The Squid Case: omologazione e fenomeni di massa nel modello Netflix

In queste ultime settimane abbiamo assistito al diffondersi a macchia d’olio di una serie sudcoreana, Squid Game, che in modo distopico rappresenta la lotta per la sopravvivenza delle classi popolari di un paese capitalista periferico. La serie è già stata utilizzata negli scorsi giorni come simbolo nelle proteste di sindacati e lavoratori sudcoreani, che trovano affinità con le condizioni descritte nella serie, in un paese caratterizzato da precarietà diffusa, bassi salari e un alto numero di ore lavorative settimanali. Il “caso Squid Game” si colloca perfettamente nei processi che vediamo da tempo nel mondo dell’entertainment e della cultura in generale, con un’omologazione del mercato su tempi e temi dettati da alcuni colossi, e lo svuotamento in generale di senso di qualsiasi oggetto culturale, utile solamente alla creazione di profitto.

In questo contesto si colloca anche una dinamica, in cui anche qui può essere preso Netflix ad esempio, di sussunzione di tematiche, pratiche e immaginari di rottura, trattati in maniera compatibilista e utilizzati per il consumo di massa mercificato. Ne parliamo con Marco Montanarella, professore ed esperto di cinema.


Squid game è un fenomeno mondiale, di massa. Secondo te, partendo dal caso “Squid game”,possiamo vedere nell’industria cinematografica e culturale una tendenza di questo tipo?

Partendo dal presupposto che Squid Game, come qualsiasi prodotto dell’industria culturale, è prima di tutto una merce, quindi appaga un qualche bisogno, credo ci si debba interrogare su quale sia quest’ultimo e in che modo Squid Game lo appaghi meglio di altri prodotti televisivi, visto il successo impressionante che ha avuto.

Il contenuto in sé, con qualche significativa innovazione, inserirebbe di diritto questa serie nel lungo filone post-apocalittico e nel survival movie, come Battle Royal oppure Hunger Games. Per capire cosa oggi lo rende un fenomeno di massa bisognerebbe analizzare l’evoluzione di questi generi o sottogeneri e capire quale posizione storica assumono nell’immaginario collettivo.

Negli ultimi dieci anni la crisi del modo di produzione capitalistico, la catastrofe ambientale, la fine dell’egemonia globale degli USA, l’impoverimento di massa nei paesi occidentali e nei loro “satelliti” hanno dato al genere distopico un certo significato: in mancanza di un’alternativa sistemica, la fine del modo di produzione capitalistico è stata fatta coincidere con la fine della vita umana sul pianeta o con i classici scenari da “guerra di tutti contro tutti”. L’inasprimento di queste condizioni storiche, la barbarie che viviamo fuori dallo schermo, non possono che cambiare il modo in cui queste questioni vengano espresse in forma artistica. Ad esempio un film come Il cavaliere oscuro – il ritorno (2012) ha rappresentato una risposta tranquillizzante alla crisi sistemica. Un film dello stesso franchise come Joker, dopo quasi dieci anni, ha invece portato sullo schermo scenari molto poco tranquillizzanti, puntando il dito sulle questioni irrisolte del modello socio-economico statunitense.

I tempi narrativi e i tempi di produzione veloci sono sicuramente una caratteristica dei prodotti culturali della nostra fase storica. A cosa credi sia dovuto? Vedi una relazione con delle caratteristiche della nostra società, come ad esempio la destoricizzazione?

Credo che il successo delle piattaforme e della serialità televisiva sia prima di tutto da leggere come un efficace adeguamento dell’industria culturale 4.0 agli attuali ritmi di vita nei paesi a capitalismo avanzato. Oggi è sempre più difficile per milioni di persone accedere a tipologie di intrattenimento che non siano consumabili in qualsiasi momento e in qualsiasi contesto, purché si abbia a portata di mano un dispositivo e una connessione internet. La precarizzazione generale, l’estensione del tempo di lavoro a discapito del tempo libero non possono che “spezzettare” le possibilità e il tempo per guardare un film o un programma televisivo. La produzione continua di tutte queste serie tv a portata di click incontra proprio questa necessità.

Riguardo alla “destoricizzazione”: questa è stata sempre un’arma ideologica detenuta dalle classi dominanti, divenuta senso comune e una modalità di approccio alla vita quotidiana per milioni di persone dalla fine del campo socialista, che costringeva con la sua sola esistenza a fare i conti con la storia. Direi molto sbrigativamente che destoricizzazione e frantumazione del tempo libero dedicato all’intrattenimento sono due elementi dello stesso processo storico.

Il tema dell’omologazione del mercato cinematografico e culturale quali ripercussioni pensi possa avere? Che tendenze ci vedi?

Il mercato cinematografico, fin dalla sua fondazione, ha dimostrato una enorme capacità di colonizzare l’immaginario collettivo (il gusto, la moda, gli stili di vita ecc.) dando forma ed espressione alle contraddizioni storiche di un’epoca, deformandole a uso e consumo dell’ideologia dominante. Quando esisteva un’alternativa sistemica a quella occidentale e la lotta di classe si combatteva su scala mondiale, molti artisti, scrittori e cineasti erano costretti a prendere una posizione nei confronti di questa funzione egemonica, assunta soprattutto da Hollywood. Personalmente mi limito a rilevare il fatto che queste prese di posizione sono tendenzialmente venute a mancare, a parte qualche raro caso, così com’è praticamente sparita qualsiasi critica dei sistemi di funzionamento dell’industria culturale odierna, almeno nella parte di mondo in cui viviamo.

Cambiamo un po’ argomento, Netflix ha appena lanciato per il prossimo futuro una serie di film dedicati alla questione palestinese e in generale sul mondo arabo.
Secondo te, anche dato un certo stile di Netflix nel creare un immaginario genericamente “antisistema” (esempio casa di carta),come sarà trattata la questione?

In prima battuta quella di includere nel proprio pacchetto film di registi palestinesi e arabi può sembrare una sorta di “democratizzazione” culturale, e in parte lo è: fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile la distribuzione di questi film al di fuori dei circuiti d’essai in cui erano confinati. D’altro canto mi sembra che Netflix stia semplicemente giocando la sua partita, in competizione con altre piattaforme, per conquistare nuove fette di mercato.

Al di là dell’offerta in sè, sarà interessante capire in che modo questi film saranno recepiti da un pubblico di massa. È vero, come ha dimostrato Godard più di quarant’anni fa proprio a proposito della causa palestinese, che la spettacolarizzazione tende a deformare le contraddizioni, ma è anche vero che la relazione che si instaura tra cinema e pubblico non è unidirezionale, ma dialettica. C’è sempre qualcosa che sfugge alla censura delle case di produzione, o alla “censura interna” degli artisti che cercano un accomodamento con l’ideologia dominante: anche il significato storico di un prodotto artistico fa parte della posta in gioco della lotta di classe. Ciò che è venduto come semplice spettacolo può essere riutilizzato in qualche modo, penso alle maschere di V per vendetta nelle manifestazioni degli “Indignados” dieci anni fa, molto prima di quelle di Dalì della Casa di carta. La risultante tra la capacità dell’avversario e la crisi di egemonia nei confronti delle classi subalterne ci darà la risposta.

Autonomia differenziata: ma quale rigurgito secessionista? Fermiamo il progetto dell’UE!

Il Consiglio dei ministri ha approvato il 7 ottobre la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (NADEF) 2021. Al suo interno troviamo l’indicazione dei principali ambiti di intervento della manovra di finanza pubblica per i prossimi tre anni, che getteranno la base degli interventi previsti nella prossima legge di bilancio.

Tra i 23 disegni di legge torna a fare capolino, nel silenzio generale, l’autonomia differenziata: quel progetto di frammentazione regionale della capacità di spesa e di potere decisionale su molti ambiti fondamentali, come istruzione e sanità.

Un processo che legittima, istituzionalizza e rafforza le diseguaglianze tra le regioni più e meno ricche. Tutto questo nonostante la pandemia abbia tragicamente dimostrato il fallimento delle regionalizzazioni e delle privatizzazioni incessanti degli ultimi anni. Di fronte alla necessità sempre più palese di un potenziamento generale del settore pubblico e di una centralizzazione delle responsabilità, la strada scelta continua sul solco delle regalie ai privati e della polarizzazione centro-periferia.

Polarizzazione che, però, è uno dei capisaldi del progetto di costruzione del polo imperialista UE e che è stata scientemente perseguita: dall’introduzione della moneta unica, passando per le riforme attuate dopo la crisi del 2008, fino ad arrivare al Recovery Plan. In questo processo si inserisce il progetto di autonomia differenziata.

Un processo tutt’altro che lineare che ha prodotto da un lato lo smantellamento del welfare e di interi asset strategici nazionali, dall’altro la selezione di alcune aree da integrare, come primi fra gli ultimi, nelle filiere produttive internazionali a guida prevalentemente franco-tedesca, funzionali al rafforzamento dell’UE nella competizione globale.

In questo senso l’autonomia differenziata è una necessità del capitale europeo e non è quindi un caso che oggi torni alla ribalta quel progetto con il governo di Mario Draghi, il commissario UE incaricato di portare avanti la ristrutturazione oggi necessaria con il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Ci sono infatti diversi punti di contatto tra il progetto dell’Autonomia Differenziata e il PNRR. Sulla sanità, ad esempio, le richieste avanzate dalle regioni sono di maggiore potere decisionale per poter attrarre investimenti privati, perfettamente in linea con le linee guida del PNRR rispetto al potenziamento della sanità in ottica privatistica. Sull’istruzione si richiedono ampi margini di manovra dalle regioni per integrare la formazione secondaria con il “contesto sociale ed economico della Regione”. Una dinamica che dà una forte spinta ai processi che ben conosciamo di élitarizzazione e privatizzazione dell’istruzione.
Anche qui possiamo vedere come i principali investimenti del PNRR sulla scuola vadano nella stessa direzione: interventi massicci per il potenziamento degli ITS, degli istituti professionali e della sinergia tra istruzione e imprese per rendere la scuola un’istituzione sempre più al servizio della produzione. Discorso analogo sul fronte universitario dove questo processo è ad uno stadio molto più avanzato.

Quando due anni fa sostenevamo che le motivazioni profonde dell’autonomia differenziata fossero da ricercare in alto, negli interessi delle classi dominanti europee e di una parte della borghesia nostrana, ci trovavamo di fronte alla canea di una parte della sinistra che invece indicava nei rigurgiti razzisti e antimeridionali della Lega l’unica ragione dietro a questo progetto, ignorando la condivisione di intenti con un Partito Democratico ben rappresentato da Bonaccini. Oggi, la volontà del governo di unità nazionale guidato da Draghi fa a pezzi quella retorica svelando invece la realtà; e quella sinistra che tanto si agitava, oggi che Salvini non è più la bestia da distruggere, ma è un alleato di governo con cui spartirsi i tanto acclamati soldi del PNRR, tace di fronte al rinnovarsi di un attacco a tutto campo al sistema pubblico e al, poco, welfare universale rimasto in questo Paese.

