COSTRUIRE L’ALTERNATIVA NELLA ROCCAFORTE DEL NEMICO

Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio

Antonio Gramsci

Questo 3 e 4 ottobre si concluderanno le elezioni amministrative in diverse città d’Italia. Come giovani che in questa città praticano una politica militante tutti i giorni, abbiamo deciso di dire anche noi la nostra. Ci siamo messi a disposizione della lista di Potere al popolo, riuscendo, con molta soddisfazione, ad esprimere una candidata per il quartiere Santo Stefano, all’interno del quale è presente la zona universitaria. Una scelta, questa, in perfetta continuità con il nostro appoggio sin dall’inizio alla costituzione di Potere al popolo, come nostro riferimento per la rappresentanza politica.

Qua a Bologna ci siamo ritrovati in una strada solitaria, vedendo molte liste civiche e realtà aderire alla candidatura di Matteo Lepore, del Partito Democratico. Tutti insieme sono saliti sullo stesso carrozzone nel tentativo di influenzare dall’interno le scelte di un sistema di potere ben costituito, ottimamente organizzato e straordinariamente rodato, il quale gestisce questa città ormai da decenni. Un sistema di potere che ha ben chiaro il ruolo che vuol far svolgere a questa città a livello europeo e quali interessi avvantaggiare a discapito di tutti gli altri. Un Partito Democratico che mira a creare quella che chiama la “Super Bologna”: la Bologna delle grandi eccellenze tecnologiche nei settori industriali, vera e propria locomotiva connessa al core dell’industria europea; la Bologna dei grandi investimenti pubblici finalizzati all’accumulazione del profitto privato, dall’università fino ai progetti, appalti e sgomberi forzati attuati dal comune. Il partito Democratico, quindi, è il diretto rappresentante politico del nemico di classe, in quanto porta avanti il progetto di farsi Partito di sistema all’interno del polo imperialista europeo. Questa impostazione porta con sé il rovinoso destino assegnato alla nostra generazione: una precarizzazione generale del mercato del lavoro, un sotto inquadramento professionale rispetto al ruolo affidato all’Italia all’interno dell’Unione Europea, un peggioramento delle condizioni salariali e di vita anche per le professioni altamente specializzate dove noi giovani, con i nostri percorsi di formazione, cerchiamo di infilarci nel tentativo di raggiungere un’illusoria emancipazione lavorativa (tutta la parte di ricerca scientifica, nei settori della meccanica, dell’informatica, della chimica, della biologia, ecc.).

Non possiamo più lasciarci ingannare, quindi, da tentativi di riciclaggio dei giovani all’interno del Partito Democratico e delle liste che lo appoggiano. Un tentativo che non è avvenuto solo a Bologna, ma che abbiamo visto ripetersi anche in tutte le altre città metropolitane interessate dalle elezioni in questo periodo. Alcuni a queste operazioni si sono piegati partecipando direttamente, mentre altri hanno preferito il silenzio in questi mesi di campagna elettorale. La nostra organizzazione ha percorso questa scelta, nella convinzione che spazi politici all’interno dell’ipotesi PD, anche da un punto di vista locale, non sono possibili. Secondo noi è arrivato il momento di portare avanti un progetto di rottura, che rifiuti un’unità senza una base concreta e che rischia di diventare direttamente subalterna agli interessi di classe nazionali ed europei rappresentati dal Partito Democratico. Non è l’unità che fa la forza, quanto la forza che produce unità, e nel nostro modesto tentativo abbiamo cercato di portare avanti questo principio coerentemente. 

Per questi motivi abbiamo messo a disposizione le nostre forze per Potere al Popolo. Una scelta che rientra perfettamente all’interno della prospettiva di emancipazione delle giovani generazioni che sempre abbiamo perseguito, prima come Noi Restiamo e poi con la costituzione dell’Organizzazione Giovanile Comunista Cambiare Rotta. Un lavoro che ci coinvolge tutti i giorni, che cerca di dare un apporto sostanziale alle lotte del sindacalismo di classe che, di fronte all’attacco generalizzato da parte del padronato, sono in grado di rispondere in una moderna forma confederale. Per questo ci impegneremo nel prossimo sciopero generale dei sindacati di base dell’11 Ottobre, come sempre abbiamo costruito interventi politici dall’Università dove da sempre abbiamo costruito intervento politico ed analisi fino ai luoghi di lavoro dove molti studenti si ritrovano sfruttati e maltrattati, come i ristoranti, i bar e tutti quei settori dove la nostra generazione conosce tutta la sua rassegnazione. Siamo ben consci che questo lavoro sarà il cammino della lumaca di Sepúlveda, quell’intraprendere una strada sapendo che quello che ci lasciamo alle spalle è solo rovina e che impiegherà un percorso lungo e accidentato. Così abbiamo fatto in passato e così continueremo a fare anche da dopo queste elezioni, cercando di portare avanti il lavoro di sedimentazione delle forze e di rafforzamento del movimento di classe, secondo le nostre possibilità.

L’oggettività che ci ritroviamo di fronte ha mostrato pienamente, in questi due anni, il grado sistemico delle contraddizioni che affrontiamo: il generalizzato peggioramento delle condizioni di vita, per i giovani in particolare, l’aumento della produzione di armi e dei conflitti armati ad opera degli imperialismi (in particolare occidentali), il baratro che si è aperto con la catastrofe climatica che già stiamo vivendo. Di fronte a tutto questo, pensiamo che le strade siano due: pensare una rottura radicale con lo stato di cose presenti, oppure abbandonarsi alla barbarie che questo mondo ci mostra, giorno dopo giorno. Questo lavoro deve e può basarsi solo sul principio della costruzione dell’organizzazione, in quanto nessuna spontaneità oggi è in grado di fornire risposte: di fronte ad una strutturazione ben pensata del nemico (politica come militare) e alla complessità di un mondo oggi in radicale trasformazione (dal PNRR fino agli sviluppi dell’attuale stallo degli imperialismi), nessuna risposta verrà da qualsiasi impostazione che faccia riferimento sulla spontaneità della mobilitazione e della presa di consapevolezza politica. Anzi, questi approcci tendono più spesso a confermare i processi trasformativi che il capitale mette in campo in tutti i livelli della società.

