LA DINAMICA MARCESCENTE DELL’IMPERIALISMO: UNA COMPETIZIONE CHE DIVENTA GUERRA, UN’IMMIGRAZIONE CHE DIVENTA GENOCIDIO.

In pochi giorni, ai margini delle roccaforti imperialiste dell’occidente, si sono consumate due delle più grosse stragi di migranti degli ultimi decenni su terraferma: a San Antonio, in Texas, cinquanta morti e una decina di feriti sono stati ritrovati in un imprigionati dentro un camion abbandonato, durante giornate che hanno superato i 40 gradi di temperatura; nel mentre, lungo il muro di Melilla, l’enclave spagnola in Marocco e unico canale di collegamento via terra fra Africa ed Europa, 37 migranti sono morti durante un tentativo di superare i doppi muri di filo spinato del confine, mentre la polizia massacrava con manganelli, lanciava gas lacrimogeni e pietre per non far superare il confine ai duemila migranti che provavano a superare il confine. Questo tentativo è il secondo in pochi giorni, dopo un primo che ha visto altri 400 migranti tentare la stessa sorte. Il tutto avviene nella cornice del vertice NATO che in questi giorni si sta tenendo a Madrid, dove il clima da nuova guerra fredda fa da padrone alle misure e alle decisioni che in questi giorni si prenderanno – tra cui quelle già annunciate di un aumento degli armamenti e dei soldati in Europa sul confine orientale.

Il caso degli Stati Uniti: 

Negli Stati Uniti dopo la costruzione del muro di Trump al confine col Messico, e dopo aver bloccato il progetto per questioni meramente finanziarie, anche sotto l’amministrazione Biden le stragi continuano: dietro la maschera buona di chi butta giù i muri, l’amministrazione dei democratici ha sguinzagliato guardie private, servizi federali e ha tollerato in un silenzio omertoso anche suprematisti bianchi americani che nei confini messicani si sono messi a fare la guardia a cavallo dove mancavano pezzi di muro. Una vera rete di cowboy, istituzionale e non, pronta a sparare a vista al primo messicano che prova a raggiungere la terra promessa. Una rappresentazione plastica del sogno americano, ormai fatto da stragi e morti seminati per il paese: un vero e proprio massacro della popolazione, che culmina con gli Yankee esaltati che provano assalti al campidoglio, ma che arriva anche alle ripetute stragi di suprematisti che avvengono in tutto il paese. Tutto questo è il prodotto di una delle tante contraddizioni irrisolte di un imperialismo americano strutturalmente in crisi: al suo interno con la disoccupazione, l’inflazione e l’impoverimento generalizzato della popolazione insieme alle annose questioni del razzismo e dei diritti civili nel loro complesso; verso l’esterno rilanciando un avventurismo militarista e tentando di rafforzare lo strumento NATO, come la vicenda della guerra in Ucraina e le ingerenze statunitensi per bloccare ogni accordo possibile di pace stanno lì a dimostrare. 

L’immigrazione per l’imperialismo Europeo:  

Non fa differenza, però, nemmeno l’imperialismo nostrano in costruzione, quello dell’Unione Europea, che ha fatto della militarizzazione e del controllo dei propri confini uno degli asset centrali. Da una parte l’establishment europeo ha provato a costruire una narrazione ideologica dell’Europa multiculturale dove il futuro era alla portata di tutti, dall’altro lato non si è fatto problemi sia a sfruttare la manodopera migrante, soprattutto nei paesi del sud e dell’est Europa, facendola lavorare in condizioni di schiavitù pur di avere prodotti competitivi sui mercati globali, sia a rendere i propri confini delle vere e proprie fosse comuni a cielo aperto. Infatti, il rafforzamento del polo imperialista europeo è passato negli anni da una precisa politica neocoloniale con la conseguente necessità della gestione e del controllo forzato della migrazione, sia dai paesi d’origine sia ai confini. Tutte quelle persone, poi, che provavano l’assalto all’Europa delle possibilità, ricevevano un trattamento adeguato e una precisa collocazione nel mondo della produzione europea: la filiera agricola e della logistica, per fare esempi presenti nel nostro paese, accolgono una percentuale altissima di manodopera migrante ipersfruttata. La condizione a cui sono esposti è quella che due giorni fa ha assassinato Yusupha Joof, 35 anni, un bracciante gambiano, bruciato vivo nella sua capanna.

Le strategie di controllo delle migrazioni: 

L’influenza Europea nelle zone del Sahel e in diverse zone dell’Africa impone un’organizzazione produttiva necessaria alle sue multinazionali di riferimento, sfruttando senza limiti la manodopera del posto e distruggendo tutto il territorio. A questo si aggiunge l’addestramento per le truppe degli eserciti locali e lo stanziamento di militari in diversi territori dell’Africa, insieme al rafforzamento di un’elité in ciascuno stato che tuteli gli interessi economici dominanti. Queste mire neo-coloniali interessano, nel solo territorio africano, 1/5 dei paesi d’origine dell’emigrazione: altre parti del mondo, però, sono coinvolte, come il Medioriente, o alcune zone dell’America Latina e dell’Asia. Oltre alle milizie e all’esercito negli stati sotto il controllo diretto delle multinazionali europee, l’Unione Europea ha prodotto un’originalissima politica dell’immigrazione: diversi sono gli stati cuscinetto, dalla Polonia, fino alla Libia e al Marocco, a cui viene delegato il compito di gendarmi. La strage di Melilla è sicuramente esempio della rigidità imposta ai confini dell’Unione per il controllo dei flussi migratori, ma altri sono esempi famosi come i lager in Libia appoggiati dai diversi governi italiani che si sono succeduti. Non sono solo gli Stati al confine, però, che hanno questo compito: una fitta rete di agenzie private, più o meno direttamente collegate con l’apparato militare industriale europeo, gestiscono direttamente il controllo poliziesco ai confini, con la violenza e il filo spinato. Fra queste Agenzie la più importante è sicuramente FRONTEX, che negli anni ha acquisito un ruolo centrale sia nel confine orientale che nel mediterraneo, distinguendosi nel portare a termine il suo compito. A questi fitti controlli corrispondono più di un migliaio di km di recinzioni in via di ampliamento.

