10 GIUGNO MOBILITAZIONE NAZIONALE A ROMA. GLI STUDENTI UNIVERSITARI ALZANO LA TESTA!

Di fronte alla enorme crisi che stiamo vivendo, ci siamo mobilitati in tutto il paese per creare un’opposizione forte ad un modello di sviluppo e ad una gestione della crisi che, ancora una volta, si è abbattuta sulle fasce più deboli della popolazione. In primis, noi studenti – abituati a vivere di lavoretti senza diritti – soffriamo pesantissime difficoltà materiali, per questo ci siamo mobilitati in moltissime università d’Italia per far invertire le priorità e ottenere un vero diritto allo studio.

Il Ministro dell’università Manfredi ha stanziato 1,4 miliardi che, a fronte di più di 10 anni di tagli enormi ai fondi pubblici per l’istruzione, si rivelano un tardivo palliativo che non modifica per nulla il sistema universitario. Il mondo universitario adesso ha definitivamente rivelato i suoi enormi fallimenti e la sua vera natura fondata sull’esclusione sociale e sulla riproduzione delle disuguaglianze.

Non c’è nessuna garanzia per il diritto allo studio: sono stati stanziati dei fondi completamente insufficienti senza specificarne la ripartizione tra i vari atenei del paese. Siamo sicuri che il governo, seguendo la linea portata avanti negli ultimi anni, non stanzierà questi fondi in maniera eguale per garantire davvero il diritto allo studio a tutti gli studenti indipendentemente dalla regione in cui studiano. Infatti, i pochi finanziamenti pubblici degli ultimi anni sono stati distribuiti in maniera totalmente diseguale secondo criteri premiali implementando un sistema universitario fondato sulla competizione tra atenei: atenei di serie A, qualificati, con molti accordi con le grosse aziende private presenti sul territorio, e atenei di serie B, in via di smantellamento e situati per lo più nelle regioni del Sud Italia.

Se pochissimi fondi sono stati stanziati per il diritto allo studio, per la tanto decantata didattica a distanza ce ne sono molti di più: moltissimi atenei anche il prossimo anno hanno dichiarato che rimarranno chiusi. Al di là della retorica, sappiamo benissimo che la didattica a distanza non funziona, che l’insegnamento si riduce a puro nozionismo e che porta, ancora di più, all’aumento delle disuguaglianze.

La vera misura “coraggiosa” non è investire sulla didattica a distanza ma sull’edilizia scolastica mettendo in sicurezza e ampliando i locali universitari che negli ultimi anni sono stati svenduti a moltissime aziende private presenti nelle città. Nonché investire sull’ampliamento del personale universitario e su tutti quei strumenti che possano garantire veramente il diritto allo studio.

Scendiamo in piazza per dare corpo ad un percorso che pretende un cambiamento radicale contro le politiche perpetuate, sotto i diktat dell’Unione Europea, dai governi di centro destra tanto quanto dai governi di centro sinistra, con la totale complicità dei grandi sindacati confederali. Costruiamo l’opposizione, diamo forza all’alternativa!

Il 10 giugno saremo in piazza a Roma, in una giornata di mobilitazione nazionale per tutto il mondo della formazione: studenti universitari, medi, professori, lavoratori dell’università, dottorandi e ricercatori. Siamo noi la priorità e, anche se vogliono ignorarci, questa volta, saranno costretti ad ascoltarci.

Il 10 giugno saremo in piazza a Roma, in una giornata di mobilitazione nazionale per tutto il mondo della formazione: studenti universitari, medi, professori, lavoratori dell’università, dottorandi e ricercatori. Siamo noi la priorità e, anche se vogliono ignorarci, questa volta, saranno costretti ad ascoltarci.

Vogliamo:

– Gratuità dell’istruzione e stop regionalizzazione, per un diritto allo studio garantito ed omogeneo.

– Stop test d’ingresso, contro l’esclusione di classe.

– Stop aziendalizzazione: aumento assunzioni di tutto il personale universitario (Ata, dottorandi, ricercatori e docenti), eliminazione precarietà e dei criteri Anvur.

– Piano di edilizia scolastica pubblica, dalle residenze alle mense, dalle biblioteche alle aule.

Le foto la settimana di agitazione universitaria del 25-31 maggio contro la terza rata a #Torino#Milano#Venezia#Bologna#Genova#Pisa#Siena#Padova#Roma#Napoli#Salerno#Pesaro

DALL’INCONTRO AL MINISTERO TAVOLO TECNICO SULLA CASA MA NULLA PER LE GIOVANI GENERAZIONI

Oggi, durante la manifestazione al Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, siamo stati convocati insieme ad Asia Usb e al movimento per il diritto all’abitare per un incontro sul tema abitativo e la questione, ancora non risolta, del pagamento degli affitti e delle bollette.

Abbiamo in quella sede portato la voce dei tanti giovani lavoratori e studenti fuorisede che insieme a noi si sono organizzati nei coordinamenti regionali per il Blocco degli affitti e delle utenze, ribadendo come il sistema dei bonus è inefficace e finisce nelle mani delle grandi proprietà immobiliari. Abbiamo chiesto soluzioni concrete: non saranno le giovani generazioni a pagare il costo della crisi economica!

Ci hanno ascoltato e ci hanno dato ragione: conoscono i dati e sanno che senza un’inversione di rotta nelle priorità politiche la questione degli affitti sarà uno dei tasselli che mina alle fondamenta il diritto allo studio e al futuro di noi giovani lavoratori e studenti. Tuttavia, oltre alle parole, nulla sarà messo in campo per noi.

È sicuramente positiva l’apertura di un tavolo tecnico sull’emergenza casa con Asia Usb, un sindacato degli inquilini che ha fatto della lotta per l’emancipazione delle classi popolari e degli abitanti delle periferie il fine ultimo del suo agire, ma non possiamo dirci soddisfatti.

Per questo motivo, abbiamo posto nuovamente l’esigenza di un protagonismo dei giovani nelle mobilitazioni e nelle battaglie che verranno: non ci fermeremo finché non avremo ottenuto che in questo paese vengano stravolte le priorità della politica.