È arrivato il momento, anche nella roccaforte del nemico, di iniziare a costruire le forze per l’attacco. Sappiamo che il cammino che ci attende sarà lungo e che certamente non si otterranno risultati da un giorno all’altro. Inizieremo con l’incidere uno dei tanti segni che abbiamo lasciato nel nostro percorso, e che da dopo queste elezioni continuerà cercando di costruire un’alternativa per la nostra generazione. Come abbiamo fatto in questi mesi di campagna elettorale, continueremo ad appoggiare il progetto di Potere al Popolo, a fianco dei compagni e delle compagne, degli abitanti dei quartieri e di tutte le persone che si sono avvicinate a questa sfida.

ATTI DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE “SCUOLA, UNIVERSITÀ E RICERCA: serve una exit strategy”

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La crisi innescata dalla pandemia da Covid-19 ha fin da subito mostrato le sue origini sistemiche, diffondendosi in tutti i settori della società e colpendo soprattutto laddove da trent’anni si subiscono tagli e trasformazioni imposti dall’Unione Europea ed attuate sia da governi di centrosinistra che di centrodestra. Quella che viviamo oggi è infatti una crisi sistemica del capitalismo iniziata negli anni ’70 a cui il capitale cerca di rispondere attraverso una modifica dell’organizzazione del lavoro e dei processi produttivi, lo sviluppo e l’applicazione di tecnologie in ogni ambito della vita, nonché un aumento dello scontro interimperialistico. Uno dei casi più emblematici di ciò riguarda il mondo della formazione e della ricerca di cui sono stati palesati tutti i limiti e le storture.

Formazione e ricerca, infatti, da decenni sono state sistematicamente riformate per essere adattate alle esigenze del tessuto produttivo europeo e territoriale. In particolare, per quanto riguarda l’Italia, si tratta di un tessuto produttivo a basso valore aggiunto, subordinato alle catene del valore mitteleuropee ed estremamente diversificato tra Nord e Sud e tra Centro e Periferie. Questo tessuto produttivo richiede quindi pochi lavoratori qualificati e tanti lavoratori poco qualificati disponibili ad accettare ogni tipo di condizione di lavoro, è incapace di assorbire tutta la forza lavoro e produce enormi quantità di disoccupati.

Il mondo della formazione diventa perciò il primo filtro e deve adeguarsi a questo cambiamento indirizzando gli studenti verso l’uno o l’altro destino. Deve infatti decidere chi serve o meno alle esigenze del mercato, il quale non può permettersi una sovra-formazione culturale delle fasce giovanili. Indicative in questo senso non sono solo le politiche attuate dagli anni ’90 ma anche quelle immediatamente più recenti: dal reinserimento del curriculum scolastico annunciato già dalla Buona Scuola di Renzi alle politiche scolastiche attuate durante la pandemia, che hanno esasperato le contraddizioni già presenti da anni e che hanno lasciato indietro più di 200.000 studenti che il prossimo anno non si riscriveranno a scuola, aumentando un già altissimo abbandono scolastico presente nel nostro paese e in generale in tutto il Sud Europa. Un dato che viene recentemente confermato dal rapporto sull’università italiana della Corte dei conti che certifica l’aumento dei casi di chi si trova costretto ad abbandonare gli studi, così come di quanti direttamente non possono permettersi di accedere all’università, dati che riguardano per la gran parte chi arriva da famiglie a basso reddito. Il rapporto certifica anche che gli sbocchi occupazionali sono sistematicamente sotto-qualificati rispetto al percorso di studi, cosa che ha portato ad un incremento del 41,8% dal 2013 dell’emigrazione forzata di forza-lavoro qualificata verso il Nord-Europa.

Il mondo della formazione ha abbandonato quindi qualsiasi funzione di emancipazione, assecondando la via designata da questo sistema economico e sociale, una via di imbarbarimento che ha come risultato non solo un aumento dei NEET (sono 2,1 milioni i giovani che non studiano e non lavorano, ossia il 23,3%), ma che provoca in primis un “blackout pedagogico” senza precedenti, condannando milioni di giovani ad un vero e proprio abbandono e a non avere nemmeno una formazione scolastica dignitosa.

Finito o abbandonato il percorso di studi, insieme alla crisi pedagogica, si aggiunge un’altra profonda crisi tutta sulle spalle delle giovani generazioni: una crisi di prospettive, nella quale le uniche scelte sono tra precarietà, sfruttamento o disoccupazione. Se infatti nel settore privato la capacità di assorbire la forza lavoro qualificata ed offrire un lavoro dignitoso a tutti è impossibile, dall’altro lato al settore pubblico, unico in grado di adempiere a questa funzione, è stato sistematicamente proibito di farlo a partire dalla furia privatizzatrice degli anni ’90 (di cui Draghi è stato tra gli attori principali) e sancito dai trattati europei. Ad oggi, davanti ad una crisi del privato innegabile, si sta riproponendo la necessità dell’intervento statale, ma solo a servizio del mercato, e di questo sono esempi lampanti il Recovery Fund e il PNRR. Questi progetti, infatti, servono solo per far ripartire i profitti senza mettere in discussione il sistema che ha causato la crisi sanitaria, la crisi pedagogica e quella di prospettive.

