1 ce la fa, 1000 saranno precari a vita! Le vostre promesse sono fumo!

Sarai l’ennesimo SFRUTTATO o avrai la fortuna di essere nell’infinitesima percentuale dei VINCENTI?

Perchè se in questo momento stai partecipando al JobMeeting al PalaDozza di Bologna, evento che vede in prima fila le Business School più in vista d’Italia, sicuramente un po’ ci stai sperando.

Speri di non essere in quel 42% di giovani disoccupati, quei 3,2 milioni di persone che in questo momento non sanno che farsene dell’istruzione ricevuta (e pagata caro, visti i tagli alle borse di studio e l’aumento vertiginoso delle spese universitarie).

Speri di poter avere un’intuizione davvero geniale per la tua StartUp, la nuova idea per un’imprenditorialità giovane e giovanile…che nel 75% dei casi fallisce, nel 21% viene assorbita da colossi più grandi e solo nel 4% riesce a tirare a campare. In numeri, sono 82.000 imprese fallite (dal 2008), un milione di posti di lavoro persi. Considerando che i dati provengono da Bankitalia e Cerved, e non da fonti sovversive e terroriste, converrai con noi che se non ti piace giocare d’azzardo è meglio lasciar perdere.

È vero che le possibilità sono pochissime -dirai- ma nel caso posso emigrare verso il nord Europa, posso tirare a campare con i soldi di mammà, posso inventarmi qualcosa…a cosa serve venire a contestare il JobMeeting, che altro non fa che darmi un’opportunità in più?

La Campagna NOI RESTIAMO, invece, non ha potuto rimanere in silenzio di fronte all’ennesima celebrazione della logica dell’“1 su 1000 ce la fa”, l’ennesimo evento in cui le maggiori aziende ed i maggiori enti (maggiori anche per numero di sfruttati, precari e sottopagati nel loro organico) vanno a incontrare gli studenti dell’UniBo, mostrando il loro lato amichevole e sperando di trovare qualche giovane promessa da salvare da un’università senza prospettive. Se infatti l’Alma Mater consiglia caldamente ai suoi laureati di andar verso altre sponde (meglio se d’élite o nordeuropee) a cercare speranza -qui giù non c’è trippa per gatti evidentemente-, altri attori entrano in campo oggi a Bologna: il Comune cittadino in primis, che non si lascia sfuggire l’occasione per finanziare un progetto in linea con le direttive dell’esecutivo nazionale; la BBS, che forse si dimentica di dire che i suoi master costano migliaia di euro -e che quindi non sono proprio alla portata di tutti…-; la Confindustria, che finanzia l’evento e che è stata la prima sostenitrice del JobsAct di Poletti.

Per questo la campagna NOI RESTIAMO ha sempre promosso le contestazioni ai vari Career Day, al Reunion Day e allo StartUp Day dello scorso giugno, alla visita bolognese del ministro Poletti del 22 ottobre, e non poteva non essere qui oggi. Non ci sono progetti strutturali per il tuo futuro, c’è solo una pesca nel mucchio dei pochissimi meritevoli (con quali criteri sarebbe da discuterne) e gli altri saranno abbandonati a loro stessi.

LE LORO PROMESSE SONO SOLO FUMO

QUEST’EVENTO E’ SOLO UN’ANTICIPO DELLA GUERRA TRA PRECARI CUI SIAMO DESTINATI

Non ci resta che emigrare? Noi Restiamo!

Perchè ci raccontano che è normale essere pagati pochissimo, o addirittura non essere pagati affatto per lavorare?

E’ giusto che “un po’ di esperienza” e “due contatti” siano l’unica ricompensa per il nostro lavoro?

Davvero uno stage di 6 mesi a 500 euro lordi al mese è il meglio a cui possiamo ambire?

Perchè le competenze che abbiamo acquisito non sembrano mai abbastanza?

Dobbiamo accettare, dopo anni e anni di studi, di fare un lavoro che non ci piace (e considerarci fortunati)?

Perchè siamo l’unica generazione degli ultimi 70 anni ad avere prospettive peggiori di quelle dei propri genitori?