CONFERENZA STAMPA DAVANTI AL MURALES IN OMAGGIO ALLA BRIGATA HENRY REEVES [Ita/Esp]

    [ITA] CONFERENZA STAMPA DAVANTI AL MURALES IN OMAGGIO ALLA BRIGATA HENRY REEVES

Oggi si è tenuta la partecipata conferenza stampa davanti al dipinto realizzato nei giorni scorsi da militanti di Noi Restiamo e OSA, con il sostegno della Rete dei Comunisti a Parco Dora, a Torino. Altri segnali di solidarietà alla brigata Henry Reeve sono stati promossi nella stessa giornata davanti al Colosseo a Roma e a Milano, capoluogo di una delle regioni più colpite dall’epidemia, È stato ribadito come il lavoro voglia essere un segno di ringraziamento e un tributo alla solidarietà portata al nostro paese dal governo rivoluzionario cubano, tramite la brigata medica Henry Reeve che in questi mesi ha incessantemente lavorato in Lombardia e anche nella nostra regione, il Piemonte, al contenimento dell’epidemia da Covid-19.

Un enorme esempio di solidarietà internazionalista portato ancora una volta da Cuba che, come sempre dimostrato nella storia del suo processo rivoluzionario, ha sempre messo davanti il sostegno concreto e materiale laddove ce ne fosse bisogno, esportando medici, insegnanti, conoscenze, ovvero il suo prodotto più autentico e avanzato. Solo tramite solidarietà, cooperazione, senso dell’interesse collettivo è possibile per l’umanità affrontare sfide come quelle poste dalla pandemia: questa è la consapevolezza che ci trasmette Cuba con il suo esempio concreto.

Proprio per raffigurare questi ideali, abbiamo deciso di scrivere, facendo esplicito riferimento a un bellissimo discorso del Comandante en jefe Fidel Castro, tenuto a Buenos Aires nel 2003, “Medicos y no bombas”, perché Cuba ha fatto della solidarietà e della cooperazione la propria bandiera. Da tantissimi anni, dall’anno della Rivoluzione, Cuba esporta medici e non bombe. Ha aiutato, solo per fare qualche esempio, i malati di ebola in Africa, un continente spesso dimenticato dall’occidente. Ha aiutato le vittime di terremoti e uragani, nell’America Centrale. La brigata Henry Reeve è stata creata proprio per correre in soccorso delle vittime dell’uragano Katrina, a New Orleans, negli Stati Uniti nel 2005. Questo a dimostrazione di come la solidarietà di Cuba vada al di là delle ideologie. Abbiamo anche scritto una frase di José Martí, l’eroe dell’indipendenza cubana, da cui il Comandante Fidel ha preso grande ispirazione: “Patria e Umanità”.

Quest’opera è stata inoltre concepita contro il blocco economico imposto a Cuba dagli USA e in sostegno all’appello promosso in Italia da Luciano Vasapollo e Rita Martufi (coordinatori del Capitolo italiano Rete Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità) per l’assegnazione del premio Nobel per la pace alla brigata Henry Reeve, operante nel nostro paese durante l’emergenza Covid-19, come richiesto da sempre più realtà internazionali come il comitato per la Pace e la Giustizia di Cuba.

Sono in atto le procedure burocratiche per la richiesta ufficiale al Comune di Torino e alla Regione Piemonte di prendere posizione a sostegno di tali istanze, come riconoscimento tangibile dell’opera prestata dai medici cubani in uno dei contesti maggiormente colpiti dall’epidemia. Le stesse procedure sono in atto in questi giorni anche presso la Regione Lombardia.
Ci auguriamo e ci batteremo affinché questo nostro piccolo contributo possa portare a un avanzamento reale nel riconoscimento dei valori portati da Cuba, e per la fine di ogni ingiustificata oppressione economica, politica e culturale che questo paese ancora subisce a livello internazionale, prima di tutto tramite il blocco economico imposto dagli USA.

[ESP] CONFERENCIA DE PRENSA DELANTE AL HOMENAJE A LA BRIGADA MÉDICA CUBANA

Hoy se celebró la participada conferencia de prensa delante la pintada realizada en los días pasados por militantes de Noi Restiamo y OSA, con el apoyo de la Rete dei Comunisti en el Parque Dora de Turín. En el mismo dia aparecieron otros signales de solidaridad con la Brigada Henry Reeve: dos enormes pancartas frente al Colosseo en Roma y en Milano, capital de una de las regiones mas golpeada por el virus.

Se confirmó que la pintada quiere ser un signo de agradecimiento y un homenaje a la solidaridad llevada a nuestro país por el Gobierno revolucionario cubano, a través la brigada médica “Henry Reeve” que en estos meses trabajó incesantemente en Lombardia y en nuestra región, el Piemonte, para contener la epidemia de Covid-19.

Un enorme ejemplo de solidaridad internacionalista llevado una vez más por Cuba que, como siempre demostró en la historia de su proceso revolucionario, siempre puso el apoyo material y concreto allí donde había necesidad, exportando médicos, maestros y conocimiento: sus productos más auténticos y avanzados. Solamente a través de solidaridad, cooperación y sentido del interés colectivo es posible para la humanidad enfrentar retos como los que puso la pandemia: esta es la conciencia que nos transmite hoy Cuba con su ejemplo.

Exactamente para representar esos ideales decidimos escribir y representar en el mural las palabras que el comandante en jefe Fidel Castro pronunció en un precioso discurso en Buenos Aires en el 2003, “Médicos y no bombas”, exprimiendo como Cuba hizo de la solidaridad y la cooperación su bandera. Desde hace muchos años, de la Revolución, Cuba exporta médicos y no bombas. Ayudó, solo para hacer algunos ejemplos, enfermos de ébola en África, un continente olvidado por el Occidente, y las víctimas de terremotos y huracanes en la América Central. La brigada “Henry Reeve” se creó exactamente por socorrer las víctimas del huracán Katrina en New Orleans, en EE.UU en el 2005. Esto a demostración de como la solidaridad humana de Cuba vaya más allá de las ideologías. Escribimos también una frase de José Martí, el héroe de la independencia cubana, de donde el Comandante Fidel tomó gran inspiración: “Patria y humanidad”.

Esta obra se concibió además contra el bloqueo económico impuesto por los EE.UU. Contra Cuba y en apoyo al llamamiento promovido en Italia por Luciano Vasapollo y Rita Martufi (coordinadores del Capitulo italiano Redes de Intelectuales y Artistas en Defensa de la Humanidad) para la asignación del premio Nobel por la paz a la brigada “Henry Reeve”, operante en nuestro país durante la emergencia Covid-19, y como solicitado también por diversas organizaciones internacionales como el Comitè por la Paz y Justicia de Cuba.

Están en marcha procedimientos burocráticos para una solicitar oficialmente al Ayuntamiento de Turín y a la Región Piemonte para que las instituciones tomen posición en apoyo de estas instancias, como reconocimiento tangible por el trabajo de los médicos en un contexto fuertemente golpeado por la pandemia. Los mismos procedimientos están en marcha en la Región Lombardia.

