NO grandi opere inutili! 23 marzo tutti a Roma!

Anche Noi Restiamo scenderà in piazza il 23 marzo contro le grandi opere che attraversano l’Italia da nord a sud.

Opere create in nome di un ammodernamento e di una fantomatica crescita del paese. Al nord vengono costruite per rendere le città più attrattive e competitive rispetto ai paesi al centro dell’Unione Europea. UE che “ce lo chiede” allo scopo di rimuovere le barriere commerciali tra gli stati membri, mentre si adopera invece per alzare i muri contro i movimenti delle persone. Al centro e al sud – zone che necessitano di tutt’altri investimenti – vengono invece costruite per diventare bacini da cui attingere risorse (così come succede per lavoratori e studenti) e come luoghi di sperimentazione: pensiamo alla Sardegna, dove parte del suolo viene investito come base militare per la NATO. Il tutto senza che nessuno si prenda la responsabilità dell’impatto che queste grandi opere hanno sull’ambiente e i cambiamenti climatici.

Sappiamo poi bene che queste opere sono in linea con un sistema economico neoliberista, dove si è ridotto sempre di più il ruolo dello stato, liberalizzando e privatizzando i settori pubblici. Ed è per questo che è cruciale oggi parlare di nazionalizzazione dei settori strategici, dai trasporti alle telecomunicazioni. Un sistema che mira unicamente al profitto, slegato da una reale prospettiva di sviluppo rispetto ai territori e agli individui che li abitano. Ciò che serve ai territori è una ridistribuzione delle ricchezze, investendo in azioni per salvaguardare l’ambiente e il clima, in welfare, in lavoro e in case popolari.

Tenendo presente chi sono i nostri nemici, dalla Lega a Forza Italia al PD e alla “sinistra demmerda” che gli orbita intorno, passando per i sindacati confederali come la Cgil di Landini e la Cisl, giusto per citarne alcuni. Infine, è importante oggi ancor di più respingere queste opere in un clima di repressione, spianato dal PD prima ed accolto ora da Salvini, che con il decreto sicurezza mira ad accelerare il processo di criminalizzazione delle lotte a cui assistiamo da anni.

Ci vediamo il 23 marzo, contro le grandi opere, contro la criminalizzazione dei movimenti territoriali e per la costruzione di una piattaforma per la salvaguardia dell’ambiente e del clima.

Amnistia, e non solo. Costruire ora un punto di resistenza

Si potrebbe sintetizzare così, se non si avesse la certezza di mozzare i numerosi spunti di riflessione, il messaggio emerso dal dibattito pubblico tenutosi martedì 22 gennaio presso  i Magazzini Popolari di Casal Bertone. Un dibattito che ha visto circa quindici interventi.

La fulminea estradizione di Cesare Battisti ha reso manifesta, una volta di più, la piega impressa alle istituzioni dall’attuale governo, un governo che, in assenza di prospettive di intervento credibili rispetto alla crisi economica del paese, scatena la sua natura coercitiva e autoritaria, creando prima, e mostrando come fosse un trofeo di guerra poi, la cattura del mostro di turno.

Il caso Battisti è una sintesi di tutto questo: arma di distrazione di massa, occasione di revisionismo storico, messaggiodeterrente verso le potenziali nuove espressioni (anche solo) di dissenso.
Questo è lo stato dell’arte che come militanti politici ci troviamo a fronteggiare quotidianamente in Italia. Una situazione che non trova soluzione di continuità, pur con modalità e forme differenti, a partire da quegli anni Settanta enormi protagonisti della pretesa di riscatto degli ultimi della società.

Una situazione che, però, ha registrato un’accelerazione in termini di repressione, anche preventiva, verso i protagonisti delle lotte sociali a partire dall’ultimo ministro dell’interno targato Pd, quel Marco Minniti intestatario di un pacchetto legislativo volto a irrigidire il piano giudiziario per chiunque manifesti opposizione e alterità all’ordine costituito. È nel solco di questa traccia che va letto ildecreto Salvini, traccia in cui si inserisce in maniera chirurgica (si pensi alla reintroduzione del reato per blocco stradale), e dunque in piena continuità con i suoi predecessori. Insomma, il buio in cui è caduto il paese non è certo il risultato degli ultimi mesi.

