NON CHIAMATELA EMERGENZA

NON CHIAMATELA EMERGENZA.
La responsabilità contro il virus e la responsabilità del nostro ruolo.

I DPCM passano, i problemi restano. Dopo giorni di riunioni e spasmodica attesa, quella che è emersa dall’ennesima conferenza stampa del Premier Conte è una verità tanto semplice quanto terrificante nelle sue implicazioni: non esiste nessuna strategia per contrastare la seconda ondata che si sta già abbattendo sul paese. Una seconda ondata ampiamente prevista da tutte le analisi, ma per la quale, nei mesi di “tregua” estiva, nulla è stato predisposto.

Esiste un detto, diffuso in campo militare, secondo cui un cattivo piano è meglio di nessun piano. Intendiamoci, quando si ha a che fare con una pandemia che imperversa da ormai quasi un anno sarebbe legittimo aspettarsi qualcosa di meglio di un cattivo piano, ma anche questo sembra essere ormai al difuori delle capacità di una classe politica totalmente in panne.

E così ci ritroviamo a questo punto: davanti a più di 20.000 contagi al giorno, con la capacità degli ospedali e terapie intensive che in molti casi è vicina alla saturazione, l’unica cosa che si è decisa è stata di non decidere nulla. E infatti i DPCM che vanno accumulandosi sono sostanzialmente un gigantesco elenco di mezze misure e deleghe: i sindaci (anzi no, i prefetti, o chissà chi altro) potranno disporre coprifuoco locali; le scuole superiori potranno spalmare la didattica su un maggior numero di ore; le autorità locali potranno rimodulare il trasporto pubblico e via delegando, il tutto senza assegnare le risorse adeguate. Insomma, più si invoca l’unità nazionale più sul piano operativo si rifiuta sistematicamente quella che è l’esigenza fondamentale di ogni emergenza: la presenza di un’autorità centrale in grado di prendere decisioni chiare, definitive e di assumersene la relativa responsabilità. Di fronte al possibile (e a questo punto probabile) collasso di settori fondamentali la risposta del governo è una e una sola: arrangiatevi.

Colti alla sprovvista da uno scaricabarile di tali dimensioni, i paladini dell’autonomia differenziata, i governatorissimi che tanto hanno detto e fatto per ottenere maggiori poteri, si fanno piccoli piccoli, in preda al panico cercano qualche scappatoia, qualcun altro a cui scaricare la responsabilità di una crisi che hanno prima ignorato, poi sottovalutato e che infine presenta il conto, salatissimo. Non è difficile constatare il diffondersi tra amministratori locali e responsabili di strutture pubbliche di rimostranze sui mezzi che non ci sono, sui dipendenti che mancano e sulle mille carenze (già gravissime prima della pandemia) di sistemi pubblici che molto spesso quegli stessi dirigenti hanno contribuito a smantellare, mentre ingrassavano le tasche dei privati con concessioni e svendite per rientrare nei vincoli di bilancio e tetti di spesa.

Così si arriva al nodo di fondo della questione, accuratamente evitato in tutti questi mesi di dibattito sulle misure: se vuoi agire efficacemente, devi non soltanto avere un piano, ma anche le risorse per metterlo in pratica. In questo senso, le attuali dichiarazioni di Conte conferenza stampa dopo conferenza stampa si fanno ben più chiare e lapidarie delle fasi precedenti. Quando si parla delle misure introdotte per aiutare i lavoratori e le fasce più deboli della popolazione, infatti, la risposta è di una sincerità disarmante: i soldi stanno finendo, non possiamo più permetterci aiuti a pioggia. Questa convinzione di poter sostenere la necessità di cambiare strategia rispetto i mesi precedenti suona tuttavia come beffa dopo il danno poiché i sostegni elargiti sono in gran parte fluiti nelle tasche delle grandi imprese, mentre c’è chi ancora aspetta la cassintegrazione, per non parlare della miseria dei bonus e dell’assenza di politiche concrete per i giovani… Come già era successo immediatamente dopo gli episodi di esproprio al supermercato durante il lockdown, soltanto facendo irrompere nel dibattito politico le rivendicazioni sociali il Governo ha dovuto elargire rapidamente i bonus spesa, oggi come ieri è solo grazie ai fatti di Napoli che stanno venendo rimesse all’ordine del giorno le tutele sociali (sotto il palliativo di “Ristori”).

La nostra generazione di lavoratori poveri, perennemente in affitto, è stata abbandonata a sé stessa. Abbiamo continuato a pagare affitti astronomici nelle città dove studiamo e lavoriamo, mentre le università continuavano a chiederci di pagare le tasse e venivamo sbattuti fuori dagli studentati, i nostri contratti precari andavano in scadenza senza rinnovo e un intero sistema mediatico si accaniva contro di noi additandoci come untori. Intanto, di fronte al crollo delle certezze anche più precarie continua a palesarsi la fragilità di una generazione cresciuta a testa bassa sotto la pressione di ritmi di vita frenetici e riempiti di aspettative che la realtà frantuma brutalmente giorno dopo giorno.

Con un intero modello di sviluppo al collasso e l’onda montante della crisi economica che già si sta abbattendo sul paese, il Governo cerca espedienti per tirare avanti, di settimana in settimana, confidando nel sostegno dell’Unione Europea cullandosi nelle stesse vergognose bugie che per decenni sono state propinate agli elettori, prima tra tutte l’esistenza di una qualche “comunità solidale” che in realtà offre solo aiuti con vincoli stringenti.

Si evidenzia così in modo catastrofico l’incapacità di trovare soluzioni che mirino realmente al benessere collettivo. Non bastano i discrediti della Gabanelli di turno per nascondere invece i risultati di quei paesi che seguendo una prospettiva opposta hanno saputo sviluppare strategie in grado di contenere il contagio, ottenendo inoltre l’effetto di non deprimere l’economia. Il caso della Cina è lampante: primo paese ad avere a che fare con il virus, grazie alla pianificazione è riuscita a mettere in piedi un sistema di tracciamento dei contagi e circoscrizione dei focolai che ha permesso di interrompere la diffusione delle infezioni su base locale.