Il progetto del governo Draghi, inoltre, è necessario per riorganizzarsi davanti ad un’accelerazione della competizione a livello internazionale tra diversi poli imperialisti e nella quale l’Unione Europea deve necessariamente essere all’altezza dello scontro. Per questo motivo, si fa un gran parlare della necessità di rafforzare la distinzione tra università di serie B (in cui professionalizzare gli studenti) e pochi poli universitari di serie A (in cui fare ricerca per le imprese del territorio). Una necessità legata dal fatto che siamo nella fase del “capitalismo dei monopoli intellettuali”, ossia un ambiente economico in cui la competizione avviene attraverso la massiccia privatizzazione della conoscenza anche grazie all’aiuto dello Stato che fornisce ricerca di base, finanziamenti, spazi e personale. Una divaricazione che segue necessariamente la differenza produttiva e che quindi accentua il divario Nord-Sud e Centro-Periferia e che accelera la subordinazione al profitto dei contenuti della formazione e della ricerca, nonché la tendenza alla “normalizzazione” del pensiero e all’espulsione di ogni contenuto critico.

In questo contesto, si inserisce il G20 su Istruzione e Lavoro tenutosi a Catania il 22 e 23 giugno. Una tappa del foro del G20 di cui l’Italia per quest’anno detiene la Presidenza e che, come abbiamo già affermato, si configura come uno scontro – e non un incontro – tra potenze mondiali il cui risultato è tutt’altro che lineare e scontato.

Come abbiamo già fatto per il primo appuntamento che si è tenuto a Roma il 21-22 maggio, siamo tornati nelle piazze pronti a contestare un sistema economico-sociale che causa solo crisi e devastazioni. Sappiamo, infatti, che per uscire dalla situazione nella quale ci troviamo e che mette a rischio la stessa esistenza dell’Umanità, non bastano misure palliative ma bisogna organizzarsi per portare avanti un cambiamento sistemico, serve una vera e propria “exit strategy”. Solo ribaltando le priorità della società, quindi ponendo al primo posto il benessere collettivo piuttosto che il profitto privato, potremmo risolvere i nostri problemi e le esperienze di Socialismo del XXI secolo ce lo dimostrano.

Per organizzare la mobilitazione a Catania, ma anche per andare oltre questa data ed organizzare la lotta dentro il mondo della formazione e della ricerca, abbiamo organizzato l’assemblea nazionale “Scuola, università e ricerca: serve una exit strategy”, un momento di analisi e dibattito tra docenti, ricercatori, organizzazioni giovanili e studentesche per poter essere in grado di cogliere i cambiamenti in atto e per poter offrire una risposta all’altezza. Raccogliamo qui di seguito gli interventi e i contributi di quest’assemblea.

TRANSIZIONE ECOLOGICA, FISSIONE NUCLEARE E IDEOLOGIA FALSIFICANTE

Riordiniamo le dichiarazioni e le nostre posizioni in merito all’installazione delle centrali a fissione nucleare in Italia che, nelle ultime settimane, hanno rinfocolato e poi alimentato la polemica.

Cingolani, ministro della transizione ecologica del Governo Draghi, in occasione di un evento di Italia Viva ha affermato che gli ambientalisti radical chic sono peggio della catastrofe climatica perché non capiscono che oggi esistono nuove tecnologie per produrre energia pulita attraverso la fissione nucleare e senza chissà quali rifiuti radioattivi.

Le prime reazioni sono provenute dai partiti: mentre il PD si limita a definirla una polemica sbagliata e il M5S manifesta timidamente la propria contrarietà chiedendo un incontro con Cingolani (d’altra parte, dopo l’abbandono di tante cause come quella No Tav, risulta molto poco credibile sul fronte della lotta ambientale), la Lega dal canto suo appoggia il progetto e propone addirittura la costruzione di una centrale in Lombardia.

Come organizzazione che considera l’ambientalismo anticapitalista un piano strategico di lotta e di indagine, non potevamo non inserire queste aperture all’interno di un quadro sicuramente più ampio che abbiamo da tempo iniziato ad analizzare e che riguarda l’intera manovra di transizione ecologica sponsorizzata dall’Unione Europea e riportata dal Governo su scala nazionale.

Delle critiche alla riproposizione del nucleare che abbiamo pubblicato e rappresentato in piazza in queste settimane sottolineiamo allora quella all’atteggiamento di un ministro che posto (come dice lui stesso) di fronte ad una catastrofe verso cui “andiamo sparati” non può proporre un piano credibile di azione e quindi alimenta la propria retorica con visioni che non hanno ancora nulla di concreto.

Per sua stessa ammissione (in seguito alle critiche) ha precisato infatti che “Oggi noi non potremmo fare nulla di nucleare, perché abbiamo un referendum che dice no alle vecchie tecnologie e quelle nuove al momento non ci sono ancora”. Allora a che scopo sollevare la questione? Ci limitiamo a prendere atto del fatto che non si tratta di dichiarazioni spurie, ma che precedono una serie di eventi in preparazione alla conferenza sul clima PreCop26 di cui due sono dedicati interamente alla pubblicizzazione del nucleare come alternativa al fossile.

Fatto sta che queste precisazioni non chiudono la questione dal momento che:

– non si ferma la propaganda di greenwashing di molti attori della transizione (governativi e non) all’interno della comunità scientifica e tra i giovani;

– non abbiamo ancora chiuso i conti con il nostro passato nucleare: le scorie prodotte trent’anni fa aspettano ancora di essere allocate definitivamente (e questo non è solo un nostro problema).

Insomma, si tratta di un ambito in cui abbiamo tutto l’interesse a mantenere l’attenzione alta non nell’ottica di coltivare la tradizione della “Sinistra dei No”, ma piuttosto perché è un argomento che ci costringe a porci delle domande politiche, che comprendono ma vanno oltre il calcolo sul taglio delle emissioni e riguardano invece direttamente il modello di sviluppo che abbiamo intenzione di sostenere se vogliamo che l’umanità non soccomba.