Esperamos y lucharemos para que esta nuestra pequeña contribución pueda llevar a un avance real en el reconocimiento de los valores de Cuba y para que se acabe toda injustificada opresión económica, política y cultural que la isla todavía sufre a nivel internacional, antes que nada a través del bloqueo económico impuesto por los EE.UU.

¡GRACIAS CUBA! GRAZIE BRIGATA HENRY REEVE!

[ITA] GRAZIE CUBA, GRAZIE BRIGATA HENRY REEVE!

Torino, un gruppo di militanti di Noi Restiamo e OSA, insieme a rappresentanti della Rete dei Comunisti, hanno realizzato un murales in tributo alla brigata medica Henry Reeve, brigata fondata da Fidel Castro nel 2005, per esprimere gratitudine all’operato di Cuba durante la pandemia.

É stato per noi un enorme piacere ricevere in mattinata la visita dell’ambasciatore di Cuba in Italia e del capo della brigata durante i lavori.

Lunedì 25 maggio, ore 10:00, in conferenza stampa davanti al dipinto (Parco Dora) presenteremo l’opera in sostengno all’appello promosso in Italia da Luciano Vasapollo e Rita Martufi (coordinatori del Capitolo italiano Rete Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità) per l’assegnazione del premio Nobel per la pace alla brigata Henry Reeve, come richiesto anche da altre realtà internazionali.

MEDICOS Y NO BOMBAS!

[ESP] ¡GRACIAS CUBA, GRACIAS BRIGADA HENRY REEVE!

Turín, un grupo de militantes de Noi Restiamo y OSA (organización estudiantil de alternativa), junto con representantes de la Red de los Comunistas, han realizado una pintada en homenaje a la brigada médica Henry Reeve, brigada fundada por Fidel Castro en 2005, para expresar gratitud por la acción y ayuda de Cuba durante la pandemia.

Ha sido para nosotros un gran placer recibir esta mañana la visita del Embajador de Cuba en Italia y del jefe de la brigada durante nuestro trabajo.

El lunes 25 de mayo, a las 10:00, en conferencia de prensa delante de la pintura (Parque Dora) presentaremos la obra en apoyo a la llamada promovida en Italia por Luciano Vasapollo y Rita Martufi (coordinadores del Capítulo italiano de la Red de Intelectuales y Artistas en Defensa de la Humanidad) para que se otorgue el Premio Nobel por la Paz a la Brigada Henry Reeve, tal como han solicitado otras organizaciones internacionales.

MEDICOS Y NO BOMBAS!

UNIBO: UN POLO D’ECCELLENZA SI PRESENTA

Il 14 e 15 maggio si è tenuto a Bologna AlmaOrienta, l’appuntamento annuale di orientamento agli studi universitari. In questa occasione l’Alma Mater è solita mostrare tutte le sue caratteristiche da polo di eccellenza, strettamente collegato ai privati locali e con un grande appeal internazionale, nascondendo però quali sono le conseguenze per le fasce meno abbienti e velando il tutto con una forte retorica ideologica.

Abbiamo quindi deciso di raccontare qual è la vera faccia dell’Unibo con quattro video tematici in merito a: numero chiuso, studentati e problema degli affitti, didattica a distanza (DAD) e narrazione ideologica, prendendo in considerazione le difficoltà materiali che gli studenti devono fronteggiare. A questo quadro generale è sopravvenuto il Covid-19, che ha contribuito a far in modo che le contraddizioni interne all’università, di riflesso rispetto al sistema dell’istruzione in toto, venissero a galla.

Il numero chiuso

Il numero chiuso, in particolare della facoltà di medicina, ha mostrato tutta la sua dannosità con questa pandemia, non consentendo un adeguato numero di operatori sanitari nelle file degli ospedali al collasso.

Nell’ateneo bolognese il test d’ingresso negli ultimi anni è stato esteso a 49 facoltà su 63, di cui ben tre aggiunte solo nell’ultimo anno accademico (dams, scienze della comunicazione e matematica). Tra queste, la facoltà di medicina è stata sempre quella più in vista, anche nell’opinione pubblica, per la ristrettezza che ne caratterizza l’accesso.

Proprio in piena pandemia, l’Unibo ha annunciato formalmente che avanzerà una richiesta al MIUR per aumentare il numero chiuso di 20 posti per ciascuna sede di Forlì e Ravenna. Questa è una palese prova di come sia una questione di precise scelte politiche, per cui il rettore considera che in alcuni settori piuttosto che altri valga la pena di far sentire tutto il proprio peso in seno al ministero per ottenere un allargamento delle maglie previste a livello nazionale. È proprio l’importanza che riveste l’Unibo nel quadro nazionale a garantirle la possibilità di spingere in questo modo, a fronte invece delle scelte riguardanti il numero programmato delle altre facoltà che virano verso tutt’altra direzione.

La necessità di adeguare il numero di studenti, tramite il contingentamento delle iscrizioni ad alcune facoltà, alla capienza degli spazi universitari è uno dei principali argomenti per nascondere l’esistenza di un deficit strutturale, presentandolo come un dato immutabile. Al contrario, sono stati portati avanti drammatici tagli di personale e svendite di immobili fino a 400mq di proprietà di Unibo tramite asta.

Si mostra quindi una forte contraddizione in seno a un’università che chiude il bilancio del 2019 con un avanzo di quasi 7 milioni di euro, ma non investe per sopperire alle mancanze dell’ateneo. I soldi quindi non mancano: a mancare è la volontà di indirizzare i finanziamenti per dotare tutti i corsi di studio in maniera omogenea di basi strutturali che possano permettere un’adeguata accessibilità a tutti gli studenti. Per questo motivo, in un’università che si atteggia più ad azienda che a ente pubblico, il numero chiuso e programmato rappresenta solo la prima barriera per gli studenti.

Gli studentati e il problema degli affitti

Un altro problema che limita fortemente l’accessibilità all’istruzione pubblica universitaria è rappresentato dagli affitti e dagli studentati.

Negli ultimi anni, la situazione a Bologna (come in molte altre città) ha visto un incremento del problema abitativo per tutte le classi popolari e per le fasce giovanili e studentesche. L’emergenza abitativa è stata determinata dalla liberalizzazione dei canoni di affitto, con la legge 431/98, e dal progressivo disinvestimento nell’edilizia residenziale pubblica, anche universitaria. Questa situazione è stata ulteriormente aggravata da un aumento vertiginoso dei prezzi degli affitti, causato da Airbnb – che ha convertito la destinazione di moltissime case in affitto soprattutto del centro – e da altri pesanti investimenti in strutture private con prezzi esorbitanti, che venivano spacciate come una potenziale soluzione al problema.