Perchè insegnanti, genitori, amici e amiche ci dicono che l’unica soluzione è andare all’estero?

Se queste domande te le sei poste anche tu, fai un salto qui –> lunedì 26 Ottobre aperitivo e discussione in Cavallerizza Reale (via Verdi 9) a partire dalle 18.30 con gli attivisti e le attiviste della campagna Noi Restiamo – Torino.

 

7-8 novembre: Liberiamoci della Lega

8 novembre 2015: contro la Lega nord costruiamo lo spezzone nazionale per l’alternativa all’austerity e all’eurofascismo leghista.

L’8novembre il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, sarà a Bologna alla testa di una manifestazione nazionale convocata come lancio per il proprio partito in vista delle elezioni amministrative che si terranno in alcune delle principali città italiane, fra cui Napoli, Roma, Milano, Bologna, Torino. Sarà l’occasione per la Lega Nord di presentarsi come unico partito in grado di opporsi al Partito Democratico e alle sue politiche antipopolari.

All’ottavo anno di crisi economica, il Partito Democratico di Renzi si trova ad ampliare e rendere ancora più incisive le politiche liberiste e di austerità e distruzione del welfare volute dall’Unione Europea. Sono proprio queste politiche che favoriscono l’impoverimento e la precarietà di gran parte della popolazione a creare lo spazio per un malcontento che spesso sfocia in disperazione e  spaesamento che si trasformano in terreno fertile per i falsi proclami di partiti come la Lega Nord, sempre pronti ad alzare la voce contro il PD per poi riversare tale rabbia sulle fasce più deboli della popolazione. Come per esempio le migliaia di migranti, costretti a fuggire dai propri paesi nel contesto di un vero e proprio cerchio di fuoco di guerre prodotte dalla politica aggressiva e imperialista dell’Unione Europea portata avanti di concerto con gli apparati militari della NATO: lo abbiamo visto in Iraq e Afghanistan, e più recentemente in Ucraina, Libia, Somalia, Siria, dove anche l’Italia ha dato il suo contributo ai bombardamenti e alle distruzioni per assecondare gli interessi delle nostre banche e industrie.

In questo senso possiamo dire che i “due Matteo”, Renzi e Salvini, non sono altro che due facce della stessa medaglia chiamata Unione Europea: l’uno responsabile del massacro sociale della popolazione, e l’altro incaricato di evitare che questa si rivolga contro i responsabili deviando l’attenzione sulle tasse, sui lavoratori pubblici “fannulloni”, sui “garantiti” del settore pubblico e privato, sui migranti.

Troppo spesso momenti di mobilitazione come questi sono stati utilizzati dai vecchi partiti e partitini di sinistra per emergere e magari trovare qualche sponda istituzionale, slegandosi completamente dalla realtà quotidiana delle classi popolari. Per questo crediamo che l’8 novembre dovrà vedere una mobilitazione popolare ampia, che porti in piazza tutti quei pezzi sociali e politici, sindacati di base, movimenti di lotta per la casa e dei lavoratori, che giorno dopo giorno costruiscono opposizione, resistenza e reti di solidarietà, ma che sia in grado di andare oltre la quotidianità delle vertenze e di legarle con parole d’ordine politiche generali chiare e precise. La partita che Renzi e Salvini si stanno giocando va ben oltre il piano delle amministrazioni territoriali. Al di là degli spot e delle dichiarazioni pubbliche, entrambi sono infatti funzionali alla gestione della crisi per conto e negli interessi di quelli che la crisi l’hanno generata, sia sul piano nazionale, che sul piano continentale: non a caso oggi tutti i paesi deboli dell’UE si trovano a subire le stesse politiche di sacrifici indipendentemente dal colore politico dei propri governi, e in tutta Europa vediamo la crescita di partiti come la Lega, Front National, Alba Dorata ed altri, in una versione del fascismo 3.0 che potremmo definire “eurofascismo”.