Per noi guardare la scienza da comunisti vuol dire innanzi tutto chiederci quali sono le priorità che guidano il progresso, chi ne beneficia e a quale prezzo. Significa riconoscere che la scienza non è neutrale: cioè che mentre i suoi risultati sono universalmente validi, l’indirizzo della ricerca è indicato da interessi stabiliti dai rapporti di forza all’interno della società (che, in questo momento, sono tutti a nostro sfavore). È per questo che i momenti di approfondimento sulle ragioni scientifiche dei no alla fissione nucleare non avrebbero senso senza una critica più ampia alla “truffa ecologica” che è la riproposizione in salsa verde del modo di produzione capitalistico, che si è dimostrato incompatibile con i limiti fisici di questo pianeta; ed è per questo che per quanta curiosità scientifica possano suscitare in noi i progressi nell’ambito della fusione nucleare dobbiamo riconoscere che (nonostante i titoli clickbait sul nuovo magnete di ENI) si tratta di una prospettiva lontana dal concretizzarsi e la rotta va invertita ora, non tra 20 o 30 anni. Le piazze a cui parteciperemo e abbiamo partecipato (dal FFF il 24/09 alla contestazione alla PreCop26 il 2/10) insieme con l’iniziativa che abbiamo organizzato a Bologna e il prossimo dibattito che si terrà al Politecnico di Milano (qui l’evento: https://facebook.com/events/s/smascheriamo-la-fissione-nucle/276484010749145/) verso la mobilitazione nazionale del 2 ottobre a Milano contro la conferenza Precop26, saranno momenti in cui costruire una contro narrazione e pratiche di lotta concrete avverse alla transizione proposta dal Governo, fatta da un lato di proposte fumose e dall’altro di azioni molto concrete volte a reprimere lotte ambientaliste storiche (come NoTav e NoTap) per perseguire il rafforzamento del polo europeo ed assecondare gli interessi delle multinazionali dell’energia. 

PER IL RISCATTO DI UNA GENERAZIONE SENZA PROSPETTIVE. IL PRESENTE SI CAMBIA CON LA LOTTA: 11 OTTOBRE SCIOPERO GENERALE!

Un anno e mezzo dopo l’impatto del Covid-19 si va cristallizando una normalità-malata fatta di cicli vaccinali panacea per tutti i mali e green pass scaricabarile sulle singole persone, oltrechè inacettabile dispositivo ricattatorio sui posti di lavoro. In questo modo le classi dirigenti sperano di poter far ripartire l’economia evitando nuovi stop and go forzati.

A livello continentale questa situazione si intreccia con l’esplicita volontà di aumentare il peso geopolitico dell’Unione Europea, in un momento in cui la crisi di credibilità internazionale statunitense si è rivelata in tutta la sua magnitudine a seguito della sconfitta, militare e ideologica, in Afghanistan.

Lo strumento nelle mani delle classi dominanti europee per far fronte a questa nuova fase è il Recovery Fund, che riscriverà i futuri assetti sociali, le filiere produttive e le gerarchie fra gli Stati dell’UE. Il PNRR del governo Draghi, che sta iniziando ad essere attuato in queste settimane e che necessita di riforme adeguate come quella che Brunetta sta elaborando per la pubblica amministrazione mostrandone già le caratteristiche antipopolari, restituirà un’Italia sempre più subalterna agli interessi del centro produttivo europeo e, dati gli attuali rapporti di forza fra le classi, vedrà fortemente penalizzate le fasce popolari che pagheranno il costo più salato di questa ripartenza. Lo sblocco dei licenziamenti, quello degli sfratti, l’aumento vertiginoso in arrivo sulle bollette, la guerra scatenata contro il reddito di cittadinanza sono solo i primi segnali dei costi che verranno riversati completamente sulle spalle delle classi popolari.

In questo gioco al massacro degli ultimi le giovani generazioni saranno fra le principali vittime. A confermarlo, ormai da mesi, ci sono fior di analisti. Un attacco generalizzato, che accomunerà sempre più, in una spirale discendente, tutta la nostra generazione: dal giovane studente figlio di immigrati che ha abbandonato la scuola fino al laureato specializzato. È una comunanza di destini che ci spinge sempre più verso una crisi di prospettive permanente.

Un giovane che si affaccia sul mercato del lavoro oggi, o almeno quei pochi che lo fanno dato che quasi 1 su 3 è un NEET, ha di fronte a sé il deserto: disoccupazione giovanile sopra il 30% e in aumento, condizioni lavorative sempre più deregolamentate, pericolose – come la morte di Luana ha dimostrato – precarie e ultra sfruttate con paghe da fame insufficienti a garantire una vita dignitosa, soprattutto nelle grandi città. Una condizione destinata a peggiorare con l’introduzione massiccia della digitalizzazione in tutti i settori che non corrisponderà né ad un miglioramento delle condizioni lavorative né tantomeno ad una diminuzione dell’orario di lavoro. Ma, seppure con forme diverse, questa situazione non risparmia più neanche chi, magari con fatica, si è specializzato in campi che un tempo garantivano posizioni socialmente privilegiate.

È il caso, ad esempio, degli avvocati, che dopo cinque anni di università sono costretti ad anni di praticantato gratuito e a fare poi i galoppini di qualche pezzo grosso sperando che le briciole cadano in basso. Non a caso le cancellazioni dall’Ordine di giovani avvocati sono in forte aumento e il reddito percepito è una delle principali motivazioni: per gli under30 in media 13mila euro a fronte di una mole di lavoro enorme. Caso analogo quello degli architetti, spesso costretti ad aprire finte partite IVA così che gli studi non debbano assumerli, il cui reddito medio è calato drasticamente negli ultimi anni e che per un giovane oggi si aggira attorno ai 16mila euro.

Stipendi che, seppur ancora maggiori di altri lavori, riflettono un’innegabile tendenza verso il basso che non farà altro che intensificarsi, poiché le ricette scelte per affrontare questa nuova crisi sono le stesse che l’hanno prodotta.