Per fare un esempio, per sopprimere un focolaio di sei casi nella città portuale di Qingdao, si è proceduto a testare tutti gli 11 milioni di abitanti della zona nel giro di pochi giorni, individuando casi che erano sfuggiti al tracciamento e stroncando così il contagio sul nascere. Risultato? Ad oggi, secondo le stime, la repubblica popolare sarà l’unico paese al mondo a chiudere il 2020 con una crescita del PIL, mentre il numero delle trasmissioni locali del virus è praticamente zero.
 
Al contrario, laddove la logica dominate di governance è la competizione, non solo si è incapaci di procedere alle necessarie chiusure ma ci si ritrova anche senza strumenti adeguati per fare fronte alla situazione, così il contagio dilaga, travolgendo nella sua corsa anche il PIL che tanto si cercava di salvaguardare. Queste semplici considerazioni erano già ben chiare a febbraio, ritrovarsi a fine ottobre nelle stesse condizioni dimostra l’incapacità e la miopia della classe dirigente, italiana ed europea, di reggere il peso delle contraddizioni generate dal modello sociale perseguito.

La prima cosa da fare è decostruire la narrazione tossica dell’emergenza, dopo più di otto mesi l’irriformabilità di questo sistema di potere criminale è innegabile e bisogna dunque affermare con forza la necessità di un cambio di paradigma e assumersi la responsabilità della rottura, siamo divisivi perché non crediamo alla menzogna del destino comune – il classico appello alla responsabilità perché in fondo siamo tutti sulla stessa barca – tra chi non arriva a fine mese e chi continua ad arricchirsi nonostante la pandemia. 

Occorre dotarsi di una lettura costantemente all’altezza dei processi in corso permettendo così un’adeguata iniziativa di lotta sui nodi di fondo del nostro tempo, respingere il ricatto del debito, pretendere la tutela alla salute e dei pieni diritti, su questo punto sarà necessario costruire alleanze politiche e sociali sui temi principali di questa fase, primi fra tutti salute e reddito. La responsabilità di fronte all’aumento dei contagi non ci deve relegare alla completa dimensione virtuale.

Dobbiamo essere coscienti che gli stravolgimenti in atto sono un punto di non ritorno sotto diversi punti di vista e che, a prescindere da quanto la pandemia continuerà a durare, il dopo non sarà come il prima. Pensiamo ad esempio alla digitalizzazione di interi settori della società e le ricadute in termini occupazionali.

Il sostanziale immobilismo finora dimostratosi, nonostante isolati episodi in controtendenza, conferma che non esistono scorciatoie praticabili, non sarà una forzatura soggettiva a cambiare le carte in tavola ma, come sempre, a fare la differenza resta il percorso che ci diamo per raggiungere l’obiettivo

IN SAPIENZA VOTANO POCHISSIMI: MA PERCHÉ?

Negli scorsi giorni alla Sapienza si sono svolte le elezioni per le assemblee di facoltà, il consiglio d’amministrazione ed il senato accademico.


Come negli scorsi anni, l’affluenza al voto è drasticamente bassa; nonostante i dati rivelino un aumento del numero di votanti, con un passaggio dal 20% a quasi il 30% (probabilmente dovuto alla modalità online), la maggior parte degli studenti non ha preso parte all’elezione dei suoi rappresentanti.
Il motivo della scarsa partecipazione che si è registrata anche quest’anno non è da associare al disinteresse degli studenti rispetto alle questioni legate al mondo dell’Università, quanto piuttosto al fatto che quest’ultima non offre più uno spazio di dibattito politico degno di questo nome.
Per questo motivo, poi, le elezioni, così come le rappresentanze elette, vengono percepite come inutili da molti studenti. La Sapienza non favorisce l’apertura di spazi di confronto, anzi cerca di sopprimerli, chiudendo le aulette autogestite dagli studenti, un tempo presenti in quasi tutte le facoltà, e impedendo addirittura il semplice volantinaggio all’interno della città universitaria (venerdì scorso ad esempio un ragazzo che volantinava iniziative studentesche è stato preso dalla sicurezza e buttato fuori dal suo stesso ateneo per questo).

Anche a causa di ciò, il ruolo che si sono ritagliate le principali associazioni studentesche, come ad esempio Sapienza In Movimento, non ha NULLA di politico. Si vince candidando gente a caso che nemmeno sa cosa sta firmando, si fa a gara a chi porta più amici, ci si spartiscono soldi e clientele una volta eletti e acquisito il potere di assegnare fondi per eventi e iniziative dentro l’università. Sembra inoltre che il ruolo delle rappresentanze sia diventato quello di sostituirsi alle segreterie lì dove l’ateneo fallisce: ad esempio, prendendosi l’incarico di informare gli studenti sulle complicate procedure burocratiche a cui si devono sottoporre, aiutando a utilizzare le varie piattaforme online o a fare richiesta per una borsa di studio. Questo ruolo, che dovrebbe assumersi la Sapienza stessa ma non ne è in grado o non gli interessa, ribadiamo, non ha NULLA di politico: politica significa discutere delle priorità dell’università (quanto conta per la Sapienza la socialità degli studenti? È davvero pensabile la didattica a distanza in sostituzione completa di quella in presenza? Vanno messi prima gli interessi dei privati che investono nell’università o quelli degli studenti che vi studiano?) quindi dell’assegnazione dei fondi (stanziarne un tot per attrezzare aule studio oppure per installare telecamere di sorveglianza?) e del ruolo dell’Università nella società (è accettabile che la Sapienza collabori con l’industria bellica e con aziende responsabili del disastro ambientale? Il problema del caroaffitti e degli studenti-lavoratori al nero è anche un problema dell’ateneo? È giusto che siano in gran parte gli studenti a finanziare l’Università pagando la retta, o se ne dovrebbe occupare lo Stato?).

Tali questioni richiedono di essere affrontate all’interno di un dibattito politico tra gli studenti stessi, non possono continuare ad essere nascoste sotto il tappeto mentre si rivendicano concessioni temporanee che risolvono poco o nulla, come ad esempio il posticipo, rivendicato dalle rappresentanze, della terza rata dell’anno scorso, che gli studenti però hanno dovuto comunque pagare nonostante la situazione di crisi senza precedenti.

La necessità di questi spazi di discussione si sente ancora di più in questo momento di emergenza sanitaria, in cui la Sapienza (ma anche il governo) non è stata in grado di garantire equamente a tutti gli studenti il diritto allo studio. Di problemi derivanti dal disinvestimento nel mondo della formazione e da una concezione profondamente sbagliata dello stesso ne emergono ogni giorno, sono insiti nella quotidianità di ogni studente, ma, nonostante ciò, non c’è ombra di apertura verso un confronto reale a riguardo, né di voglia da parte delle principali associazioni studentesche di entrare in conflitto con chi quei problemi li causa (dai piani alti della Sapienza fino al Ministero).