Bologna si è quindi trasformata in meno di un decennio in una grande vetrina, in cui i turisti hanno acquisito sempre maggiore importanza nelle scelte dell’amministrazione cittadina. La conseguenza per gli studenti, visti come fonte di degrado per il decoro e per l’immagine della città, è stata l’espulsione fisica dal centro, data dall’impossibilità di accedere ad affitti consoni, e la disgregazione del tessuto giovanile storicamente gravitante attorno alla zona universitaria.

Un esempio di questa gestione è lo Student Hotel. Ex occupazione abitativa che ospitava più di 300 famiglie – poi sgomberata violentemente – convertita in residenza per giovani studenti e lavoratori da parte di una società olandese, non ancora ultimata, le sue camere arrivano da listino fino a 1000 euro. Questo immobile è stato spacciato come possibile soluzione al problema, mostrando bene la classe sociale di riferimento a cui il suo modello di istruzione universitaria bolognese mira.

Con l’emergenza coronavirus e il peggioramento della crisi economica – in cui peraltro già ci trovavamo – sono esplose tutte le contraddizioni accumulatesi negli anni, che hanno visto il prevalere della rendita privata a discapito del diritto ad avere una casa. Moltissimi studenti hanno perso il lavoro che permetteva loro di mantenersi fuori casa o hanno visto i genitori ridurre le entrare famigliari a causa dei provvedimenti emergenziali e in assenza di sussidi statali sufficienti. Si sono quindi trovati impossibilitati a pagare le spese, senza che l’università o il comune muovessero un dito. Da questo è partita la campagna nazionale per il blocco immediato del pagamento di affitti e utenze.

“Solo” dopo due mesi e mezzo di pandemia, il Comune di Bologna e l’Unibo, insieme a molte altre sigle quali Fondazione Innovazione Urbana e Confabitare, hanno firmato un protocollo di cui ancora poco si sa in quanto alla messa in pratica. Un provvedimento tardivo, inefficace e in ottica puramente emergenziale, che mira più a tutelare i proprietari di casa che famiglie, precari e studenti fuorisede in difficoltà economica.

La didattica a distanza

L’Unibo ha ribadito più volte e con orgoglio di essere stata la prima università a organizzare la didattica a distanza (DAD).

Le enormi problematiche del mezzo le abbiamo tutti sotto gli occhi: lo scambio professore-studente si perde del tutto, tanti non riescono a seguire per problemi di connessione o di situazioni difficili a casa, è difficile dare esami ed essere valutati adeguatamente.

Per questo il rettore Ubertini ha dichiarato nei giorni scorsi un finanziamento di 3 milioni di euro per il primo semestre del prossimo anno, che permetterà di mantenere la didattica mista, cioè sia in presenza sia telematica. Il risultato sarà che chi non può permettersi di affrontare i costi del trasferimento rimarrà nella propria città e seguirà le lezioni al computer – portando probabilmente a un aumento degli iscritti in controtendenza alle recenti previsioni nazionali del ministro Manfredi e assicurando così maggiore prestigiosità e fondi ministeriali – oppure sceglierà un ateneo di prossimità, anche se più scadente.

L’università di Bologna, diversamente da come si presenta, ha moltissimi problemi, tra cui la carenza di aule e laboratori, insufficienti per gli iscritti. Invece di investire per ampliare gli spazi e avviare opere di ristrutturazione e adeguamento, vede una soluzione nell’espansione della didattica a distanza, mettendo così una toppa a un annoso problema e rincorrendo il mito della digitalizzazione.

Nella convinzione di star fornendo lo stesso servizio di prima, inoltre, l’università non ha fatto un passo indietro né per eliminare l’ultima rata delle tasse di quest’anno accademico e tutte quelle del prossimo, né per garantire un semestre aggiuntivo gratuito per sopperire alle difficoltà degli studenti.

In questi giorni è stato approvato dal senato accademico un bando spacciato come misura a sostegno degli studenti che hanno vissuto un peggioramento delle condizioni economiche a seguito dell’emergenza da Covid-19. Si tratta però di uno strumento ordinario, ripetuto da vari anni a questa parte, che vincola l’erogazione di borse di studio a parametri ISEE che – per quanto più alti degli scorsi anni – non registrano in maniera adeguata il peggioramento delle condizioni economiche degli ultimi tempi e al conseguimento di un tot di crediti.

In compenso il rettore Ubertini ha acclamato come una grande vittoria i fondi stanziati nel dl rilancio per il sostegno del diritto allo studio. Per quanto in controtendenza rispetto ai tagli costanti degli ultimi anni, in particolare dalla riforma Gelmini in poi, si tratta di somme ancora una volta insufficienti per le necessità degli studenti in questo momento di grave crisi. Questi finanziamenti sono inoltre completamente compatibili con la cornice di diseguaglianza su cui si struttura il sistema universitario italiano, grazie a cui l’Unibo riesce a garantire la copertura a spese che altri atenei invece non si possono permettere. Esemplificativo è il fatto che la soglia nazionale della no tax area è già ampiamente garantito, con la copertura di una fascia ISEE maggiore di addirittura 10.000 euro, come pochissimi altri poli in Italia.

La narrazione ideologica

La DAD si inserisce in una strategia più ampia, che consiste nel tentativo di razionalizzare gli spazi per ottimizzare i costi, in cui gli studenti si riducono a meri utenti. Questo va di pari passo con la continua ricerca di fondi da partner privati – il cui spazio nelle scelte universitarie è aumentato moltissimo – con l’obiettivo di intensificare la produttività dell’università, organizzata in maniera sempre più aziendalistica.

La configurazione dell’università di Bologna come polo di eccellenza nella competizione a livello nazionale (e internazionale) è data soprattutto dalla distribuzione del FFO e dei fondi destinati alla ricerca. Gli assegnatari sono proprio quegli atenei che già possiedono le maggiori risorse e strumenti, e invece quelli più svantaggiati, anche per la collocazione nelle regioni più povere d’Italia, rimarranno sempre indietro. La principale conseguenza è dunque la disuguaglianza tra gli atenei e la loro divisione in poli di serie A e di serie B.