È quindi chiaro che il progetto di autonomia differenziata e il PNRR andranno a rafforzarsi a vicenda nel plasmare l’Italia post-covid. Gli effetti che produrranno, ancora una volta, saranno tutti a discapito delle classi popolari e dei giovani. Una maggiore competizione interna in tutti i settori che produrrà un peggioramento nell’offerta e nella qualità dei servizi sociali a causa della svendita ai privati, maggiore polarizzazione nel mercato del lavoro e nel mondo della formazione, sia in termini territoriali – nord-sud e anche all’interno delle stesse regioni – che in termini qualitativi. L’intensificazione delle dinamiche di emigrazione interna ed esterna, l’aumento della precarietà e dello sfruttamento sui posti di lavoro non faranno che peggiorare la crisi di prospettive all’interno della quale già vive la nostra generazione.

È necessario però rifiutare quello che ci vogliono spacciare per inevitabile e lottare affinché non diventi la normalità, una normalità che ci vuole supini agli interessi del mercato e incapaci di lottare per i nostri diritti. L’opposizione al progetto dell’Autonomia Differenziata non può prescindere da una lotta contro il modello sociale che l’ha generata e dalle sue propaggini: l’Unione Europea e il governo Draghi, feroce esecutore delle volontà europee. Contro questo modello dobbiamo mettere in campo un’organizzazione capace di ricomporre, in un’unica lotta sistemica, le diverse istanze di una classe frammentata e di costruire un’alternativa complessiva. Ed è proprio con queste intenzioni che saremo in piazza a Roma sabato 30 ottobre, per rimettere al centro la necessità di una exit strategy da questo sistema

Le alternative di sistema alla crisi pedagogica neoliberista

Contributo di Antonio Allegra (docente scuola superiore, Rete dei Comunisti) all’assemblea nazionale Scuola, università e ricerca serve una exit strategy

La cornice neoliberista del blackout pedagogico

Il pedagogista e militante venezuelano Luis Bonilla-Molina ha coniato l’espressione “blackout pedagogico globale” per descrivere la condizione dell’istruzione a livello mondiale degli ultimi decenni, un’espressione che, al tempo della pandemia da Covid-19, sembra descrivere alla perfezione la “crisi pedagogica” di quest’ultimo anno e mezzo.

L’espressione in spagnolo (Apagón Pedagógico Global) richiama un altro blackout, l’apagón cultural, vissuto in Cile all’indomani del golpe che depose il presidente democraticamente eletto Salvador Allende (del fronte progressista e popolare) e pose al potere il dittatore e generale Augusto Pinochet con la compiacenza e l’aiuto diretto degli Stati Uniti. Il colpo di stato del 1973 in Cile sembrava riportare la storia indietro di 50 anni, al tempo della nascita del fascismo, ma la dittatura militare cilena, anziché introdurre il corporativismo fascista, introduceva il ben più avanzato neoliberismo, teorizzato da Milton Friedman a Chicago e introdotto tramite studenti dell’alta borghesia formatisi alla sua scuola (i c.d. “Chicago boys”).

L’apagón di cui parla Bonilla-Molina è storicamente legato al neoliberismo, che si diffuse, dopo la sperimentazione cilena, a livello planetario negli anni Ottanta del secolo scorso grazie al primo ministro Margaret Thatcher nel Regno Unito (1979) e al presidente Donald Reagan negli USA (1981). Era la fine della fase keynesiana dello sviluppo capitalistico che aveva concesso alla classe operaia un peso più o meno paritario e un ruolo più o meno collaborativo nella governance capitalista. Il neoliberismo sarebbe diventato la risposta politica alla crisi strutturale che ha avuto origine proprio agli inizi degli anni Settanta e che, nella sua forma monetaria impazzita, avrebbe dato luogo alla finanziarizzazione spinta dell’economia e, dopo lo spianamento delle economie socialiste, alla globalizzazione. Il potere contrattuale e politico della classe lavoratrice veniva fortemente ridimensionato a livello mondiale, la borghesia internazionale avrebbe recuperato quanto era stata costretta a cedere ai lavoratori in virtù delle lotte di classe e dello spauracchio socialista, sempre dietro l’angolo. Come afferma l’economista Thomas Piketty nel suo libro Il capitale nel XXI secolo: «Nei paesi più ricchi, il reddito da capitale equivaleva nel 1975 al 15-25% del reddito nazionale, nel 2010 al 25-35%»[1]. Dentro questa dinamica economica mondiale si colloca la trasformazione del mondo dell’istruzione a livello globale, che proprio in questi anni diviene oggetto delle attenzioni delle organizzazioni economiche internazionali, dall’Ocse all’Unesco, dal WTO al FMI.

In sintesi l’Apagón Pedagógico Global si articola in 5 punti: frammentazione pedagogica; svalorizzazione istituzionale e sociale della figura del docente; svalorizzazione della scuola pubblica; riduzione dell’insegnamento e della valutazione scolastica a due aree cognitive (logico-matematica e letto-scrittura); riducendo il contenuto dell’apprendimento alla scienza e limitando la pratica all’uso strumentale delle tecnologie. Le radici di questa svolta affondano nel cuore della ristrutturazione capitalistica, che nell’ambito della competizione globale deve rendere più produttivo il lavoro, con lo sviluppo scientifico, l’estensione applicativa della tecnologia a tutti livelli produttivi possibili e la comunicazione digitale. Questo processo di destrutturazione e ristrutturazione dei sistemi educativi, che segue le esigenze di ristrutturazione produttiva, è avvenuto contemporaneamente al processo di atomizzazione e individualizzazione della vita politica, del consumo, della socializzazione e, da ultimo, dell’istruzione.

Il liberismo ha sempre puntato sull’individualismo, sull’esaltazione del valore dell’individuo. Senza andare indietro nel tempo e spiegare perché la lotta della borghesia contro il feudalesimo trovasse uno strumento ideologico efficace nell’individualismo e nei suoi corollari logici (meritocrazia, libertà di coscienza, liberalismo politico, ecc.), occorre dire che la “civiltà capitalistica”, la società borghese, affonda le sue radici nell’atomizzazione [2] e che questa concezione atomistica e singolarizzante non è niente di nuovo. Ma è certo, però, che progressivamente nel regime sociale borghese ampie sfere del collettivo ricadono sempre più nella sfera singolare, atomizzata, dell’individuo. Il neoliberismo ha accentuato e, se possibile, accelerato questo processo fino al parossismo.

Luis Bonilla-Molina ha individuato alcuni fenomeni recenti di questo tipo che concorrono a determinare il black-out pedagogico globale: l’individualizzazione del consumo (consumo a casa), l’individualizzazione del rapporto politico (attraverso internet, come ha fatto ad esempio, il movimento politico spagnolo Podemos o, come potremmo dire noi, come ha fatto il Movimento 5 Stelle), l’individualizzazione della socialità, vissuta a casa tramite i social network e infine l’individualizzazione dell’apprendimento. Tutto questo avviene a casa, nel proprio luogo “privato”, facendo a meno degli altri [3]. Oltre a ciò, si aggiunge una generale depedagogizzazione dell’istruzione, intendendo con ciò la mancata riflessione su cosa sia o debba essere l’essere umano. Poiché manca questa riflessione, il discorso sull’istruzione perde il suo carattere filosofico-politico e diventa discorso tecnico. Dunque non c’è più nessun ragionamento sulle finalità generali dell’essere umano in rapporto all’essere sociale. E non è un caso che spesso la riflessione più accreditata in ambito pedagogico, quella considerata più scientifica (perché si appoggia effettivamente a una scienza), sia quella legata alle neuroscienze che sposta però il discorso sull’educazione dal suo essere parte dell’essere sociale all’essere naturale (biologico-cognitivo).

Ora, tutto quanto detto finora può essere espresso con una celebre affermazione-slogan di Margaret Thatcher del 1987: «La società non esiste, esistono solo gli individui» [4]. Questo fondo individualistico è ciò che caratterizza le società borghesi, in particolar modo quelle neoliberiste, ossia quelle sviluppatesi dagli anni Settanta e Ottanta in poi.

Come nasce la scuola neoliberista

Il 1970 è l’anno in cui l’Unesco, l’organizzazione dell’ONU per l’educazione, la scienza e la cultura, affida a Edgar Faure il compito di scrivere un rapporto sull’educazione nel mondo, che verrà pubblicato nel 1972 con il titolo Learning to be[5]. È in questa sede che viene lanciato il famoso concetto dell’apprendimento permanente (lifelong learning), che godrà di una fortuna imperitura nei decenni successivi per giungere fino ai nostri giorni. Benché idealmente il documento si proponesse una finalità umanistica (ossia lo sviluppo integrale dell’uomo, raggiungibile attraverso una formazione permanente, «per elaborare, nel corso della vita, un sapere in costante evoluzione», per «apprendere cioè ad essere uomini che continuamente apprendono, adeguandosi alle infinite variabili della nuova condizione umana»[6]), nel corso degli anni ottanta queste aspirazioni umanistiche vennero investite da una pervadente visione economicista neoliberale, perdurante fino ad oggi. Qualunque fossero gli intenti del documento, il contesto economico e politico del tempo ne ha condizionato la “traduzione sociale”. Infatti, il “saper essere” è diventato il saper essere in una società neoliberale, che ha posto fine (o si accinge a farlo) allo “stato assistenziale”, in cui i singoli sono slegati dallo “stato-balia” per darsi da fare da soli, in un mondo in cui nessuno dirà loro cosa fare e come fare. E se va male, è colpa loro. Ecco il principio thatcheriano espresso in termini pedagogici. In termini economici, significava che la protezione di cui godeva la classe lavoratrice era finita (e doveva finire l’idea del collettivo, del sociale), e che i lavoratori avrebbero dovuto iniziare a pensarsi non come “classe” ma come individui che si preoccupano solo di sé e iniziano a introiettare che il fallimento è solo individuale. Appunto, “non esiste la società”, esiste solo un perpetuo incontrarsi-scontrarsi di atomi secondo le modalità del cosiddetto moto browniano.

Ma chi era Edgar Faure? Divenne ministro dell’Educazione Nazionale in Francia proprio subito dopo il “maggio parigino”, cioè il periodo della rivolta studentesca del ‘68 in Francia, la lotta studentesca per antonomasia. L’esito di quelle lotte era stata la riforma del sistema di istruzione superiore, nella quale venivano accolte alcune istanze di democratizzazione provenienti dal maggio parigino. Faure apparteneva al Partito radicale, una classica formazione politica socialdemocratica. La sua riforma ebbe un’approvazione trasversale, solo il Partito Comunista Francese si astenne. Il disegno di Faure mirava a mutare in senso compatibilista le istanze più radicali. La mancata rivoluzione partorì una riforma socialdemocratica, il mancato sbocco politico di un movimento sociale radicale finì per avvicinarsi al futuro modello neoliberista di istruzione, in cui quello che prevale è esattamente una concezione privatistica del sapere, del lavoro e che nasconde la dimensione sociale del lavoro.

Da allora l’OCSE ha avuto un ruolo determinante nell’assunzione in chiave liberista dell’istruzione a livello mondiale: è stata questa organizzazione internazionale che ha posto le basi per la valutazione dei sistemi di istruzione a ogni livello (internazionale, nazionale, ecc.), per giungere poi alle famose prove PISA (e da noi INVALSI) e all’impianto generale dei processi di riforma europei dagli anni Novanta a oggi[7]. L’elemento quantitativo è ciò che è prevalso a discapito dell’elemento qualitativo dell’istruzione: la quantificazione in ambito valutativo, dalla valutazione del singolo studente a quella della singola scuola e infine del sistema nazionale. Così come è prevalso l’elemento individualizzante, con il quale si è declinata l’istruzione in termini di bene per il singolo individuo (e non come bene sociale) e quale strumento per il singolo per emergere nella società del lavoro, dove vige una forte concorrenza sovranazionale tra lavoratori.