La competizione elettorale all’interno della nostra università riveste oramai solamente un ruolo di facciata, essendo venuti a mancare con la scomparsa dei collettivi e degli spazi di aggregazione e di confronto i presupposti reali per un suo funzionamento, tant’è vero che in molti non sono nemmeno a conoscenza dei candidati e di quelle che sono le loro proposte, e non sanno chi scegliere tra liste che appaiono tutte uguali.

È necessario, ora più che mai, ricostruire spazi di confronto e di politica tra gli studenti all’interno della Sapienza, e solo allora potranno assumere un senso elezioni e rappresentanze. Ma bisogna partire dal basso, dalle aule dove studiamo, dai canali, dai luoghi (fisici e virtuali) che vivono gli studenti, e non dalle istituzioni.

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LO STUDENT HOTEL É UNO SCHIAFFO IN FACCIA ALLA NOSTRA GENERAZIONE.

CONTRO PRIVATI E SPECULAZIONE, PRETENDIAMO LA REQUISIZIONE!

Oggi si inaugura a Bologna la residenza privata di The Student Hotel. Una multinazionale che costruisce hotel di lusso in tutta Europa, con proprietà già presenti a Firenze e un cantiere a Torino, le cui stanze sono affittate a costi esorbitanti, al di sopra anche dal prezzo di mercato: Le spese richieste vanno da un minimo di 500 euro per una stanza doppia ai 700 (sempre al minimo) per una stanza singola. 

Il 1° ottobre, giorno della prevista apertura poi rinviata per ritardi nei lavori, si è vista a Bologna una prima contestazione. Una mobilitazione in difesa del diritto allo studio che ha incarnato nello Student Hotel il simbolo del privilegio insito nell’attuale modello di formazione universitaria: l’esclusione forzata di sempre maggiori fasce sociali meno abbienti dall’accesso all’alta formazione attraverso il caro affitto, l’assenza di residenze pubbliche e welfare studentesco, tasse e numeri chiusi. Un processo che sostiene il finanziamento di studentati di lusso e di scuole di eccellenza al servizio delle grandi imprese private, dei gruppi bancari e dei gruppi assicurativi, come – sempre parlando del capoluogo emiliano romagnolo – la celebre Bologna Business School, una vera e propria scuola per l’elité dirigente della nostra società.

Quest’inaugurazione avviene però in una fase storica particolare: la diffusione del Covid-19 ha infatti reso palesi tutte le contraddizioni e i limiti del modello di sviluppo dominante; guardando alle nostre latitudini vediamo l’assenza di volontà politica del Governo Conte di intervenire strutturalmente per risolvere problemi endemici della nostra società, preferendo piccole azioni mirate a disinnescare il malcontento e le possibili tensioni sociali. Tra queste problematiche c’è sicuramente la questione abitativa che, per gli studenti che vivono condizioni lavorative sempre più precarie, significa dover scegliere tra costi altissimi delle stanze o la didattica a distanza, nella totale assenza di finanziamenti pubblici per residenze studentesche e di politiche di calmieraggio dei prezzi degli affitti. 

Siamo quella generazione che vive sulla propria pelle questo tipo di speculazione di cui lo Student Hotel è solo la punta dell’iceberg. Siamo costretti a vivere in città con un costo della vita sempre più alto, dovendo migrare in cerca dell’ateneo migliore nel ranking o per trovare finalmente un’occasione di lavoro. Se le città, però, spesso rappresentano una fuga dalla desolazione in cui sono costrette le provincie, la realtà che troviamo è ben diversa. All’eccellenza dell’ateneo corrisponde una ricerca febbrile della stanza meno costosa per studenti borsisti e non. Con qualifica o senza, ci imbatteremo sempre in lavori precari, sottopagati e senza una prospettiva di miglioramento dignitosa. Molti di noi non riescono a far fronte a questa situazione, e l’assenza di residenze e di edilizia pubblica pesa come un macigno. Siamo la Rent Generation, viviamo destreggiandoci fra un lavoretto e l’altro rischiando sempre di precipitare nei numeri nelle statistiche dei NEET.

Il Covid, e le ricadute economiche e sociali scaturite hanno inasprito la situazione al punto tale che il governo Conte è stato costretto a imporre il blocco degli sfratti fino 31 dicembre.

Una misura tampone che rimette al centro la necessità di affrontare alla radice il problema abitativo con soluzioni strutturali, che rompano immediatamente con il processo di privatizzazione dei diritti sociali che negli ultimi trent’anni è stato portato avanti sia dai governi di centrosinistra che di destra con la complicità dei sindacati concertativi.

Ci riferiamo, ad esempio, alle liberalizzazioni del mercato immobiliare prodotte dalla legge 431 del 1998, che ha permesso l’inizio della concentrazione delle proprietà immobiliari e la svendita del patrimonio pubblico edilizio. Lasciando la regolazione del settore immobiliare alla sola iniziativa privata che si esprimeva nel mercato, si sono così prodotti due effetti opposti ma complementari: la tendenza alla concentrazione delle proprietà immobiliari nelle mani di speculatori finanziari e non, agenzie immobiliari e gruppi di interesse; dall’altro lato, secondo la logica propria della massima ricerca del profitto, il numero degli immobili sfitti aumentava considerevolmente. Questo perché avere un immobile e lasciarlo sfitto può essere meno costoso che investirci, in quanto i profitti verrebbero a realizzarsi dopo diversi anni dall’entrata in funzione dell’attività. Così facendo, lo sfitto ha aiutato a far diminuire l’offerta mentre i cambiamenti che avvenivano nel lavoro e nell’università spingevano sempre più in alto la domanda. Il prezzo è conseguentemente scoppiato, arrivando ad un punto che i giovani e le fasce a basso reddito vengono sempre più ghettizzati e marginalizzati nelle periferie delle città. 