In questa guerra dei fondi, l’Unibo deve dotarsi di vere e proprie strutture di contatto diretto con i privati alimentate dalla retorica dell’autoimprenditorialità, che mette in violenta competizione gli studenti fra loro e giustifica le scelte d’immagine dell’ateneo. Un esempio è il progetto della Bologna Business School, che tra i fondatori vede colossi quali Unicredit e Unindustria Bologna. Il chiaro intento è quello di formare i giovani manager di domani e rispondere al bisogno delle imprese di una dirigenza manageriale più competitiva. Non si tratta di un unicum, ma al contrario rappresenta proprio il modello elitario e classista a cui l’Unibo cerca di uniformare ogni sua parte.

La competitività è un altro marchio di fabbrica dentro l’Alma Mater. In nome di una tanto elogiata meritocrazia, gli studenti sono spinti a lottare per superare i compagni e per essere uno di quei pochi che ce la fanno. Questo meccanismo è sorretto da una pesante narrazione che sposta l’accento sull’individuo, sulla base di un’idea secondo cui è l’impegno individuale a determinare ciò che si è e a permettere di ottenere certi risultati. Anche la didattica a distanza si muove in questo senso, in quanto emerge solo il rapporto dell’alunno con l’insegnante, in una società che non sa pensarsi come collettivo.

Abbiamo così svelato il vero volto dell’Alma Mater: produttività e ottimizzazione dei costi, meritocrazia, competizione e individualismo, in cui il diritto allo studio non ha più posto.

Dl Rilancio, Università: NESSUNA VITTORIA. LA LOTTA È APPENA INIZIATA.

Dopo 2 mesi di colpevole silenzio, finalmente vengono stanziati finanziamenti e presi provvedimenti sull’Università, grazie anche alle mobilitazioni di studenti e studentesse.

A primo impatto non si può che valutare come giuste delle misure che vanno in controtendenza rispetto agli ultimi 10 anni di tagli lineari all’istruzione e che hanno spinto l’Italia come fanalino di coda in tutte le classifiche per investimenti sostenuti.

Una decisione che ci conferma che esistono alternative e che le regole che fino a qualche mese fa sembravano leggi sacre e inviolabili possono essere sospese se c’è la volontà politica di farlo.

Tuttavia, non riteniamo sia assolutamente il caso di cantare vittoria.

Questo perché da un lato queste misure vengono presentate come emergenziali e non strutturali, dall’altro lato non mettono in discussione ma anzi rafforzano una cornice istituzionale che favorisce atenei di serie A rispetto a quelli di serie B accentuando differenze territoriali e sociali. Inoltre, perché non si prevede un sostegno di tipo organico alle numerosissime difficoltà che come giovani ci troviamo ad affrontare.

Andiamo ad analizzare brevemente le bozze che circolano in queste ore online, nelle quali vengono previsti stanziamenti di:

  • 62 milioni per l’acquisto di dispositivi informatici o risorse bibliografiche per la didattica a distanza, come se il “digital divide” fosse solo un problema tecnico e non culturale e sociale. Tra l’altro si vanno ponendo le basi per concepire come perenne la didattica a distanza, la quale rafforza la conoscenza nozionistica e porta all’indebolimento delle università di serie B;
  • 165 milioni per il Fondo per il finanziamento ordinario delle università (più 8 per le Afam) per gli esoneri, totali o parziali, dei contributi studenteschi. Tuttavia, solo tra 60 giorni verranno individuate le modalità di definizione di questi esoneri, mentre incombe sulle nostre teste il pagamento dell’ultima rata in scadenza a fine maggio/inizio giugno;
  • 40 milioni per le borse di studio destinati prioritariamente agli studenti che risultano idonei e solo successivamente per coloro che hanno i requisiti ma che non sono riusciti a rispettare i criteri di merito. Vengono quindi confermate le già assurde richieste di merito e completamente ignorate le difficoltà che stanno vivendo gli studenti sia per problemi economici (per mancanza di dispositivi o di una rete internet adeguata), sia per problemi logistici (per la chiusura delle biblioteche o dei laboratori), sia per problemi psicologici legati alla difficile situazione;
  • 15 milioni per i dottorandi dell’ultimo anno con cui prorogare di due mesi i contratti scaduti. Nessun riferimento ai dottorandi del primo e secondo anno, come se questi non avessero avuto le stesse difficoltà a portare avanti il progetto di ricerca;
  • Zero soldi per la proroga della durata degli assegni di ricerca, lasciando la scelta alla discrezionalità agli atenei e nei limiti delle risorse relative ai rispettivi progetti di ricerca o, comunque, nell’ambito delle proprie disponibilità di bilancio. Ciò evidentemente accentua chi può e chi non può permetterselo;
  • 200 milioni a decorrere dal 2021 per assumere 3.333 ricercatori, che si vanno ad aggiungere ai 1.607 ricercatori, la cui assunzione è stata già disposta. Si tratta sicuramente dell’aumento maggiore di assunzione degli ultimi anni, ma è una goccia nell’oceano se consideriamo che negli ultimi 10 anni l’università italiana ha perso 10.000 ricercatori, che ogni anno ci sono circa 1.200 pensionamenti, che in attesa ci sono 4.000 ricercatori a tempo indeterminato più altri 13.000 assegnisti, oltre quelli sono usciti dal sistema ma aspettano da anni di rientrarci. Inoltre, se si mantengono inalterati i criteri di assunzione e il blocco del turnover, queste nuove assunzioni sono destinate solo agli atenei di serie A e nelle materie di più immediato riscontro economico.

A queste considerazioni di carattere specifico sul diritto allo studio dobbiamo poi aggiungere la totale assenza di una visione di insieme sulla difficilissima situazione che si trovano a vivere i giovani. Dal contributo per gli affitti di solo 140 milioni, all’assenza della sospensione del pagamento delle utenze, alla rimessa in discussione dello scopo e del contenuto dell’istruzione.

Se quindi ora siamo tutti d’accordo che bisogna investire sull’università e sui giovani, dobbiamo ora discutere sulla destinazione della spesa nella consapevolezza che abbiamo bisogno di risposte strutturali e che non dobbiamo arretrare sulle nostre richieste di un ripensamento totale del ruolo dell’Università e della società.

Altro che vittoria, la lotta è appena iniziata! Domenica 17 maggio, ore 17:00, assemblea nazionale Tasse universitarie. Se nessuno ci ascolta, organizziamoci per bloccarle!

Rete nazionale Noi Restiamo

Tasse universitarie. Se nessuno ci ascolta, organizziamoci per bloccarle!