Saldare la lotta fra giovani e migranti contro l’imperialismo: 

È chiaro, quindi, come l’immigrazione forzata sia un prodotto strutturale di questo sistema, che ha fatto della guerra e della devastazione del nostro pianeta due pilastri centrali per la sua crescita. Un sistema che produce aree di sottosviluppo per accaparrarsi risorse e merci competitive, lasciando interi paesi ad un completo stato di subalternità. Per questo motivo la lotta antimperialista diventa per oggi centrale, a partire dalla lotta serrata contro l’imperialismo europeo in costruzione e quello della NATO. Su questo sentiero tracciato, è importante rinsaldare le lotte con tutto quel tessuto migrante che con la nostra generazione condivide un futuro senza prospettive: tutti quei lavoratori che sono nella logistica, nei settori dell’agricoltura e in tutta quella catena del valore che individua una nuova classe operaia che in questi mesi si è mobilitata contro il governo, contro il carovita e contro la guerra fianco a fianco con gli studenti. Ricomporre la catena di tutti gli sfruttati, dai paesi del sud del mondo fino al nostro paese, dove le condizioni vissute e le aspettative tradite sono le stesse: per questo appoggiamo lo sciopero generale autunnale che è stato lanciato dall’Unione Sindacale di Base!

ROMA BRUCIA. Caldo, siccità, incendi, rifiuti. Il disastro ambientale della capitale

“I primi cinque anni più caldi in Italia degli ultimi 60 anni sono concentrati negli ultimi 7 anni”.

Il rapporto ISPRA sulla situazione climatica in Italia è impietoso, e non tiene ancora conto di quanto successo l’anno scorso. Ricordiamo bene il caldo da record (con punte di oltre 48°C in Sicilia) e gli incendi che hanno devastato il Sud Italia e la Sardegna. Contemporaneamente abbiamo presenti le forti anomalie climatiche che hanno provocato l’inondazione di tutto il Nord-Est ad agosto 2021.

Quelle stesse regioni (Veneto, Friuli, ma anche Piemonte ed Emilia Romagna) sono invece investite oggi da una delle ondate di siccità più dure che si vedano da anni.

La situazione si estende anche alle regioni centrali: lo stato di calamità naturale è stato decretato il 23 giugno nel Lazio, nonostante Gualtieri assicuri che a Roma si è ben lontani dal razionamento dell’acqua.

Proprio rispetto a Roma, tuttavia, la situazione sembra essere più che sfuggita al controllo dell’amministrazione. 

A fare più scalpore è stato l’incendio scatenatosi a Malagrotta, la più grande discarica d’Europa. 

Questo è solo l’ultimo, in ordine cronologico, degli eventi insopportabili che affliggono da anni l’area che circonda la discarica, la Valle Galeria. Infatti ospita (oltre all’impianto per il trattamento meccanico-biologico anch’esso coinvolto nell’incendio) un impianto di trattamento di biogas, un inceneritore dismesso di rifiuti ospedalieri, un gassificatore, una raffineria: si tratta di una concentrazione di attività eco-impattanti altissima, soprattutto per una zona a vocazione principalmente agricola.

La testimonianza della nocività di queste attività, (come nel caso di Rocca Cencia, altro importante snodo del trattamento di rifiuti a Roma) sta non solo nell’aria irrespirabile, ma anche nell’elevato tasso di malattie tumorali e respiratorie riscontrato rispetto alla media cittadina.

A questo proposito, nei giorni successivi al 15 giugno l’ARPA ha prodotto un rapporto concernente la rilevazione di inquinanti come le Diossine su vegetali nell’area di potenziale ricaduta. Nonostante il rapporto concluda ritenendo “del tutto irrilevante il pericolo associato ai livelli dei contaminanti riscontrati”, risulta difficile pensare che i fumi acri che hanno bruciato occhi e gola dei residenti vicini all’incendio e la cui puzza è arrivata fino alla parte opposta di Roma non avranno ricadute sullo stato di salute già precario della zona.

Quella di Malagrotta era, fino a ieri, l’unica notizia ad aver guadagnato “l’onore” delle cronache, ma nei giorni successivi si sono accesi focolai anche in altre aree della Capitale, sia nello stesso quadrante Sud-Ovest (nella zona tra Pisana e Bravetta) sia a Nord-Est, in zona Conca d’Oro. Il totale di interventi effettuati su Roma e provincia fino a quattro giorni fa era 50. Ad oggi se ne aggiungono 9, soprattutto per quanto riguarda lo scoppio di un altro clamoroso incendio che ha raggiunto un centro sportivo ed un deposito di bombole GPL, che sarebbero esplose contribuendo alla colonna di fumo nero che in giornata si è innalzata su tutte le zone limitrofe. Si contano 40 intossicati, oltre ad una madre ed il bambino ricoverati per accertamenti.

Gli eventi sembrano costantemente pronti ad esplodere, letteralmente, ma la situazione in generale si cronicizza in una condizione in cui il caldo aggrava i problemi che sono già propri della conformazione della città (concentrazione di cemento, asfalto, mezzi di trasporto e attività produttive, in un’area ristretta). I roghi di cui è disseminata peggiorano questa situazione, e d’altra parte da questa situazione sono alimentati, dal momento che prevenirli e domarli è sempre più difficile quanto più si alzano le temperature.

La città si avvicina pericolosamente alla totale inospitalità, e questo riguarda porzioni di territorio sempre più estese e fasce sempre più ampie della popolazione.

Nonostante ciò resta sempre il dato più importante, cioè che effettivamente Roma è più invivibile per alcuni. Chi risentiva prima delle dinamiche di sviluppo malate che hanno caratterizzato finora la città, adesso si ritrova in una situazione ancora più esasperata. Si tratta di uno sviluppo basato sulla rapina dei “prenditori” locali dalle tasche dell’amministrazione, prima, e poi sempre di più sull’ingresso dei grandi capitali e dei fondi di investimento, che negli ultimi anni hanno proceduto nell’opera incessante di messa a valore di ogni centimetro quadrato di Roma. Questo business non ha portato nulla alla popolazione (come invece spesso si pubblicizza); anzi, i quartieri popolari sono diventati terreno di esproprio e saccheggio da parte degli speculatori (quando conveniente), o altrimenti valvola di sfogo per la risulta della produzione intensiva di beni nel centro. 

A questo si aggiunge il fatto che in un sistema in cui tutto dev’essere messo a valore, il servizio pubblico funzionante è un ostacolo al profitto privato, basato sull’erogazione di servizi a pagamento. Questo è stato il mantra che ha caratterizzato le politiche di smantellamento del servizio pubblico avviate dall’ingresso nell’Unione Europea in poi, e che rispetto proprio a quanto visto finora si inseriscono in tre nodi strategici dell’equilibrio socio-ambientale all’interno della città: l’infrastruttura idrica, la raccolta e il trattamento dei rifiuti e la sanità. 

    Le società pubbliche, come ACEA, sono state trasformate in s.p.a. partecipate al 51% dal Comune. Questo vuol dire che, pur salvando formalmente le apparenze di società “pubblica”, il baricentro degli interessi si è spostato verso la ripartizione dei dividendi tra gli azionisti. In una situazione critica come quella appena descritta, in cui la portata del Lago di Bracciano (uno dei maggiori bacini a cui attinge la Capitale) segna -107 cm, la rete segna ancora il 30% di perdite.

