UNIVERSITÀ, IDEOLOGIA, GUERRA: IL CASO DELLA DISCRIMINAZIONE DEGLI STUDENTI NELL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

L’invasione russa dell’Ucraina ha innescato un vero e proprio clima di mobilitazione bellica con cui le nostre classi dirigenti ci stanno trascinando in guerra. La loro ottica è chiara: procedere spediti verso il riarmo dell’Europa, il rafforzamento della Nato, la creazione di un esercito comunitario che farebbe compiere “l’ultimo miglio” che resta per completare la costruzione del superstato imperialista europeo. Ciò contribuisce a far surriscaldare sempre più le relazioni internazionali e porta sempre più vicino ad una guerra generalizzata che potrebbe essere nucleare.

Le conseguenze di questa scelte politiche hanno serie conseguenze per il “fronte interno” portando ad accelerare quella torsione autoritaria già in atto da tempo e ad imporre seri sacrifici, ad una popolazione già stremata prima dalla crisi economica e sociale e poi da quella pandemica che non è mai finita. Sacrifici già annunciati da Draghi col motivetto del “preferite la pace o il condizionatore acceso”, e che tuttavia non trovano il consenso delle classi popolari che sono contrarie all’economia di guerra e favorevoli alla pace, come dimostrato dai sondaggi.

In questo clima le classi dirigenti europee da tempo immerse in una crisi di egemonia, cercano di ritagliarsi un consenso verso i loro progetti imperialisti tentando di rafforzare la cortina ideologica a sostegno dei loro progetti. Uno dei tentativi ideologici portato avanti dalle classi dominanti è lo sciovinismo europeista basato su una retorica nazionalista europea, cui il coro mediatico ed i luoghi della formazione si sono completamente allineati. Un ribaltamento che mostra bene l’ipocrisia dell’Unione Europea: infatti, il nazionalismo veniva agitato come pericolo “antieuropeista” quando conveniva (nel mentre che i confini venivano militarizzati), ed ora che la situazione internazionale ha subito un’accelerazione portando alla necessità di un nemico esterno, quella stessa forma di nazionalismo torna alla ribalta, per rafforzare i valori dell’occidente, della sua cultura e delle sue pratiche di modo da giustificare le proiezioni imperialiste dell’UE.

Viviamo una propaganda di guerra che disumanizza il nemico e si schiera apertamente dalla parte degli ucraini, si dipinge la causa ucraina come una lotta per la democrazia, spingendosi fino a strumentalizzare i partigiani paragonandoli agli ucraini… con la “leggera” (si fà per dire) differenza che il governo e l’esercito ucraino sono composti da nazisti, che per 8 anni hanno combattuto contro le repubbliche popolari antifasciste del Donbass, ed in questo periodo hanno anche schiacciato il dissenso con arresti di massa, uccisioni e rapimenti di antifascisti, giungendo fino a mettere al bando praticamente tutti i partiti di opposizione.

Ma non sono solo i giornali ed i media mainstream ad allinearsi allo sciovinismo e all’interventismo, anche le nostre università prendono parte attiva in questo coro e adempiono alla loro precisa funzione di stampella ideologica al sistema dominante: come in pace così in guerra. Inoltre, a questo sistema sono legate anche sotto il profilo materiale tramite l’inserimento della ricerca e della formazione universitaria nella filiera bellica.

Il polo di serie A bolognese dell’unibo fà da capofila tra le università schierate a sostegno della guerra. Sin dai primi giorni dell’invasione si proietta in piazza scaravilli la bandiera dell’ucraina seguita dalla bandiera della pace, ripetendo una operazione ideologica già ampiamente messa in campo nelle piazze del mese scorso per tentare di far identificare il sostegno allo stato ucraino al pacifismo.

Inoltre l’unibo ha deciso di stringere un patto collaborativo con la questura di Bologna per mandare gli studenti iscritti al bando per l’attività di collaborazione studenti-università (le famose 150 ore) presso gli hub d’accoglienza sparsi per la città, con l’intento -dichiara la questura- di snellire il lavoro degli ufficiali e avere personale da reindirizzare ad altre attività.