Assemblea nazionale telematica, domenica 17 maggio, ore 17.00, Piattaforma zoom: https://us02web.zoom.us/j/88290323748

La fase due è iniziata ma ai posti di partenza qualcuno non si è mai presentato. Il grande assente è infatti il Ministro dell’Università e Ricerca, Manfredi che, proprio nelle ultime ore tenta di recuperare annunciando un minimo di investimenti per il prossimo anno lasciando ancora sole decine di migliaia di studenti di fronte all’emergenza.

Dichiarazioni, titoli sui giornali, questo è quello che riceviamo mentre lo stesso Ministero dell’Università e della Ricerca prevede che l’impoverimento delle famiglie avrà forti ripercussioni sul futuro degli atenei: ovvero un calo delle iscrizioni e un abbandono della carriera universitaria anche superiore a quel 20% che si era verificato con la crisi del 2008.

L’abbandono scolastico è un problema con cui da anni dobbiamo fare i conti: le difficoltà economiche in cui si trovano sempre più famiglie unite all’assenza di tutele e alle tasse universitarie altissime impediscono l’accesso all’istruzione superiore a milioni di studenti.

Il virus non è una parentesi nella normalità, ma un terremoto che evidenzia i problemi strutturali di un sistema universitario fondato sulla riproduzione delle disuguaglianze presenti nella società e sull’esclusione sociale. Adesso, con la scadenza del pagamento dell’ultima rata delle tasse universitarie che si avvicina questo diventa ancora più palese. Nell’emergenza che stiamo vivendo, molti studenti e le loro famiglie hanno perso il lavoro e sono escluse dalle pochissime tutele che il governo ha dato alle fasce più deboli della popolazione. L’ultima rata, inoltre, è quella più alta per chi non ha un ISEE rientrante nelle prime fasce e non beneficia di borse di studio ed è quella che aumenta per i fuori corso, arrivando in alcuni casi fino ai 2500 euro.

All’inizio della quarantena, con il Decreto Cura Italia l’unica misura messa in atto dal governo è stata quella di posticipare la scadenza del pagamento della tassa a fine maggio/inizio giugno, ma sappiamo benissimo che è stata una misura completamente insufficiente.

L’ipotesi di rateizzare la terza rata, paventata in questi giorni da alcuni atenei, elude in realtà i problemi di studenti, ricercatori e dottorandi, che come ora non hanno la possibilità di pagare le tasse, gli affitti e le spese correnti, così non lo potranno fare tra qualche mese, in un futuro che si prospetta senza tutele e con una disoccupazione ancora maggiore rispetto al prima della pandemia. Inoltre, posticipare una parte della rata a dopo l’estate significherebbe sommarla alla tassa di iscrizione arrivando a cifre esorbitanti da pagare in pochi mesi.

Occorre una soluzione di più lunga durata che non neghi agli studenti il diritto all’istruzione: la vera “manovra coraggiosa’’, non è rateizzare, ma abolire la terza rata dell’università e le tasse relative al prossimo anno accademico, perché se la ripresa ha tempi lunghi, anche le misure di sostegno devono guardare lontano e soprattutto non escludere nessuno.

Il cavallo di battaglia del Ministro Manfredi alla fine di gennaio, e addirittura appoggiato ora da alcune organizzazioni delle rappresentanze studentesche, riguarda l’ampliamento della “no tax area” (oltretutto si parla di ampliamenti di pochissimo che taglierebbero fuori la maggior parte degli studenti). Spieghiamo brevemente cos’è la “no tax area”: una soglia di reddito entro la quale non bisogna pagare le tasse. Quasi tutte le università attuano questa soglia ma il suo uso e le norme che ne regolano l’erogazione sulla base della soglia ISEE, sono delegati alle scelte e alle condizioni dei singoli atenei. Volendo fare un esempio, un ateneo di serie A con un cospicuo avanzo di bilancio, può permettersi una soglia ISEE piuttosto alta, facilitando così l’accesso di più studenti e incrementando i propri iscritti; viceversa gli atenei di serie B, con soglie decisamente più misere, escludono una fascia studentesca maggiore e, anno dopo anno, insieme ai loro bilanci si svuotano anche le aule, come vediamo verificarsi da tempo nelle università del Meridione.

Di conseguenza, o si cambiano le condizioni di partenza che rendono quelle università più svantaggiate o anche tramite la “no tax area” le disuguaglianze andranno ad aumentare.

Se c’è qualcosa che ci ha insegnato questo virus è che i meccanismi premiali e la competizione non sono la soluzione ma parte del problema. Anzi, diventa sempre più evidente che in tutti i settori, dalla sanità, all’economia, alla formazione, lo Stato deve tornare ad avere un ruolo centrale come garante del benessere, della salute e dell’accesso alla conoscenza per tutti. Un ruolo abdicato e mutilato negli anni dagli enormi tagli fatti in nome dell’austerità e delegato al presunto “virtuosismo’’ (leggere vantaggi economici di partenza) di regioni e atenei tramite le sempre maggiori autonomie.

La risposta alla crisi non può più essere “i fondi non ci sono, si salvi chi può’’, cioè chi può permetterselo.

Per questo pretendiamo lo stanziamento di fondi pubblici per tutti gli atenei, distribuiti in modo da garantire il diritto allo studio a tutte e tutti, indipendentemente dall’ateneo a cui si è iscritti. Finanziamenti pubblici che possano porre le basi per un cambiamento radicale di un sistema universitario basato sulla competizione tra atenei e che impediscano che questa crisi venga fatta pagare, ancora una volta, a noi studenti.

Vogliamo invertire la tendenza che l’Università ha avuto fino ad oggi nel nostro paese: l’Università non è un’azienda che vende una merce, la conoscenza (anzi, nozioni sempre più sterili con l’introduzione della didattica a distanza), ma deve essere un diritto accessibile a tutti.

Non vogliamo accettare rivendicazioni al ribasso o parziali che non risolvono i nostri veri problemi.

Vogliamo la completa abolizione della terza rata e delle rate di tutto il prossimo anno accademico.

E non ci fermeremo finché non avremo raggiunto questo obiettivo.

Il pesante fardello del cigno nero

All’inizio di questa emergenza abbiamo descritto il coronavirus come un cigno nero capace di produrre una demarcazione tra il prima e il dopo, rendendo possibili politiche che fino a ieri sembravano irrealizzabili, ma che nel contesto emergenziale diventano non solo necessarie ma anche indispensabili per la salute e la sicurezza dei cittadini. In queste settimane il governo ha messo in cantiere una serie di manovre straordinarie, sicuramente parziali e tardive, ma in netta controtendenza rispetto agli anni precedenti.