In questa trasformazione hanno avuto una responsabilità importante la cultura pedagogica di “sinistra” (nel senso di socialdemocratica), i sindacati tradizionali e la politica della sinistra (come sopra) della governance capitalistica. Abbandonata l’idea di un’alternativa sociale, la sinistra è diventata solo l’altra faccia della governance capitalistica, per cui non va lontano dal vero chi dice che tra sinistra e destra non c’è molta differenza.

Che cos’è un’alternativa di sistema

La questione del potere

Anticipiamo subito le conclusioni: parlando di istruzione, un’alternativa di sistema richiede una società differente, ossia, per noi, una società socialista o di transizione socialista. Sembra banale dirlo, ma se riandiamo a quanto detto sopra sul maggio ‘68 a Parigi, ci rendiamo conto che è proprio il mancato “sbocco di potere” – che dà la possibilità (il potere…) di trasformare la società in una certa direzione – ad aver trasformato quelle rivendicazioni antiautoritarie, rivoluzionarie, libertarie, radicali quanto si vuole, in una risposta “del capitale” alla sua stessa crisi. Non è un caso che molto del lessico neoliberista in ambito educativo provenga dalla pedagogia critica o dai movimenti intellettuali di liberazione popolare. Ad esempio, la critica alla concezione “depositaria – o bancaria – del sapere” (il nozionismo riversato nelle teste degli studenti), formulata dal brasiliano Paulo Freire non è in contrasto con la didattica per competenze, perché in entrambi i casi si deve funzionalizzare l’apprendimento. Il punto, però, è per quale scopo? È la finalità sociale ciò che determina la “natura” di una concezione rispetto a un’altra. È l’assetto sociale ed economico a determinare, a far scaturire, certe possibilità. In una società in cui prevale l’uniformità omogeneizzante del capitale – il quale deve misurare tutto e, per farlo, deve considerare tutto in termini quantitativi – e in cui prevale una falsa concezione privatistica e individualizzante del sapere, sarà estremamente difficile costruire un sistema educativo che non risenta di queste caratteristiche.

Il superamento della società borghese

È un errore tipico del pensiero cattolico e/o di sinistra pensare che a scuola si possa fare diversamente dalla società “esterna”, per cui si può essere tutti uguali, mentre “fuori” dominano le differenze sociali. Questo errore è il frutto della conformazione delle società borghesi. Alla sua nascita, la società borghese si fonda su una divaricazione che la caratterizza nella sua essenza, quella tra la sfera pubblica e la sfera privata dell’esistenza degli esseri umani. Il pensiero politico francese illuminista che ha formalizzato questa divaricazione parlava del citoyen (cittadino, sfera pubblica) e del bourgeois (il borghese, privato). Il citoyen è il soggetto indicato dell’uguaglianza davanti alla legge (uguaglianza formale); il bourgeois è invece il soggetto che agisce nella sfera della vita privata, quella economica, dove vigono le differenze di classe. Lo Stato è il soggetto che sovrasta le differenze e uniformizza gli individui tramite il diritto. Benché la formazione dello stato moderno sia stato un elemento progressivo nella storia umana, perché ha sostituito il particolarismo feudale basato sul privilegio, tuttavia la divaricazione borghese cela la contraddizione tra sfera pubblica e sfera privata e condiziona un pensiero distorto che riflette passivamente tale divaricazione.

Affidarsi alla legge, magari alla Costituzione, per sperare nell’uguaglianza degli esseri umani, significa ancora una volta ricadere entro la sfera del pensiero borghese. Ecco perché la “scuola della Costituzione” è limitante, soprattutto oggi, perché anche la stessa carta costituzionale è di fatto superata dai rapporti di forza e di proprietà neoliberisti e da un ordinamento statuale sovranazionale che la priva di molte sue prerogative.

Per ragionare di un’alternativa di sistema e non di una semplice variante della scuola borghese (il modello finlandese o il modello americano, ecc.), bisogna allora puntare a una società in cui l’uguaglianza sia reale, sostanziale, e non formale; bisogna puntare anche a una società in cui il carattere sociale delle attività umane non venga obliterato dall’individualismo borghese.

Il superamento dell’opposizione lavoro manuale/lavoro intellettuale

Guardando nello specifico ai modelli socialisti possiamo notare alcune caratteristiche di fondo. Innanzi tutto, è sempre stata una preoccupazione del movimento operaio e socialista quello di unificare formazione teorica e formazione pratica, superando una storica e artificiale divisione della prassilavorativa che è, al contrario, composta organicamente da teoria e azione pratica. Una millenaria divisione del lavoro, frutto della complessificazione dell’attività umana associata, ha portato a distribuire i ruoli sociali in modo tale da assegnare il “lavoro intellettuale” a ceti privilegiati e quello “manuale” ai ceti più bassi. Ora questa separazione diventa sempre meno stringente da una parte con l’emergere dell’automazione di certi processi produttivi e dall’altro con l’estensione dell’istruzione di massa di alto livello. Ma agli albori della società borghese questa differenza era molto forte e sopravvive larvatamente nella differenza tra licei e istituti tecnici, ad esempio, o tra Istituti tecnici e scuole professionali. Non è un caso che la preparazione si abbassi passando da un liceo a un istituto professionale, così come l’estrazione sociale diventi più modesta se si passa da un liceo a un istituto professionale. Le scuole politecniche di cui parla Gramsci e sperimentate nel mondo socialista, sono un esempio di questo tentativo di superare la divaricazione tra lavoro manuale e intellettuale. In un certo senso, l’alternanza scuola-lavoro è un’invenzione del mondo socialista atta a superare questa divisione tra parte teorica e parte pratica dell’attività lavorativa [8]. In una delle prime testimonianze di quanto stavano facendo i bolscevichi nel campo educativo, possiamo leggere: «Il primo passo pratico fu rivolto all’istruzione nei villaggi. E l’opera svolta si ispirò a criteri solidi. Si cercò di attrarre i contadini stessi, come cooperatori, nel movimento per l’educazione, destando e tenendo vivo il loro interessamento. Perciò, la scuola fu trasformata in una “Scuola di lavoro”, dove, oltre alle lezioni, di lettura, scrittura e aritmetica, il lavoro era messo in relazione con tutte le pratiche della vita nel villaggio» [9].

Bisogna ricordare che il marxismo e il socialismo sono pensieri fondamentalmente umanistici, che mirano a esaltare l’essere umano nella sua complessità, nel suo sviluppo integrale, e vedono come una forma di impoverimento la standardizzazione e la riduzione a una “mansione” (ciò che normalmente chiamiamo “lavoro”) della variegata attività umana [10].

Uno degli esempi più “recenti” è l’esperimento della Escuela en el campo che la rivoluzione cubana ha messo quasi da subito in atto nell’isola caraibica. Si trattava di scuole superiori di agraria collocate in campagna, dove gli studenti potevano studiare e lavorare, applicando quanto appreso direttamente sul luogo, unendo così teoria e pratica, lavoro e gestione. Questo esperimento, fortemente voluto da Fidel Castro (che già nel suo celebre discorso La storia mi assolverà aveva fortemente criticato lo stato arretrato dell’educazione cubana al tempo della dittatura di Batista perché viziata da una separazione annichilente tra teoria e prassi), aveva lo scopo di: a) portare l’educazione superiore al popolo, per lo più contadino, spostando i tradizionali centri educativi dalle città – riservati solo ai ceti privilegiati – alle campagne; b) rivoluzionare la metodologia didattica unificando teoria e prassi; c) fornire gli strumenti dell’autogestione al popolo cubano [11].

L’emancipazione dei subalterni e la “cuoca di Lenin”

L’ultimo punto appena citato ci conduce a un’altra questione, più squisitamente politica, che completa lo “sviluppo umano integrale” che il comunismo dovrebbe comportare: ci si riferisce al potere politico della gestione dell’intera attività lavorativa umana associata, in una parola l’economia, e sottometterla a decisioni politiche che rispecchino l’interesse generale dei lavoratori.

Finora, storicamente, la sottomissione delle decisioni economiche alle scelte politiche che mirano al raggiungimento dell’interesse generale dei lavoratori è passata attraverso la pianificazione centralizzata. Questa non necessariamente supera la divisione del lavoro di cui si è detto sopra, né tantomeno conferisce automaticamente e direttamente ai lavoratori la gestione politica dell’economia. Ciò avviene perché il processo di elevazione del proletariato da classe subordinata a classe egemone, in grado di autogestirsi, impiega più tempo della “semplice” presa del potere. Quando Lenin affermava “Sappiamo che una cuoca o un manovale qualunque non sono in grado di partecipare subito all’amministrazione dello Stato […] Ma […] esigiamo la rottura immediata con il pregiudizio che soli dei funzionari ricchi o provenienti da famiglia ricca possano governare lo Stato” [12], egli diceva una verità semplice: le competenze non si acquisiscono da un giorno all’altro, ma si può far sì che esse vengano assunte a livello generalizzato. Né l’Unione sovietica né gli altri paesi socialisti – a quanto ci risulta – sono mai riusciti a completare questo processo di elevazione dei lavoratori a gestori politici consapevoli. Questo non significa che il figlio di un contadino non abbia potuto ambire alle massime cariche statali (era avvenuto per Stalin e per Krusciov, per esempio). Tuttavia lo sviluppo generale delle forze produttive non è avvenuto a tal punto da consentire un simile salto di qualità. Ovviamente non fu soltanto una questione di sviluppo di forze produttive. Il socialismo, nella forma dell’economia pianificata centralizzata, con il necessario e inevitabile sviluppo dell’apparato burocratico (e con le storture che ne sono derivate…), ideato in tempo di “guerra” ed emergenza [13], ha costituito il modello per tutte le economie socialiste (escluso quella cinese del dopo Mao): questo modello, identificato come “stalinista” perché attuato sotto Stalin (ma successivamente ripreso anche da chi non necessariamente si ispirava al socialismo, come i paesi del Terzo mondo, più favorevoli alla via sovietica di sviluppo [14]) fu il modello dello sviluppo accelerato, e centralizzato proprio perché accelerato. Senza andare a indagare le ragioni storiche di questa accelerazione brutale dello sviluppo, occorre sottolineare che quel modello funzionò (almeno fino a un certo punto), ma mise da parte l’obiettivo, per dir così, della “cuoca di Lenin”, ossia della preparazione politica generale e di massa per l’autogoverno socialista.

Il motivo di questa scelta non è attribuibile solo a responsabilità soggettive, ma anche a necessità storiche. Non dovrebbe mai essere dimenticato che il socialismo è una continua lotta per l’instaurazione di una società diversa in condizioni che le sono sempre avverse. Questa lotta richiede anche lo sviluppo delle forze produttive. Lì dove il socialismo ha lottato e lotta per la sopravvivenza, lo sviluppo delle forze produttive è stato e rimane essenziale. L’industrializzazione forzata sotto Stalin, per quanto brutale, ha permesso a un sistema e a una società di sopravvivere e di affrontare la più potente macchina bellica europea, quella nazista. Purtroppo la storia non sempre – quasi mai, in realtà – asseconda i desiderata politici, per cui occorre fronteggiare la situazione che si ha davanti.