Su questa base, richiamata da più interventi, si è sviluppata la ricca discussione di martedì, riconducibile a tre filoni di ragionamento, così come proposti nel lancio dell’iniziativa.
Un primo carattere è sicuramente quello relativo alla richiesta di amnistia per le compagne e i compagni ancora soggetti al regime carcerario. Questa avrebbe un valore politicoaltissimo in quanto riconoscimento della natura appunto politica, e non criminale, della scontro (guerra di bassa intensità, secondo le parole di Cossiga) esploso in quegli anni. Tuttavia, le difficoltà su questo piano sono di due tipi: da una parte, la consapevolezza della quasi impossibilità di vittoria finale, date soprattutto le condizioni in cui ci troviamo a operare. Dall’altra, il silenzio sull’argomento dei prigionieri politici direttamente interessati (quando non esplicitamente contrari).

Se allora non siamo nelle condizioni di portare avanti una campagna che risulti efficace, il tema dell’amnistia può comunque diventare l’oggetto di una battaglia di controinformazione e agitazione politica con l’obiettivo di scardinare quel sistema ideologico più volte definito «del pensiero unico».
Eccoci, dunque, al secondo punto di raccolta: una controffensiva sul piano storico-culturale, per riappropriarci dell’eredità dellanostra storia, riscoprire la dignità espressa dall lotta di classe, oggi del tutto in mano alla narrazione del nemico. La memoria, si è detto, «va ricostruita sul campo», nelle occupazioni, nelle lotte. C’è tutto un portato storico e politico da dover recuperare, dalla libertà per i prigionieri politici, alle pratiche di tortura, pratiche accertate da sentenze passate in giudicato e che quindi rappresentano fatti incontestabili – confermate peraltro anche da esponenti politici, come Giuliano Amato, il quale ha riconosciuto quei processi come indegni di uno Stato democratico.

A tal proposito, quest’anno cade il cinquantenario della strage di piazza Fontana, primo evento (ma non prima bomba!) con cui si è soliti far cominciare quella “strategia della tensione”, e dunque della guerra di bassa intensità scatenata contro il movimento operaio che segnerà incontrovertibilmente il periodo successivo, e su cui costruire un ciclo di incontri proprio sulla natura dello scontro andato in scena negli anni Settanta. Una ricostruzione, perciò, che abbia due obiettivi principali: il rifiuto di ogni equiparazione con il terrorismo stragista di matrice fascista e regìa statale, e la connessione della nuova generazione alla storia delle lotte politiche, sociali, sindacali, oggi, di nuovo, offuscate invece dalla narrazione generata da chi quella guerra l’ha portata a casa.

Il terzo e ultimo punto riguarda la condizione dell’agibilità politica in questo presente. Condivisa la necessità di fare cose concrete e agire sulle priorità, i punti maggiormente richiamati sono stati i seguenti: l’abolizione dell’ergastolo e del regime del 41-bis; la riduzione dell’area dell’illecito penale; lo scardinamento della logica coercitiva e vendicativa in cui si muove lo Stato contemporaneo. Si è ricordato come dal 2011 al 2017 la forza repressiva abbia prodotto più di 15 mila casi tra denunce, arresti, fogli di via, obblighi di firma, ecc., direttamente riconducibili alle lotte sociali. Il principio che si sta imponendo è quello della sacralità della proprietà privata in una sorta di tentativo costituente che modelli la Costituzione a misura di proprietari. A questo, vanno aggiunti quei mezzi giuridici di cui lo Stato si sta dotando per impedire l’accumulo di forze organizzate capaci di costruire una prospettiva di rottura dell’esistente: «è in gioco la legittimità del conflitto sociale».Due articoli del Decreto Sicurezza che criminalizzano pesantemente forme di lotta come i blocchi stradali e le occupazioni di edifici hanno questo come obiettivo esplicito.

Il portato della vicenda rimanda allo stato di emergenza di quegli anni, diventato oramai elemento ordinario. Il nuovo ordinamento penale prevede principi che fanno riferimento a quei processi politici, i cui dispositivi, figli della logica dell’emergenza, sono ora strumenti ordinari di difesa.

Che fare, dunque? In assenza di un movimento di massa che possa sostenere un ciclo di lotte, si è richiamata la necessità di istituire un coordinamento di avvocati tramite cui rompere il muro di silenzio sullo stato di repressione delle lotte di oggigiorno, sostenuti ovviamente da quei militanti ancora attivi nella difesa della giustizia sociale.