È bene comprendere però che non siamo di fronte ad un cambio di passo strutturale, ma a misure inevitabili in un contesto emergenziale per le quali, prima o poi, ci chiederanno il conto.

La crisi sanitaria sta avendo l’effetto detonatore su contraddizioni accumulatesi nel modello di sviluppo dominante i cui costi sociali si sommeranno, per fette sempre più larghe di popolazione, ai costi della crisi ambientale dentro un quadro già compromesso di crisi sistemica del modo di produzione capitalistico.

Abbiamo spesso sentito affermare che la lotta contro il virus fosse paragonabile a una vera e propria guerra. È necessario però analizzare le differenze di fondo per non cadere in schematismi logici utili solo a giustificare politiche del sacrificio comune. Una guerra, infatti, distrugge le infrastrutture e converte le attività in ottica bellica, mentre la guerra al virus lascia inalterato tutto ciò. Ne deriva l’assenza di distruzione di capitale fisso e di conseguenza il saggio di profitto, ovvero il rapporto tra l’utilizzo delle macchine e l’utilizzo del lavoro vivo, resterà inalterato o andrà a peggiorare.

Inoltre, non ci sarà alcuna ricostruzione nel dopoguerra. Verrà cosi a mancare una storica boccata d’ossigeno per il capitale, che renderà inesistenti i margini reali di redistribuzione possibile, e questo è un ulteriore elemento alla base dell’ipoteca sul nostro futuro.

Sul piano internazionale l’impatto del virus sta rimescolando relazioni storiche. Nel nostro continente abbiamo assistito allo scontro tra due fazioni per la gestione dell’emergenza e conseguentemente della ripartenza, un conflitto che pur indicando percorsi differenti condivide lo stesso punto di arrivo: il progetto del polo imperialista dell’Unione Europea, che si conferma l’unica ipotesi realmente in campo. Per questo la diatriba MES – Coronabond, che tanto ha appassionato gli opinionisti da salotto, è una falsa contrapposizione.

La tenuta dell’asse Olanda-Germania è solo il primo inequivocabile segnale dell’acutizzazione dello scontro internazionale che verrà, facendo scomparire ogni velleità di cedimento su salari e welfare. Al contrario, andiamo incontro all’intensificazione della guerra interna dell’UE contro le fasce deboli della società, giovani in primis.

Perché saranno i giovani a pagare il prezzo più alto? Il motivo è semplice: le attività che hanno risposto all’ordine di chiusura sono quelle che impiegano lavoratori in condizioni più sfavorevoli che in altri settori, sia in termini economici che contrattuali. Trent’anni di deregolamentazione e flessibilizzazione del mercato del lavoro, la rimozione di tutele considerate ostative per la competitività sul mercato globale e la ricattabilità costante hanno prodotto una generazione di lavoratori poveri senza diritti e senza futuro che oggi devono scegliere tra l’incudine del coronavirus e il martello delle condizioni materiali.

Non a caso già a metà aprile l’INPS rivelava che la crisi sanitaria sta pesando maggiormente su precari, giovani e part time, e il ministro dell’università e della ricerca, Gaetano Manfredi, ha recentemente dichiarato che si prevede un alto tasso di abbandono scolastico e il calo, fino al 20%, dell’immatricolazioni per il prossimo anno accademico.

Se i rapporti di forza restano immutati, più grosse saranno le spese sostenute in questo periodo di emergenza e più pagheremo quando ne saremo usciti. È in questa profonda contraddizione che un’organizzazione giovanile come la nostra può e deve avere un ruolo oggi: proprio perché nessuno è disposto a regalarci nulla dobbiamo organizzarci per riprenderci tutto.

La Storia dimostra come l’unica possibilità di avanzamento per le classi subalterne sia data dalla lotta. Nessuno è disposto a cedere terreno sul piano dei rapporti di forza nemmeno quando sembra che alcune regole della morale – come compassione e solidarietà – possano mettere in discussione le politiche del passato, ma anzi, quello che si prospetta è un nuovo ciclo di ristrutturazione selvaggia del mercato del lavoro. Questo già lo sentiamo nelle parole di Carlo Bonomi, neopresidente di Confindustria, quando invoca la messa in discussione del contratto collettivo nazionale di lavoro.

Una visione fortemente classista del progetto di fuoriuscita dall’emergenza, alla faccia dello slogan “siamo tutti sulla stessa barca”.

Con questa consapevolezza dobbiamo organizzarci da subito affinché la crisi non si traduca in una nuova ondata di massacro sociale. È necessario agire per conquistare e difendere vittorie sul terreno delle rivendicazioni materiali, obiettivo necessario ma non sufficiente, questo perché oggi più che mai il conflitto sociale risulta sterile quando viene praticato senza un progetto generale di cambiamento. Serve altresì essere coscienti che alla chiusura degli spazi di contrattazione corrisponderà una militarizzazione dei margini di agibilità democratica nel paese, una vera e propria torsione autoritaria che trova nei dispositivi di “repressione preventiva” affinati negli anni passati (da Minniti a Salvini) ottimi punti di partenza per affrontare la nuova fase.

Ma l’avvento del Coronavirus ha aperto fratture ben più profonde, crepe che permettono di rimettere in discussione in modo credibile l’attuale modello di sviluppo dimostrandone limiti e contraddizioni, e sarà questo il punto su cui i manganelli picchieranno più forte.

Il ruolo politico svolto a livello mondiale da Cuba e dalla Cina, in termini ideologici, ha la stessa portata della caduta del muro di Berlino ma questa volta il segno è opposto, dimostrando l’esistenza e la superiorità di un modello sociale alternativo a quello in cui viviamo.

Bisogna fare attenzione però a non sovrapporre meccanicamente il cigno nero con il canto del cigno. Nessuna contraddizione, neppure la più lacerante, produrrà spontaneamente un orientamento di rottura: questa è la portata della sfida che abbiamo di fronte.

La nostra terra è il nostro congiunto // Assemblea Siciliana

LA NOSTRA TERRA E’ IL NOSTRO CONGIUNTO
– Assemblea e dibattito pubblico virtuale –

Domenica 10 Maggio – ore 18 – link piattaforma in aggiornamento
Evento facebook

L’ultima settimana, caratterizzata dall’ingresso del paese nella “fase 2” dell’emergenza coronavirus, è stata teatro delle vergognose giravolte politiche del governatore Nello Musumeci, il quale ha prima bloccato, tramite un’ordinanza, i rientri in Sicilia di studenti e lavoratori fuori sede, per poi fare dietrofront una volta incalzato da mobilitazioni trasversali di sindacati e movimenti giovanili, che in Sicilia hanno visto i militanti del sindacato Asia USB avanzare le nostre rivendicazioni, manifestando davanti alla prefettura di Catania.