Queste scelte politiche sono state confermate anche durante tutto questo periodo di emergenza, dal lockdown fino ad oggi: senza aver attuato alcun piano strutturale di edilizia pubblica, le misure messe in campo dalle regioni e dai comuni sono andate a favore proprio dei proprietari immobiliari – in modo specifico dei grandi proprietari che influenzano il mercato – utilizzando direttamente fondi pubblici per coprire la morosità degli inquilini, complicatasi a causa dell’emergenza. Così facendo, il mercato è stato “dopato” con soldi pubblici, garantendo i prezzi alti a cui siamo sempre stati abituati e quindi i profitti di chi specula su questi prezzi. 

In questo senso, molto è successo, durante la pandemia, anche a livello universitario. Dagli enti pubblici si è vista una risposta criminale verso l’emergenza, frutto di tagli strutturali alle residenze universitarie (chiuse o svendute per risparmiare sui costi), che ha messo spesso a rischio gli stessi studenti: un esempio viene da ERGO, in Emilia Romagna, che in pieno lockdown ha inviato una mail agli studenti dicendo che non poteva garantire il servizio e che scelta razionale sarebbe stata quella di prendere un treno e tornare a casa; o ancora è il caso di Torino, dove 80 borsisti appena laureati si sono visti sfrattare in piena pandemia dalle residenze EDISU. 

L’assenza di investimenti nell’edilizia pubblica e di sufficienti residenze pubbliche non è a sua volta fatto nuovo, ma è una problematica strutturale e funzionale al processo di elitarizzazione dell’università. Già prima della pandemia infatti si calcolava che solo il 3% della popolazione studentesca italiana usufruisse di uno studentato (la media europea è del 18%) e che solo uno studente su tre avente diritto trovasse posto nello studentato. Con il Covid la situazione è solo peggiorata. Se lo scorso anno erano più di 25 mila gli studenti aventi diritto che hanno dovuto rivolgersi al mercato degli affitti privati perché i posti negli studentati in Italia sono la metà rispetto al numero di studenti che ogni anno ne ha diritto, con la diminuzione dei posti letto per garantire il distanziamento si sono già contati 14 mila esclusi – dato ancora incompleto.

Eppure nessun tipo di pianificazione credibile, coerente ed omogenea sul territorio nazionale per gli investimenti pubblici è stata fatta per sistemare ed ampliare le residenze universitarie, a conferma del fallimento della legge 338/2000, che prevede il finanziamento fino al 50% di progetti finalizzati all’acquisto, ristrutturazione o costruzione di immobili da adibire a residenze universitarie e opera tramite bandi (finora ne sono stati pubblicati quattro) ai quali possono partecipare autonomamente le Regioni, gli enti regionali per il diritto allo Studio e le Università. Al contrario, spesso i bandi della 338 sono stati un incentivo agli investimenti privati che si assumono l’incarico di fornire il servizio, con prezzi spesso al di sopra della media di mercato (per rientrare nei costi e massimizzare i profitti il più velocemente possibile) e soprattutto il sistema del bando ad accesso autonomo ha acuito ancora di più le disuguaglianze territoriali, permettendo solo alle Regioni e alle Università ‘virtuose’ di accedere ai (pochi) fondi pubblici. 

La reazione del mondo universitario, dai singoli atenei fino al governo centrale nel rappresentante del Ministro Manfredi, è stata quella di continuare ostinatamente sulla linea di quel progetto che in Italia a causa dei tagli all’FFO e delle politiche di autonomia d’ateneo ha portato a una polarizzazione tra atenei di serie A e atenei di serie B: misere briciole sono state stanziate nel Dl Rilancio per l’università e sono state indirizzate solo alla modernizzazione delle tecnologie, a partire dalla didattica a distanza, che avrebbe dovuto garantire la didattica, ma che invece non ha fatto altro che accentuare la polarizzazione già esistente. Gli atenei che già si erano consolidati come poli di eccellenza hanno mantenuto le tasse senza sgravi di nessun tipo, aumentando solo di poco la notax area, nonostante l’assenza di servizi durante il lockdown; gli atenei cosiddetti di serie B, grazie anche alla tenacia delle lotte studentesche come nel caso di Catania e Palermo, per paura di una fuga di iscritti hanno sospeso la terza rata, innescando invece le proteste dei rettori delle università più virtuose perché ristabiliva l’accesso all’università un diritto sociale e non un servizio di un’azienda, accessibile a pochi privilegiati.

La situazione che gli studenti borsisti vivono negli studentati caratterizza a pieno la contraddizione di classe che si presenta nell’università: l’elitarizzazione – che negli anni ha subito un’accelerazione, spinta a forza di autonomia degli atenei di concorrenza per accaparrarsi i fondi – ha sempre maggiormente escluso dagli atenei di eccellenza, e più in generale dall’istruzione universitaria, quella fascia di popolazione che non poteva permettersi gli alti costi della formazione. Questi studenti, anche se borsisti, sono stati costretti a trasferirsi sul mercato privato della casa perché negli anni gli studentati sono stati servizi da chiudere per risparmiare sui costi. Questa situazione ha costretto molti a doversi arrangiare con lavoretti precari, ritardando le varie tappe del corso di studio, e finendo per ritrovarsi in una situazione ancora precaria per via dei criteri di merito che sono stati messi come condizione necessaria per il rinnovamento della borsa di studio. Il difficile iter che gli studenti borsisti e non sono costretti a passare è indicativo della forte esclusione di classe presente nel sistema universitario italiano, confermata dai dati sulla carenza di studentati pubblici, sul basso numero di borsisti rispetto agli iscritti totali comparandolo anche con gli altri paesi europei, sul tendenziale aumento delle tasse universitarie che si calcola del 60% negli ultimi dieci anni.

Se le scelte politiche che il governo e il ministro Manfredi hanno portato avanti con la complicità dei vari rettori ci continuano a dimostrare perfettamente che noi studenti e giovani rimasti in gravi difficoltà economica non siamo la priorità e che il diritto allo studio debba essere un ormai solo un privilegio per pochi, l’unica alternativa che abbiamo è continuare ad organizzarci per costruire la forza che ci permette di trasformare alla radice un modello di formazione che continua solo a riprodurre le stesse disuguaglianze sociali presenti nella società. Mentre sta per abbattersi la seconda ondata di covid e tantissimi studenti idonei a ricevere un posto letto nelle residenze pubbliche sono invece esclusi per mancanza di sufficienti strutture, si inaugura uno Student Hotel accessibile solo a pochissimi studenti. Questo studentato di lusso è il privato che specula sui quartieri, che appalta i servizi ad agenzie che sfruttano i lavoratori, che esclude i giovani precari e gli studenti con i suoi prezzi fuori mercato per il quartiere. 