Il Venezuela bolivariano ha una storia drammaticamente importante da questo punto di vista. Con Chávez, alla fine degli anni Novanta, il Venezuela bolivariano si riprende quote di autonomia e libertà dalla dipendenza neocoloniale neoliberista che ha caratterizzato il continente latinoamericano del ventennio precedente (da alcuni definito “ventennio perduto”). Il provvedimento economico più importante è stato la nazionalizzazione della produzione petrolifera, con la quale si è potuto destinare ingenti risorse ai piani sociali, dalla sanità all’istruzione, alle abitazioni pubbliche. Tuttavia, l’economia venezuelana, fortemente dipendente dall’esportazione del petrolio, ha dovuto fare i conti con uno sviluppo economico arretrato, rimasto al tempo della sua posizione di dipendenza [15] (in quanto fornitore di materie prime per i paesi del “primo mondo”). Questo dato strutturale, difficilmente eliminabile nel giro di poco tempo, ha condizionato lo sviluppo del socialismo nel XXI secolo in Venezuela. Occorre dare uno sguardo rapido a quanto accaduto in campo educativo per giungere al dato politico. Prima della elezione di Chávez, esisteva un forte quanto composito movimento educativo che lottava per la riforma dell’istruzione in senso popolare, democratico e radicale: sindacati, associazioni, partiti, movimenti dal basso. La presa del potere – per quanto per via elettorale – ha reso possibile quanto fino ad allora era rimasta una richiesta dal basso. Tra i maggiori risultati – oltre “ovviamente” alla fine dell‘analfabetismo – si annoverano il riconoscimento della cultura indigena basata anche sul rispetto della natura, insegnata a scuola e la creazione di una scuola in cui sapere e fare si compenetrano fin dai cicli scolastici iniziali per arrivare all’università. In tal senso, ad esempio, è notevole l’Università bolivariana dei lavoratori “Jesús Rivero”, i cui studenti sono veri e propri operai di fabbrica, cui è destinato il sapere tecnico e teorico che sta alla base dei processi industriali. Questo permette non solo di avere conoscenze per il controllo dell’intero processo produttivo, ma anche per il controllo politico sul processo produttivo. Quello che nell’Unione Sovietica non era avvenuto fino in fondo, nel Venezuela invece è un’aspirazione di fondo che, pur tra mille difficoltà, e nella lotta giornaliera contro la destabilizzazione monetaria, si porta avanti nella consapevolezza che il processo di emancipazione dei lavoratori è strategico e non un dipiù occasionale [16]. I risultati raggiunti in Venezuela non si misurano in astratto, rapportandoli a un modello ideale di socialismo, ma li si misura nell’ambito della lotta politica, di classe, che a livello nazionale e internazionale le classi lavoratrici e le forze politiche organizzate portano avanti. In definitiva, pur nella stretta dell’imperialismo americano, quella del Venezuela bolivariano è una lotta eroica che punta tutto sullo sviluppo dell’uomo integrale, dell’“uomo nuovo”, per ricordare le parole di Che Guevara.

Il superamento della concezione individualistica dell’uomo, del lavoro e della società

Che cos’è l’uomo nuovo, l’uomo socialista? Storicamente i sistemi educativi hanno dovuto rispondere a un’esigenza eminentemente politica: formare l’individuo in grado di vivere in una determinata società. Prima ancora delle scuole borghesi, l’istruzione per il popolo era dominio del mondo religioso: sia che si trattasse di educazione protestante (si imparava a leggere la Bibbia, libera dal controllo dell’apparato ecclesiastico cattolico), sia che si trattasse del catechismo controriformista insegnato dai gesuiti per insegnare la “vera dottrina” cristiana, il dato fondamentale dell’educazione erano i valori religiosi che dovevano conformare il modo di essere degli umani associati. Le società borghesi, invece, lottano per togliere il monopolio dell’educazione agli enti religiosi e dare un nuovo contenuto all’istruzione: innanzi tutto occorreva insegnare a leggere e a scrivere perché il cittadino o il suddito doveva conoscere le leggi dello stato; poi avrebbe dovuto saper far di conto in una società di mercato; avere alcune conoscenze scientifiche – che lo strappassero a una concezione arcaica della vita o lo sottraessero all’oscurantismo clericale – e infine avesse un minimo di conoscenza storica e geografica della propria nazione, in modo tale che si rafforzasse in lui il senso di appartenenza nazionale e il patriottismo. È un fenomeno davvero recente quello di voler sviluppare le forze produttive del lavoro attraverso l’istruzione. Prima ancora che se lo ponesse il neoliberismo, è stato il socialismo a porsi questa necessità.

Ma allora in cosa consiste la differenza tra l’uomo che vive in una società borghese e capitalistica e l’uomo che vive in una società socialista (“el hombre nuevo”)? Innanzi tutto l’“uomo capitalistico”, quello che viene definito homo oeconomicus, si genera “spontaneamente” nella società capitalistica, nel senso che ogni individuo che voglia sopravvivere in una società capitalistica deve apprendere la “razionalità” della società borghese. Per cui, per esempio, il principio dell’ottenimento del massimo profitto col minimo sforzo, oppure il raggiungimento del proprio interesse particolare a scapito di quello altrui o collettivo. La mistificazione della ideologia borghese è quella di pensare che l’uomo sia così per “natura”, rendendo natura ciò che invece è storia. Questa distorsione è il frutto di un’“illusione ottica”, per così dire, in quanto “sembra” che non ci sia nessuno che in modo coatto spinga gli esseri umani a comportarsi in un certo modo (per esempio, a seguire il proprio interesse personale), ma in realtà è lo stesso meccanismo sociale (ossia, il modo di essere sociale nella società capitalistico-borghese), “le regole del gioco”, che costringe gli individui. L’economista e filosofo scozzese Adam Smith, a tal proposito, nel Settecento parlava di “mano invisibile del mercato”.

Nel socialismo, per contro, non esiste un automatismo del genere. Anzi, nel socialismo – poiché, come detto più volte, è la fase della lotta per la costruzione del nuovo ordine sociale e non è già il nuovo ordine sociale – gli individui si portano ancora dietro l’uomo vecchio. La lotta per il socialismo è anche la lotta per l’uomo nuovo. In tal senso l’educazione è lo strumento principale per l’edificazione del nuovo tipo di essere umano. Tutte le società socialiste sono società fortemente pedagogiche. Solo le società borghesi neoliberali hanno preteso di non esserlo, etichettando anzi quelle società che si preoccupavano di esserlo con un’espressione che a loro doveva suonare infamante: “stato etico” [17].

Nell’ottica del socialismo, l’educazione non può essere oggetto di attività economica privata, perché attraverso la porta stretta dell’educazione passa la strada per l’uomo nuovo. Se prendiamo ad esempio la storia dell’Unione Sovietica, vediamo che nei primi tempi i rivoluzionari si preoccuparono seriamente di questo aspetto. Ai vertici degli uffici competenti dell’istruzione c’erano personaggi del calibro di Nadežda Krupskaja (la moglie di Lenin) e di Anatolij Lunačarski (primo ministro dell’istruzione sovietica). L’obiettivo primo del sistema educativo sovietico era la creazione dell’uomo nuovo, il cui valore primario era proprio il collettivismo. Questo era il capovolgimento a 180 gradi dell’homo oeconomicus, il cui valore principale è invece l’interesse individuale.

Il maggior pedagogista sovietico è sicuramente Anton Makarenko, un pedagogista attivo che ha sperimentato sul campo un nuovo modo di fare scuola, partendo prima di tutto dall’uomo nel contesto collettivo. La sua opera più famosa, Il poema pedagogico è il racconto di questo suo lavoro in una scuola per gli emarginati dalla società (per lo più provenienti dalla delinquenza spicciola). È interessante osservare che Makarenko riuscì a trasformare quanto di più individualista ci fosse, il delinquente spicciolo, costretto a vivere di sotterfugi, in un individuo responsabile verso la comunità.

Si è fatta molta retorica sull’homo sovieticus [18], i cui difetti rispecchiavano i difetti della società sovietica russa, ma l’obiettivo di quello slancio pedagogico non era certa la macchietta abbozzata da Aleksandr Zinov’ev. Non si vuole negare che quanto lo scrittore facesse emergere nella sua opera non corrispondesse al vero, anzi… Si vuol soltanto ribadire che quell’esito, che era una delle spie della crisi della società sovietica degli ultimi anni, segnava un evidente ritorno indietro, al passato, in cui l’individuo torna ad essere contrapposto al collettivo. Sarebbe troppo lungo da spiegare perché questo avvenne, ma certamente non era quanto si attendevano le madri e i padri della Russia rivoluzionaria.

Eppure, nonostante ciò, stando alle statistiche ufficiali, nell’Urss degli anni Settanta e Ottanta vivevano complessivamente un milione e mezzo di scienziati, mentre coloro che lavoravano nel campo scientifico, come la ricerca, erano quattro milioni e mezzo e rappresentavano quasi il 4 per cento dell’economia nazionale. Nell’Urss dei primi anni Settanta, su diecimila individui impegnati nell’economia nazionale, cento lavoravano nel settore scientifico. Negli Usa tale cifra ammontava, invece, a 71 e in Gran Bretagna a 49. Per ogni diecimila lavoratori impegnati nei settori manifatturiero ed edilizio vi erano 234 lavoratori scientifici; in rapporto, negli Usa ve ne erano 205 e in Gran Bretagna 116 [19].

Per concludere

Come dovrebbe apparire più chiaro, alla fine di questo breve excursus, la lotta per una scuola nuova è la lotta per il socialismo. Il socialismo stesso è una continua lotta. Non può essere diversamente. È stata sicuramente una utopia letale quella di credere che il socialismo fosse alcunché di concluso, definitivamente raggiunto, e irreversibile. È proprio perché è una lotta di “lunga durata”, per riprendere un’espressione cara a Mao Tse-tung, che essa non può considerarsi né conclusa, né irreversibile. Nella lotta ci sono momenti in cui si avanza e momenti in cui si arretra. L’aver creduto il contrario ha creato lo sbando collettivo nel passato, all’indomani della fine del blocco sovietico, avvenuto trent’anni fa.

Altra cosa che dovrebbe apparire più chiara è che l’alternativa di sistema si basa su impostazioni di fondo completamente e radicalmente diverse rispetto alla scuola nel mondo borghese e capitalistico. Non sono gli aspetti superficiali a denotare la diversità di un sistema educativo. Lo abbiamo visto: la critica al “sapere depositario” l’ha fatta il pedagogista radicale Paulo Freire e la cita pure l’Unione europea nei suoi documenti; l’alternanza scuola-lavoro non è un’invenzione borghese, anzi la società capitalistica si è fondata alle sue origini sulla separazione tra scuola e lavoro manuale. Dunque, non questo segna la diversità. Lo sottolineiamo perché altrimenti si corre il rischio di passare per i difensori del “vecchio”, e il vecchio era una scuola elitaria e, in modo diverso (perché diversamente funzionava la società capitalistica), sempre di classe. Anche la stessa scuola della Costituzione non può andare oltre la società borghese. Allora, un’alternativa di sistema è ciò che noi vediamo all’opera, in maniera certo non perfetta, né completa, ma esemplare a Cuba e, tra mille difficoltà, in Venezuela. È nei principi ispiratori e nelle prospettive la diversità radicale.