Troviamo preoccupante che le 150 ore – già strumento classista utilizzato dall’università per colmare con le mancanze dei servizi pubblici attraverso il lavoro di tutti quelli studenti provenienti dalle fasce popolari che si ritrovano a dover lavorare per l’università di modo da permettersi gli studi – siano utilizzate per rafforzare ulteriormente i legami già stretti tra l’università e la polizia, che ricordiamo è stata fin ora usata dall’unibo (insieme alla digos) come tramite per i rapporti con le organizzazioni studentesche e come lunga mano in zona universitaria tramite la militarizzazione delle piazze. Questura che in questi ultimi mesi si è ben distinta, insieme al comune di Bologna a guida PD, come la fautrice di sgomberi di occupazioni e abitative e di spazi sociali.

Ma c’è di più: il compito di accoglienza dei migranti ucraini (considerati migranti di “serie A” a dispetto di tutti gli altri che invece vengono quotidianamente respinti dalla fortezza europea), scaricato così sugli studenti dell’unibo, dal punto di vista ideologico serve a rafforzare il sostegno delle nostre università alla parte ucraina, facendo perno su una retorica nazionalista europea schierata contro il nemico russo.

Infatti se da un lato si fà un certo trattamento di favore agli ucraini, dall’altro lato le università stanno contribuendo a far individuare i russi come nemico esterno ed interno su cui esercitare censura, limitazione dell’agibilità politica e democratica, ostracismo culturale. Un esempio di tutto questo lo abbiamo avuto sempre a bologna, dove le comunità ucraina e russa -insieme- hanno chiesto attraverso una lettera pubblica un incontro con il rettore, per chiedere aiuto per far fronte alle loro condizioni economiche che stanno andando peggiorando e per intraprendere un percorso di informazione, per far fronte al razzismo dilagante. L’incontro è avvenuto, ma in due momenti diversi e con due esiti diversi. Se la comunità ucraina ha ottenuto borse di studio, prestiti e aiuti da parte dell’Università, la comunità russa ha visto chiudersi le porte del rettorato, gli studenti di origini russe davanti al rettore sono stati trattati, appunto, da nemici, invasori e reietti della società.

Una tendenza dell’Università ad escludere e a selezionare studenti di serie A e serie B che non solo è strutturale nel modello universitario, ma che segue e giustifica gli orientamenti che di volta in volta rappresentano gli interessi della classe dominante europea. Ce lo conferma anche il caso di selezione fatta fra i profughi ucraini con la cittadinanza e quelli che, provenienti da paesi dell’Africa o dell’Asia e che studiano in Ucraina per i minori costi dell’istruzione e le agevolazioni burocratiche rispetto ai paesi occidentali, vengono invece lasciati a se stessi, negandogli qualsiasi possibilità di rifugio.

L’operazione di identificare il nemico per l’imperialismo occidentale in una cultura tutta, col pericolo di arrivare a veri e propri pogrom contro le comunità russe in Europa, ci mette davanti a quella che è una vera e propria giustificazione ideologica della mobilitazione bellica europea. Inoltre la russofobia è utilizzata anche come perno del maccartismo contro chiunque non si allinei alla propaganda bellicista ed alla narrazione unilaterale del conflitto.

Il mondo della formazione universitaria, così come è stato prima per quello della cultura, si arruola al servizio del nostro imperialismo trascinandoci verso una guerra generalizzata: creando legittimazione per una guerra ai confini dell’Europa e inserendo nella società logiche proprie di una guerra interna.

Combattere queste derive irrazionali, dentro e fuori le università è un ulteriore terreno di lotta contro una guerra cercata e voluta in primis dagli stati uniti e sulla quale l’unione europea sta cercando di rafforzarsi. La pace e l’integrazione fra i popoli non trovano spazio nelle nostre università.

STUDENTI ED OPERAI FIGLI DELLA STESSA RABBIA: DALLE UNIVERSITÀ RISPONDIAMO ALL’APPELLO DI USB VERSO LO SCIOPERO DEL 22 APRILE!

Anche come studenti universitari rispondiamo alla chiamata dell’Unione Sindacale di Base per lo sciopero del 22 aprile che vedrà in piazza operai e studenti contro guerra, sfruttamento e alternanza scuola-lavoro per un futuro diverso dalla miseria di questo presente. Contribuiremo alla mobilitazione vedendo in questa alleanza un passo in avanti nella risposta alla crisi che stiamo vivendo.