Il PNRR, individuando nei giovani un target privilegiato, andrà a “salvare” solo le poche eccellenze, selezionate tramite spietate competizioni, utili al modello di sviluppo perseguito, creando ulteriore polarizzazione e peggiorando ancora di più le condizioni di chi non rientra negli stringenti criteri della ristrutturazione odierna.

Come la pandemia ha reso sempre più palese, l’unico modo per invertire questa tendenza è un cambiamento complessivo di questo sistema, incentrato non più sul profitto, ma sulla tutela e la realizzazione degli interessi collettivi: casa, lavoro, salute, tutela del territorio, una vita dignitosa per tutti e tutte. Un compito che dati gli attuali rapporti di forza sembra impossibile, ma è proprio la ricostruzione della forza degli sfruttati – lavoratori, giovani, disoccupati, studenti – che oggi dobbiamo porci come necessità vitale. La costruzione di un’Organizzazione capace di convogliare le diverse istanze di emancipazione contro il nemico comune, il modo di produzione capitalista e chi lo sostiene.

Tutto ciò non può che passare dal sostegno, lo sviluppo e l’allargamento delle lotte contro ogni aspetto di questa oppressione, nell’ottica della ricomposizione di una generazione di sfruttati educata fin dai primi anni di scuola all’individualismo e alla competizione. In questi mesi abbiamo visto segnali importanti di agitazione provenire dalle lotte nel settore metalmeccanico, in quello della logistica e per il diritto all’abitare che vanno colti, rafforzati e generalizzati.

Lunedì 11 ottobre scenderemo convintamente in piazza in tutto il Paese per lo sciopero generale convocato da tutte le organizzazioni del sindacalismo conflittuale, una chiamata doverosa dopo l’omicidio di Adil Belakhdim che, in modo analogo ad Abdel Salam cinque anni fa alla GLS di Piacenza, è stato ucciso durante un picchetto ai magazzini Lidl di Biandrate.

Come organizzazione giovanile comunista non siamo mai venuti meno al sostegno militante nei momenti di lotta e di conflitto, sviluppando internità con i progetti sociali e sindacali che coerentemente si pongono in rottura con il sistema che regola gli odiosi rapporti sociali dominanti in questa società.

L’11 ottobre porteremo in piazza la nostra rabbia. La rabbia di una generazione costretta ad un presente fatto di miseria, di ipoteca del futuro a partire dalla totale assenza di prospettive per i giovani, dall’infarto ecologico sotto gli occhi di tutti e dall’imbarbarimento della società che la crisi della civiltà occidentale ha dimostrato inequivocabilmente con la pandemia. Un sistema, però, che non acceterà di fare passi indietro se non sotto i colpi di un forte movimento di classe organizzato. Costruiamo un’alternativa radicale qui e ora, per riscattare una generazione tradita.

MOBILITAZIONI IN DIVERSE CITTÀ PER LA PALESTINA E GLI EROI DI GILBOA

Oggi in diverse città siamo scesi in piazza in solidarietà ai prigionieri politici palestinesi evasi da Gilboa e torturati dalle autorità israeliane, promuovendo inoltre azioni per la giornata internazionale d’azione contro Puma promossa da BDS Italia.

La complicità di Puma con un paese assassino che da decenni opprime e pratica un genocidio nei confronti del popolo palestinese è infatti solo uno dei tanti esempi del filo nero che dalle collaborazioni tra le aziende a quelle istituzionali – università comprese – lega il mondo occidentale ai crimini di Israele.

Per l’Occidente Israele è da sempre un alleato strategico per la competizione imperialista in tutta l’area medio-orientale. A maggior ragione oggi che la crisi sistemica del modello neoliberista occidentale, palesata dalla pandemia, ha impattato profondamente sui rapporti di forza internazionali accelerando la fine del primato statunitense e il definitivo configurarsi di un mondo multipolare in competizione con alleanze a geometria variabile. A questo si aggiunge la rovinosa sconfitta in Afghanistan che per l’imperialismo occidentale segna un ulteriore arretramento generale e di influenza sull’area eurasiatica e medio-orientale, in uno scenario dove il rafforzamento di Israele diventa quindi vitale per la tenuta di Stati Uniti e Unione Europea.

Non a caso, anche in Italia abbiamo visto come il PD, il partito che più di tutti è diretta espressione e garante dei nuclei di potere e del progetto imperialista europeo – e di cui alcuni parlamentari proprio in queste ore hanno firmato l’appello all’ONU contro le “discriminazioni” verso Israele – abbia messo in piedi lo scorso maggio una campagna di infame legittimazione dei bombardamenti di Israele su Gaza e dell’escalation di violenze sui Palestinesi di Gerusalemme. Una campagna che ha trovato risonanza nei media e nella solita schiera di intellettuali di “sinistra”, mistificando l’esplicito sostegno ai crimini di Israele con la retorica ipocrita sui diritti umani, che metteva sullo stesso piano, se non ribaltava i ruoli, vittime e carnefici – la stessa che vediamo adesso nell’invocazione ai corridoi umanitari per i profughi afghani, per salvare i collaborazionisti e appropriarsi della manodopera afghana più qualificata, mentre i profughi di serie B vengono dimenticati e respinti, come d’altronde è sistematicamente accaduto durante questi vent’anni di guerra.

Sappiamo chi sono anche a casa nostra i complici di Israele. Noi siamo e saremo sempre al fianco del popolo palestinese che resiste, consapevoli che lottare concretamente contro l’apartheid israeliana significa organizzarsi e lottare contro un intero modello – quello neoliberista occidentale dell’UE e del governo Draghi – di cui Israele rappresenta oggi la massima barbarie.