Contro le svendite e le privatizzazioni, rivendichiamo i nostri diritti, pretendiamo la requisizione immediata di tutti gli edifici pubblici svenduti ai privati, degli sfitti privati e la messa a disposizione dello sfitto pubblico. Solo così si può avere una reale regolamentazione del mercato immobiliare e dei prezzi, che ora sono gonfiati dall’enorme numero di immobili sfitti e dal sostegno pubblico ai proprietari. È il momento che il pubblico torni a tutelare gli interessi della collettività e non quelli di profitto dei privati, riacquistando centralità ed intervenendo nell’economia attivando l’equo canone e un tetto massimo per il canone di affitto, garantendo così un fitto tendenzialmente stabile, proporzionato al reddito e alla tipologia di immobile

ASSODELIVERY, UN’ALTRA “CONQUISTA” DELLA MARCIA DEI QUARANTAMILA

Il 16 settembre AssoDelivery, l’associazione delle maggiori piattaforme di food delivery, ha siglato un accordo con UGL Rider.

L’accordo ha scavalcato e preso in contropiede gli stessi confederali che avevano aperto un tavolo di contrattazione al Ministero del Lavoro con AssoDelivery per la discussione di un contratto collettivo nazionale, come imposto dal Decreto Rider.
La stessa AssoDelivery aveva pubblicamente riconosciuto la legittimità delle richieste sindacali, salvo poi firmare senza alcun preavviso l’accordo con UGL Rider, una sigla partorita da UGL da un giorno all’altro e misteriosamente già in grado di contare su un numero di iscritti tale da poter rivendicare la legittimità a rappresentare la categoria.

L’accordo ha eluso così sia gli effetti del Decreto Rider, che in assenza di un accordo tra le parti sociali entro il 2 novembre avrebbe fatto scattare l’applicazione di una paga minima su base oraria in linea con quella dei lavoratori della logistica sia una sentenza della Corte di Cassazione che a gennaio aveva stabilito che i rider non devono essere considerati lavoratori autonomi.

Perfino la compatibilità dei sindacati concertativi arrivava a chiedere almeno il riconoscimento della subordinazione e uno schema retributivo misto con un minimo garantito su base oraria.
Qui, invece, si stabilisce la stipula di contratti di collaborazione a tempo indeterminato, che l’azienda può sciogliere in qualsiasi momento con un preavviso di trenta giorni, e un salario minimo solo calcolato su base oraria, ma legato al tempo effettivo delle singole consegne, quindi di fatto ancora a cottimo.

Ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo che segna uno scatto in avanti della violenza padronale, oltre lo schema classico della concertazione tra Confindustria e i tre sindacati confederali.

I nuovi padroni delle grandi piattaforme digitali, che si muovono proiettati in una dimensione internazionale, hanno la forza di scavalcare le dinamiche e gli equilibri dei singoli paesi e di imporre il proprio modello di ipersfruttamento, che supera i vincoli della subordinazione contrattuale e priva quelli che sono di fatto i suoi dipendenti di qualsiasi tutela, nella totale atomizzazione e inaccessibilità a quei diritti residuali garantiti ancora dai contratti collettivi nazionali.
Deliveroo non ha infatti perso tempo, ricattando direttamente i propri fattorini senza alcuna mediazione sindacale con un messaggio in cui si obbligava a sottoscrivere il nuovo contratto di collaborazione per poter continuare a lavorare.

Davanti a tutto questo, un’istituzione come Confindustria, retaggio di logiche novecentesche ed espressione di una borghesia nazionale stracciona e parassitaria com’è la nostra, risulta uno strumento ormai obsoleto e inadeguato, e dovrà rassegnarsi a un ruolo di secondo piano, al traino di quanto si muove nella competizione internazionale.

Come, di riflesso, viene meno il ruolo storico dei confederali, che vedono crollare il proprio monopolio sulla rappresentanza. Confederali che infatti vediamo agitarsi in questo ore con velleitarie mobilitazioni con cui cercano maldestramente di rientrare nella partita e non rimanere tagliati fuori dalla spartizione della torta.

Proprio il 14 ottobre di quarant’anni fa la marcia dei presunti quarantamila crumiri della Fiat a Torino segnava in Italia l’inizio della controffensiva padronale nei confronti di tutto il movimento di classe e di tutti gli avanzamenti in termini di diritti e salario che aveva saputo conquistarsi attraverso il ciclo di lotte degli anni settanta.
Evento già di recente glorificato a mezzo stampa in occasione della morte di Arisio, leader dei quadri Fiat e promotore di quella marcia controrivoluzionaria, che non ci dispiace affatto che quest’anno non possa festeggiare quella data.

Quelli che vediamo oggi sono i risultati di quella sconfitta, della sconfitta di chi ha tradito, aprendo alla stagione della concertazione e della pace sociale, nella convinzione che la risposta ai tempi che stavano cambiando fosse aprire alla collaborazione coi padroni.
Quelle scelte le paghiamo tutte oggi, dall’abolizione dell’articolo 18 fino a quest’ultimo accordo di AssoDelivery.

Padroni e crumiri, il vostro posto è nel bidone della storia.
E’ nostro compito riscattare quel patrimonio di lotte. Solo così ci conquisteremo un futuro diverso da quello a cui ci stanno condannando.

UE E GOVERNO: INSOSTENIBILMENTE IPOCRITI. Il 9 ottobre in piazza: costruiamo il protagonismo giovanile contro l’inganno della Green economy

Ancora una volta, le piogge torrenziali degli ultimi giorni, con il corollario ormai consueto di danni, morti e sfollati ci restituiscono l’immagine nitida del collasso del nostro paese e del nostro pianeta. Un disastro che, lungi dall’essere l’imprevedibile calamità che i media di consueto dipingono ad arte, è il frutto avvelenato dell’insanabile contraddizione tra profitto e ambiente. Laddove il capitale divora sempre più ferocemente risorse umane ed ambientali per perpetuare la sua esistenza, ciò che resta ai popoli è soltanto una scia di morte e distruzione. La stessa pandemia globale, che ha già raggiunto la cifra spaventosa di un milione di morti, ci parla di questo: da una parte, virus sempre più aggressivi e mutazioni sempre più rapide causate dalla distruzione degli habitat, dall’altra sistemi sanitari al collasso, piegati da decenni di tagli indiscriminati alla spesa sociale, quella spesa che dovrebbe servire a mettere in sicurezza il territorio e le vite delle persone e che invece va a tutto vantaggio di un sistema finanziario sempre più insaziabile.