Di fronte all’emergere delle contraddizioni insanabili del modello di sviluppo dominante, dalla guerra guerreggiata all’imminente infarto ecologico, questa saldatura può rendersi nel concreto motore progressivo per la costruzione di un’alternativa reale a questo sistema. Numerosi sono gli esempi nella storia che hanno visto operai e studenti uniti trasformare radicalmente lo status quo: una prospettiva che ad oggi oltre che possibile è diventata necessaria.

Due settori che in questi anni di pandemia hanno dato importanti segnali di lotta: 

Il settore operaio è stato sacrificato costringendolo a non fermarsi un secondo, pagando sulla propria pelle i costi delle scelte criminali dei governi che si sono susseguiti. Dimostrando, oltre le mistificazioni alimentate negli anni anche da diverse anime della sinistra, di essere ancora soggetto centrale della produzione della ricchezza di questa società.

E gli studenti, che dopo due anni di riaperture a singhiozzo hanno reagito con forza e determinazione, occupando scuole e animando mobilitazioni in tutto il paese. Un movimento che ha criticato alla radice l’attuale modello scolastico e la sua funzione nella società, pretendendo l’abolizione dell’alternanza scuola lavoro, riconosciuto come strumento di formazione ideologica allo sfruttamento e alla competizione, che dopo svariati incidenti anche gravi, ha visto quest’anno gli omicidi di due studenti, Lorenzo e Giuseppe, durante progetti di questo tipo.

Per questi motivi appoggiamo con forza questa saldatura e lo sciopero del 22 aprile, che ci vedrà al loro fianco in manifestazione a Roma. Come studenti universitari non faremo mancare il nostro supporto, consci che anche l’università è un campo di battaglia, pratico quanto ideologico, dove ogni conoscenza viene piegata in funzione di un modello di sviluppo regressivo sotto tutti i punti di vista. Quest’aspetto si mostra in tutta la sua barbarie con la giustificazione ideologica e la collaborazione con le industrie belliche e le strutture militari, come il Ministero della Difesa e la NATO, rendendo l’università un tassello della filiera della guerra.

È necessario oggi più che mai costruire un’alternativa a questo presente, la strada concreta dell’alleanza fra operai e studenti può e deve rivelarsi una forza propulsiva e progressiva per una trasformazione radicale di questa società. Studenti e operai portano avanti una lotta contro un nemico comune a tutte le fasce subalterne della società. L’energia di questa rabbia e di questo odio sono la benzina necessaria per accendere tutta la prateria di questo sistema. Per questo risponderemo al loro fianco scendendo in piazza a Roma il 22 aprile.

[FOTOGALLERY] Un anno di Cambiare Rotta: Oceani interi da conquistare

Un anno fa esatto nasceva Cambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista. Dall’assemblea nazionale tenutasi l’11 aprile 2021 all’Acrobax di Roma davamo vita al passaggio organizzativo da quella che era stata l’esperienza di Noi Restiamo verso un nuovo soggetto politico, un passo in avanti con l’ambizione di costruire l’organizzazione giovanile comunista adeguata al presente e ai profondi mutamenti che con la crisi pandemica, economica, sociale e ambientale stavano intervenendo nella realtà.

Davanti a quella che era la manifestazione violenta delle diverse forme di una crisi sistemica del capitalismo – una crisi che dimostra il fallimento di quello che doveva essere l’unico e migliore dei mondi possibili e che ha invece condannato le giovani generazioni a un eterno presente senza prospettive – anche la nostra risposta doveva porsi necessariamente sul piano sistemico. Abbiamo promosso quindi la costruzione di un soggetto politico giovanile in continuità con la storia di Noi Restiamo, ma capace di abbracciare una funzione più generale, di attaccare le contraddizioni sempre più laceranti di questo modello di sviluppo, sedimentando le forze in una prospettiva di rottura radicale e di costruzione di un’alternativa di sistema che per noi non può che essere quella comunista.