Da ogni parte della penisola infatti, non si sono fatte attendere le voci dei siciliani che, a causa dell’aggravarsi delle loro condizioni materiali in seguito all’emergenza, si sono visti paradossalmente impedito un necessario ritorno a casa. Tali rivendicazioni, da parte di giovani, studenti e lavoratori precari, vanno ad inserirsi in un generale contesto di crisi che da due mesi a questa parte è andata ad intaccare il presente ed il futuro delle classi sociali più deboli.

Licenziamenti, sospensioni dal lavoro non retribuite, impossibilità di pagare le tasse universitarie e nel reperire il materiale per lezioni online, difficoltà nel pagare le utenze e il canone di affitto senza nessuna legge a tutela dell’inquilino: questo è il desolante scenario che va delineandosi lungo tutta la penisola.
A fronte delle denunce e rivendicazioni popolari scaturite da tale crisi, sono apparse cristalline le volontà di governo centrale e regioni, pronte come sempre a finanziare il grande capitale, lasciando al popolo manganelli e briciole.

In particolare, i fondi stanziati tramite un bando dalla regione Sicilia, per sostenere studentesse e studenti siciliani fuori sede, si sono rivelati essere niente di più che l’ennesima elemosina. Tra i requisiti per l’assegnazione dei fondi, infatti, si fa riferimento ad un calcolo ISEE avvenuto in periodo pre-crisi e ad un tetto ISEE troppo basso, escludendo pertanto una grossa platea di bisognosi richiedenti. Inoltre, oltre ad essere insufficienti tali fondi regionali si sono rivelati discriminatori, ignorando i tanti giovani lavoratori precari o in nero, che si trovano ora a dover pagare affitto e utenze senza avere un reddito sicuro.

Le difficoltà affrontate dai giovani siciliani vanno ad inserirsi in un contesto di abbandono strutturale del territorio a livello infrastrutturale, lavorativo ed universitario, quest’ultimo accentuato nell’ultimo decennio dal definanziamento delle università siciliane. In particolare, il meccanismo premiale nella concessione dei finanziamenti ai diversi atenei, introdotto dalla legge Gelmini, ha profondamente aggravato la situazione nelle università del sud, costringendo centinaia di ricercatori ad emigrare negli atenei del nord. L’approfondimento delle differenze tra nord e sud Italia ha dunque favorito la creazione di atenei di serie a e di serie b, incentivando l’emigrazione studentesca già favorita da politiche economiche discriminatorie.

Tale abbandono da parte delle istituzioni ha reso da sempre la Sicilia terra di conquista da parte di mafia e politici corrotti, costringendo i giovani ad emigrare, rinunciando così al sogno di formarsi, lavorare e vivere una vita dignitosa nella propria terra. È dunque chiaro che il tanto agognato a reti unificate “ritorno alla normalità” non può essere il nostro punto di arrivo, in quanto la normalità era la culla dei problemi che durante questa crisi si sono maggiormente dispiegati.
La nostra pazienza è finita!

Per far fronte a queste istanze, da un’iniziativa della rete giovanile Noi Restiamo e del sindacato Asia USB, nasce oggi il “Coordinamento giovani, studenti e precari siciliano”.
Lottiamo per dar voce al futuro di una generazione silenziata dalle istituzioni, sulla quale non accettiamo che venga scaricato il peso dell’ennesima crisi economica.
Per questo lanciamo il nostro appello a chiunque voglia sostenere la nostra causa, alzando una voce in più per spezzare l’assordante silenzio della politica.

Le nostre rivendicazioni:
– Blocco immediato del pagamento di affitti e utenze fino alla fine dell’emergenza per giovani, studenti e precari
– Garanzie economiche per rendere effettivo il diritto allo studio, sia per i fuorisede che per gli studenti in sede
– Ritorno in sicurezza di tutti le siciliane e i siciliani emigrati e in difficoltà economica

Interverranno i ragazzi e le ragazze del Coordinamento giovani, studenti e precari siciliani, i militanti e gli attivisti di Asia Usb Catania e di Noi Restiamo e gli studenti di Osa Palermo: invitiamo tutti i giovani e le giovani siciliane a contribuire al dibattito, l’assemblea è aperta a tutti.

5 maggio. IL SILENZIO SI ROMPE!

Ieri siamo scesi in piazza per la prima volta dopo quasi due mesi. Lo abbiamo fatto perché era necessario, perché nessuna tutela concreta è stata stanziata per i tanti giovani, studenti e precari durate l’emergenza, le uniche volte che hanno parlano di noi è stato per lanciare allarmi, ma nessuno ha fatto niente.

Il Governo ha orecchie solo per Confindustria mentre i grandi sindacati confederali e le loro propaggini studentesche hanno abbandonato anche le ultime parvenze di opposizione dandosi alla totale complicità.
Abbiamo così deciso di organizzarci per far sentire la nostra voce, durante il lockdown non siamo caduti nella passività digitale e ci siamo mobilitati.

Scendere in piazza non è facile in questo momento ma è necessario. Solo rompendo il silenzio delle istituzioni è possibile rivendicare i nostri diritti, il 30 aprile in conferenza stampa davanti Palazzo Chigi, in faccia al Governo, abbiamo lanciato la mobilitazione nazionale del 5 maggio insieme all’Associazione Inquilini e Abitanti, la Federazione del Sociale USB e le realtà di movimento per il diritto all’abitare.

Ieri, da Torino a Catania, tante città hanno risposto all’appello e dopo il presidio in Prefettura ci siamo spostati nei Rettorati delle nostre Università a consegnare le richieste per un diritto allo studio garantito e omogeneo in tutto il paese, a partire dall’abolizione della terza rata!

Come abbiamo spesso detto, pensiamo che la crisi sanitaria abbia portato alla luce i problemi irrisolvibili di un sistema profondamente ingiusto e criminale che non dobbiamo essere più disposti ad accettare. Rivolgiamo un pensiero particolare all’operaio morto, e ai colleghi feriti, ieri nell’esplosione della fabbrica dell’ADLER Plastic di Ottaviano (Napoli). Non siamo e non saremo mai tutti sulla stessa barca.

Noi Restiamo

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