Messi di fronte alla catastrofe, i governanti si dipingono il volto di verde per continuare a speculare sulle nostre vite, ed ecco l’UE che sfodera dal cilindro la sua ultima trovata: Next Generation Europe, il famigerato “recovery fund” che dovrebbe liberarci da ogni male avviandoci ad un futuro green e smart. Qui la truffa si fa spudorata: si vuole arruolare anche il lessico tra i ranghi del nemico. Si parla genericamente di “sostenibilità”, ma ci si guarda bene dal dire che l’unica sostenibilità che hanno in mente è quella finanziaria, che significa tagli indiscriminati alla salute, all’istruzione, alla messa in sicurezza del territorio, per ripagare interessi sul debito che invece continuano a crescere e con questo fondo cresceranno ancora di più. Si ciancia di “transizione ecologica” mentre si finanziano opere faraoniche come il TAV Torino-Lione che, oltre ad essere platealmente inutile, porta alla devastazione dei territori che attraversa, per di più sottraendo risorse che sarebbero ben più utili nella messa in sicurezza del territorio e della salute. L’unico orizzonte possibile per il Governo Conte e l’Unione Europea sembra essere quello della Green Economy, un modello di sviluppo pensato per mettere in salvo il capitalismo dalle sue contraddizioni interne e costruito su un sistema di incentivi e sgravi per le imprese che scelgono di impegnarsi per la riconversione ecologica. 

Non cadremo in questo inganno: la crisi sanitaria da Covid19 ha dimostrato la superiorità dei sistemi a pianificazione pubblica e la crisi ambientale necessariamente richiede di abbandonare il terreno dei regali ai privati per immaginare un’inversione di rotta delle priorità politiche che metta al centro le esigenze della collettività. 

Con insopportabile (e ipocrita) paternalismo si vorrebbe far credere che tutto ciò sia a vantaggio dei “giovani”, di quella “next generation” che paga fin dalla nascita un prezzo altissimo in termini di prospettive di vita, di futuro. Ed ecco che gli utili idioti del potere, nella veste di sindacati filo-governativi e della loro fitta rete di sigle studentesche, si prestano laddove la repressione e l’imposizione dall’alto non arrivano: accodandosi alla fanfara dei media mainstream, spingono per l’accettazione supina di queste politiche, per soffocare sul nascere qualsiasi possibilità di un’alternativa radicale. Non si illudano: sappiamo benissimo quanto vasta e profonda sia la loro complicità con questo sistema, sappiamo benissimo quali sono le conseguenze del sistema malato al quale ora si vorrebbe dare una maschera verde, perchè sono quelle che proviamo ogni giorno sulla nostra pelle, nella nostra quotidianità fatta di disoccupazione, di distruzione dello stato sociale, di disprezzo individualista per i più deboli e di devastazione ambientale.

Noi Restiamo scenderà in piazza il 9 ottobre in occasione dello sciopero per il clima perchè la misura è colma, un cambiamento radicale è necessario qui ed ora e sarà possibile soltanto costruendo l’organizzazione degli sfruttati e il protagonismo consapevole di una generazione che ha tutto da conquistare, l’unica alleanza in grado di dare il colpo di grazia ad un modello di sviluppo tanto feroce quanto fragile fin nelle sue fondamenta. Non abbiamo più tempo, non abbiamo più pazienza, il futuro è nostro e ce lo riprendiamo pezzo per pezzo.

MILANO, VIA CORELLI. OPPORSI AL (SISTEMA DEI) CPR

Abbiamo assistito in questi giorni alle ultime fasi dell’apertura del centro di permanenza per il rimpatrio di via Corelli, da ieri a tutti gli effetti operativo. La struttura esiste da anni: fino al 2018 era un centro di accoglienza straordinario (CAS), poi chiuso per essere convertito in CPR. Il 2018 è anche l’anno di nascita deI nucleo militante e civile che si oppone e resiste all’apertura del centro, la rete NO CPR, che ha convocato due presidi per dire no a questa barbarie la scorsa settimana.

É chiaro a tutti che il Comune e il PD milanese, che da anni fingono di opporsi ai lavori in via Corelli pur proseguendoli senza interruzioni, non hanno alcuna intenzione di bloccare l’apertura del centro. La piazza di venerdì, a questo proposito, di fronte alla prefettura di corso Monforte ha avuto la forza di rigettare i giochetti di Palazzo Marino, che in settimana era riuscito a sdoppiarsi, coprendo mediatamente sia a destra con Sala, che sui giornali si era vantato dell’efficienza milanese nei rimpatri, sia a sinistra tramite una parte dei consiglieri PD, che avevano imbastito una protesta contro l’apertura del centro tanto teatrale quanto ipocrita.

Proprio in queste ore il PD al governo sta discutendo la bozza per un nuovo decreto migranti che, lungi dal superare nella sostanza l’impostazione repressiva del decreto Salvini, appare un’operazione atta a istituzionalizzare un’inclinazione ormai di lunga data in Italia al razzismo di Stato. Da anni è a tutti evidente che le misure di repressione contenute nei decreti Salvini sono l’esplicitazione delle politiche di criminalizzazione e marginalizzazione impostate già dai ministri Orlando e Minniti nel 2017. Lo stesso Minniti tra l’altro, con il decreto sulla sicurezza urbana, fu il primo a creare un forte nesso tra la questione della sicurezza e la questione migratoria. L’apertura dei CPR in tutta Italia è stata avviata dal PD, proseguita dalla Lega e completata dalla ministra Lamorgese, la quale ha pure rinnovato gli accordi criminali con la Libia già chiusi dal governo Gentiloni. Il teatrino della discontinuità sulle politiche di controllo tra Lega e PD è ormai ridicolo e si fonda esclusivamente sull’utilizzo da parte dei due soggetti di un linguaggio diverso. 