Da subito siamo stati chiamati a confrontarci con la complessità del nuovo mondo multipolare che andava definitivamente configurandosi con il declino del primato statunitense, sancito prima dalla crisi pandemica e poi dalla sconfitta in Afghanistan. Un passaggio di fase e di recrudescenza della competizione inter-capitalista reso plasticamente dal consesso dei G20, ospitati dall’Italia, che abbiamo attraversato con la parola d’ordine dell’Exit Strategy, indicando chiaramente nel capitalismo occidentale l’espressione massima della barbarie di un modello fallito e regressivo, anche sul piano valoriale, e indicando quindi con ancora maggior forza nell’imperialismo di casa nostra dell’Unione Europea il nemico principale per la nostra generazione e tutte le classi subalterne.

A settembre abbiamo avviato il percorso contro il ritorno del nucleare, che da quella che sembrava essere una boutade di Cingolani si è rivelato un pericolo sempre più concreto – oggi non più solo sul piano civile, ma direttamente di una possibile guerra nucleare – entrando nell’agenda dell’Unione Europea e della sua falsa transizione ecologica. Contro la truffa ecologica di Cingolani e dell’UE abbiamo attraversato le mobilitazioni contro la Precop26 e costruito iniziative di approfondimento e controinformazione fino a lanciare il prossimo 22 maggio, in prossimità alla votazione per l’inserimento dell’energia da fissione nucleare nella Tassonomia Verde, la manifestazione alla centrale nucleare di Caorso.
Dalle periferie alle università, dalla resistenza in Valle con il Movimento No Tav alla difesa di Cuba socialista e delle esperienze progressiste di tutta l’America Latina, è stato un anno di lotte e iniziativa politica – e che ha visto nascere i nuovi nodi locali – che si sono intensificate in autunno in risposta agli effetti della ristrutturazione con il PNRR imposta da UE e governo Draghi. Abbiamo sostenuto l’esperienza di Potere al Popolo che ha visto nella partecipazione alle comunali il rafforzamento del progetto di costruzione di una nuova rappresentanza politica indipendente delle classi subalterne. Così come siamo scesi in piazza a fianco dei lavoratori e del sindacalismo conflittuale sostenendo lo sciopero generale dell’11 ottobre e poi il No Draghi Day del 4 dicembre, mentre contemporaneamente nelle scuole partiva l’ondata di mobilitazione e di occupazioni degli studenti contro la scuola-azienda di Bianchi, prima da Roma e poi in tutta Italia con sempre maggior forza dopo gli omicidi in alternanza scuola-lavoro di Lorenzo e Giuseppe. L’assemblea nazionale di OSA del 2-3 aprile ha segnato con lo strumento dell’organizzazione la sedimentazione delle forze attivate con le mobilitazioni studentesche di questi mesi, lavorando concretamente alla saldatura delle lotte degli studenti con quelle dei settori operai più conflittuali con il rilancio sulla data di sciopero e manifestazione nazionale a Roma promossa per il 22 aprile dall’Unione Sindacale di Base.
I processi globali e le tendenze – il manifestarsi della crisi sistemica del capitalismo e l’intensificazione della competizione del mondo multipolare – che un anno fa ci portavano a compiere questo passaggio organizzativo, in pochi mesi hanno dimostrato la propria concretezza con la precipitazione del conflitto ucraino e la risposta guerreggiata della Russia capitalista (prodotto essa stessa dell’Occidente sulle macerie dell’URSS) all’espansionismo a est della NATO e degli imperialismi occidentali. In questo scenario si conferma l’ambizione dell’Unione Europea a compiere l’ultimo miglio per costituirsi a tutti gli effetti come superstato imperialista – e ad affrancarsi dalla subalternità storica nei confronti degli Stati Uniti – con un balzo in avanti sul piano dello sviluppo e dell’integrazione militare tra i paesi membri. Per l’UE si tratta di un passaggio oggettivamente obbligato per non rimanere schiacciata dagli altri competitor, che la Rete dei Comunisti aveva già saputo individuare con precisione nel convegno di Bologna dello scorso novembre, a conferma ancora una volta della centralità dell’analisi e della teoria quali strumenti centrali per l’agire politico.