    Un’altra piaga è quella degli appalti, endemica nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti di cui si parlava prima, e che va a colpire tanto la qualità del servizio quanto i diritti dei lavoratori impiegati. L’idea di mettere in pratica la cosiddetta economia circolare tanto propagandata nelle varie campagne elettorali ed a cui dovrebbero essere destinati i fondi del PNRR è una presa in giro, se guarda in faccia la realtà. Lo Stato (o il Comune per lui) ha messo questo servizio in mano a soggetti che guadagnano in maniera proporzionale al volume di rifiuti gestito (e quindi prodotto): come si pensa che da questa dinamica possa scaturire una qualche sorta di meccanismo virtuoso?

    A coronare lo scenario, anche la sanità è andata incontro ad un processo di aziendalizzazione e taglio del bilancio, in favore delle strutture private che fioriscono sempre più diffusamente sul territorio. La stessa sanità che, nelle zone più colpiti dalla mala gestione dei rifiuti di cui si parlava prima, dovrebbe farsi carico della cura di una popolazione abbandonata invece all’indifferenza dell’amministrazione.

Sono questi tutti ambiti in cui il collegamento diretto tra inserimento del profitto e scavalcamento della tutela ambientale, salute e sicurezza di abitanti dei quartieri e lavoratori è assolutamente evidente.

Siamo di fronte ad una crisi climatica sempre più acuta, che colpisce ciecamente tutto il Pianeta. Ciò che invece opera una selezione precisa è il sistema in cui ci troviamo. Il capitalismo indica bene chi dovrà pagare il conto più salato in termini di esposizione a questi disastri ambientali e possibilità di difendersi: sono le periferie produttive, le classi popolari, i giovani che si ritroveranno in mano letteralmente un pugno di polvere.

A noi sta lottare per riscattare questo futuro e fermare il collasso del mondo che ci circonda, a partire dai quartieri della nostra città.

Intervista a Séverine Huille, candidata suppléante circoscrizione Italia per le elezioni legislative francesi

Intervista a Séverine Huille, candidata suppléante per le elezioni legislative francesi nella 8va circoscrizione. Di questa circoscrizione fanno parte tra gli i francesi residenti in Italia.

1) perché ha deciso di impegnarsi prima con la LFI?

Il mio primo ingaggio politico è stato come ecologista. Il partito di Jean Luc Mélenchon lo trovavo respingente. Nel mio contesto sociale di provenienza che è molto moralista, è presentato come un uomo estremo che vuole “portare in Francia il populismo bolivariano”. Quando è stato scelto il candidato ecologista per le presidenziali, nel settembre 2021, sono stata molto delusa dalla scelta di Yannick Jadot, la cui linea politica si adatta al capitalismo neoliberista invece di presentare una vera rottura. Eppure, questa rottura si trova nel programme “L’Avenir en Commun” proposta dall’Union Populaire, altro nome della France Insoumise per le elezioni. Quando ho letto il programma, costituito di 694 proposte con un’ambizione ecologista all’altezza della mia preoccupazione sul tema, non ho più esitato. Non sono stata la sola a cambiare strada. Tanti militanti ecologisti si sono uniti all’Union Populaire, che ha rafforzato la sua credibilità.

2- La france insoumise per tentare di ottenere lo strumento di una larga rappresentanza politica ha scelto di formare una coalizione più ampia, andando a modificare alcuni punti del suo piano politico. Come pensi che la rappresentanza possa garantire un effettivo cambiamento?

La sconfitta delle presidenziali viene dall’incapacità dei partiti di sinistra a mettersi d’accordo per portare un unico candidato. L’emergenza sociale ed ecologista andrebbe abbracciata da tutta la sinistra. Jadot considera Mélenchon come un populista, parola usata a vanvera, ed è per quello che ha rifiutato l’alleanza alle presidenziali; è una battaglia di ego! I punti di divergenza nel programma sono sempre discutibili, l’importante è di avere una base in comune; fare rispettare alla Francia gli Accordi di Parigi del 2015 e rimettere gli uomini e non il profitto nel cuore delle decisioni. La prova che mettersi d’accordo era possibile è arrivata con le legislative: ci hanno messo 13 giorni (lavorando giorno e notte) per arrivare ad un programma in comune. Noi insoumises abbiamo dovuto sacrificare la data del 2050 che ci eravamo posti per porre fine al nucleare e soprattutto la nostra intransigenza a livello dell’unione europea, ma buona parte della sostanza del programma delle presidenziali rimane anche in quello per le legislative.

Quest’alleanza ci potrebbe permettere di avere la maggioranza al Parlamento perché presentiamo un unico candidato per tutta la sinistra. Così funziona il sistema elettorale francese, non c’è una lista che ci permette di mandare rappresentanti secondo la proporzione di voti che abbiamo ricevuto; ma abbiamo un unico parlamentario per ogni circoscrizione. Questo sistema è un limite nella nostra costituzione secondo me, perché il popolo non è rappresentato equamente. Ma ci permette di fare paura alla destra e di rovesciare il governo in caso di almeno 289 deputati NUPES.

3-Quale è il contesto francese da cui nasce la nupes e cosa rappresentano per la Francia le elezioni legislative di giugno?

La NUPES è nata dopo la fortissima disillusione delle presidenziali. Il secondo turno Macron/Le Pen era il nostro incubo, la ripetizione della storia del 2017. Tuttavia, il contesto è molto diverso oggi, perché abbiamo dietro di noi 5 anni di politica neoliberista e ridicola per quanto riguarda l’affrontare l’emergenza ecologica e sociale. I gilets gialli non sono morti, anzi, e gli scioperi studenteschi per il clima erano un abitudine che ha scosso il paese. Lo Stato ha fatto regali alle multinazionali e al 1% più ricco del paese ed è stato giudicato dal Tribunale di Parigi per inazione climatica; la gente ha capito che la “Macronia” non può continuare ancora 5 anni senza condannare tutti noi e il pianeta.

L’Union Populaire ha saputo riprendersi dalla sconfitta alle presidenziali e presenta le legislative come un “terzo turno”. Come ho menzionato prima, lo scrutinio di giugno può cambiare la vita dei 10 millioni di Francesi che vivono sotto la soglia di povertà.

4- Al primo turno di elezioni l’astensionismo è stato molto consistente tra i giovani, mostrando un distacco dalla politica rivelatore di una crisi di prospettive e di sconforto generalizzato. Come interpreti questo fenomeno?

