specifica “la costituzione di un Fondo Integrativo Pluriennale Regionale a favore della Ricerca e dello sviluppo della Terza missione”, ossia afavore della collaborazione fra università e aziende nei progetti di ricerca, oltre ad Fondo Integrativo per la didattica. 

Sempre l’Emilia-Romagna specifica l’intenzione di “promuovere l’internazionalizzazione del sistema produttivo, della ricerca, dell’innovazione e della formazione” al fine di accrescere l’attrattività e la competitività del territorio anche lavorando in “stretta relazione con l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (ICE), e Invitalia, l’Agenzia Nazionale per l’Attrazione degli Investimenti e lo Sviluppo d’Impresa”.

La bozza della Lombardia afferma ancora all’art.25 di voler orientare la “ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi e alle start up d’impresa” e di detenere le competenze in materia di sostegno all’innovazione e alla definizione degli obbiettivi di sviluppo delle imprese.

Leggendo le bozze presentate sull’autonomia differenziata, risulta evidente il tentativo di “sganciamento” delle regioni più ricche e più integrate a livello produttivo al circuito tedesco, abbandonando di fatto la “zavorra” di uno Stato che seppur in forma via via minore, svolgeva ancora una funzione di redistribuzione delle risorse e con più difficoltà era soggetto a progetti di riforma e integrazione con le esigenze specifiche delle imprese di un territorio. Emerge chiaramente la volontà di integrare completamente il mondo della formazione alle esigenze del contesto economico e di piegarlo ai fini della competitività e del risultato economico del tessuto produttivo specifico regionale.

Con l’autonomia differenziata si avrà un’intensificazione delle tendenze di privatizzazione degli atenei e mercificazione della ricerca, sempre più piegata agli interessi delle aziende, sempre meno libera. Oltre infatti ad un ancora più marcata polarizzazione e differenziazione tra gli atenei, si avrà la completa integrazione di quella che è l’università pubblica e la ricerca pubblica alle necessità contingenti del tessuto produttivo locale specifico. In una fase di intensificazione della competizione globale, il capitale industriale del nord-est italiano reagisce sganciandosi dal resto del paese e piegando completamente il mondo della formazione ed alta ricerca alle proprie esigenze. La produzione di conoscenza, la ricerca pubblica e l’alta formazione nella nostra società avranno quindi la sola funzione di garantire e favorire la valorizzazione del capitale privato, all’interno di un mercato mondiale caratterizzato da crescente competizione e contrapposizione di centri capitalisti.

Se viviamo è per camminare sulla testa dei re

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Nel presentare questo opuscolo – il quale ospita una serie di contributi elaborati nell’arco di questi due mesi di mobilitazioni contro il Burger King della Palazzina Moro e i privati nell’università – intendiamo non solo fornire un resoconto e alcuni approfondimenti riguardo alle questioni sollevate durante le manifestazioni ma soprattutto ci interessa chiarire il metodo che ci ha permesso di sviluppare questa lotta. Quest’opuscolo è un’analisi militante, una lezione che la realtà ci ha dato ed un’arma che utilizziamo per modificarla.
Il nesso tra attivazione soggettiva e realtà oggettiva è la chiave di lettura di questo opuscolo, abbiamo infatti l’obiettivo di cambiare la realtà circostante, non solo l’università.