Nelle mobilitazioni contro la guerra imperialista di NATO, UE e USA c’è tutto il portato della prospettiva rivoluzionaria che siamo chiamati ad assumerci contro la barbarie del capitalismo che sta trascinando sempre più velocemente tutta l’umanità verso un futuro di guerra, sfruttamento, devastazione ambientale e miseria. La strada è lunga ma tracciata, abbiamo oceani interi da conquistare!

CONTRO TAV, GUERRA E NUCLEARE 16 APRILE – MARCIA POPOLARE NOTAV

13 Aprile: Giornata NOTAV in Università. Ore 16:30 iniziativa “Energia nucleare dual (ab)use: dibattito contro il nucleare civile e militare” a seguire assemblea studentesca e aperitivo benefit cassa di resistenza.
16 Aprile: Bussoleno, piazza del mercato, ore 14.00.

Il Movimento No Tav ha lanciato per sabato 16 aprile una marcia popolare, per tornare ad attraversare le strade della Valle di Susa, lottando contro la devastazione ambientale e la guerra. In questo ultimo mese, a seguito della guerra in Ucraina, abbiamo visto il pericoloso riarmo di tutti i paesi occidentali, in particolare quelli dell’Unione Europea come la Germania e l’Italia che da settimane stanziano nuovi fondi pubblici per le spese militari e inviano armamenti.

Al di là della falsa retorica buonista e pacifista, l’Unione Europea sta sfruttando questa guerra per fortificarsi dal punto di vista militare e per autonomizzarsi dal punto di vista energetico di fronte ad una competizione imperialista sempre più violenta. La stessa costruzione del Tav in Val di Susa fa parte di questo processo di strutturazione militare: la tratta Torino Lione è, infatti, un tassello della rete dei corridoi logistici europei Ten-T, e in quanto tale strategica per il trasporto per l’Europa di mezzi militari.

Ecco così spiegato l’accanimento dei governi italiani sui lavori di un’opera inutile per il trasporto delle merci e dannosissima per l’ambiente circostante, come è stato scritto nell’opuscolo “Il Tav all’interno dei corridoi di mobilità militare europei” pubblicato dall’assemblea No Tav Torino e Cintura. La guerra, però, non è soltanto fuori dai confini del nostro paese. Da trent’anni a questa parte, lo Stato italiano ha fatto della Val di Susa un vero e proprio laboratorio di repressione attraverso centinaia tra arresti, denunce pesantissime e militarizzazione del territorio.

Nelle ultime settimane abbiamo assistito ad un nuovo castello accusatorio costruito dalla questura di Torino contro 12 militanti del Movimento, colpevoli di resistere ad un’opera devastante a livello ambientale e sociale. La costruzione di questa grande opera non rappresenta soltanto una questione particolare, ma è la manifestazione di un intero modello di sviluppo marcio e fallimentare. Soprattutto negli ultimi anni, con la pandemia e, ora, con la guerra in corso, abbiamo visto le enormi contraddizioni di questo sistema: viene finanziata un’opera inutile per la collettività con miliardi di euro e viene devoluto il 2% del Pil alla spesa militare, quando la sanità pubblica non è stata finanziata di un centesimo, quando le tutele di fronte ad una crisi sociale di questa portata sono state irrisorie.

Ma il Tav non è soltanto un’opera inutile, è soprattutto un’opera ecocida che distrugge la fauna e la flora di un intero territorio. La costruzione del Tav smaschera la falsità della transizione ecologica di cui il nostro governo, come i vertici dell’Unione Europea si riempiono la bocca. Infatti, adesso, in nome della guerra con la Russia vengono smentite anche le poche promesse fatte riguardo alla sostenibilità: le centrali a carbone che il governo Draghi aveva promesso di spegnere hanno addirittura implementato la loro produzione, la corsa all’indipendenza energetica per non usufruire del gas russo è sempre più veloce. La tassonomia green e l’introduzione al suo interno di fonti energetiche per nulla sostenibili come il gas naturale e soprattutto il nucleare è una prova di quanto la sovranità energetica sia fondamentale per la competizione tra blocchi economici.