Proprio sulla base del linguaggio il PD e la sinistra milanese hanno cercato ipocritamente negli ultimi anni di intestarsi la battaglia dell’antirazzismo, imponendovi una connotazione multiculturalista e individualista deleteria, che appiattisce una questione dal fortissimo impatto sociale su un piano strettamente culturale, da agitare all’occorrenza in chiave elettorale. L’utilizzo di parole come tolleranza, solidarietà, diversità – attinte dal sistema concettuale cattolico e incentrate sulla fascinazione estetica per la differenza, quasi che il migrante non sia altro che una comparsa o un negozio esotico all’angolo di un quartiere colorato – non solo è una copertura alla totale mancanza di volontà da parte delle parti politiche di tutelare i più deboli sul piano di diritti civili e sociali, impedendo loro dunque ogni possibile concreta emancipazione, ma fa da sponda all’individualizzazione dei rapporti sociali e produttivi, e indebolisce di fronte alla società e al mondo del lavoro soggetti già ai limiti della marginalità, alimentando la logica del razzismo e della guerra tra poveri. 

La condizione di irregolarità e estrema precarietà in cui molti migranti si trovano, infatti, li priva di qualsiasi potere contrattuale e li forza per necessità a entrare nel sistema del lavoro nero, del caporalato, dello sfruttamento, per esempio nei settori dell’edilizia o dell’agricoltura. In questo modo si producono due ordini di effetti: da una parte aumentano i profitti in funzione dell’abbassamento del costo della manodopera; dall’altra si crea tra i lavoratori la competizione dovuta all’idea che la mancanza di lavoro sia imputabile agli immigrati disposti a lavorare in condizioni di sempre minore tutela – siparietto ridicolo montato ad arte da Lega e affini. La competizione tra lavoratori ostacola poi l’organizzazione delle rivendicazioni sindacali, isola i lavoratori e rende difficile rompere il meccanismo dello sfruttamento stesso.

La necessità qui e ora è quella di ribellarsi alla retorica individualista. Non possiamo batterci per la liberazione delle frontiere, per il diritto al movimento, come se i migranti che scappano, disperati, spesso abbandonando le famiglie, da paesi in guerra, affamati dalle politiche imperialistiche europee lo facessero per propria libera scelta, per cercare una vita migliore o per realizzare un sogno, come emerge dalle narrazioni più individualiste del multiculturalismo.

La libertà di movimento è un diritto per cui battersi, ma tale libertà è vera, solo se chi parte non lo fa per costrizione, per bisogno o disperazione, perché scappa dalla guerra, perché non ha lavoro, perché non ha una casa, perché non ha accesso a un’istruzione adeguata o a un sistema sanitario.

Lottare per la chiusura del CPR è fondamentale e noi saremo sempre nelle piazze a ribadirlo, ma non è sufficiente, le nostre rivendicazioni politiche devono mettere in discussione la precarietà sociale che i migranti, come tutte le fasce più deboli della popolazione si trovano ad affrontare fuori dai CPR. L’accoglienza a marchio PD mostra tutta la propria ipocrita inconsistenza quando si scontra con la realtà, come ad esempio, ci ricordiamo, è successo durante il Lockdown in via Ricciarelli, quando una donna immigrata con la figlia furono sgomberate da un massiccio dispiego di forze dell’ordine – tra i vanti degli assessori PD – solo per aver occupato a scopo abitativo, una casa abbandonata in cui passare la quarantena. Le nostre rivendicazioni devono altresì mettere in discussione il sistema di interessi che – pur nascondendosi dietro un linguaggio spesso illuminato – è il vero motore delle migrazioni forzate degli ultimi anni.

Sono i conflitti armati e la devastazione territoriale a spingere enormi masse di persone a spostarsi verso il cuore d’Europa, dalla cintura di fuoco dell’UE che dalla’Ucraina arriva alla Libia, passando per Siria e Medio Oriente; e sono gli stati europei stessi sotto la guida dell’UE che, con decenni di sfruttamento imperialista dei territori e interferenza nelle dinamiche politiche locali, si sono resi responsabili delle condizioni che costringono queste masse di persone a spostarsi.

La stessa pressione verso la migrazione, certo in condizioni migliori, viene esercitata dal polo produttivo europeo, cioè in particolare dai paesi centrali con le economie più competitive, verso i paesi della periferia europea, come la Spagna, l’Italia o la Grecia, che perdono ogni anno centinaia di migliaia di giovani costretti a migrare per cercare fortuna, schiacciati dalla precarietà, dalla sottoccupazione e dai bassi salari. Chi si muove lungo le catene del valore del Capitale europeo, lungo le direttrici che portano dal sud Italia al nord, dall’Europa mediterranea verso la Germania, segue le stesse linee di accentramento della ricchezza che muovono le masse in fuga dall’Africa; quando le persone si muovono a centinaia di migliaia non lo fanno per noia, ma perché cercano nel core europeo quello che non possono avere nei paesi della periferia, lavori che rispondano alle qualifiche ottenute, possibilità d’impiego, stipendi adeguati, soluzioni abitative sostenibili, la sicurezza sociale. 

Su questo fenomeno di spostamento forzato di studenti e giovani lavoratori, che fa convergere risorse, forze e competenze verso il centro dell’Europa sottraendole ai paesi periferici – i quali proprio a causa di questo fenomeno subiscono processi di deindustrializzazione, turistificazione e impoverimento complessivo che sia in emergenza, che in fasi di ripartenza come questa sono un fardello pesantissimo per tanti giovani in cerca di lavoro destinati al sotto-impiego e allo sfruttamento — si è costruita la narrazione del giovane intraprendente, internazionale, che passa attraverso l’Erasmus e poi va a cercare lavoro all’estero. Si tratta di una visione individualista e romantizzata, che vede l’emigrante come un’avventuriero alla ricerca di un sogno e non un precario nel bisogno; la stessa narrazione applicata al migrante in fuga dai paesi devastati dell’Africa, a cui mancherebbe solo la stessa libertà di movimento, suona ancora più distorta. 

Le strutture detentive come il CPR sono l’espressione più vicina a noi di questa violenza istituzionalizzata, che si manifesta in molteplici aspetti tanto nella detenzione quanto nella costrizione a emigrare e risulta in un incremento dello sfruttamento. L’apertura di questo come di altri centri deve essere impedita, ma il nostro impegno deve contemporaneamente organizzare forze, che costruiscano un’opposizione concreta al sistema che crea queste disuguaglianze e forza queste migrazioni, usandole per massimizzare i profitti al costo di sempre più vite rovinate. 