È in momenti come questo, dalla battaglia ideologica e politica che si pongono le basi per immaginare un futuro alternativo a quello che ci vogliono imporre. Quel giorno porteremo il nostro contributo alla mobilitazione come realtà nazionali nel dire forte e chiaro NO! alle politiche di austerità e guerra dell’UE, e NO! ai tentativi fascioleghisti ed eurofascisti di Salvini, Casapound, Meloni, Berlsuconi & Co.!

Ci avvicineremo a questa mobilitazione con un’assemblea pubblica che si terrà a Bologna il giorno prima, 7 novembre, alle ore 14 in via dello Scalo 21.

Per adesioni e contatti, scrivere a: 8novembre.noeurofascismo@gmail.com

 

PROMOTORI:

Rete dei Comunisti

Collettivo Putilov (Firenze)

Campagna nazionale Noi Restiamo

Rete nazionale Noi Saremo Tutto

Ross@ – Movimento anticapitalista

Fronte Popolare

Una riflessione sulla strategia della tensione e sul terrorismo di Stato in Turchia

Ieri al Terzo Piano di Via Irnerio a Bologna è stata organizzata – ospite Marco Santopadre  di Contropiano – un’iniziativa per provare a far luce sul contesto mediorientale dopo la strage di Ankara. Un tentativo di tracciare un bilancio della vicenda curda e turca a partire da un parallelismo tra i fatti che stanno in questi mesi scrivendo la storia in Turchia e quelli che hanno segnato la storia dell’Italia a suon di stragi di stato negli anni Sessanta e Settanta.

A partire dalla centralità che ha acquistato di nuovo il Medio Oriente nella riscrittura dei rapporti di forza mondiali in uno scenario di fortissima competizione globale, è imprescindibile infatti provare a capire chi siano veramente i manovratori di questo conflitto e quale sia la vera posta in gioco, riconoscendo le strategie messe in campo dai singoli attori.
La bomba di Ankara si inserisce infatti perfettamente nella stessa dinamica della strategia della tensione da noi ben conosciuta, dove il clima di terrore viene creato, alimentato e manovrato ai fini di congelare ogni serio cambiamento sociale e politico e per stoppare una eventuale crescita dell’opposizione.

Gli occhi su questo paese, la Turchia, i nostri media mainstream hanno però a iniziato a puntarli solamente a partire da un anno fa, quando la resistenza curda di Kobane era improvvisamente ben vista da giornali e tv che potevano utilizzarla e inserirla  all’interno della loro ricostruzione della campagna bellica contro il “nemico comune”, ossia lo Stato Islamico.

Le donne guerrigliere erano indubbiamente un soggetto di grande impatto mediatico, poco importa che la loro guerra fosse diretta contro il “barbarico Islam” o anche alla liberazione di un popolo oppresso e negato con la complicità di quelle potenze che ora non si indignano neanche di fronte alle efferate stragi che insanguinano le città turche e curde.

Ora non sono più il relativamente lontano mondo della guerriglia o i villaggi di un Kurdistan sistematicamente negato ad essere colpiti, ma il centro di Ankara, il centro di un paese perfettamente in linea con la politica imperialista di quell’occidente che tanto sembrava ammirare e supportare le immagini di queste donne con le armi in bella vista.

Colpire il centro di Ankara significa colpire un blocco di opposizione che grazie alla strategia del partito HDP, unisce ora organizzazioni curde, sindacati, organizzazioni comuniste turche, oltre a islamisti non concordi con la politica erdoganiana, il cui obbiettivo non è più soltanto legato alla questione curda ma punta ad un rafforzamento nella lotta politica nazionale.

Di fronte a questo attacco l’Occidente non denuncia colpevoli ma finge di rammaricarsi per questo male del mondo che tanto comodamente unisce terrorismo ad Islam. Rimane silente perché il blocco di opposizione creatosi in Turchia fa paura al governo turco che si avvicina alle urne, così come intimorisce i governi occidentali, entrambi all’interno dello stesso sistema ed entrambi artefici della stessa politica: quando il potere diventa debole e il suo nemico si organizza, creare il caos per ripristinare l’ordine sembra la strada vincente.