Sul piano della mobilitazione, invece, il lancio di un convegno, indicativamente per giugno, sulla soppressione delle garanzie anche minime garantite dalla costituzione, è parso come l’orizzonte su cui lavorare nel breve-medio periodo. In un quadro europeo prossimo allo stravolgimento (in Francia, l’eventuale vittoria della Le Pen potrebbe emulare, sugli esuli, il “modello Bolsonaro”), l’allargamento del fronte deve essere tale da includere tutte quelle soggettività in grado di svolgere un ruolo nello scontro a favore dell’amnistia per le vittime della repressione, e della depenalizzazione degli strumenti classici della lotta sociale.

Come comunisti, abbiamo il dovere sia di non farci illusioni circa lo stato di cose presenti, ma anche di rimettere al centro il tema della riconquista dell’agibilità politica necessaria al miglioramento delle condizioni di quel blocco sociale che a tutt’oggi è, sì, frammentato, ma che noi miriamo – prima o poi – a riorganizzare.

Giovani a sud, recensione di Enrico Lobina

Il 18 novembre 2018 il collettivo bolognese Zente Arrubia, insieme a sarde e sardi emigrati in Italia, e qualcuno anche fuori Italia, ha organizzato a Bologna l’Assemblea sarda dell’emigrazione. La Sardegna, dal 1962 in poi, ha una storia di emigrazione di massa, la quale è ricominciata in modo costante e pressante a partire dai primi anni duemila.

Anche alla luce di una recente pubblicazione sull’emigrazione qualificata sarda, il collettivo mi ha chiesto di compiere una delle due relazioni dell’assemblea[1].

Nel preparare la relazione ho utilizzato “dinamiche migratorie tra centro e periferia europea”, quinto capitolo del volume “Noi Restiamo – giovani a sud della crisi”.

In sala era presente un compagno di “Noi Restiamo”, il quale ha sapientemente interloquito con l’assemblea.

“Noi Restiamo” parla alle e delle nuove generazioni, a chi ha vissuto perennemente all’interno della crisi.

I primi capitoli del volume presentano un quadro preciso ed aggiornato delle politiche europee in materia di conoscenza e di istruzione superiore, soprattutto universitaria. Lo sforzo del collettivo è stato sviluppare un lavoro scientifico, e ci è riuscito. Le dinamiche italiane sono collocate all’interno delle politiche europee, della “mezzogiornificazione” d’Europa e delle dinamiche più ampie, sociali ed economiche, intraeuropee.

Anche il sistema dell’istruzione superiore ha negli ultimi decenni potenziato il suo carattere di classe, escludente per le fasce popolari, e non lo ha fatto solamente in Italia. Questo è un risultato chiaro dello studio di “Noi Restiamo”.

Un approccio simile è evidente anche nel capitolo riguardante il lavoro. Si mettono in relazione le dinamiche europee e quelle italiane, esaminando la costruzione ideologica dei dati sulla disoccupazione, tra cui come “la perversa logica per cui si può ritenere che una persona sia ‘occupata’ avendo lavorato almeno un’ora a settimana supporta la propaganda della ripresa economica italiana degli ultimi due anni”.

Anche questo capitolo ha un approccio scientifico, così come quello sull’emigrazione.

Il più grande merito del volume è combattere sullo stesso piano e con gli stessi dati della retorica dei telegiornali i temi che più impattano sulla condizione giovanile.

Completano il volume dei saggi più politici, e più territorialmente localizzati, i quali introducono i temi dell’azione sociale e politica e della strategia politica.

Tra esempi di resistenza e di autorganizzazione, nonché di militanza antifascista, rimane il tema del potere. “La sinistra radicale negli ultimi trent’anni è stata egemonizzata dall’idea che – dopo la sconfitta subita negli anni Settanta e Ottanta e dopo la caduta del muro di Berlino – la lotta dovesse cambiare natura: non più una battaglia per prendere il potere, ma una polverizzazione delle ribellioni contro ogni forma di potere”.

Il tema è costruire una visione di massa, ed una politica di massa, capace di organizzare il popolo, a partire da elementi di senso comune nel popolo presenti: la divisione tra chi vive del proprio lavoro e chi no, la rottura tra chi ha fatto del sud una landa desolata terra di emigrazione e chi ha subito la situazione, la voglia di non essere vittime del neoliberismo e chi è amico delle banche.