L’alternativa esiste e ce la mostrano ogni giorno Cuba e le diverse esperienze di transizione al socialismo nell’America Latina, l’imperialismo è in crisi e sta noi anche qui rompere ogni compatibilità e lanciare la controffensiva per la costruzione del mondo nuovo.

PreCop26: la conferenza della truffa ecologica. Il 2 ottobre scendiamo in piazza A MILANO!

// Appuntamento di approfondimento verso la manifestazione del 2 ottobre a Milano mercoledi 29 settembre ai Giardini di piazza Leonardo da Vinci 32 (davanti al Politecnico), ore 17:00, assieme a:

Massimo Zucchetti, ingegnere nucleare e docente presso il Politecnico di Torino, candidato al Premio Nobel 2015 per la fisica.
Francesco Piccioni, giornalista Contropiano.org

/// Dal 30 settembre al 2 ottobre si riunisce a Milano la Pre-Cop26, un appuntamento che anticipa la COP26 (26a “Conferenza delle parti”), un organo decisionale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, costituito da rappresentanti governativi di circa 40 paesi e che quest’anno ha la presidenza del Regno Unito, riunendosi difatti a Glasgow.

L’appuntamento della Cop26, con tutti i suoi avvicinamenti, avviene sulla scia di un intensificarsi di convegni e commissioni specificamente dedicati ai temi ambientali, primi fra tutti il cambiamento climatico e la crisi energetica. Di fronte a questa esigenza, nel pieno di una delle più grandi crisi ecologiche ed economiche degli ultimi anni, le maggiori potenze mondiali si affrettano a conquistare nuovi terreni di mercato e a rendersi più competitivi a discapito dell’ambiente, millantando però una conversione verde e sostenibile. La retorica però si crepa difronte agli enormi cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo, palesati dall’aumento delle temperature e dai disastri ambientali soprattutto nel corso degli ultimi mesi. La tragica realtà ci mostra la totale incompatibilità del modello di produzione capitalistico con la terra, l’enorme contraddizione tra accumulo di capitale e sistema naturale.

Per costruire un’opposizione all’altezza della crisi che stiamo vivendo, pensiamo sia fondamentale dare nomi e cognomi ai principali responsabili della devastazione ambientale e di questa falsa transizione ecologica.

Infatti, la preCop-26 di quest’anno è dunque organizzata dal Ministero delle Transizione Ecologica italiano. In continuità con la presidenza dei G20 tenuta dall’Italia, ritroviamo il nostro paese a rivestire un ruolo di scena non irrilevante in quella che vuole essere la riorganizzazione sociale del mondo in vista della transizione ecologica. Un ruolo questo, abbastanza contradditorio che porta a narrazioni distorte e ipocrite.

Il ministro Cingolani, eccolo il nostro nome, si è reso protagonista solo pochi giorni fa di dichiarazioni a favore della produzione di energia da fissione nucleare: un passo indietro enorme rispetto alle battaglie portate avanti per l’espulsione del nucleare in Italia e che non farebbe altro che alimentare gli interessi privati di grandi multinazionali e aziende dell’industria e dell’energia. La stessa transizione ecologica che si era abbozzata nel PNRR e che si vede delinearsi nei primi progetti presentati dal MITE ha come fattore di base investimenti verso i privati per aumentarne la produttività e competitività soprattutto a livello europeo.

Quest’aspetto in particolar modo si allinea anche con la tendenza avuta anche dagli organi transnazionali e intergovernativi che si occupano di clima e ambiente. Basta scorrere il sito della COP26 per vedere quali sono gli sponsor e partner della conferenza: multinazionali dell’Hi-tech, dell’energia e delle industrie agroalimentari (Microsoft, Hitachi, Unilever etc per citarne solo alcuni).

La preCop inoltre introduce anche una serie di eventi focalizzati sul ruolo delle giovani generazioni, con lo “Youth for climate”, un consesso di centinaia di giovani da tutto il mondo che vengono “coinvolti” nella costruzione della transizione ecologica con seminari e think tank. L’attacco alle giovani generazioni non è solo nella concretezza del disastro ecologico ma è anche ideologico, in un sistema che si dice dalla parte dei giovani per non fare altro che assorbirli nel processo di ristrutturazione capitalista in chiave green.

Ci opponiamo a questa logica, con l’idea che se è nostro il futuro di un pianeta sull’orlo dell’infarto ecologico, il nostro è il ruolo di chi ribalta il presente e smaschera le colpe e responsabilità di un’organizzazione sociale e produttiva che ancora pretende di basarsi su sfruttamento dei più e profitto per pochi.

Saremo in piazza il 2 ottobre a Milano per riaffermare la necessità di una drastica inversione di rotta e dire con forza che

La transizione ecologica di Cingolani e soci è una truffa!

DECOLLIAMO L’UE E IL GOVERNO DRAGHI! SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI E ALLE LAVORATRICI ALITALIA IN LOTTA! VERSO LO SCIOPERO DELL’11 OTTOBRE

Da diverse città arriva la solidarietà con le migliaia di lavoratori Alitalia che rischiano di restare a terra senza più un lavoro.

Lo smantellamento della compagnia di bandiera italiana del trasporto aereo è l’ennesimo insopportabile diktat dell’Unione Europea che oltre vent’anni fa, con l’ok dell’allora governo Prodi, decise che il mercato europeo del trasporto aereo avrebbe dovuto essere spartito fra le compagnie di bandiera di Germania, Francia e Gran Bretagna. Una chiara rappresentazione di quelle che sono state, e in parte sono ancora dopo la Brexit, le gerarchie interne fra gli Stati UE.

E non è un caso che per portare a termine la distruzione di questa compagnia ci si sia affidati proprio al Governo Draghi, già impegnato a gestire la ristrutturazione – economica, produttiva, sociale – del nostro Paese tramite il PNRR. La svendita di questa azienda, infatti, rientra perfettamente all’interno del progetto di riassetto delle filiere produttive internazionali, nelle quali il nostro Paese è inserito prevalentemente come snodo logistico asservito al centro produttivo del Centro-Nord Europa.