La strategia della tensione in Turchia può attecchire ora come non mai alla fine di un decennio di potere erdoganiano e di apparente crescita economica con il conseguente sviluppo dei consumi e la creazione di una nuova classe media che invoca un immediato ripristino dell’ordine, anche di un ordine totalitario, pur di non perdere i benefici acquisiti.

Oltre che volta a sedare l’opposizione, questa tattica risulta particolarmente vincente per il regime nel territorio del Kurdistan, dove grazie alla proclamazione dello stato di emergenza può avere ancora più libertà nell’eliminare fisicamente le diverse forme di resistenza, arrivando a bombardare città e villaggi nel proprio stesso territorio oltre che a Qandil, sulle montagne irachene.

La repressione in atto che ha portato all’arresto di numerosi militanti e politici di opposizione (di qualche giorno fa è la notizia dell’arresto di 10 militanti dell’HDP ad Osmanye, oltre che del direttore del quotidiano Zaman) e agisce anche attraverso il completo controllo dei mezzi di comunicazione, dal blocco di numerosi canali televisivi, ai siti di informazione, al controllo dei social network.

Assistiamo così, due giorni prima delle elezioni del 7 Giugno, a due esplosioni ad un comizio elettorale dell’Hdp a Diyarbakir, poi il 20 luglio a Suruc ed ancora il 10 ottobre ad Ankara.

Diventiamo spettatori di assedi a città come quello di Cizre, durato 10 giorni, e durante il quale l’esercito ha ucciso più di venti persone; e poi a quello in corso a Lice, città da cui non si ricevono più notizie; al probabile bombardamento con armi chimiche denunciato a Dersim; agli scontri ancora in corso a Silvan nella regione di Diyarbakir, ad Hakkari  e in tanti altri villaggi nella zona di Van, dove le squadre di autodifesa curde stanno resistendo, in un Kurdistan completamente militarizzato. Le strade di accesso a molte città sono bloccate o controllate dall’esercito, in territori dove molto spesso le montagne sono in mano alla guerriglia e quindi allo stato inaccessibili via terra. La risposta del KCK non si è fatta attendere e di fronte ad un cessate il fuoco come sempre unilaterale da parte della guerriglia, il movimento curdo continua ad organizzare la resistenza con squadre di autodifesa cittadine che proteggono le comunità che hanno proclamato l’autogoverno democratico.

Ma con le elezioni imminenti, lo stato d’emergenza decretato dal governo legittima anche lo spostamento dei seggi elettorali in alcune regioni e l’invio dei militari a presidiare le urne. Un modo per impedire il libero esercizio del voto a centinaia di migliaia di potenziali elettori dell’Hdp.

Il discorso di Demirtas, portavoce del partito HDP, pronunciato immediatamente dopo la strage di Ankara è stato una chiara denuncia e accusa alla politica di un Erdogan pronto a tutto pur di recuperare un consenso che si sta sgretolando dal piano interno a quello internazionale. Le allucinanti accuse lanciate dal ‘sultano’ al Pkk, che secondo Erdogan sarebbe in combutta con lo Stato Islamico, entrambi autori del massacro dei militanti dell’Hdp e di vari gruppi di sinistra, parlano da sole, rappresentando un tentativo davvero inaccettabile di presentarsi come l’unico possibile paladino della stabilità e dell’ordine in Turchia.

Se la tattica erdoganiana stia funzionando o meno lo sapremo esattamente tra una settimana, dopo le elezioni che diventeranno catalizzanti per il disegno della situazione interna turca e mediorientale.
Gli scenari possibili – che Erdogan ottenga o meno la maggioranza assoluta – parlano comunque di una situazione esplosiva. Un eventuale governo dell’Akp, in solitaria o in coalizione con i fascisti dell’Mhp, scatenerebbe un alto livello di conflitto; d’altra parte una ennesima sconfitta di Erdogan e l’impossibilità di formare un governo potrebbe spingere gli islamisti ad acuire terrorismo di stato e strategia della tensione.