In tema di emigrazione, per esempio, è senso comune rivoluzionario pretendere il “diritto al ritorno”[2].

Il tema è il potere, e la costruzione del soggetto politico capace di parlare alle masse. Le avanguardie sono avanguardie se si pongono il tema e lo praticano, senza fughe in avanti.

Il volume è un tassello necessario per una egemonia diversa da quella presente, la quale sia presto tradotta in politica di massa.

 

[1] http://www.fondazionesardinia.eu/ita/wp-content/uploads/2018/01/Emigrazione-giovanile-qualificata-in-Sardegna-completo-24.1.2018.pdf

[2] http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=15245

Note a caldo sul Reddito di Schiavitù

Finalmente la manovra venne al popolo. E si palesò in tutto il suo portato reazionario, proprio nelle misure che dovrebbero rappresentarne le punte di diamante approvate ieri dal Consiglio dei ministri. Da appartenenti a quelle nuove generazioni a cui una di queste due misure in particolare guarda, non possiamo sottrarci dal compito di esprimere a caldo un primo commento sulla mela avvelenata che il governo ci offre con questo presunto Reddito di Cittadinanza. Le slide di renziana memoria presentateci prima in conferenza stampa e in seconda serata nel salotto buono di Bruno Vespa confermano i peggiori presentimenti che erano trapelati già nei mesi scorsi. Senza scendere per ora nei dettagli di ogni singola voce contenuta nel provvedimento, sentiamo l’urgenza di mettere in luce i puntelli che sostengono il disegno complessivo di questa normativa, per evidenziare come sia un pacchetto da cestinare in toto, capace di fondere in una miscela perfetta il peggio della cultura presuntamente meritocratica di matrice neoliberale portata in dote dai grillini con il peggio del razzismo e dell’odio di classe di cui è intrisa la visione del mondo leghista. Le “norme antidivano”, il cui nome dovrebbe bastare per avere un conato di vomito in questa Italia che si sta affacciando nuovamente alla recessione, ci dicono diverse cose.

Innanzitutto viene messa in luce la tendenza alla concentrazione sempre più spinta che caratterizza il capitalismo europeo in questi anni: l’obbligo coatto all’accettazione di un lavoro qualunque e al trasferimento anche a grandissime distanze ci dice che a Palazzo Chigi sono ben note l’esistenza di una forte differenziazione territoriale e la strutturazione di pochi agglomerati industriali con le loro filiere di servizi, concentrati in poche grandi aree urbane. Una tendenza a svuotare i territori desertificandoli e privandoli della propria capacità di sostenere un ciclo produttivo adeguato ai bisogni di uno sviluppo sostenibile e compatibile con le aspirazioni individuali, il progresso sociale e l’ambiente. La normativa partorita dal governo non fa che avallare e giustificare questa situazione di fatto, mettendo la variabile del lavoro direttamente a funzione di questo processo: lo stesso meccanismo economico che vediamo su più svariati fronti, nella concentrazione del capitale multinazionale per reggere la competizione globale, nella polarizzazione degli istituti di formazione e ricerca, e nell’investimento nelle grandi opere inutili, riesce oggi così a segnare un altro punto a suo favore.

In Italia questo significa prima di tutto una cosa ben chiara: fornire un ulteriore adeguamento normativo alla spaccatura in due della penisola. Il Movimento 5 stelle, dopo aver raccattato tanti voti al Sud caricandosi sulle spalle le speranze di una popolazione stremata da tassi di disoccupazione altissimi, dispersione scolastica, assenza di servizi basilari, in cui l’unica prospettiva per le nuove generazioni è spesso rappresentata dalla malavita organizzata e dalla piccola delinquenza, sottoscrive regole che mettono il sigillo sul possibile sviluppo di quei territori, chiedendo ai suoi abitanti di abbandonarli definitivamente. L’emigrazione di massa, che fa di una grande città come Reggio Calabria uno dei posti con il maggior tasso di emigrazione giovanile in Europa, viene favorita e sponsorizzata a suon di miliardi. Non troppi, quel tanto che basta per mettere la carota davanti al naso e minacciare il bastone.