La nostra lotta deve essere la stessa dei migranti, per condizioni di vita migliori, qui e ora; ma questa lotta non può che partire da un’organizzazione che sappia ricomporre gli interessi sociali comuni e mettere in discussione tanto la narrazione patinata del modello di sfruttamento che ci schiaccia quanto le sue dinamiche materiali.

WORK AND CLASS

Rider, camerieri, ripetizioni, cassieri, baby-sitter: sono tantissimi gli universitari che, per matenersi, sono costretti a svolgere “lavoretti” con paghe bassissime, orari labili e senza nessun tipo di contratto o diritto sul lavoro, che spesso vanno a impattare anche pesantemente sui loro studi e sulla loro vita privata. In troppi subiscono quotidianamente lo stress e la mancanza cronica di tempo dovuti alla condizione di studente-lavoratore, ma la Sapienza non sembra considerarlo un problema degno di nota.

Eppure non si tratta un fenomeno poco diffuso: secondo Almalaurea, nel 2015 il 65% degli studenti italiani ha dichiarato di lavorare o aver lavorato durante il proprio corso di studi, e dalla nostra inchiesta sugli studenti-lavoratori della Sapienza emerge che 2 su 3 sono pagati meno di 8 euro l’ora, circa il 65% lavora al nero o ha un contratto in grigio, il 74% non ha abbastanza tempo per altre attività oltre allo studio e al lavoro e più di metà non ha il tempo nemmeno per studiare a sufficienza.

La crisi economica scoppiata con il covid-19 sta peggiorando ulteriormente le circostanze:  sempre più studenti sono costretti a lavorare, anche a causa di difficoltà economiche insorte nel proprio nucleo familiare, e i pochi lavori che si riescono a trovare stanno diventando sempre più precari e sottopagati.

A prima vista non sembrerebbero esserci vie d’uscita, ma, in realtà, uno strumento per consentirci di avere il tempo di vivere e studiare senza dover per forza lavorare c’è: è la “borsa di collaborazione”,  una borsa con la quale l’università paga lo studente per svolgere mansioni utili all’ateneo (magari in biblioteca, in laboratorio o all’accoglienza matricole). Un particolare tipo di borsa di collaborazione è inoltre il tutorato, con il quale, dietro pagamento, ci si mette a disposizione degli studenti più giovani per chiarimenti e spiegazioni aggiuntive riguardo ad una materia d’esame. Oltre a fornire più servizi per tutti, le borse di collaborazione permettono agli studenti-lavoratori di essere impiegati in un ambito coerente con i loro studi e, poiché “lavorano” all’interno dell’università, di non dover fare avanti e indietro fra casa, università e lavoro, cosa per niente banale con i trasporti romani (resi ancora più impraticabili dalle necessità del distanziamento sociale), soprattutto considerando che secondo la nostra inchiesta il 50% degli studenti-lavoratori vive in periferia e il 15% addirittura in provincia. Parliamo di borse che, a norma di legge, possono arrivare fino a 3.500 euro annui per borsista: cifre che permetterebbero alla maggior parte degli studenti-lavoratori di smettere di lavorare, qualora ne vincessero una.

Peccato che… una fregatura ci sia. Ed è che la Sapienza, di sua spontanea volontà, ha deciso di metterne a disposizione pochissime e di retribuirle solamente 1.095 euro. Di tutto il suo budget, già martoriato dai tagli subiti dalla riforma Gelmini ad oggi, la Sapienza spende solo lo 0,63% per borse di collaborazione e tutorati, e questi ultimi spesso mancano nelle facoltà umanistiche, proprio quelle dove sarebbero più utili per la loro somiglianza a uno sbocco lavorativo tipico quale è l’insegnamento.

Inoltre, il meccanismo secondo il quale queste vengono assegnate ai singoli studenti è demenziale: si premia il “merito” (un indice numerico ottenuto incrociando la media ponderata e il dato relativo a quanto e se si è fuoricorso), mentre il reddito entra in gioco solo in caso di parità di merito. Ciò non ha senso, poiché implica che uno studente dalla media leggermente più alta o un po’ più in pari con gli esami ma al contempo dal reddito decisamente alto, che può già permettersi di frequentare l’università e pagarsi da vivere senza lavorare, avrebbe accesso prioritario a una borsa di collaborazione rispetto uno studente leggermente meno performante ma con un reddito basso, costretto a lavorare per mantenersi e che dalla borsa di collaborazione trarrebbe benefici ben più consistenti. Non bastasse, sembrerebbe plausibile ritenere che, come numerosi studi hanno già dimostrato avvenire per la scuola secondaria, un reddito basso contribuisca ad abbassare il rendimento nello studio. Chi già lavora, infine, farà più fatica a tenersi in pari con lo studio rispetto a chi non ne ha la necessità: ci sembra quindi ovvio che questo metodo di assegnazione delle borse vada a penalizzare proprio chi di queste borse ha più bisogno.

Anche il criterio secondo cui le borse vengono distribuite tra le diverse facoltà è fallace: si basa unicamente sul numero di immatricolazioni, non tenendo conto che in alcune facoltà il numero di studenti-lavoratori, e dunque la necessità di borse, è decisamente più consistente che in altre.

È ora di dire BASTA a questa situazione insostenibile.

SIAMO STUDENTI, VOGLIAMO STUDIARE, NON FARCI SFRUTTARE!

CHIEDIAMO:

    ● + BORSE DI COLLABORAZIONE E TUTORATI per poter studiare e vivere senza “lavoretti” al nero e sottopagati

    ●  CRITERI PER L’ASSEGNAZIONE BASATI SUL REDDITO affinché le borse diventino davvero uno strumento per risolvere i problemi degli studenti-lavoratori, e non rimangano sottoposte unicamente a una falsa logica del “merito” il cui unico risultato è alimentare le disuguaglianze

    ●  UN’INCHIESTA DA PARTE DELL’UNIVERSITÀ che verifichi la situazione degli studenti-lavoratori all’interno della Sapienza e i cui risultati vengano tenuti in conto al momento della ripartizione delle borse tra le varie facoltà

Ci mobiliteremo tramite azioni dimostrative pubbliche, una raccolta firme da presentare al Rettorato e continuando la nostra inchiesta sulla situazione degli studenti-lavoratori.ù


Se vuoi partecipare anche tu o semplicemente saperne di più, SCRIVICI agli account social di Noi Restiamo Roma Facebook e Instagram oppure alla mail noirestiamo.roma@gmail.com