L’astensionismo non aveva raggiunto questo picco di 26-28% dalle elezioni del 2002 che hanno visto la vittoria della destra con Jacques Chirac ed un secondo turno Chirac/Le Pen(padre). Nonostante questo, la differenza con il 2002 è che l’astensionismo questo aprile è stato più alto al secondo turno che al primo turno. Votare per Macron era profondamente impossibile e assurdo per tanta gente, e soprattutto per i giovani. In effetti, chi a 20 anni vorrebbe votare per una pensione a 65 anni invece di 62? Chi a 20 anni considera che il governo Macron ha aiutato i giovani durante la crisi del Covid quando la metà di chi ha fatto richiesta per aiuto alimentare aveva meno di 25 anni?

Per quanto riguarda l’astensionismo al primo turno, l’interpreto come disfattismo dovuto al grande disprezzo verso Macron che non ha fatto campagna, aiutato dai media dominanti e dal nostro sistema elettorale allo scrutinio maggioritario. A cosa serve andare a votare se è già dato per certo che passerà Macron come dicono i sondaggi e media?

5- tra i giovani che invece sono andati alle urne la maggioranza ha votato per mélenchon, mostrando che le giovani generazioni sono sensibili a chi propone un ampio cambiamento. Quali sono secondo te gli elementi che convincono di più i giovani francesi del suo programma politico?

Il programma dell’Union Populaire porta innanzitutto un nome che parla alla gioventù: “Il Futuro in Comune”. Quello che mobilita tanti giovani è la mancanza di prospettive lavorative e la paura di un futuro impossibile e asfissiante. La forza del programma è di abbracciare questa realtà e di darci una rappresentazione politica concreta. Per esempio, finalmente un politico parla del bisogno urgente di nazionalizzare acqua ed energia se vogliamo semplicemente parlare di “sopravvivenza comune”.

Ci sono misure che riguardano direttamente i giovani. La garanzia di autonomia e indipendenza economica che eroga 1063 euro (soglia minima per garantire indipendenza a un francese) al mese per tutti gli studenti senza discriminazione, la pensione a 60 anni, la fine del metodo di selezione all’ingresso dell’Università, il diritto di votare a 16 anni… Inoltre, il governo Macron si è mostrato incapace di rispondere alle problematiche giovanile. Si è accontentato di elargire qualche buono qua e là durante la crisi del Covid, senza pensare ad una riforma strutturale per garantirci un futuro.
Per finire, la campagna di Melenchon è stato un vero successo preso i giovani, perché ha saputo usare metodi di comunicazione che ci parlano e raggiungono in prima persone. I TikTok di Melenchon sono molto popolari (diventato famoso il “lait-fraise” che beve sempre il leader insoumis), oppure le emissione Twitch dove rispondeva direttamente alle domande questo serve a raggiungere i giovani elettori.

6-che tipo di campagna elettorale state conducendo con i francesi all’estero e qual’è stata il loro comportamento per le presidenziali?

La campagna elettorale per i Francesi all’estero fa fronte a delle problematiche particolari. Primo, abbiamo delle circoscrizioni elettorali da poco tempo, e ancora tanti francesi all’estero non sanno che hanno un deputato da poter eleggere. C’è un enorme lavoro di comunicazione da fare, che vorremo continuare dopo le legislative. Si dice che i Francesi all’estero siano dei privilegiati e spesso se non lo sono tendono a non conoscere i loro diritti di cittadini.
Secondo, con le negoziazioni per l’alleanza, abbiamo dovuto aspettare fino al 7 maggio per sapere chi sarebbe stato il candidato della nostra circoscrizione, quindi il periodo di campagna elettorale è stato estremamente breve.

Infine, dobbiamo fare campagna elettorale in 8 paesi diversi! Purtroppo, a livello nazionale questa particolarità non è ben riconosciuta. Per esempio, la NUPES ha limitato a 3 il numero di mail da mandare alle liste degli elettori, invece noi avremmo voluto mandarne una alla settimana almeno. Lo strumento numerico è il nostro mezzo di azione principale, anche se abbiamo provato a fare un po’ di azione sul campo. La nostra candidata Isabelle Rivolet è andata in Grecia e a Roma per incontrare gli elettori e fare delle conferenze stampa. Vederla e avere contatto diretti con quelli che votano dà energia e fiducia. Per esempio, ho incontrato la settimana scorsa un elettore di Roma che va votare per la nostra candidata Isabelle Rivolet a malincuore perché avrebbe preferito un candidato del partito socialista. Aveva un problema con la figura di Mélenchon che qualificava come pro-dittatore e populista. Penso che non sia il solo ad avere questi pregiudizi; la France Insoumise all’estero ha difficoltà a convincere questo elettorato di sinistra privilegiata. Ma la NUPES esiste e funziona, quindi dobbiamo cercare di trovare il modo di farli votare per noi! Un’altra grande difficoltà per noi è il fatto di avere Israele nella circoscrizione. è triste da riconoscere, ma la maggioranza dei Francesi che vivono là sono anti-Palestina e votano per l’estrema destra di Zemmour, dato non indifferente.

7-Per finire, in francia, il paese più nuclearizzato d’Europa, il tema della chiusura delle centrali è scottante. Come giovane insoumise come pensi che vada affrontato il problema? A prescindere da una vittoria alle elezioni una grande componente giovanile si è espressa a favore del programma politico e ambientale della france insoumise che proponeva una rottura radicale con la solita dicotomia destra-sinistra liberale, pensi che si riuscirà a continuare un percorso di lotta che riesca a mobilitare i giovani?

Molti in Francia vedono il nucleare come la soluzione magica per raggiungere la neutralità di emissioni da uso di carbone e che dovrebbe servire come accompagnamento verso la biforcazione energetica. Se visto come soluzione principale, però cancella le soluzioni meno impattanti sulla lunga durata delle energie rinnovabile di cui abbiamo tanto bisogno per la nostra indipendenza energetica. Con il 75% del misto energetico della Francia, è ovvio che non potremo cancellare il nucleare da un giorno all’altro. Tuttavia, la data del 2050 come obiettivo per la chiusura di tutte le centrali mi sembra necessaria, ma considerata irrealistica da una parte della sinistra dell’alleanza che ha tolto la data dall’accordo. Quindi anche quando vinceremo le elezioni (uso la tattica della profezia autoavverantesi), avremo bisogno di militanti che lottano sul campo e spiegano e informano sui media. L’immaginario collettivo sul nucleare come soluzione è fortissimo in Francia, e anche un governo di sinistra può lasciarsi sedurre dalla “realpolitik”. Dal primo lock down si è sviluppato una forte mobilitazione contro i “grandi progetti inutili” sul territorio, di cui fa parte il nucleare, come la manifestazione contro la centrale di Bugey, vicino Lyon, che EDF [azienda principale produttrice di elettricità in Francia] voleva continuare a sfruttare malgrado la sua vecchiaia. La nostra generazione, quindi, non ha finito di lottare.