Un reale Reddito minimo garantito sarebbe una misura di buon senso oltre che di giustizia sociale, agli occhi di un governo capace di intestarsi gli interessi generali della popolazione e il suo futuro. Ma nel contesto dell’attuale scenario economico con compiti storicamente determinati per i paesi e i loro amministratori, questa prospettiva non sarebbe possibile in un quadro di compatibilità con l’imprenditoria stracciona italiana, con le sue poche grandi aziende e con la classe dirigente europea. Servirebbe una forza politica capace di accettare tutte le conseguenze implicite nella necessità di intestarsi una politica dal segno di classe e di porsi in rottura con gli equilibri sempre più tossici entro cui stanno restringendo le possibilità di azione della grande maggioranza della popolazione. Se la Lega non si è mai offerta come colei che poteva incarnare questo ruolo, il Movimento 5 stelle conferma ancora una volta di aver venduto fumo, e a caro prezzo. Una misura economica che rischiava di essere interessante e porsi come strumento utile ai lavoratori non solo per i propri portafogli ma anche e forse soprattutto come strumento adeguato per aumentare la propria forza contrattuale di fronte a un mercato del lavoro sempre più asfissiante, è stata quindi ribaltata nel suo esatto contrario, e la ricattabilità cui espone i lavoratori li pone un ulteriore gradino più in basso nella scala sociale. Siamo di fronte a un nuovo strumento di controllo che sottrae ulteriore ossigeno al possibile conflitto di classe dal basso. Lo sa bene Salvini, che giustamente ieri sorrideva a favore di telecamera, cosciente di aver portato a casa un ulteriore tassello utile a comporre quel disegno repressivo che si snoda tra daspo per i poveri e per i soggetti marginalizzati, forte penalizzazione di normali comportamenti del conflitto sociale quali i picchetti nei magazzini o i blocchi stradali, punizioni per chi pretende di dormire al caldo sotto un tetto, promozione di misure che spostano indietro i diritti civili che pur parzialmente erano stati conquistati in passato, misure a cui oggi pare aggiungersi il rischio fino a 6 anni di carcere per chi continuasse ad arabattarsi con qualche lavoretto in nero (con una mirabolante inversione di causa ed effetto per cui le colpe del padrone e dell’attuale struttura sociale vengono addossate al lavoratore). Il rischio che l’onda dei gilet gialli ci contagi anche al di qua delle Alpi va sventato a ogni costo.

Soprattutto, la Lega non era il principale partito italiano contrario all’immigrazione? Non erano i sostenitori del principio “padroni a casa nostra”? Mentre una famiglia di cittadini stranieri residente sul territorio italiano da meno di dieci anni si vedrà addirittura esclusa dall’elargizione del reddito, ponendo così le basi materiali per una frammentazione ulteriore del mondo del lavoro (questa volta in seno alla componente migrante tanto dileggiata ma allo stesso tempo tanto temuta dal padronato del nord per la sua disponibilità al mettersi a capo delle lotte), oggi gli odiati terroni e le famiglie più povere (nuclei a cui spesso appartengono cittadini extracomunitari) riceveranno direttamente a casa la lettera di proscrizione che li chiamerà a emigrare nelle ricche città padane per servire a salari da fame coloro che evidentemente confermano di non averne mai schifato troppo la presenza. Così il ricatto che dalla Bossi Fini in poi pende sulla testa dei migranti si estende oggi a ulteriori segmenti della popolazione. D’altronde si sa, chi disprezza compra, ma la possibilità di una convergenza ulteriore nella ricomposizione sociale è un dato strutturale sebbene non produca ancora una ricaduta sogettiva.

Amnistia per i reati politici e sociali

Cesare Battisti è tornato in Italia. Dopo più di 30 anni dalla fine di una guerra non dichiarata ma combattuta dallo Stato e i padroni contro le organizzazioni del movimento operaio e della sinistra di classe, il più famoso latitante di uno dei gruppi armati attivi in quegli anni è stato arrestato. Lo abbiamo visto scendere dall’aereo di ritorno dalla Bolivia, dopo una inspiegabile estradizione lampo, come un trofeo di guerra. Di trofeo di guerra infatti si tratta. Negli anni settanta e ottanta infatti in questo paese si è combattuta una guerra a bassa intensità, dichiarata dallo stato alla sinistra e iniziata con la strage di piazza Fontana, proseguita con le altre di stragi senza colpevoli e combattuta senza esclusione di colpi con omicidi, tortura, carcere preventivo. È una guerra però finita, vinta dallo Stato e, come ha ricordato non un “comunista intransigente” ma l‘ex capo di stato Francesco Cossiga, quella “guerra sporca” deve ritenersi finita e una volta che le guerre sono finite i “PRIGIONIERI DEVONO TORNARE A CASA”