La tassonomia green e l’inserimento dell’energia nucleare come fonte verde sono un’enorme accelerazione verso lo sfruttamento ambientale. Infatti, l’energia da fissione nucleare è insostenibile dal punto di vista dell’estrazione e delle scorie (in Piemonte lo sappiamo bene a causa dei depositi di scorie delle vecchie centrali che già esistono e della possibile costruzione del Deposito Unico Nazionale proprio nella nostra regione) e rappresenta un’altra forte tendenza alla guerra se si pensa alle armi nucleari estraibili dai rifiuti atomici, soprattutto in un momento di conflitto potenzialmente atomico come quello che stiamo vivendo alle porte dell’Europa. Quindi, lottare contro il Tav, la guerra e il nucleare significa direttamente lottare contro un modello di sviluppo che ci condanna ad un futuro di precarietà, distruzione e morte.

Come giovani generazioni viviamo direttamente sulle nostre spalle le contraddizioni di questo sistema. La lotta contro la guerra, le grandi opere inutili come il Tav e il nucleare rappresentano quindi , in tutto per tutto, la lotta per il nostro futuro. Per questo il 16 marzo prenderemo parte alla marcia popolare No Tav e marceremo per le strade della Valle di Susa contro la guerra e contro la devastazione ambientale.

Il Burkina Faso condanna gli assassini di Sankara e lancia un segnale politico

Tutti condannati. Alla fine è questo l’esito che una corte burkinabé ha riservato ai militari golpisti che nel 1987 uccisero Thomas Sankara per restaurare il dominio dell’allora blocco occidentale sul Burkina Faso. L’ex-presidente Blaise Campore, che lo sostituì al potere dalla sua uccisione fino al 2014, Hyacinthe Kafando e Gilbert Diendere sono i 3 esponenti dell’esercito condannati all’ergastolo, di cui solo il terzo sconterà la pena, dato che i primi due sono in esilio in Costa D’Avorio. Vi sono, poi, state condanne minori.

Thomas Sankara, anch’egli militare, salì al potere nel 1983 spodestando, assieme, tra l’altro, ai suoi futuri assassini, il precedente governo di civili capeggiato da Oedraogo, grazie all’appoggio esterno della Libia e a quello interno della voglia di riscatto popolare rispetto alle politiche tardo-coloniali occidentali. Il suo programma politico era dichiaratamente anti-imperialista e pan-africanista, così come altri governi militari che si successero in Africa fra gli anni ’70 alla fine degli anni ’80.

Tentò, pertanto, nel corso dei pochi anni trascorsi al potere, di cancellare ogni retaggio ideologico coloniale, anche cambiando il nome dello stato da Alto Volta a Burkina Faso, bandiera ed inno, tentò di implementare la partecipazione popolare attraverso i “Comitati per la Difesa della Rivoluzione”, ispirati ad analoghe istituzioni cubane e di migliorare la condizione delle donne, cancellando retaggi del passato come le mutilazioni genitali, i matrimoni forzati e la poligamia; non volle, infine, riconoscere il debito estero accumulato con i paesi occidentali in quanto, appunto, strumento per riproporre politiche coloniali.

A causa di questi tentativi di politiche rivoluzionarie e del clima internazionale che stava mutando radicalmente (ricordo che si era a ridosso del crollo dell’URSS e del dei paesi socialisti dell’Europa dell’est), il piano imperialista di ri-normalizzazione del Burkina Faso riuscì facilmente attraverso il reclutamento di membri dell’esercito molto vicini a Sankara stesso, che lo spodestarono.

Il fatto che la sentenza di condanna nei confronti dei suoi boia sia avvenuta proprio ora, testimonia i mutamenti politici in atto nel continente africano, in un’area che gli Europei considerano come il cortile di casa e vi schierano numerosi contingenti, configurando anche una sperimentazione di esercito comune europeo. Recentemente in alcuni paesi, fra cui anche il Burkina Faso, si sono verificati colpi di stato militari di segno apparentemente progressista, i cui dirigenti chiedono il ritiro delle truppe europee nell’area, per una ripresa di politiche di affrancamento rispetto al dominio imperialista.

Tali cambi di regime sono spesso sospinti anche da imponenti dimostrazioni popolari, che lasciano straniti taluni commentatori europei ed euro-centrici poiché vengono a sostegno di governi militari contro i precedenti gruppi dirigenti dei governi civili.