Francia: Una gioventù sfaccettata

Riassunto dell’inchiesta de l’institut Montaigne sui giovani in Francia
L’inchiesta è stata realizzata a settembre 2021.

Con le elezioni presidenziali a pochi mesi di distanza, questo sondaggio mira a dipingere un ritratto della gioventù francese tra i 18 e i 24 anni. Grazie ad un ampio campionario (8.000 giovani rappresentativi della Francia metropolitana), fornisce una migliore comprensione delle diverse componenti della gioventù in tutta la loro diversità. L’indagine, condotta nel settembre 2021, in un momento di tregua dalla pandemia, analizza le difficoltà incontrate dai giovani francesi nella loro vita quotidiana, i loro orientamenti sociali e politici e gli effetti della crisi Covid-19 sulla vita dei giovani. Sono stati resi parte dell’inchiesta anche 1000 persone in rappresentanza della generazione dei genitori (tra i 46 e i 56 anni) e 1000 tra i Baby Boomers (tra i 66 e i 76 anni). Di conseguenza, l’indagine non solo permette un confronto intra-generazionale, ma anche di verificare se ci sono possibili linee divisorie tra le varie generazioni.

Una generazione generalmente felice, alla ricerca di un “senso” e che aspira alla mobilità all’interno del territorio nazionale, nonché a livello internazionale

Nonostante le numerose difficoltà che i giovani possono incontrare e che sono state amplificate dalle conseguenze della crisi di Covid-19 (inserimento nella vita professionale, sviluppo di amicizie e relazioni, difficoltà finanziarie, ecc) l’indagine non fornisce un quadro allarmante dello stato morale dei giovani francesi di cui l’82% si definisce complessivamente felice nonostante le difficoltà che devono affrontare.

Emergono tre risultati principali riguardo alle difficoltà incontrate dai giovani:

– Le difficoltà più grandi incontrate dai giovani sono correlate alla situazione finanziaria dei genitori, e in particolare alla loro capacità di aiutarli materialmente; meno dalla loro origine sociale o dalla loro collocazione territoriale. Tuttavia, l’indagine mostra che le difficoltà incontrate in termini di relazioni sociali, siano esse familiari, amicali o sentimentali, hanno un impatto maggiore sulla sensazione di infelicità rispetto alle difficoltà materiali. Pertanto, la qualità delle relazioni sociali sembra essere una delle componenti essenziali del benessere dei giovani.

– L’effetto negativo della Covid-19 percepito dai giovani francesi è chiaramente più pronunciato rispetto alla generazione dei genitori e a quella Baby Boomers: alunni e studenti hanno risentito di un forte contraccolpo emotivo dalla quarantena che ha fortemente influenzato i loro studi. In particolare, l’indagine mostra che l’impatto psicologico negativo è stato avvertito con maggiore intensità dai giovani più precari e in difficoltà socioeconomiche. È difficile valutare se l’impatto della crisi sanitaria sui giovani sarà di lunga durata, ma si teme che possa persistere tra i giovani il cui percorso di studi è stato interrotto durante la crisi.

– Infine, se i giovani francesi sono generalmente soddisfatti dell’impegno dimostrato giorno dopo giorno dai loro insegnanti, è vero anche che un tasso molto significativo (il 41%) non prosegue gli studi.  Sebbene questa situazione sia legata agli effetti della crisi sanitaria, sembra che la sensazione di essere stati mal orientati nella loro formazione scolastica sia il fattore principale di insoddisfazione nei confronti dell’istituzione scolastica. Questa sensazione di uno scarso orientamento contribuisce a svalutare l’utilità degli studi agli occhi dei giovani, ed è tanto più marcata quanto più basso è il loro livello di istruzione. Questa percezione può costituire un serio ostacolo al successo di qualsiasi tentativo di porre rimedio alle difficoltà educative dei giovani più svantaggiati dopo la fine del loro percorso scolastico iniziale, nonché al successo di qualsiasi tentativo di politiche ambiziose a favore di un apprendimento più lungo nell’arco della vita.

In secondo luogo, l’indagine dimostra che la maggior parte dei giovani non mostra una mentalità utilitaristica o strumentale nei confronti del lavoro. I giovani francesi sembrano essere, in modo più marcato rispetto alle generazioni precedenti, alla ricerca di un “significato” ed esprimono la voglia di scegliere un lavoro per passione, anche se questa scelta viene fatta più spesso da giovani che provengono da famiglie con un alto tasso di capitale culturale e in particolare dalle donne. I giovani sono anche meno legati rispetto a genitori e nonni al loro paese e alle loro radici locali. Esprimono il desiderio di mobilità geografica, di vivere in città di medie dimensioni e una percentuale significativa (il 21%) di vivere all’estero. La zona di Parigi è fortemente trascurata. Tuttavia, si distinguono due tipologie di giovani: da un lato giovani “rurali”, di estrazione più popolare, spesso lavoratori, che sono più legati al loro territorio e, dall’altro lato, i giovani di città, generalmente studenti di scuola o universitari, di estrazione sociale più privilegiata e/o di origine extraeuropea, che preferiscono un ambiente metropolitano.

Nessuna frattura generazionale

I risultati dell’indagine mostrano certamente cambiamenti generazionali, ma non divergenze radicali: le differenze sono graduali senza che si possa parlare di una vera e propria frattura generazionale. Se i giovani francesi si differenziano dalle generazioni precedenti, è su punti meno citati nel dibattito pubblico e mediatico e soprattutto nel solco di una tendenza a sganciarsi e disinteressarsi sempre più dalla politica, in un chiaro indebolimento dell’attaccamento alla democrazia e una maggiore tolleranza verso la violenza in politica. Tuttavia, le diverse generazioni sono tutte d’accordo sulla necessità di riformismo politico e sull’importanza dell’utilità del voto, nonostante la sfiducia espressa nei confronti del mondo politico. ,a si rivela anche una gioventù sempre più toccata dalle questioni sociali . Il 64% dei giovani ritengono che la società francese debba essere migliorata progressivamente da riforme necessarie. E molte di queste preoccupazioni tra cui le violenze di genere, il terrorismo e l’ecologia, sono condivise con la generazione dei genitori e dei baby boomers. Il 52% dei giovani trova cruciali le questioni ambientali contro il 51% dei genitori e il 46% dei baby boomers.

A livello politico, la principale divergenza è la disaffezione politica dei giovani, che è aumentata considerevolmente: il 64% dei giovani mostra segni di disaffezione politica (non collocandosi sulla scala sinistra-destra o non sentendosi vicino a nessun partito), rispetto al 40% della generazione dei loro genitori e al 36% dei baby boomers. Solo una minoranza di giovani si identifica chiaramente a livello politico (36% rispetto al 60% dei genitori e al 64% dei boomers). Solo il 51% dei giovani si sente molto legato alla democrazia, rispetto al 59% dei genitori e al 71% dei baby boomer.