Le istituzioni di questo paese invece, con la complicità di tutte le forze politiche dell’arco parlamentare e di buona parte della società civile e culturale, vogliono oggi seppellire Battisti in carcere, con l’obiettivo di cancellare il tentativo di assalto al cielo di quegli anni. Per noi invece prendere parola sulla vicenda di Cesare Battisti, uomo per il quale non nutriamo particolari simpatie, significa ancora una volta chiedere l’amnistia per tutti i prigionieri di una stagione terminata, ma anche aprire oggi un dibattito sulla necessità dell’amnistia per tutti i reati legati alle lotte sociali. In un periodo dove la repressione e la repressione preventiva si fanno più dure, diviene necessario non consegnare la vicenda Battisti ai suoi carcereri. Costringere il paese a fare i conti con la propria storia significa difendere l’agibilità politica di tutti gli attivisti politici e sociali impegnati nella costruzione di una alternativa sociale e politica.

Noi Restiamo

IL TERREMOTO ALLA NORMALE DI PISA E LE RESPONSABILITA’ CHE PONE ALLE ORGANIZZAZIONI STUDENTESCHE

È di pochi giorni fa la notizia delle dimissioni del direttore dell’Università Normale di Pisa, Vincenzo Barone, dopo un’ultima lettera inviata dagli studenti, docenti, ricercatori, assegnisti e personale tecnico amministrativo che gli chiedevano di lasciare la carica che aveva dal 2016, con il plauso dell’amministrazione leghista della città. Nei 208 anni di vita della Normale, nessun direttore si è mai dimesso prima della fine del mandato. Un pesante segnale dei tempi che stiamo vivendo, caratterizzati da una instabilità politica conclamata delle classi dirigenti di ieri ma dalla contemporanea assenza di una prospettiva di forza capace di segnare un percorso da seguire, a tutto vantaggio degli sciacalli più reazionari.

 

Il motivo che ha spinto studenti e lavoratori della Normale a chiedere le dimissioni di Barone, è stata la gestione antidemocratica e autoritaria delle decisioni da prendere sul futuro della Normale e in particolare su una. L’idea di Barone era di creare una sede della Normale nel Sud Italia, usando gli spazi della Federico II di Napoli, progetto già approvato dal precedente governo ed addirittura dal presidente Mattarella. La vittoria di docenti e studenti sembra però apparente. L’università per come l’aveva pensata Barone non si farà e non sarà sotto la regia della Normale che rimarrà l’unica in Italia con questo nome, ma una scuola di eccellenza a Napoli sarà sicuramente realizzata dato che nella Legge di Bilancio fresca di emanazione sono già stati stanziati 50 milioni di euro per questo progetto.

 

Contro Barone si schierano anche il sindaco leghista di Pisa Conti e il parlamentare Ziello sostenendo l’importanza mantenere la Normale solo a Pisa senza svuotare il territorio toscano da questa prestigiosa istituzione. Al di là di queste posizioni sterili e campaniliste occorre capire gli indirizzi politici sul mondo della formazione che vengono esplicitati in questa vicenda.

 

Come diciamo da molto tempo, l’università in Italia versa in una condizione tragica: finanziamenti pubblici assolutamente insufficienti e aumento delle quote su base premiale, riduzione delle borse di studio, aumento del peso delle aziende private che condizionano la ricerca sottoponendola ai loro interessi, un’intera macchina pubblica asservita alle logiche di mercato, come previsto dai vincolanti piani europei per la formazione e la ricerca. Gli effetti di questa situazione sono una maggiore polarizzazione fra pochi atenei di serie A, di alta formazione, con tasse progressivamente più alte, riservati a pochi e tanti atenei di serie B, università parcheggio con i pochissimi finanziamenti che penalizzano sia la didattica sia la ricerca, una tenaglia che porta a sfornare tanti futuri disoccupati.