Infine, dovrebbe apparire chiaro che non ci può essere un’alternativa di sistema a questa scuola neoliberista se non si pone il problema del potere effettivo del mondo del lavoro di autogovernarsi politicamente. Senza questa possibilità, il mondo del lavoro sarà sempre subalterno al capitale. La lotta di studenti e lavoratori per un’alternativa di sistema non è una lotta separata, non è una lotta specifica per migliorare qualcosa di particolare (e il resto vada al diavolo), ma è una lotta per un modo diverso di stare al mondo, tra gli esseri umani e, possibilmente, con la natura. Per questo, credo, il socialismo del XX secolo e quello del XXI secolo hanno ancora qualcosa da dirci.


[1] T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, Milano 2014.

[2] Su questo punto si veda R. Fineschi, Violenza e strutture sociali nel capitalismo crepuscolare, in Violenza e politica. Dopo il Novecento, a cura di F. Tomasello, Il mulino, Bologna 2020. Benché non sia questo il luogo per una disamina concettuale su individualismo e atomismo, occorre ricordare che nel pensiero di Marx si trova una concezione dello sviluppo dell’individualità completamente diversa e anzi opposta a quella del pensiero liberale, perché non nega e anzi presuppone lo sviluppo del genere umano complessivo. Infatti nei suoi giovanili Manoscritti economico-filosofici del 1844, scriveva che “l’individuo è l’essere sociale”. Non erroneamente è stato detto che Marx è il filosofo dell’individualismo e non dell’uguaglianza.

[3] https://luisbonillamolina.wordpress.com/2020/05/16/il-blackout-pedagogico-globale/

[4] Cfr. Interview for “Woman’s Own” (“No Such Thing as Society”), 23 sep. 1987, https://www.margaretthatcher.org/document/106689

[5] Il testo fu pubblicato in inglese e francese contemporaneamente. Cfr. la traduzione italiana, Rapporto sulle strategie dell’educazione, a cura di E. Faure, Armando Editore, Roma 1973.

[6] G. Gozzer, Il Rapporto Faure sulla scuola nel mondo. L’educazione oggi e domani, in Scuola Ticinese, n. 12, 1972.

[7] Abbiamo trattato questi argomenti in modo più approfondito in Contropiano, atti del convegno “Formazione, Ricerca e Controriforme”, Bologna 30 aprile 2016, Anno 25, n.2 2016. Per una lettura on line si veda qui: http://www.dialetticaefilosofia.it/public/pdf/96allegra.pdf

[8] Se ne preoccupavano già Marx ed Engels. Il pensatore di Treviri, nella sua celeberrima Critica del programma di Gotha, ossia del programma del Partito Operaio Tedesco, scriveva: “Proibizione del lavoro dei fanciulli. Qui era assolutamente necessario dare i limiti d’età. La proibizione generale del lavoro dei fanciulli è incompatibile con l’esistenza della grande industria, ed è perciò un vano, pio desiderio. La sua realizzazione – quando fosse possibile – sarebbe reazionaria, perché se si regola severamente la durata del lavoro secondo le diverse età e si prendono altre misure precauzionali per la protezione dei fanciulli, il legame precoce tra il lavoro produttivo e la istruzione è uno dei più potenti mezzi di trasformazione della odierna società”. Nella Legge per un più stretto legame della scuola con la vita e per l’ulteriore sviluppo del sistema di educazione pubblica nell’URSS, con la quale si avviava la riforma scolastica, sotto Nikita Krusciov, il 24 dicembre 1958, era scritto: “Lo sviluppo armonioso dell’uomo è inconcepibile senza il lavoro fisico, gioioso e creativo, che fortifica l’organismo e rafforza le funzioni vitali. Lenin […] ci ha insegnato che la gioventù deve necessariamente unire lo studio al lavoro, alla lotta per la riorganizzazione dell’industria e dell’agricoltura, per la cultura e l’istruzione del popolo […] Il Soviet Supremo dell’URSS ritiene che l’avvicinamento della scuola alla vita creerà le condizioni necessarie ad una migliore educazione della generazione attuale destinata a vivere ed a lavorare nel regime comunista.” Cfr. L’URSS. Diritto, economia, sociologia, politica, cultura, a cura di M. Mouskhély, Il Saggiatore, Milano 1965, vol. 2, p. 1025 e 1043.

[9] W.T. Goode, Il bolscevismo all’opera, Edizioni Avanti, Milano 1920.

[10] Friedrich Schiller, poeta e filosofo tedesco, scriveva a proposito della divisione della lavoro: “Eternamente legato solo ad un piccolo frammento del tutto, lo stesso uomo si forma solo come un frammento e, sempre avendo nell’orecchio il rumore monotono della ruota che gira, non sviluppa mai l’armonia del suo essere e, anzi che esprimere nella sua natura l’umanità, diventa solo una copia della sua occupazione, della sua scienza”. Cfr. F. Schiller, Lettere sull’educazione estetica dell’uomo, a cura di Antimo Negri, Armando editore, Roma 1993, lettera VI, p. 127. Questo passo riecheggia nelle pagine del giovane Marx, in particolare dei Manoscritti economico-filosofici del 1844: “Soltanto attraverso la ricchezza oggettivamente dispiegata dell’essenza umana viene in parte perfezionata, in parte prodotta, la ricchezza della sensibilità soggettiva umana […]. L’educazione dei cinque sensi è un’opera dell’intera storia universale fino ad oggi. […] Così l’oggettivazione dell’essenza umana, tanto sotto l’aspetto teorico quanto sotto l’aspetto pratico, è necessaria sia per rendere umani i sensi dell’uomo, sia per creare la sensibilità umana corrispondente all’intera ricchezza dell’essenza umana e naturale” (pp. 195-196). La ricchezza dell’essenza umana è il frutto del complesso sviluppo delle attività umane. Che l’uomo possa possedere un ampio ventaglio di queste, senza cristallizzarsi in una specializzazione era un po’ il sogno di Marx quando scriveva: “appena il lavoro comincia ad essere diviso ciascuno ha una sfera di attività determinata ed esclusiva che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico, e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”. Cfr. K. Marx,-F. Engels, L’ideologia tedesca, (cap. su Feuerbach), Editori Riuniti, Roma 1975, p. 24.

[11] Cfr. Fidel Castro, La Educación en Revolución, Institute Cubano del Libro, La Habana, 1974. Sul sistema cubano, consulta l’unico testo disponibile in italiano, risalente ai prima anni settanta: L. Aguzzi, Educazione e società a Cuba, Gabriele Mazzotta Editore, Milano 1973.

[12] V. I. Lenin, I bolscevichi conserveranno il potere statale? (1917), Opere complete, vol. 26, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 99.

[13] Dopo la fase del socialismo di guerra (durante la guerra civile del 1917-1922), succedono la NEP ideata da Lenin (con la quale si rallentava il processo di instaurazione del socialismo, reintroducendo elementi di mercato) e, infine, dopo la sua di Lenin nel 1924, la pianificazione centralizzata di Stalin.

[14] Cfr. Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, cap. 5, p. 212, Rizzoli, Milano 2020.

[15] La posizione di ”dipendenza“ di un paese periferico rispetto a uno o più paesi sviluppati dipende dalla conformazione del suo sistema produttivo: i paesi esportatori di materie prime per le necessità del primo mondo hanno visto di fatto bloccato il loro sviluppo economico, ridotto a un solo prodotto (si parla di ”monocultura”, anche in senso lato, quando l’economia di un paese dipende dall’esportazione di un solo prodotto, per cui tutta l’economia viene orientata alla produzione di quel prodotto). È questa la forma dell’imperialismo economico che fa a meno del dominio politico-statuale e può concedere una indipendenza formale (sovranità) al paese fornitore. Era questa, ad esempio, la posizione di Cuba verso gli USA in quanto esportatore di zucchero, prima della rivoluzione del ’59. Per gli aspetti generali della dipendenza come forma di imperialismo e causa di sottosviluppo si vedano in generale i lavori di Samir Amin, André Gunder Frank e Hosea Jaffe.

[16] Cfr. Rosa blanca. Martí e Bolívar per l’alternativa socialista di una futura umanità, a cura di L. Vasapollo, Edizioni Efesto, Roma 2019.

[17] Desumendo la nozione di stato etico dalla filosofia di Hobbes e di Hegel, il pensiero liberale vede in esso uno strumento di coercizione dell’individuo. Lo Stato liberale, per contro, dovrebbe essere quello che non osa violare la sfera delle libertà individuali.

[18] L’espressione fu coniata dallo scrittore russo dissidente Aleksandr Zinov’ev, che scrisse un’opera omonima.

[19]https://it.rbth.com/societa/2013/09/03/il_sistema_scolastico_sovietico_e_quello_russo_a_confronto_26237

QUELLE DI CINGOLANI NON ERANO SOLO SPARATE: L’UNIONE EUROPEA APRE AL NUCLEARE COME STRATEGIA PER LA COMPETIZIONE ENERGETICA

Sabato 30 ottobre – Manifestazione nazionale a Roma in occasione del G20

Ora che l’Unione Europea inizia a fare i conti con i prezzi alle stelle delle principali fonti energetiche, comincia a prendere forma quella che è la reale strategia energetica del polo imperialistico europeo. Entro dicembre infatti, la commissione farà uscire un piano completo in cui verranno presentate le soluzioni per un accaparramento energetico in linea con la “transizione ecologica” da mettere in atto e con gli obiettivi di riduzione della CO2. E in questo quadro rispunta il nucleare.

Nei mesi precedenti la Commissione Europea aveva posticipato una presa di posizione definitiva, rimandandola indicativamente tra settembre e novembre. Dopo la riunione di commissione di ieri la presidente Ursula Von der Leyen ha dichiarato che a dicembre ci sarà anche una proposta sul nucleare.

Questa rinnovata rincorsa al nucleare si nasconde ovviamente dietro l’obiettivo di raggiungere un taglio delle emissioni di CO2 del 55% rispetto al livello raggiunto nel 1990. A spingere sono anche organismi internazionali, come l’ONU e l’Agenzia Internazionale dell’Energia (struttura riconducibile all’OCSE) che sollecitano stati e strutture governative transnazionali a restringere e chiudere i finanziamenti verso l’utilizzo di carbone, petrolio e gas entro il 2030 e concentrare le risorse sulle energie rinnovabili o più genericamente sulle fonti di cosidetta “energia pulita”.

E qui sta l’imbroglio e sorge l’interrogativo che la Commissione si sta prendendo tempo a rispondere: il nucleare potrà guadagnarsi il posto tra le fonti di energia pulita? Le dichiarazioni della Presidente della Commissione, così come riportate anche dai media mainstream non chiariscono l’ambiguità dei termini. E se le parole sono importanti..beh sì, dire che il nucleare rientra tra l’elenco di fonti di energia rinnovabile e pulita non solo è scorretto, ma
rivela palesemente la truffa che sta dietro la “rivoluzione green” targata UE. La fissione nucleare non garantisce una fonte inesauribile di energia, perché si basa sul consumo di materiale che come tutto il resto sul nostro pianeta ha una quantità finita. Persino le ingenti portate d’acqua di cui necessitano i reattori di terza generazione (quelli in funzione adesso) rappresentano un limite fisico vero e proprio (checché se ne dica che il ciclo dell’acqua è infinito e inesauribile). Dire invece che il nucleare è una soluzione “pulita” è anche esso un’informazione ingannevole e fuorviante. Guardando l’intero ciclo di produzione di energia da fissione nucleare, dell’approvvigionamento delle materie prime allo smaltimento delle scorie, dalla costruzione degli impianti alla loro gestione quotidiana, quanto può essere considerato pulito (e soprattutto sicuro) il processo?