Ovviamente, come insegna il passato, il segno politico delle gerarchie militari non è sempre ben definito e può mutare da un momento all’altro. Tuttavia anche questa sentenza va presa come un ulteriore segnale positivo di riscatto di quell’area centro-settentrionale dell’Africa

Sessant’anni dalla nascita dell’Unión de Jóvenes Comunistas cubana

Oggi, nel 1962, nasceva l’Unión de Jóvenes Comunistas di Cuba, un’importantissima arma per il processo rivoluzionario. Preceduta dall’Associazione di Giovani ribelli del 1960 l’UJC nasce Il 4 aprile 1962 proprio nel momento di maggior pericolo per la tenuta della Rivoluzione, tra l’invasione della Baia dei Porci e la crisi di Ottobre (“dei missili”) si profilava il rischio palpabile di una guerra termonucleare che tanto ricorda l’attuale situazione nel continente europeo. L’attacco anticomunista era fortissimo, e tutto deponeva a sfavore della Repubblica Socialista, per cui risultava ancora più pressante la necessità di far tenere il fronte ideologico interno. In questo scenario viene strutturata l’organizzazione giovanile. La rivoluzione era stata fatta da giovanissimi combattenti ed era ben chiaro il valore della gioventù organizzata svolgeva come baluardo e difesa della patria. Riuscire ad organizzare, coalizzare ed unire le forze, far battere all’unisono i cuori dei giovani voleva dire dare un respiro nuovo, e potente, alla spinta rivoluzionaria in grado di resistere agli attacchi imperialisti statunitensi. 

Ora che si profila nuovamente all’orizzonte lo spettro di una guerra mondiale e dell’olocausto nucleare per l’esplosione delle contraddizioni del mortifero sistema capitalista ritorna ad essere più attuale che mai la questione della gioventù comunista che ricopra il ruolo di avanguardia rivoluzionaria e che sappia “distruggere le menzogne e seminare verità” (usando le parole di Fidel al discorso pronunciato proprio per celebrare i 40 anni dalla fondazione dell’UJC nel 2002). In un contesto in cui la narrazione della verità e la costruzione del falso nei media vengono sfruttati al massimo dal sistema dei governi capitalisti per plasmare il pensiero e guidare le reazioni del popolo, di cui è testimonianza eloquente la stampa e la censura europea (e italiana in primis) nel raccontare il conflitto in corso in Ucraina, la forza dei giovanili deve essere nella controinformazione, nel fare luce sulla complessità dei problemi e nell’aver chiaro in mente il piano per la costruzione del socialismo. 

Dell’uso della stampa e dei media in modo propagandistico è stata vittima Cuba a Luglio, con il tentato golpe suave usa, innescato da una studiata campagna mediatica di stampo disinformativo, diffamatorio e fascista, che sfruttava le grandi difficoltà materiali causate dai 60 anni di sanzioni per fare leva sui cittadini e direzionare il malcontento contro il governo socialista. La politica di ingerenza capitalista e di restaurazione neocoloniale yankee ha bombardato l’isola di fake news, mentre continuava a strangolarne sempre più l’economia inserendo ulteriori 243 sanzioni economiche negli ultimi quattro anni. 

Il continuo attacco della nuova amministrazione Biden dell’11 luglio (e di nuovo in autunno con la “Marcia per il cambio” del 15 novembre) al governo cubano mette in luce ancora di più quanto l’isola, punta di lancia delle esperienze progressiste e socialiste che stanno dando nuova speranza alla America Latina, rappresenti un pericolo per la politica imperialista Usa che per contrastare il pericolo investe 20 milioni di dollari all’anno, erogati a 54 organizzazioni, in programmi volti a sovvertire l’ordine vigente a Cuba, ai quali si aggiungono altri 6.6 milioni di dollari versati a entità da vari paesi che strutturano la dissidenza cubana per rovesciare l’ordine vigente e instaurare una “democrazia” di stampo yankee. Come è già avvenuto anche in Nicaragua e Venezuela, gli stati uniti usano operatori silenziosi per far cadere il governo sfruttando le cosiddette rivoluzioni colorate. Partendo dal fare leva sull’insoddisfazione della popolazione e il diritto al dissenso la tattica prevede poi di provocare il caos e la disobbedienza civile fino a fare in modo che organizzazioni internazionali intervengano militarmente al fine di instaurare un governo alternativo, in questo caso un governo capitalistico e filoamericano. 