 

Il progetto di Barone, approvato anche dal ministro Bussetti e dal governo giallo-verde, conferma questa tendenza, come già aveva fatto la rediviva proposta leghista di annullare il valore legale del titolo di studio. Invece di stanziare una quota maggiore di finanziamenti per l’alta ricerca equamente distribuiti fra gli atenei e soprattutto fra quelli più in crisi come quelli del Sud Italia, con la Legge di Stabilità il “governo del cambiamento” preferisce usare 50 milioni per creare una scuola d’eccellenza negli spazi della Federico II, ateneo in gravi difficoltà se si pensa al problema enorme delle borse di studio che addirittura non vengono erogate per anni. Senza considerare che nell’attuale legge di bilancio si parla di 10 milioni di aumento dell’Fondo di finanziamento ordinario, quindi una cifra irrisoria, e di 40 per i Cnr e gli enti di ricerca vigilati dal Miur che però saranno bloccati almeno fino a luglio per contribuire al risparmio di 2 miliardi richiesto dalla Commissione Europea per approvare la manovra. Questa quota di accantonamento ha tutto il sapore di futuri tagli. Anche questo governo come quelli che l’hanno preceduto continua a portare avanti il disegno politico sul mondo della formazione voluto dall’Unione Europea, che va avanti dall’inizio degli anni ’90, volto a smantellare l’università pubblica rendendola sempre più un’università-azienda supina alle logiche del mercato e per pochi eletti.

 

Occorre attrezzarsi per invertire la rotta di questo progetto antiegalitario a cui è sottoposta l’università nel nostro paese. Occorre mettere davvero in discussione i vincoli imposti dall’Unione Europea per portare avanti politiche di spesa sociale che possano assicurare a tutti i propri diritti come quello dell’istruzione.

 

L’enorme peso politico contenuto nelle dimissioni di Barone, pone altrettanto grandi responsabilità alle organizzazioni studentesche che condividono la necessità di un cambiamento radicale di rotta rispetto alle brutte acque in cui versa il sistema nazionale della formazione e della ricerca. Il risultato mediatico ottenuto dalla notizia apre una finestra di possibilità che va colta, si può oggi passare dal generico seppur giusto richiamo di una più equa distribuzione dei fondi alla pretesa che si mettano in discussione fino all’ultimo centesimo i numeri previsti in finanziaria per le varie voci qui sopra indicate. Al contrario, si pagherebbe il conto scavandosi la fossa della propria inutilità, facendo da stampella alle logiche dell’eccellenza che comunque si vedono confermate nel mantenimento del progetto della Scuola del Meridione sebbene il brand della Normale si possa considerare salvo, come piace a leghisti e consimili che ben sanno che oggi l’Italia è sotto la trazione della centralizzazione europea in cui il Nord produttivo sta provando a giocarsi la sua partita.

 

Lottare è possibile, indipendenti dal gioco delle parti di forze sociali e politiche che rappresentano due facce della stessa medaglia.

 

LA PALAZZINA ALDO MORO: UNIVERSITÀ O CENTRO COMMERCIALE?

A Torino in questi ultimi mesi è stata costruita in gran fretta e non ancora ultimata la Palazzina Aldo Moro in uno spazio fra via Verdi e via Sant’Ottavio per ampliare il polo universitario di scienze umanistiche Palazzo Nuovo. I primi spazi ad aprire della Palazzina universitaria sono stati il Burger King e il Mc Donald’s. 
Cosa centrano queste due multinazionali con l’università? Cosa ci fanno negli spazi di Unito?

Un po’ di chiarezza.
La Palazzina Aldo Moro è di proprietà di UniTo che però non avendo abbastanza fondi per realizzarla ha deciso di affidare il progetto ad un’azienda privata, la U.S.P University Service Project già dal 2009 che la gestirà per i prossimi 29 anni. Il costo totale della costruzione è di 50 milioni di euro di cui UniTo, per usufruire delle strutture, dovrà pagare 1.5 milioni per 29 anni, ad oggi ha già pagato 7 milioni. Dei 18mila mq totali che occupano i 3 lotti della palazzina più di 5mila sono interamente dedicati a spazi ad uso commerciale, ci sono poi 600 posti auto di cui molti box privati e meno di 10000 mq verranno dedicati ad aule per gli studenti e uffici universitari.