Solo una minoranza di giovani è in grado di trovare la propria posizione politica oggi, con il 43% dei giovani che non ha idee abbastanza precise per posizionarsi sulla scala sinistra-destra (rispetto al 25% dei genitori e al 20% dei baby boomers). Una percentuale significativa di giovani non si identifica con nessuna tendenza politica, per ignoranza o disinteresse, e forse anche per rifiuto.

I giovani condividono con i genitori e i Baby Boomers la sfiducia nei confronti dei leader politici: il 70% dei giovani, il 67% dei genitori e il 57% dei Baby Boomers li considera corrotti.

Tuttavia, questa disaffezione è accompagnata da una forte convinzione democratica, dal momento che il 66% dei giovani pensa che sia utile votare e che le elezioni possano servire a qualcosa (rispetto al 68% dei genitori e al 76% dei Baby Boomers).

Tuttavia, in questo desiderio di protesta, l’aumento della tolleranza verso la violenza politica è preoccupante. Il 49% dei giovani trova “comprensibile” affrontare i rappresentanti eletti per protestare (rispetto al 40% della generazione dei genitori e al 46% dei Baby Boomers) e la tolleranza per i comportamenti trasgressivi è da 2 a 3 volte superiore tra i giovani. 1 giovane su 5 ritiene accettabili e comprensibili gli atti di degrado dello spazio pubblico: questa percentuale molto alta contrasta con la percezione delle altre generazioni. Infatti, meno di una persona su 10 tra la generazione dei genitori e circa una persona su 20 tra i Baby Boomers tollera il degrado dello spazio pubblico.

I giovani non sono una generazione “woke”

Il sondaggio smentisce la convinzione diffusa da alcuni media, nonché da molti analisti e saggisti, che i giovani francesi si siano massicciamente convertiti al “wokismo”, cioè a un’estrema sensibilità per le questioni identitarie e antirazziste – e che siano quindi in diretta opposizione con le generazioni precedenti. È vero che alcuni giovani sono sensibilizzati su queste problematiche identitarie, ma i convinti sostenitori di questa corrente di pensiero, cioè coloro che vi aderiscono senza restrizioni, sono solo una minoranza che va da un giovane su 10 a 1 su 3, a seconda dell’argomento trattato.

Così, per quanto riguarda le questioni relative al “genere” e quelle relative al “razzismo strutturale” (l’idea che le società ex coloniali come la Francia siano strutturalmente razziste), l’indagine mostra che queste idee sono supportate da minoranze con profili molto diversi tra loro. Nel primo caso, soprattutto da donne con un alto livello di istruzione nel settore della sanità. Nel secondo soprattutto uomini con un livello di istruzione più basso e più spesso di origine straniera. Pertanto, l’idea di una gioventù omogenea, “intersezionale”, che condivide tutte le rivendicazioni identitarie di genere e razza, non sembra essere fondata.

Le questioni di genere e i diritti della comunità lgbt non sono tra i temi principali toccati dai giovani, ma seguono quelli più diffusi e condivisi delle violenze sulle donne e della fame del mondo che si rivelano come le priorità dei giovani francesi.

Un dato positivo che questo sondaggio mette in evidenza è che le donne desiderano in futuro avere un ruolo più marcato nell’evoluzione della società. Gli sviluppi sociali e politici sono ora guidati maggiormente dalle giovani donne, differenziandosi notevolmente dalle donne delle generazioni precedenti, mentre la partecipazione agli sviluppi sociali e politici degli uomini non ha subito variazioni significative. Le giovani donne risultano essere una forza trainante nell’evoluzione del dibattito sulle questioni di genere e, in misura minore, sull’ecologia; inoltre, soprattutto rispetto alle generazioni precedenti e anche rispetto all’attuale gioventù francese complessiva, mostrano una crescente tendenza a protestare e scendere in piazza, ma associata a un maggior rispetto per la forma democratica e un maggior rifiuto della violenza politica rispetto agli uomini. Questa differenza di sensibilità, atteggiamenti e comportamenti tra donne e uomini è un dato interessante che offre un contributo notevole a questa indagine.

Quattro tipologie di giovani

I risultati dell’indagine tendono a dimostrare che i giovani francesi non possono essere studiati come un gruppo omogeneo. Lo studio rivela chiaramente una pluralità di profili. I risultati dell’indagine sugli atteggiamenti sociopolitici dei giovani permettono di delineare quattro tipologie giovanili per eccellenza.

– I democratici che manifestano, che rappresentano il 39% dei giovani. Il nome di questo primo gruppo, apparentemente ossimorico, dimostra che non è vero che non possano coesistere una “cultura” della protesta e una partecipazione convenzionale alla politica. Al contrario, l’indagine mostra che la cultura della protesta (partecipazione a manifestazioni, firma di petizioni, ecc.) si combina, per questo gruppo di giovani, con un esercizio più convenzionale di partecipazione alla vita democratica del Paese. Questi giovani sono più interessati di altri alle questioni sociali. Rifiutano in ogni frangente l’utilizzo della violenza politica, restando quindi fortemente attaccati al modello democratico rappresentativo, anche quando si dichiarano insoddisfatti dalla politica e quando non ritengono più sufficiente il solo esercizio del diritto di voto per influenzare le sorti del proprio paese. Il 91% di loro ritiene il voto utile. Sono molto spesso diplomati, e provenienti da famiglie più avvantaggiate. Sono ottimisti verso il futuro e interessati dalle questioni di genere e dall’ecologia.

– I rivoluzionari, che rappresentano il 22% dei giovani. Questi giovani hanno più probabilità di altri di trovarsi in condizioni di disagio psicologico, scontenti di quello che il futuro gli promette e di situazione materiale difficile. Sono favorevoli a un cambiamento radicale e rivoluzionario della società e sono pronti a giustificare la violenza politica per raggiungere questo obiettivo. Sono sensibili al tema del razzismo strutturale della società e hanno un’immagine negativa della politica.

– I disimpegnati rappresentano il 26% dei giovani. Essi sono distaccati da tutte le questioni sociali e politiche. Sono l’antitesi dei democratici manifestanti perché il loro tratto caratteristico è il non esprimere un’opinione politica. Il 63% di loro dichiara non sentire alcuna vicinanza o affinità con un particolare partito, e il 47% non si posiziona sullo spettro politico destra-sinistra. Vivono spesso in zone più rurali e provengono da famiglie lavoratrici. Sono invisibili nel dibattito pubblico e pochi fanno parte di associazioni.