Che dietro alle rivendicazioni vere o presunte delle stragi da parte dell’Isis ci siano in realtà gli apparati di intelligence dello stato turco – il sostegno di Ankara ai miliziani jihadisti non è certo un segreto –  poco importa.
In Italia come in Turchia, la strumentalizzazione del “terrorismo” sembra essere la strada maestra per legittimare una repressione assassina e coprire le stragi di stato.

Contestiamo Poletti, il ministro del Job’s Act e della precarietà

Rispondiamo all’appello di Ross@, e andiamo a dire la nostra al ministro Poletti giovedì 22 in strada maggiore.
Un ministro responsabile fra le altre del jobs act renziano, che vorrebbe condannare alla precarietà eterna la popolazione di questo paese.

 

Comunicato di Ross@ Bologna

imageIl Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, sarà a Bologna, in Strada Maggiore, ospite d’onore di una iniziativa organizzata nel pomeriggio di Giovedì 22 ottobre da Ascom/Confcommercio.

Gli sviluppi dell’indagine su Mafia Capitale ci raccontano dell’intreccio criminale tra importanti settori della politica targati PD, mafia, fascisti e mondo delle cooperative.

Questa sola ragione sarebbe sufficiente per contestare il ministro Poletti, da sempre dirigente del “sistema coop”, esempio della trasformazione del Pd e del sistema cooperativistico in chiave padronale e affaristica.

Ma Poletti è anche braccio destro (sì, proprio destro) di Renzi e responsabile principale del Jobs Act, quell’insieme di legge e decreti che ha l’obiettivo di precarizzare e ricattare lavoratori e disoccupati.

Di questa legge padronale si è parlato molto a proposito dell’abolizione del diritto al reintegro per i licenziamenti ingiusti, ma altri aspetti importanti sono passati in secondo ordine: dalla libertà di demansionare e controllare i lavoratori fino alle norme capestro per i disoccupati.

Per queste ragioni Giovedì 22 Ottobre saremo in Strada Maggiore, per contestare il ministro del ricatto della cancellazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, dei precari e dei disoccupati.

Facciamo appello a tutte le realtà politiche, sociale e sindacali conflittuali per definire e costruire assieme la scadenza, per cominciare a sgretolare i muri di quella caserma del lavoro e del non lavoro che stanno cercando di costruirci attorno.

Ross@ Bologna

Solidarietà agli occupanti dell’Ex Telecom sgomberata

Oggi, nella stessa giornata, arrivano a Bologna tre notizie di cui faremmo volentieri a meno: sgombero di quasi 300 persone organizzate nell’occupazione abitativa dell’Ex Telecom; il Pd e l’assessore al welfare Frascaroli si rincorrono a vicenda; Salvini ribadisce tutte le sue migliori intenzioni per la buona riuscita della sua calata a Bologna l’8 novembre.

Tre notizie che, messe l’una di fianco all’altra, ce la dicono lunga rispetto a quanto il Pd, aldilà di una vecchia facciata sinistronza rispolverata sempre più di rado nelle poche situazioni in cui lo trovano ancora necessario, è funzionale al progetto di attacco dall’alto praticato a discapito delle fasce più deboli della popolazione a livello continentale, nei pochi casi in cui non ne è direttamente il regista.
Chiedetelo alle centinaia di persone che stanno subendo l’ennesimo sgombero in queste ore nel feudo del partito, il quale si prepara alla calata di Salvini l’8 novembre, unica opposizione compatibile e legittimata, mettendogli a disposizione una città in cui regna l’ordine e nella quale non sia possibile ai leghisti trovare troppo consenso in un contesto cittadino in cui effettivamente l’alleanza PD-Procura-Questura basta e avanza per garantire che gli sfruttati non alzino la testa, che i profitti continuino a essere accumulati in poche mani e che nulla di questo progetto possa vedere neppure momentanee inceppature.

Caro Renzi: nonostante te, noi restiamo!