Questo è un esempio lampante di una tendenza che vediamo da anni all’interno delle nostre università: le aziende private sono sempre più presenti all’interno dell’amministrazione delle università determinando pesantemente il loro sviluppo e lucrandoci ovviamente sopra. Nel caso particolare della Palazzina Aldo Moro UniTo potrà sì usufruire di nuove aule per gli studenti e uffici ma ad un caro prezzo: da un lato concedendo gran parte della sua proprietà a spazi commerciali come il Burger King e il McDonald’s che ad oggi sono già aperti per la clientela, dall’altro pagando la società privata a cui viene affidata la gestione del complesso. Questa commistione fra istituzioni pubbliche e imprese private è una tendenza ormai diffusissima nel nostro paese che va nella direzione di favorire il profitto privato a spese del pubblico e di privatizzare i pochi settori che sono ancora del tutto statali. Il Project financing che è un’operazione di finanziamento tipica in Italia e in altri paesi europei, la stessa con cui viene costruita e gestita la Palazzina Aldo Moro ha proprio l’obiettivo di creare un’integrazione sempre più forte fra pubblico e privato permettendo che le aziende private coinvolte, con i loro finanziamenti, traggano profitto e sempre maggiore influenza sugli enti pubblici devastati ormai da decenni di austerità e vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea.  È anche interessante notare che il Project financing non esclude la possibilità che la proprietà pubblica possa essere svenduta totalmente all’ente privato che la gestisce.

La tendenza alla privatizzazione dell’università è palese.
Dopo i drastici tagli al fondo statale di finanziamento all’istruzione soprattutto a seguito della riforma Gelmini, le università italiane hanno dovuto cercare di accaparrarsi, in una competizione sempre più sfrenata, i fondi in qualche altro modo ossia chiedendo sussidi alle aziende e alle fondazioni private. Ma scordiamoci pure che i privati diano soldi all’università senza avere nulla in cambio. I finanziamenti che elargiscono gli permettono di essere una presenza sempre più determinante dei Consigli di Amministrazione condizionando i progetti di ricerca, l’attivazione di nuovi corsi e dottorati e addirittura di aprire negozi da cui trarre un bel po’ di guadagno nei locali universitari. Vi immaginate il bacino di consumatori che può trarre un Mcdonald’s o un Burger King in una zona universitaria e di passaggio così strategica come quella di via Sant’Ottavio? L’ingresso dei privati in università non è un progetto che fa il favore degli studenti già dissanguati dalle tasse sempre più alte che escludono le fasce più povere della popolazione dall’istruzione universitaria e dalle scarse borse di studio. La direzione in cui sta andando la nostra università sta solo dalla parte delle grandi multinazionali e delle imprese che lucrano sugli studenti visti come consumatori e prodotti a cui spillare soldi. Mentre a Palazzo Nuovo siamo costretti a mangiare per terra, non c’è una lunchroom o un luogo adatto per il relax e la socialità fra una lezione e l’altra, proprio davanti, negli spazi universitari viene aperto un fastfood. Mentre Palazzo Nuovo ha piani inagibili da anni a causa dei lunghissimi lavori per la bonifica dell’amianto e siamo costretti a fare lezione per terra perché non ci sono abbastanza aule, in meno di un anno vengono costruiti due grossi negozi in spazi che sono degli studenti.
Al di là della retorica smart con cui viene proposto il progetto di “campus urbano”, in odore di gentrificazione, con la copertura dei tetti a giardino, le corti interne e l’architettura il più possibile simile allo stile della Mole e dei palazzi del centro di Torino vediamo la vera natura di un progetto che fa solo gli interessi delle aziende private e va contro gli stessi interessi degli studenti.

Non vogliamo stare fermi a guardare quando al posto di avere aule studio aperte fino a tardi vengono svenduti enormi spazi per negozi. Mentre al posto di dare le aule agli studenti per fare iniziative culturali e creare spazi di dibattito (al contrario della censura sempre più forte), al Burger King viene permesso di aprire uno spazio da 120 posti. Non permetteremo che la nostra università venga trasformata in un centro commerciale e gli studenti in semplici prodotti su cui lucrare.

Occorre creare una campagna di critica e protesta contro questa tendenza in atto nell’università palesata nella Palazzina Aldo Moro.

Occorre fermare l’ennesima entrata dei privati dentro spazi che devono essere degli e per gli studenti.

FERMIAMO LA SVENDITA DELL’UNIVERSITÀ E I PROFITTI DEI PRIVATI SUGLI STUDENTI!