Non si tratta ovviamente solo di scelte tecniche e legate al costo ambientale e finanziario di una conversione sul nucleare. Sul piatto della bilancia da pesare dalla Commissione Europea ci sono la resilienza e l’indipendenza energetica dell’UE e di conseguenza anche gli equilibri che questa ha verso l’esterno e verso il suo interno. Basti guardare alla situazione del core europeo: mentre la Francia ricava circa il 70% del suo fabbisogno energetico dal nucleare (capolista di una serie di paesi pro-nucleare concentrati per lo più nell’est europeo – Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Finlandia, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Romania), la Germania ha invece in programma l’abbandono del nucleare nel 2022 ed è disposta ad abbandonare il carbone solo entro il 2040. L’Italia, invece, ad oggi, dopo ben due referendum contrari, si ritrova in una posizione ambigua, dopo che le parole di Cingolani hanno riaperto lo spinoso dibattito e lo stesso Draghi non si sbilancia in dichiarazioni. Sporgendo appena fuori il naso dall’UE, lo stesso Regno Unito ha formulato la sua strategia Net Zero, una serie di misure per la decarbonizzazione, in cui al centro c’è la produzione di elettricità a zero emissioni, puntando su nucleare ed eolico offshore.

Nel piano dell’unione Europea, sarà molto determinante il ruolo del gas naturale. Con l’inizio del nuovo anno il nuovo gasdotto Nord Stream 2 inizierà a fornire gas alla Germania attraverso il Baltico. Un tale cambiamento potrà mettere fine alla carenza che sta dando vita all’escalation dei prezzi, ma potrebbe continuare a mettere in difficoltà la periferia meridionale dell’Unione, a cominciare da Spagna e l’Italia stessa. Questa parziale controtendenza dell’unione Europea nel non voler abbandonare del tutto il fossile e di concentrarsi ancora sul nucleare sono il sintomo del fatto che in gioco non ci sia solo la prevenzione e il rallentamento degli effetti clima-alteranti del consumo energetico, ma soprattutto il ruolo competitivo dell’Unione Europea, o di alcuni suoi paesi rispetto ad altri, nello scenario politico e geopolitico verso l’esterno e verso il suo interno.

Senza un ridisegno degli assetti produttivi del modo di produzione capitalistico su cui si fonda e regge l’Unione Europea, qualsiasi decisione in merito alla transizione ecologica risulta, alla luce di questi ultimi aggiornamenti, completamente ipocrita e truffaldina.

È anche per questo che il 30 ottobre, durante il g20, scenderemo in piazza a Roma. L’unica reale uscita dalla crisi ecologica è il cambiamento complessivo del sistema economico capitalistico verso una società fondata sulla vera compatibilità tra uomo e natura.

Contro la crisi sociale, sanitaria e ambientale serve un exit strategy!

CONTRO LA CRISI SANITARIA, SOCIALE E AMBIENTALE: SERVE UNA EXIT STRATEGY!

CONTRO LA CRISI SANITARIA, SOCIALE E AMBIENTALE: SERVE UNA EXIT STRATEGY!

Venerdì 29 ottobre – Mobilitazione studentesca
Sabato 30 ottobre – Manifestazione nazionale a Roma

Il 30 e 31 ottobre a Roma si terrà il vertice conclusivo G20 nel clima post-sconfitta dell’occidente in Afghanistan. La prima vittima di questa debacle è la credibilità internazionale degli USA che, dopo vent’anni di guerra “per la democrazia”, lascia il Paese nelle mani di formazioni reazionarie e oscurantiste che avevano loro stessi creato e finanziato in funzione anti URSS. 

Il terremoto Afghano ha reso evidente la difficoltà degli Stati Uniti ad esercitare un ruolo determinante in un mondo ormai dominato dalla competizione multipolare. “Stiamo entrando in un’era caratterizzata dall’ipercompetitività” dichiara apertamente la “nostra” Ursula Von Der Leyen, parole a cui seguono fatti come ci dimostra l’accelerazione sul progetto di costituzione di un esercito europeo autonomo e indipendente. 

Ma l’adeguamento alla nuova fase di tensione internazionale esige un irrigidimento non solo militare, ne sono una prova la riorganizzazione del mercato del lavoro, che significa peggioramento delle condizioni contrattuali e l’affermazione indiscutibile del primato del profitto a scapito della salute, lo abbiamo visto nel nostro Paese con la morte di Luana D’Orazio (27 anni) e il più recente caso di Yaya Yafa (22 anni), ma purtroppo l’elenco è lungo. Senza dimenticare la repressione e gli omicidi padronali contro chi alza la testa e lotta.

Anche le nostre scuole e le nostre università non sono estranee a questo processo. Lo stravolgimento della funzione sociale degli istituti di formazione e ricerca, piegati alle esigenze del mercato, rappresentano un asset strategico per poter competere a livello globale. Tuttavia, non sarebbe possibile immaginare questa vera e propria ristrutturazione senza una solida base di consenso ideologico, non solo ai paradigmi utili al modello di sviluppo produttivo ma anche a quelli più “profondi” di superiorità della propria civilità rispetto alle altre, da qui la ricerca costante di rafforzare – soprattutto tra i più giovani – una “cultura europea” dal retrogusto sciovinista.

Per noi giovani generazioni queste dinamiche si configurano quotidianamente come un gabbia fatta di precarietà esistenziale, disuguaglianze crescenti, introiezione del fallimento personale e accettazione di logiche competitive a scapito di chi vive la nostra medesima situazione. In questo presente non c’è futuro, coscienti o meno, si diffonde tra i giovani una crisi di prospettive che si somma al baratro ecologico verso cui il capitalismo sta facendo sprofondare il pianeta Terra.

A quasi due anni di distanza dall’inizio della pandemia, i fatti ci dimostrano che gli attori del capitalismo non hanno voluto risolvere la crisi sanitaria a favore del benessere collettivo, palesando il proprio e irriformabile carattere regressivo. Di fronte al riemergere della tendenza alla guerra – con vecchie o nuove forme – verso cui gli apprendisti stregoni dell’imperialismo rischiano di far precipitare l’intera Umanità, spetta a noi comunisti contrapporre un’alternativa di pace e solidarietà tra i popoli

In questa cornice la mobilitazione del G20 è l’occasione per esprimere il nostro rifiuto al modello di sviluppo occidentale dimostratosi ormai chiaramente fallimentare e dannoso contro il quale l’unica possibilità di miglioramento è la fuoriuscita, una exit strategy sistemica, che nel nostro Paese significa lavorare alla costruzione di un’opposizione ampia ma conflittuale dalle scuole, dai posti di lavoro e dai nostri quartieri all’Unione Europea e al Governo Draghi, fino all’ultima articolazione al loro servizio.

Per il riscatto di una generazione senza prospettive il 29 ottobre mobilitazione studentesca nazionale e il 30 ottobre scenderemo nuovamente in strada a Roma per il capitolo conclusivo di questa stagione del G20, dopo gli appuntamenti intermedi degli ultimi mesi. CONTRO LA CRISI SANITARIA, SOCIALE E AMBIENTALE: SERVE UNA EXIT STRATEGY!

Bologna, quattro condanne a 8 mesi per lo sgombero di via Irnerio.

Ieri, 20 ottobre 2021, abbiamo ricevuto la condanna per i fatti avvenuti in occasione dello sgombero dell’occupazione abitativa di Via Irnerio 13 a Bologna, attuato il 3 maggio del 2016.

Il giudice ha condannato ad 8 mesi quattro compagni per resistenza a pubblico ufficiale. Il Tribunale dunque accoglie parzialmente l’istanza dell’accusa che aveva richiesto pene di 8 mesi per 10 compagni, alcuni accusati di aver occupato lo stabile, altri per resistenza e un altro ancora per manifestazione non autorizzata.

Certo siamo contenti per i compagni assolti, ma non possiamo nascondere la nostra rabbia nel vedere condannati compagni e solidali per asserita resistenza, quando le dinamiche di quella giornata sono ben riscontrabili dai numerosi video di quel giorno, che hanno visto violentissime e numerose cariche a freddo.

L’occupazione di via Irnerio13, organizzata da Asia Usb, è durata 3 anni e ha dato un tetto ad oltre 60 persone di cui 15 minori. Ha rappresentato una delle più longeve denunce di come le istituzioni pubbliche abbiano abbandonato il diritto all’abitare, garantendo piuttosto gli interessi del mercato privato che speculano e imperano sui bisogni pubblici.

Ha rappresentato anche un ponte tra le istanze sociali/sindacali e quelle politiche: all’interno dell’occupazione – al Terzo Piano – è nata anche Noi Restiamo, ora Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista, che da qui ha iniziato un percorso estesosi a tutti i piani della condizione giovanile: dalla questione della casa e degli alloggi, fino all’università e al precario mondo del lavoro, ha permesso di individuare la cornice di crisi di prospettive che questo sistema offre alle giovani generazioni.

Questa sentenza, a cui sicuramente faremo appello, non ci fermerà nelle nostre battaglie per il diritto all’abitare. Questo processo infatti vede come condannati non solo gli attivisti, ma anche i solidali, attaccando così quella parte di città che direttamente o indirettamente ha lottato per un modello di città differente da quello sostenuto e portato avanti dalle istituzioni, anche tramite le pratiche di lotta come le occupazioni abitative per rivendicare diritti basilari per tutte e tutti.

Se negli ultimi anni la forte emergenza abitativa è stata affrontata solo con criminalizzazione e repressione, non mettendo un campo nessuna soluzione concreta, oggi l’emergenza abitativa non solo è rimasta, ma si è acuita con la crisi sociale ed economica che stiamo attraversando, dimostrando come nulla sia cambiato in questi cinque anni nell’approccio a questo tema da parte delle istituzioni.

Gli sfratti sono ripresi e aumenteranno, con migliaia di famiglie che, a fronte di lavori precari e sottopagati, non possono permettersi gli affitti del mercato privato di questa città. Le case popolari, che dovrebbero essere garanzia per il diritto alla casa, vengono invece lasciate all’abbandono, con centinaia di appartamenti sfitti e liste infinite per le assegnazioni. Mentre amministrazioni e tribunali cercano di criminalizzare, processare e reprimere chi lotta per il diritto all’abitare e i diritti sociali, vedendo nelle nostre rivendicazioni una grave condotta da punire, noi continueremo ad organizzarci insieme a tutti quelli che subiscono condizioni di sfruttamento e precarietà.

Siamo convinti più che mai che sia necessario continuare e rilanciare quelle pratiche di lotta e organizzazione che ci appartengono, per imporre la centralità del diritto alla casa contro istituzioni capaci solo di portarci a processo e fare tante promesse che nei fatti si dimostrano solo belle parole. Non è un caso infatti che la conferenza stampa di ieri sia stata convocata proprio in via Zampieri 13, in cui è stato occupato da Asia-USB un alloggio Acer il giorno dello sciopero generale l’11 ottobre e che non abbiamo intenzione di lasciare fino a quando non si procederà con l’assegnazione dello sfitto.

Questa occupazione è in perfetta continuità con i nostri percorsi di lotta portati avanti negli anni, e non sarà di certo l’ennesima misura repressiva a fermarci. Ieri come oggi, troppe case vuote e troppa gente senza casa. È tempo di cambiare rotta!