– Gli integrati trasgressivi rappresentano il 13% dei giovani. Nonostante i molti segnali di integrazione economica e sociale, sembrano aver sviluppato una cultura trasgressiva in termini di rispetto delle regole, mostrando una maggiore tendenza e tolleranza per i comportamenti violenti e contro le regole. Sono molto spesso contenti e ben integrati nel sistema, molto territoriali e attaccati al loro luogo d’origine. Poco attaccati invece alla forma democratica.

Genere, capitale culturale e religione, tre fattori che contribuiscono a differenziare le modalità di impegno sociale e politico

Il primo criterio di differenziazione tra i giovani è legato al genere: le giovani donne si sentono più coinvolte nel dibattito pubblico sulle questioni sociali, ma paradossalmente sono meno coinvolte in associazioni e in politica. Questi risultati ci inducono a credere che le attuali forme di impegno politico non siano sufficientemente adatte a loro. Inoltre, il genere risulta essere un discriminante anche per quanto riguarda gli atteggiamenti verso la violenza: la giustificazione della violenza risulta essere più propria degli uomini.

Il secondo importante criterio di differenziazione è il capitale culturale ereditato. È evidente dall’inchiesta che la disuguaglianza culturale influisce sul coinvolgimento e la partecipazione alla vita sociale e politica. Segna, infatti, una chiara linea di demarcazione tra i giovani con un alto livello di capitale culturale ereditato che risultano partecipare alla vita politica in varie forme, e i giovani con un basso livello di capitale culturale ereditato più spesso contraddistinti da un disimpegno totale o dalla violenza politica e dal radicalismo. È possibile (anche se il sondaggio non può dimostrarlo) che la crescente sfiducia nel sistema politico abbia accentuato questa frattura, allontanando sempre più i giovani con minor capitale culturale da qualsiasi forma di impegno, mentre i giovani più culturalmente avvantaggiati non hanno rinunciato a unirsi a forme di protesta o alla partecipazione politica.

La sensazione di essere stati indirizzati male nel proprio percorso scolastico è fortemente associata agli atteggiamenti sociopolitici del gruppo classificato come “rivoluzionario” e senza dubbio alimenta la sua radicalità. L’insoddisfazione nei confronti degli studi è anche un’importante fattore di malessere: c’è un forte legame fra l’insoddisfazione per la scuola e la sensazione di essere infelici. Il capitale culturale della famiglia e la relazione con la scolarizzazione in tutta la sua complessità (successo o insuccesso, soddisfazione o insoddisfazione nei confronti dell’orientamento ricevuto) sembrano quindi essere due elementi costitutivi della segmentazione delle tipologie dei giovani che emerge chiaramente dall’indagine.

Infine, il terzo criterio di differenziazione è costituito dall’origine nazionale e dalla religione, due criteri che sono strettamente collegati. I giovani di origine straniera, e ancor più i giovani di fede musulmana, si distinguono dagli altri per diversi aspetti. In primo luogo, e questo è senza dubbio un punto essenziale, sono in gran parte (il 46%) convinti che la Francia sia una società razzista per natura. Questa convinzione può essere alimentata dalla discriminazione che questi giovani subiscono nel mondo del lavoro e dalle tensioni che vivono con la polizia. La loro convinzione che la Francia sia una società razzista alimenta probabilmente la loro propensione a giustificare la violenza politica e i comportamenti trasgressivi più di altri, anche se non è sufficiente a spiegarli interamente. Notiamo anche che questi giovani vivono in quartieri dove il tasso di criminalità è significativamente più alto, cosa che tende a impattare sui giovani avvicinandoli a una cultura trasgressiva.

L’indagine ha quindi mostrato chiaramente la grande diversità tra i giovani francesi.

QUALCHE CIFRA CHIAVE DELL’INCHIESTA

Il 59% dei giovani trova difficoltose le questioni di denaro.

Il 41% dei giovani descrive i propri studi passati come difficili.

Il 39% dei giovani vuole vivere in una città di medie dimensioni, il 18% in una grande città di provincia, il 7% nell’area di Parigi.

Il 21% pensa di trasferirsi all’estero.

L’82% dei giovani dichiara di essere felice.

Il 62% dei giovani ritiene che le questioni legate all’ambiente, al clima e all’ecologia siano molto importanti e il 28% ritiene che le questioni di genere siano molto importanti.

Il 66% dei giovani ritiene che “sia utile votare perché è attraverso le elezioni che possiamo far cambiare le cose”.

Il 43% dei giovani non ha un’idea chiara su come posizionarsi nello spettro politico “sinistra-destra”.

Il 68% ritiene che i leader politici siano piuttosto corrotti.

Il 51% dei giovani ritiene molto importante (9-10 su una scala di 10 punti) vivere in un Paese governato democraticamente.

Il 25% dichiara di essere “molto disposto” a partecipare a una manifestazione.

Il 26% è molto disposto a ridurre il consumo di carne per combattere il riscaldamento globale

Il 9% è molto disposto a guadagnare meno soldi se l’economia rallentasse al fine di preservare l’ambiente.

Il 22% ritiene giustificato l’uso della violenza per protestare, esprimere la propria rabbia o difendere le proprie idee.

Il 49% ritiene accettabile o comprensibile “affrontare e scontrarsi con i funzionari eletti e rappresentanti politici” per protestare e il 39% “scontrarsi con la polizia”.

Il 16% pensa che “è sempre accettabile” non pagare il biglietto del treno, il 49% che non è mai accettabile, il 36% che è “una via di mezzo”.

L’11% dei giovani è fortemente d’accordo con l’affermazione “le società con un passato coloniale, come la Francia, sono state e rimarranno razziste”.

Il 51% dei giovani afferma che la crisi sanitaria ha avuto un impatto prevalentemente negativo sul loro morale.

NO PASARAN!

Ieri sera a Bologna centinaia di antifasciste e antifascisti hanno sfilato per le strade della città in maniera compatta, al grido di ‘NO PASARAN’, una parola d’ordine netta e determinata in risposta all’aggressione avvenuta il 4 maggio. Un corteo popolare, con grande protagonismo giovanile, ha portato fino a Porta Maggiore, luogo della violenza, lucidità e rabbia, due elementi indispensabili per iniziare a organizzare la forza e rispondere colpo su colpo alle prime avvisaglie di un nuovo nazismo. I messaggi di solidarietà arrivati da compagne e compagni di diverse città e la presenza composita di realtà antifasciste bolognesi ci indicano una strada da percorrere, tutta da costruire. Le liturgie antifasciste inefficaci o fuori tempo massimo non hanno trovato spazio in una piazza attenta, che aveva il compito e la volontà di dare una risposta reale ai nazisti che nei nostri quartieri provano a rialzare la testa con intimidazioni, violenza e minacce.