Per questo compito il governo Draghi ha nominato come presidente Alfredo Altavilla, ex numero due di Sergio Marchionne. Uno che di licenziamenti e distruzione del tessuto industriale italiano ha imparato dal migliore. Il piano proposto da Altavilla prevede circa 8000 esuberi, nessun contratto nazionale, nessuna garanzia per il personale già occupato. Un piano talmente irricevibile e difeso a spada tratta dal management che i tavoli di trattativa sono inevitabilmente falliti e perfino CgilCislUil, per il momento, hanno rifiutato di firmare.

Oggi, dopo una giornata di lotta determinata da parte dei lavoratori – che ha visto anche un blocco stradale e la contestazione del candidato sindaco del PD a Roma Gualtieri andato a cercare una passerella elettorale – il Governo è stato costretto a ricevere una delegazione della piazza ed aprire un tavolo con la promessa, a parole, di risolvere la situazione.
L’apertura di un tavolo con i ministeri è un segnale, ma tante crisi aziendali in questo Paese ci hanno insegnato che le soluzioni si trovano solo se dietro alla trattativa c’è la spinta della lotta costante dei lavoratori. Per questo la lotta non deve fermarsi e per questo siamo e continueremo ad essere al fianco dei lavoratori di Alitalia in lotta. Pretendiamo non solo che non ci siano esuberi e che tutti i lavoratori tornino al loro posto, ma che Alitalia venga nazionalizzata immediatamente! Rimettiamo nelle mani del pubblico e della collettività il controllo e la ricchezza prodotta dai settori strategici di questo Paese!

La lotta per il lavoro, per la possibilità di costruire un futuro in questo Paese è anche la lotta di una generazione sempre più sull’orlo del baratro, oppressa da un modello sociale in crisi e il cui fallimento è ormai evidente a tutti. Verso lo sciopero generale dell’11 ottobre sosteniamo la lotta dei lavoratori Alitalia e di tutti coloro che di fronte a un rinnovato accendersi della violenza padronale decidono di rispondere organizzandosi e lottando!

CINGOLANI: MINISTRO DELLA TRUFFA ECOLOGICA. DIBATTITO: PERCHÉ LA FISSIONE NUCLEARE NON È L’ALTERNATIVA

Bologna – Mercoledì 22 settembre, ore 16.00, Piazza Puntoni – zona universitaria.
Ne parliamo con:
– Angelo Baracca, attivista anti nucleare e docente di fisica all’Università di Firenze.
– Giorgio Ferrari, fisico nucleare e esperto di centrali nucleari.


Le parole del ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, che accarezza l’idea di rispolverare la fissione nucleare come fonte di energia “alternativa”, hanno scatenato un dibattito su un argomento che sembrava ormai superato.

In Italia la popolazione (altro che salotti dei “radical chic”) si è espressa non una, ma due volte (nel 1987 e nel 2011) con dei referendum abrogativi per la dismissione di tutti gli impianti nucleari e di qualsiasi programma nucleare. A sostenere questa causa c’è stata non soltanto una lotta ambientalista e di massa, ma anche la costituzione di gruppi di scienziati del settore che hanno dimostrato, dati alla mano, la concreta insostenibilità del nucleare per l’impatto che ha sull’ambiente a monte e a valle della produzione energetica – in termini di ricadute sulla salute al momento dell’estrazione, consumo di suolo per la costruzione delle centrali, consumo di acqua per gli ingenti impianti di raffreddamento, di produzione di scorie nucleari impossibili da smaltire – e sulla collettività, in termini di costi. Il nucleare di quarta generazione che propongono Cingolani e l’apparato della grande industria e dell’energia (in accordo con il ministro si sono subito pronunciati Eni e Fincantieri) non ha fornito finora risultati sperimentali incoraggianti, e non potrà raggiungere un livello di sviluppo tale da essere applicabile su larga scala prima di 20 anni.

Le parole di Cingolani, tuttavia, non capitano a caso. Aziende private italiane infatti hanno attinto ad ingenti finanziamenti per la messa a punto di centri di ricerca per il nucleare di nuova generazione.

Possibili ripercussioni di una simile svolta si potrebbero verificare anche in campo militare, considerata anche la presenza dell’Italia nella NATO e nel suo programma di condivisione nucleare.

Non dimentichiamo che Cingolani, ex CEO della Leonardo, conferma l’indirizzo privatistico di questo governo che mira a sfruttare le risorse del PNRR per il rafforzamento della competitività del Paese all’interno dell’Unione Europea attraverso finanziamenti e investimenti dirottati direttamente al privato, mettendo invece all’ultimo posto gli interessi della società tutta e la salvaguardia della salute e dell’ambiente.

Alla falsa transizione ecologica del governo va contrapposta una voce forte sul campo degli interessi reali della nostra generazione e delle classi subalterne di questo paese, che necessitano di risposte lungimiranti per non pagare ulteriormente il prezzo dell’infarto ecologico cui l’ambiente e l’uomo che ne è parte sta andando incontro.

Che cosa significa parlare oggi di reattori di IV generazione per la fissione nucleare? Quali interessi politici sottende il revival dell’atomo?

Anahita Ratebzad: donna, comunista,rivoluzionaria

Ricorre oggi il settimo anniversario della morte di Anahita Ratebzad, comunista rivoluzionaria afghana.

Celebriamo la sua figura nelle settimane in cui USA e UE cercano di nascondere il fallimento della “guerra per la democrazia”, che ha prodotto solo distruzione e miseria spianando la strada alle forze oscurantiste, indignandosi per i crimini dei Talebani.

Crediamo che l’imperialismo occidentale non abbia nessuna lezione da dispensare al mondo sull’emancipazione delle donne e dei popoli.