Asia-USB
Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista

Smascheriamo il gioco della tensione: nessuna piazza condivisa con Draghi e Landini.

Dalle prime immagini dell’assalto alla sede centrale della CGIL era già chiaro il via libera della polizia all’agibilità dei fascisti. Apparenze che hanno trovato conferma nelle dichiarazioni dei giorni seguenti in parlamento della ministra degli interni Luciana Lamorgese.

Niente di nuovo sotto al sole: solo chi non vuole vedere nega l’esistenza di relazioni decennali tra Forza Nuova e i servizi segreti italiani.

Un teatrino a cui da subito la CGIL si è prestata – con l’iconica immagine dell’abbraccio Draghi-Landini – riconfermando il ruolo di pacificatore sociale in rapporto organico con l’esecutivo di larghissime intese benedetto dall’Unione Europea. Proprio nelle stesse ore in cui oltre un milione di lavoratori aderivano allo sciopero generale promosso dall’intero arco dei sindacati conflittuali contro lo stesso governo Draghi.

Mentre i media ripropongono il leitmotiv del rischio “maree nere” – clima ideale a ridosso dei ballottaggi in cui si presenta la solita pantomima della contrapposizione sinistra/destra – la Lamorgese è già al lavoro per rafforzare il controllo e la stretta repressiva su cortei e proteste e si diffonde la condanna alle violenze di qualunque colore, come ci dimostrano perfettamente le dichiarazioni di Maurizio Molinari che, di fronte a un Landini consenziente, ha paragonato l’attacco fascista del 9 ottobre alla resistenza quotidiana del movimento No Tav.

Per questo motivo non accettiamo di essere olio negli ingranaggi di un meccanismo che punta a normalizzare (e se necessario reprimere) le tensioni sociali – dopo la riuscita stabilizzazione del piano istituzionale con la sussunzione dell'”anomalia populista” Lega/5stelle – stigmatizzando le posizioni di ostilità al governo Draghi nel solito paradigma degli “opposti estremismi” da combattere, salvo poi proteggere sistematicamente i fascisti.

il 16 ottobre non saremo in piazza al fianco di Landini, Draghi e tutta la compagine di Governo. Conosciamo il gioco a cui stanno giocando, sappiamo le responsabilità e il ruolo che i grandi sindacati confederali stanno svolgendo da decenni nel nostro paese e per questo affermiamo con forza che l’antifascismo cosi come l’alternativa sociale e politica continuiamo a costruirla nelle lotte e nell’organizzazione fuori dai vostri teatri sempre meno credibili.

Roma: la filosofa Cubana Isabel Monal alla Sapienza

Si è svolto nella suggestiva sala Odeion, nel Museo dell’Arte Classica, piano terra della struttura della città universitaria della Sapienza che ospita la Facoltà di Lettere e Filosofia, il seminario internazionale con protagonista Isabel Monal, rivoluzionaria e filosofa cubana dell’Università dell’Avana, esperta riconosciuta a livello mondiale “del pensiero e dell’azione”, come recitava il titolo, di Antonio Gramsci.

Il seminario si è svolto nell’ambito delle lezioni di Politiche economiche locali e settoriali tenute dal Prof. Luciano Vasapollo, che ha introdotto la discussione, con la partecipazione straordinaria dell’Ambasciatore della Repubblica di Cuba José Carlos Rodriguez Ruiz.

Il pomeriggio, alla presenza di 150 studenti, divisi tra presenza e da remoto, si è aperto con i saluti del Preside, prof. Stefano Asperti, che ha ricordato l’importanza dello scambio tra culture, storie, esseri umani, “mondi” diversi come passaggio ineludibile per l’accrescimento personale e collettivo.

Poi è stata la volta di Isabel, che ha inchiodato la platea per un’ora abbondante in un italiano, per sua stessa ammissione, migliore di quello che poteva aspettarsi, a testimonianza dell’imponente bagaglio culturale in dote alla filosofa gramsciana.

Una lezione che ha tenuto a ricordare, nel fondo, il legame tra teoria e azione incarnato nella Filosofia della Prassi come unità tra la cultura, teoria e la pratica della trasformazione. Partendo da un Gramsci rivoluzionario della teoria, dalla sua capacità di analisi minuziosa, raffinata e mai appiattita sulla realtà apparente, Monal ha illustrato la funzione fondamentale svolta dalle categorie del pensiero gramsciano nel continente latino-americano, dove molti marxisti ne hanno studiato la produzione, spesso molto più a fondo che nella stessa Italia (di “Gramsci maltrattato” ha parlato Vasapollo in apertura).

Le condizioni materiali sono state alla base di questa appropriazione, dal momento che l’aspro conflitto di classe, dovuto all’aggressività coloniale e imperialista, è al centro della storia, neanche troppo recente, dei paesi sudamericani. Da qui, l’impossibilità, secondo Monal, di approcciare Gramsci senza una solida teoria dell’imperialismo per ogni pensiero e movimento con aspirazioni democratiche, progressiste, radicali, rivoluzionarie.

Riconoscere un’evidente differenza di questo contesto da quello europeo ed euro-asiatico è il primo passo, in antitesi ad ogni suggestione eurocentrica, come suggerito in chiusura anche dall’Ambasciatore, per comprendere il contributo che la Filosofia della Prassi ha avuto nel dare all’America Latina la possibilità di sviluppare un’autonomia specifica ed una creatività – partendo dalle basi poste da Marx, Engels e Lenin – nel trovare la propria transizione al socialismo, per dare “armi” culturali alla risposta e al riscatto dei subalterni

Né copia né calco, ma adeguamento e attualizzazione delle categorie generali (che indicano le tendenze, diremmo con Marx, nda) ai contesti specifici”, afferma Monal, facendo sponda anche col pensiero di Martì, Bolivar e Mariategui come esempi di autonomia di pensiero, ma collocato all’interno dello stesso contesto di liberazione continentale, o almeno a sud del Rio Grande – nel solco, questo sì, dell’esperienza cubana, venezuelana, boliviana, andina, indigena di classe ecc.

È in questo senso che concetti come egemonia, potere, intellettuale organico e collettivo, società civile, casematte, tutti affrontati con estrema lucidità pur nel limite temporale che un seminario impone, rendono Gramsci più attuale che mai e lo hanno reso lettura di pratica rivoluzionaria (“nelle diverse forme in cui questa si esprime”, sottolinea la filosofa) inestimabile, dai Caraibi a Capo Horn.

Un filo del discorso tenuto e riannodato anche dall’ambasciatore di Cuba, che nel dibattito con gli studenti ha messo i piedi nel piatto nell’importanza che la varietà storica e culturale comporta in quanto patrimonio dell’umanità intera, nel segno della migliore tradizione castrista; coscienti della partita che il processo di transizione al socialismo gioca in questo preciso periodo storico: “la salvezza dell’essere umano, anche dalla sua cretinaggine, e tutte le forme di vita presenti su questi piccolo pianeta chiamato Terra”, nelle parole della Monal.

La ricchezza del dibattito finale, tra studenti, studentesse e Vasapollo, Monal e Rodriguez Ruiz testimonia un interesse ancora vivo nelle giovani generazioni per un pensiero che sia in grado di essere faro, nella migliore tradizione filosofica, per un futuro messo in discussione dall’evoluzione attuale del modo di produzione capitalista.

Questione ambientale, subalternità culturale “ai mercati”, individualismo di massa, appiattimento della formazione e della ricerca ai voleri delle grandi imprese, il tutto sotto la feroce direzione dell’Unione europea; tutto questo crediamo possa essere affrontato partendo dalle categorie gramsciane, innestate nella tradizione marxista-leninista, sgombra di schematismi e estremismi vari, per una “prassi di lotta” in grado di riscattare una generazione svenduta alla voglia di profitto del grande capitale finanziario multinazionale, soprattutto continentale.

L’ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA! Complici e solidali con Genova Antifascista!

Complici e solidali sottoscriviamo l’appello di Genova Antifascista in solidarietà ai compagni e alle compagne imputate per la manifestazione antifascista del 23 maggio 2019.
Per chi volesse sottoscrivere l’appello scrivere a: genovaantifascista@gmail.com


Per il 23 maggio del 2019 viene concessa alla formazione neo-fascista CasaPound l’autorizzazione per la tenuta del comizio finale della sua campagna elettorale per le “europee” in una piazza centrale del capoluogo ligure.

La piazza concessa, antistante a Piazza Corvetto, viene data nonostante le varie forme di pressione e gli appelli alle autorità locali nel non far tenere tale iniziativa. Appelli e iniziative che sono cadute nel vuoto.

È una settimana particolare per Genova.

Lunedì mattina, grazie ad una mobilitazione che ha portato allo sciopero dei lavoratori addetti al carico-scarico del terminal e ad un presidio solidale ai varchi, era stato impedito l’imbarco di materiale militare che sarebbe stato impiegato nella guerra in Yemen sulla nave saudita Bahri Yanbu attraccata alle banchine genovesi.

Sarà la prima di numerose iniziative di azione e denuncia nella città contro il traffico di armi nello scalo ligure.

Mercoledì, vi era stata una mobilitazione degli insegnanti a Genova – come nel resto d’Italia – contro i provvedimenti per la docente in Sicilia che aveva osato criticare l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, e lo stesso giovedì in cui si sarebbe dovuta tenere la kermesse elettorale neo-fascista vi era stato uno sciopero di 24 ore in porto proclamato da differenti sigle sindacali.

La tenuta del comizio di Casa Pound è giustamente valutata come una provocazione quindi da una parte non trascurabile della città, ancor più per la sordità delle istituzioni cittadine e l’ingente militarizzazione che sin dalla mattina costruisce una specie di “cordone sanitario” attorno alla piazza concessa ai neo-fascisti.

Saranno circa 300 gli agenti impiegati per difendere alcune dozzine di neo-fascisti che si erano resi responsabili in precedenza di diverse aggressioni, tra cui un accoltellamento.

Bisogna ricordare che in quelle settimane, in differenti forme, in diverse città la presenza neo-fascista e leghista era stata duramente contestata con determinazione a Casalbruciato a Roma, come a Firenze e a Bologna.

Un segno tangibile dell’opposizione ad un governo guidato da Lega e Movimento 5 Stelle e alle loro politiche.

Per le 16:30 del 23 maggio veniva lanciato un concentramento in piazza Corvetto che in breve tempo si riempie di persone di ogni età, tra cui molti giovanissimi, mentre un nutrito numero di agenti protegge la piazza concessa ai fascisti.

Ai tentativi di forzare il cordone sanitario predisposto a difesa di Casa Pound cinturato dietro alte gabbie di metallo in direzione della piazza, viene risposto con un continuo lancio di lacrimogeni (il primo, colpisce la vetrina di una celebre pasticceria frantumandola) e la pressoché chiusura ermetica delle vie di fuga dalla piazza che però non smobilita né arretra.

Il comizio che conta un numero irrilevante di persone viene svolto in fretta e furia disturbato dal fumo dei lacrimogeni che la direzione del vento sposterà verso i “camerati”, i cori contro i neo-fascisti e le canzoni partigiane.

Finito il comizio, le forze dell’ordine si impegneranno a sgomberare la piazza con cariche e manganellate ed il lancio di lacrimogeni ad altezza uomo, dando luogo a ripetuti pestaggi.

Una persona, che si scoprirà essere un giornalista, verrà letteralmente massacrato di botte, “salvato” per così dire da un graduato che riconoscendolo si getta su di lui per schermarlo dagli agenti che lo stavano picchiando.