Eppure, il piano è fallito grazie alle indicazione del Partito Comunista Cubano, insieme ai Comitati di Difesa Rivoluzionaria, e soprattutto grazie al lavoro delle organizzazioni giovanili comuniste che hanno garantito la solidità della Repubblica Socialista e l’appoggio ad essa, dando indicazioni e informazioni a tutti le giovani generazioni, che non hanno vissuto in prima persona il processo rivoluzionario. 

La funzione dell’UJC è quella di formare i giovani comunisti facendo prendere coscienza della forza di un modello politico-sociale alternativo come quello socialista. Per costruire e tenere in piedi la Repubblica Socialista ai giovani vanno forniti i mezzi per comprendere la situazione del paese, le ragioni del conflitto con gli stati uniti e gli effetti devastanti del bloqueo statunitense sulla economia dell’isola: un blocco economico, commerciale e finanziario che interferisce con gli affari interni del paese e che, tra le altre cose, ha fatto sì che Cuba si trovasse ad affrontare la crisi pandemica in netto svantaggio rispetto ai paesi capitalistici.

Eppure, la virtuosità del modello socialista si è mostrata proprio nel suo modo di affrontare l’emergenza covid-19. L’innegabile forza di Cuba è il socialismo che fa sì non solo che il servizio sanitario sia pubblico e completamente gratuito per tutti, ma che sia abbinato a una ricerca scientifica pubblica e ricca di investimenti in modo tale da rispondere alle esigenze del popolo. Questo ha permesso di raggiungere in tempi record risultati impressionanti rispetto al resto del mondo nella cura e prevenzione dei contagi da Covid-19, sviluppando da sé i vaccini e vaccinando più cittadini di ogni altra nazione al mondo. Non è un miracolo, ma il frutto di una politica socialista che mette al primo posto la vita dei suoi cittadini e non il profitto. Il ruolo svolto dall’organizzazione giovanile UJC durante il periodo pandemico si è rivelato cruciale nell’affrontare l’emergenza diffondendo anche negli altri Paesi le conoscenze necessarie in materia di biotecnologie e medicina, nonché istruendo e ispirando fiducia a tutto il popolo in un momento di grande crisi interna. Con il loro instancabile lavoro informativo i giovani comunisti cubani hanno fatto dei vaccini messi a punto e del modello di ricerca cubano un esempio virtuoso su scala internazionale. 

Mentre Cuba, che per colpa del bloqueo non è in possesso di dispositivi medici adeguati, conta 8500 morti su una popolazione di 11 milioni, gli USA, superpotenza economica, sono ancora in piena crisi pandemica con un tasso di contagi e di morti in continua crescita e il numero delle vittime ormai prossimo al milione su una popolazione di 329 milioni di persone (parliamo di un 0,3% di morti contro lo 0,07% cubano). Il successo del sistema sanitario socialista ha permesso alla piccola isola di Cuba di mandare brigate mediche in aiuto delle potenze occidentali che non erano in grado da sole di far fronte alla pandemia dilagante. Anche l’Italia, con un sistema sanitario nazionale stremato da decenni di esternalizzazioni e privatizzazioni, ha ricevuto un prezioso aiuto dai medici e dalla ricerca in campo biotecnologico cubana. La ricerca accademica nel sistema capitalista è, a differenza di quella cubana, costretta invece a cercare finanziamenti da determinati enti privati per rispondere alle logiche di mercato, si piega dunque l’istruzione, i piani accademici e tutto il processo di formazione dei giovani agli interessi delle aziende che non rispondono alle esigenze del popolo ma solo al profitto vincolando così i luoghi della formazione alla struttura di sfruttamento capitalista. 

Ribadiamo l’importanza svolta dall’UJC nella tenuta del progetto socialista cubano, perché non vi è cambiamento possibile senza l’inclusione dei giovani. L’organizzazione giovanile comunista è la soluzione e la forza per abbandonare il sistema capitalista, e cuba è stata, ed è per noi un faro nella costruzione di una diversa società. 

Combattiamo con cuba, Fino alla vittoria.

Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista.

OSA – Opposizione Studentesca d’Alternativa.