Quella di ieri sera è stata una piazza che riceve il testimone di una tradizione antifascista militante, perché le pratiche antifasciste vivono in virtù del filo rosso che ne collega le esperienze, in una dimensione sia geografica sia storica: dalla Resistenza italiana alla guerra civile spagnola, che ci ha dato in prestito le sue parole d’ordine, chiare ed efficaci ieri come oggi, No pasaràn; dai movimenti e dai partiti antimperialisti in America Latina fino alla resistenza popolare del Donbass. Questi esempi ci insegnano una risposta messa in campo dalle forze di classe, ma compito nostro è quello di leggere le tendenze in atto ora. Per questo, il percorso di mobilitazione che ha visto nella giornata di ieri un primo tassello, è la necessaria risposta antifascista al ritorno della minaccia nazista e squadrista nelle nostre città e nel nostro paese. Abbiamo mosso i primi passi per l’adeguamento delle nostre pratiche alle avvisaglie di un nuovo tipo di nazifascismo prodotto dalle condizioni della fase che stiamo vivendo e dalla precipitazione dello scontro interimperialista in atto. Tutto quello che sta succedendo a Bologna dal 23 aprile, ovvero da quando abbiamo ricevuto le prime intimidazioni, si deve leggere alla luce di un quadro internazionale che negli ultimi mesi ha avuto un’accelerazione esponenziale con l’invasione russa dell’Ucraina, portando a maturazioni processi che lavoravano un po’ più in ombra già da lungo tempo.

La guerra in Ucraina, fin dai suoi preludi, è stata sostenuta attivamente dalle forze di governo europee che già nel 2014 all’Euromaidan arringavano i miliziani dell’armata Azov in piazza Maidan a Kiev portando all’Ucraina nascente “il saluto dell’Europa che crede nella libertà e nella democrazia”. Il fatto che oggi l’Unione Europea stia mandando armi alla neo-proclamata “nuova Resistenza” ucraina, senza per altro curarsi degli “umori” dei suoi cittadini e delle ritorsioni della guerra nei nostri paesi, non è casuale né tantomeno eroica come la si vuole dipingere, ma la perfetta continuità con la politica degli ultimi anni, di silenziamento della guerra in Dombass, di legittimazione delle milizie naziste utili alla causa, e dell’alleanza filo-atlantista (inutile ricordare ancora le foto dei miliziani di Azov con la bandiera NATO) in funzione antirussa.

L’utilizzo del braccio armato fascista da parte del nostro sistema non ci stupisce affatto, in quanto la storia dei comunisti e del movimento di classe ce lo racconta molto bene: si tratta di un elemento ricorrente nel conflitto di classe del XX secolo anche in Italia, quando le borghesie nazionali scongiuravano la lotta di classe in ogni forma, dal finanziamento alle squadracce del fascismo storico quando la rivoluzione d’Ottobre scuoteva il mondo e il Biennio Rosso vedeva la maggior parte delle fabbriche dlel paese occupate da moti rivoluzionari, all’utilizzo delle stragi fasciste utilizzando lo strumento dello stato, come la Strage di Piazza Fontana del 1969, la strage di piazza della Loggia del 1974 e quella di Bologna del 1980. Quello che va messo in rilievo, dunque, è che il fascismo non è solo il movimento delle camice nere e delle teste pelate (sicuramente da non sottovalutare e sempre da tenere sott’occhio), ma rappresenta un’involuzione della deriva imperialista, al fine di rafforzarsi contro un nemico interno (le forze di classe) o con un nemico esterno (i competitor sul piano della competizione interimperialista). Un pericolo che si fa sempre più vivo all’interno della crisi strutturale che il nostro sistema sta vivendo da decenni, partita dal 1973 (prima crisi energetica) e susseguitasi fino ai giorni nostri con la crisi del 2008, dei debiti sovrani e infine del covid: oggi abbiamo anche la guerra. Un sistema in crisi che sta guidando di nuovo tutta l’umanità verso il baratro, spalancando le porte alle forze della reazione e della barbarie.

La memoria storica e una corretta lettura del nostro presente ci devono mostrare come concretamente il fascismo oggi si manifesta: oggi le milizie paramilitari in ucraini, lo “stato nello stato” del battaglione Azov e la commistione con le forze di governo e con la struttura imperialista della NATO sono state usate per controllare uno dei confini più instabili della storia, quello orientale. Le uova lasciate ad est dalle forze imperialiste si stanno pian piano schiudendo, mostrando il pericolo dei serpenti che da esse stanno ritornando fuori.

Siamo chiamati ad affinare le nostre armi, pratiche e teoriche, per metterci al passo con una realtà che procede a falcate da giganti e che si sta polarizzando al punto tale che oggi il nostro nemico di classe si è compattato, dalla parte della guerra e delle armi, prendendo al suo interno anche il campo nazista. Dobbiamo mettere in campo una risposta antifascista che sia all’altezza della sfida storica che ci pone innanzi la costruzione di un’Internazionale nera – che affonda le sue basi teoriche e militari proprio in Ucraina, e che collega con un filo nero i nazifascisti di tutto l’occidente – e il pericolo di una devastazione bellica o nucleare di tutta l’umanità.

Teniamo a sottolineare che questa legittimazione passa anche per i fascisti di casa nostra, abituati negli ultimi anni alle loro solite fiaccolate della (falsa) memoria, ma che oggi pian piano provano a prendersi terreno. Nei quartieri e nelle università dove i nostri compagni abitano e portano avanti un intervento politico ed antifascista, nei porti e nei magazzini dove il lavoro fianco a fianco coi sindacati di classe ci mostra una ritorsione padronale e fascista sempre più preoccupante: è dalla realtà stessa che vediamo il pericoloso sdoganamento che sta permettendo un ritorno del nazifasismo, dalle croci celtiche sui muri ai tentativi di violenza sessuale in pieno centro.

Ieri è stato fatto il primo passo in questa direzione, grazie anche alla solidarietà antifascista dei compagni che da tante città d’Italia ci hanno dimostrato vicinanza militante: se Toccano una Toccano tutti, perché una compagna che ha subíto un tentativo di stupro non resterà mai sola. In piazza c’erano tutti, i lavoratori e le lavoratrici, gli studenti e le studentesse, i ragazzi dei quartieri popolari. C’erano tutti gli antifascisti che oggi, come ieri, sanno riconoscere la giusta parte della barricata.

È nostro dovere oggi moltiplicare le mobilitazioni contro la guerra e contro la Nato, mantenendo alta l’attenzione militante nei confronti dei rigurgiti nazisti e contro il revisionismo storico. Che Bologna sappia rappresentare un primo esempio di un argine antifascista che dobbiamo attrezzarci a costruire e praticare in tutta Italia.