In questo contesto due persone vengono fermate. Saputa la notizia dalla piazza, parte un nutrito corteo che si dirige fuori la questura per chiedere la liberazione immediata dei manifestanti.

Per i “fatti di piazza Corvetto” sono stati denunciati ed ora sono sotto processo (diviso in due tronconi) più di una cinquantina di compagni e compagne, una parte consistente dei quali con accuse per reati che prevedono per ciascuno decine di anni di galera, qualora fossero condannati con il massimo della pena.

Si tratta di uno dei processi “politici” con più imputati e per reati più gravi che abbia visto la storia giudiziaria di Genova dal dopo-guerra ad oggi.

Un tentativo di punire collettivamente chi ha voluto rispondere alla provocazione neo-fascista quel giorno, di annichilire il corpo di attivisti che in questi anni hanno portato avanti importanti battaglie politiche e sindacali in questa città che sono tra gli imputati, ed un monito verso le nuove generazioni che vogliono organizzarsi efficacemente contro la macelleria sociale e la deriva autoritaria, e l’assenza di prospettive in questo Paese.

Ma questo processo non è che un segmento di una repressione più ampia che si è abbattuta su attivisti e movimenti anche a Genova con inchieste, altri processi e provvedimenti di Sorveglianza Speciale.

È necessario fare sentire la solidarietà ai compagni ed alle compagne sotto processo e chiedere a gran voce il proscioglimento delle accuse per cui sono imputati, così come promuovere un’ amnistia politica e sociale generalizzata per chi in questi anni non ha piegato, e non intende piegare, la testa nonostante la repressione subita.

Nel video, prodotto da Ex Latteria Occupata, la manifestazione antifascista del 30 giugno 2021.

Afghanistan: Rivoluzione, controrivoluzione e gli scenari dopo la sconfitta dell’Occidente

Il 7 ottobre del 2001 ebbe inizio l’Operazione Enduring Freedom in Afghanistan con intensi bombardamenti aerei nord-americani e britannici a sostegno della cosiddetta “Alleanza del Nord”.

Questa data costituì per la storia mondiale l’inizio di una serie di eventi che hanno portato alla sconfitta dell’imperialismo occidentale di poche settimane fa, con il ritiro delle truppe statunitensi e il ritorno dei combattenti talebani al potere in Afghanistan.

La “fine” di una vicenda che ha caratterizzato il panorama internazionale negli ultimi 20 anni e ha accompagnato la crescita delle giovani generazioni: una “guerra infinita” data per scontata ed incontestabile, mai realmente compresa e contestualizzata, che ha portato l’Afghanistan ad essere percepito come un mero un mero campo di battaglia.

Insomma, un tornante storico che avrà pesanti conseguenze nel nostro presente, in quanto da un lato ha reso palese al mondo il fallimento dell’Occidente e della sua retorica della “guerra per la pace e la democrazia”, ma dall’altro è già motivo di rilancio per le forze imperialiste pronte a ripartire all’attacco ideologico, militare ed economico dopo essersi brevemente leccate le ferite.

Contro la crisi di civiltà alla quale il capitalismo ci sta portando, dovremo essere politicamente pronti a rinnovare impegno ed iniziative antimperialiste contro la tendenza alla guerra che la dipartita delle truppe occidentali in Afghanistan non ha certo fatto cessare.

UN QUADRO STORICO

L’Operazione Libertà Duratura, iniziata il 7 ottobre di 20 anni fa, era supportata da tre Risoluzioni dell’ONU (nr. 1368,1373 e 1386 del 2001) approvate dopo gli attentati alle Torre Gemelle ed al Pentagono, e di fatto fu il primo atto di quella che venne chiamata ufficialmente Guerra Globale Contro il Terrorismo, cui seguirono operazioni omonime in altri contesti. All’Operazione contribuivano più 70 Paesi, 27 dei quali avevano offerto – tra cui l’Italia – “pacchetti di forze” da impiegare per l’azione bellica.

A questa si è affiancata una forza di sicurezza internazionale, l’ISAF, istituita dalle Nazioni Unite, passata sotto il comando NATO nel 2003 e che nel 2006 assunse ufficialmente il controllo di tutto il territorio.

Il 7 ottobre, però non fu l’inizio ma la continuazione di una guerra, durata circa 40 anni ed iniziata a fine anni settanta, in cui le forze reazionarie del Paese e tutto l’Occidente su cui si è appoggiato hanno le principali responsabilità.

Gli “studenti coranici”, cioè i talebani, erano una milizia tra le altre, emersa nel 1994 a Khandar, ben presto sostenuta dai servizi segreti pakistani, l’ISS, e dall’allora presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan Burhanuddin Rabbani. Si sono affermati poi come forza principale nel composito schieramento che era riuscito a destabilizzare l’Afghanistan repubblicano conquistando Kabul nel 1996, e ora tornano al governo dopo essere stati defenestrati nel 2001, ma senza mai essere veramente usciti di scena.

La guerra civile iniziata nel 1992, durata circa 4 anni, in sostanza aveva visto contrapposte le differenti componenti che avevano lottato contro le autorità legittime afghane dalla Rivoluzione Saur del 1978 e contro le forze dell’Armata Rossa accorse in soccorso del Paese nel dicembre del 1979, ritiratesi nel 1989 in seguito agli Accordi di Ginevra.

Nonostante la partenza dei sovietici, le autorità afghane sotto la leadership di Mohammed Najibullah resistettero per più di tre anni ai mujaheddin che erano stati supportati, addestrati ed armati contro il governo socialista asiatico (e l’alleato sovietico) e da parte soprattutto – ma non esclusivamente –  degli USA, della Gran Bretagna, dell’Arabia Saudita e dal Pakistan.

Queste forze furono le principali responsabili del boicottaggio dei generosi sforzi di Najibullah, iniziati già a metà anni Ottanta (supportate dai sovietici), di promuovere una politica di riconciliazione nazionale ed una soluzione politica e non militare al conflitto: una exit strategy che l’ultimo leader comunista concepiva dentro una cornice regionale ed internazionale condivisa. Questi tentativi furono annichiliti dalla volontà di imporre un Nuovo Ordine Mondiale in cui dovevano essere eliminati tutti coloro che non si piegavano ai desiderata di Washington e alleati, nonché dalla sete di potere dei vecchi e nuovi signori della guerra afghani bramosi di conquistare il potere.

Il naufragio di tale ipotesi, aggravato dal collasso dell’Unione Sovietica, fece sprofondare nel caos il Paese.

Gli USA, usciti con le ossa rotte dal Vietnam a metà Anni Settanta ed in piena crisi egemonica – ben prima dell’intervento sovietico – con l’amministrazione Carter avevano iniziato a supportare la destabilizzazione del Paese che aveva intrapreso una transizione socialista. Quest’intervento nel corso degli Anni Ottanta con l’amministrazione Reagan si fece sempre più pesante, coinvolgendo tutto l’arco delle forze politiche, ed impiegando massicciamente la CIA prima e l’USAID poi. Insieme al foraggiamento dei Contras contro la Rivoluzione Sandinista in Nicaragua, la guerra per procura in Afghanistan divenne uno delle principali strumenti di una contro-offensiva globale contro il campo socialista e di rilancio della Guerra Fredda.

Gli statunitensi, come i britannici a cavallo tra le due guerre mondiali, non si erano posti alcun problema nel supportare gli elementi più retrivi della società in funzione anti-riformatrice ed anti-sovietica. Basti pensare che l’uomo di punta in Afghanistan dei nord-americani tra le file dei mujaheddin è stato Gulbuddin Hekmatyar, un promotore della pratica di gettare l’acido sul viso delle donne non velate e dello scuoiare gli infedeli sovietici!

Ma anche una folta schiera di intellettuali europei si prestarono alla legittimazione dei fondamentalisti islamici dipinti come “combattenti per la libertà”, concependo la contro-rivoluzione come “Resistenza”, e definendo l’Armata Rossa come una forza d’occupazione.

Per le “teste d’uovo” d’Occidente il ruolo retrogrado svolto dal fondamentalismo religioso non era un problema se serviva ad abbattere il comunismo, che si trattasse di una versione oscurantista dell’Islam in Afghanistan o del cattolicesimo in Polonia.

Con l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 ed ancora di più con la rovinosa sconfitta nord-americana ed occidentale in Afghanistan si è realizzato il contenuto delle parole profetiche di Najibullah secondo le quali se gli USA non avessero smesso di supportare i fondamentalisti islamici si sarebbero trovati di fronte ad un secondo Vietnam.

LA SITUAZIONE ODIERNA

E così è stato, in un contesto di crisi sistemica e con un Occidente che non ha ancora archiviato la pandemia da Covid-19, e che si trova in affanno rispetto all’affermarsi di attori globali che ne minacciano l’egemonia, in particolare la Cina e la Russia. Un Occidente che sta perdendo la capacità di tenuta nelle sue tradizionali sfere di influenza e con un deficit di credibilità evidente.

La sconfitta sul teatro afghano, sta portando ad una ridefinizione degli equilibri tra gli attori geo-politici in un contesto di feroce competizione globale che mette in crisi i rapporti all’interno dell’Alleanza Atlantica, ridimensiona la capacità di governance delle istituzioni sovranazionali – come il G20 – e costringe l’Unione Europea a fare un balzo in avanti per divenire un polo imperialista vero e proprio, dotato di un proprio strumento militare offensivo e di un complesso militare-industriale sviluppato, con una adeguata gerarchia di comando ed un assetto decisionale efficace in materia bellica.

In questo quadro la tendenza alla guerra e lo svuotamento della residua sovranità decisionale del nostro Paese viaggiano a braccetto, e rafforzano ancora maggiormente l’ipotesi di modello di sviluppo funzionale ai progetti bellicisti delle oligarchie europee.

I COMPITI DEI COMUNISTI

In questo contesto in continua evoluzione i comunisti anche nel nostro Paese devono essere in grado di esprimere una profondità di analisi adeguata in grado di decifrare i cambiamenti in corso come risultato di un processo storico che ha nelle vicende afghane degli ultimi quarant’anni due tornanti storici di eguale importanza ma di segno opposto: la vittoria della contro-rivoluzione patrocinata dall’Occidente prima e poi la sua sconfitta da parte di coloro che l’Occidente stesso ha contribuito a creare.

La barbarie di fronte a cui ci troviamo non potrà far altro che peggiorare, e potranno ampliarsi spazi per un attacco politico che miri a prefigurare un’alternativa di sistema.  In questo senso sarà necessario attrezzarsi per riproporre un rinnovato impegno che sappia contestualizzare gli avvenimenti storici, individuare i nemici ed affrontarli.

Una delle prime occasioni nelle quali, probabilmente, si potranno osservare le conseguenze del riassetto internazionale e in cui noi potremo indicare la necessità di un’uscita e di un’alternativa a questa crisi sistemica, sarà il vertice finale del G20 che si terrà a Roma alla fine di ottobre.                                                      

Come Rete dei Comunisti e Organizzazione Comunista Giovanile “Cambiare Rotta” lanciamo congiuntamente una serie di iniziative di approfondimento in differenti città che si svolgeranno dalla seconda metà di ottobre sui temi che abbiamo qui sinteticamente espresso.

Contro NATO e l’Imperialismo UE, non un passo indietro!

Rete dei Comunisti – Organizzazione Comunista Giovanile “Cambiare Rotta

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