I vari Biden, Macron, Von der Leyen che in questi giorni blaterano di diritti umani sono gli stessi boia che vediamo ogni giorno elevare il profitto e la competitività a dogmi inviolabili da anteporre a tutto e tutti, diffondendo ideologie reazionarie per frammentare le classi popolari e alimentando guerre imperialiste e destabilizzazioni in ogni angolo del mondo.

Proponiamo di seguito un contributo di Tim Wheeler pubblicato su “People’s World” che ripercorre la vita e le lotte di Anahita Ratebzad in Afghanistan.


Ricordando Anahita Ratebzad, leader socialista e madre della liberazione delle donne afgane

Tutta la stampa e i telegiornali, in questo momento, sono pieni di articoli e servizi sul futuro cupo che incombe sulle donne e le ragazze afgane non appena i Talebani riprenderanno il controllo del paese. The Guardian alla fine della scorsa settimana ha pubblicato un articolo di una donna afghana rimasta anonima, che affermava di star nascondendo le sue due lauree e di star cercando un burqa che coprisse ogni centimetro del suo corpo, mentre quei fondamentalisti misogini dei talebani si avvicinano.

Non dovremmo dimenticare che gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo infido nel determinare il destino dell’Afghanistan, inviando la CIA ad armare i mujaheddin controrivoluzionari per rovesciare la rivoluzione progressista di aprile ancora negli anni ’80. Tra gli assassini addestrati ed equipaggiati dalla CIA per questi squadroni della morte c’era Osama Bin Laden, a capo poi degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 al World Trade Center e al Pentagono.

È anche un buon momento per ricordare Anahita Ratebzad, madre della liberazione delle donne afghane, e per difendere l’uguaglianza di genere per la quale ha combattuto così duramente. Quando scoppiò la Rivoluzione di aprile in Afghanistan nel 1978, Ratebzad era al centro dell’azione, una dei leader del Partito Democratico Popolare.

Fu autrice di una nota polemica apparsa nell’edizione del 28 maggio 1978 del New Kabul Times: “I privilegi che le donne devono avere di diritto sono pari istruzione, garanzia di lavoro, servizi sanitari e tempo libero per crescere una generazione sana che costruisca il futuro del paese…. Educare e illuminare le donne è ora oggetto di particolare attenzione da parte del governo”.

Quando la rivoluzione di aprile trionfò, il nuovo primo ministro, Nur Mohammad Taraki, nominò Ratebzad ministro delle Politiche Sociali.

Nacque nel villaggio di Gildara, nella provincia di Kabul, il 1° novembre del 1931. Suo padre era sostenitore delle riforme democratiche e per questo fu costretto dal regime monarchico reazionario all’esilio in Iran. Vide poco suo padre mentre cresceva in povertà, frequentando una scuola di lingua francese. All’età di 15 anni fu costretta a sposare il dottor Keramuddin Kakar, uno dei pochi uomini afgani che aveva studiato all’estero, un chirurgo, con il quale ebbe tre figli, una figlia e due figli.

Anche Ratebzad intraprese una carriera simile, laureandosi in infermieristica all’Università del Michigan nel 1954 e in medicina nel 1962, quando l’Università di Kabul permise alle donne di frequentarla.

Nel 1957 il velo divenne facoltativo in Afghanistan e Ratebzad fu a capo di un gruppo di infermiere senza velo che trattavano di pazienti di sesso maschile, una rivoluzione sia nell’assistenza sanitaria che nella parità di diritti sul lavoro per le donne.

Tuttavia negli anni che seguirono fu presa di mira da una feroce diffamazione da parte dei fondamentalisti islamici per questa audace iniziativa. Suo marito, che sosteneva il sovrano Zahir Shah, si separò da Ratebzad, anche se non divorziarono.

Sempre nel 1957 Ratebzad guidò una delegazione di donne afgane a partecipare alla Conferenza asiatica sulle donne a Ceylon (Sri Lanka), la prima volta in assoluto che le donne afgane parteciparono a una tale conferenza. Nel 1964 aveva fondato l’Organizzazione democratica delle donne afgane e l’8 marzo 1965 Ratebzad insieme ad altre organizzarono il primo corteo in assoluto a Kabul per celebrare la Giornata internazionale delle donne.

Ratebzad era anche una studiosa, scrittrice e pensatrice. Nel corso della sua attività politica divenne marxista-leninista: è stata una delle quattro donne elette nel parlamento afgano nel 1965 per la provincia di Kabul, il primo gruppo di donne nell’organo legislativo nella storia del paese.

In seguito, durante gli anni della rivoluzione socialista in Afghanistan, ricoprì diversi incarichi governativi e servì anche come ambasciatrice in Jugoslavia e Bulgaria in varie occasioni. Dal 1980 al 1985 è stata vicepresidente del Consiglio rivoluzionario, l’equivalente del vicepresidente dell’Afghanistan. Nessuna donna prima o dopo ha ricoperto una posizione così elevata nel paese.

Nel 1992, dopo la caduta del governo progressista, fu costretta a fuggire perché i terroristi mujaheddin l’avevano presa di mira sia per le sue politiche socialiste che per il ruolo di leader che aveva nella liberazione delle donne. Finì prima in India con la famiglia, poi a Sofia, in Bulgaria, nel 1995, infine in Germania, dove le fu concesso l’asilo un anno dopo. È morta all’età di 82 anni a Dortmund nel 2014.

Esperti e opinionisti stanno sputando fiumi di invettive, Washington e i media stanno tutti puntando il dito: “Chi ha perso l’Afghanistan?”. Tuttavia si nomina a malapena la Rivoluzione d’Aprile. E quando viene menzionata, il governo che l’ha guidata viene liquidato come mero “burattino dei sovietici”. Anahita Ratebzad non è stata il burattino di nessuno. Era una donna forte e indipendente, il volto di un nuovo Afghanistan.