Qualche giorno fa Matteo Renzi ha presenziato all’inaugurazione del nuovo campus dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Rilanciando alcuni discorsi in merito alla riforma dell’università prossima ventura, con l’oratoria e l’umorismo di bassa lega che contraddistinguono i suoi interventi, il presidente del consiglio si è brevemente soffermato su un aspetto che crediamo importante: quello dei cosiddetti “cervelli in fuga”, il tema su cui si articola la nostra campagna da ormai due anni.
Il discorso di Renzi è riassumibile in questa frase: “chi vuole andarsene se ne vada, il mio compito è garantirgli la possibilità di tornare, se vuole.” Una frase piena solo di retorica, perché evita accuratamente di affrontare i motivi dell’emigrazione giovanile che riguardano l’Italia (e non solo), come se non rispondesse a dinamiche strutturali ma a semplici scelte di vita individuali. Soprattutto però la vacuità del discorso del presidente del consiglio si misura nella sua sfacciata alterazione dei fatti: le misure messe in campo dal governo rispondono alle stesse logiche di precarizzazione del lavoro e di aziendalizzazione dell’istruzione – presto completata con la nuova riforma universitaria – viste negli ultimi anni. Non basterà nessun richiamo enfatico all'”eccellenza” e alla “tradizione” delle università italiane per cambiare un dato oggettivo: quello della polarizzazione tra grandi centri formativi nordeuropei, e quello dei sempre meno grandi e sempre più colpiti dai tagli e dall’austerity dei paesi mediterranei, esclusi i pochi casi premiati da investimenti, di provenienza sempre più spesso privata e sempre più spesso volti a sostenere lo studio, la ricerca e l’insegnamento di quell’ “1 su 1000” che che la fa.
Chiarito questo, noi continuiamo ad affermare che tale meccanismo va sabotato, e l’unico modo per farlo è rifiutare logiche individuali come l’emigrazione per risolvere una crisi che ci colpisce tutti. Non per sciovinismo, non per un amor di patria che non ci appartiene affatto; ma per sovvertire questa logica di disgregazione sociale, per mettere sabbia negli ingranaggi della divisione internazionale del lavoro, per organizzarci collettivamente. Per questo non possiamo che rispondere a Renzi che, non grazie a lui e, anzi, nonostante lui: noi restiamo!

Sapienza sequestrata da Maiker Faire: studenti caricati e cinque arresti

Immagini che giungono dalla Sapienza, poche ore fa.
Denaro, Competizione, Sfruttamento e Ordine Poliziesco: gli unici idoli ammessi nelle aule della post-università-di-massa.
Ci sembra di rivedere le scene cui assistemmo a giugno durante la il teatrino ideologico dello Start Up Day a Bologna, fortemente contestato da noi e da altri.
Ma oggi alla Sapienza di Roma c’è stato un salto di qualità in questo fenomeno degradante, grazie all’avvio dei tre giorni dedicati alla fiera Maiker Faire: uno dei più grandi atenei pubblici d’Italia, candidato a logiche sempre più privatistiche, occupato da multinazionali e businessman, pronti a vendere (letteralmente, dato che l’entrata negli spazi adibiti dell’università è a pagamento!) la loro (ideologica e fallimentare) idea per il successo durante la crisi. Un “sogno” (cit. Briatore) fatto di autoimprenditorialità e merito, mentre la realtà parla di aziende che chiudono (in percentuale anche molto maggiore in caso di start up), cassaintegrazione, disoccupazione, precarietà e miseria

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Sulle polemiche contro l’iniziativa con Sante Notarnicola a Torino

20 anni, 8 mesi ed un giorno in carcere, di cui 11 in regime di massima sicurezza, 5 di celle punitive. Poi la semilibertà fino al 2000. Sono i numeri della pena scontata per intero da Sante Notarnicola. Da quando è libero Sante si è sempre messo a disposizione dei compagni. Il suo contributo per la ricostruzione storica di diversi eventi cruciali della (nostra)storia(di classe) è ed è stato davvero prezioso. Negli ultimi anni ha partecipato all’organizzazione di moltissime iniziative: tra le tante, alcune gite della resistenza tra le tombe dei partigiani alla Certosa di Bologna e un tour da poco conclusosi tra moltissimi spazi sociali in tutta Italia per raccontare la storia del movimento nelle carceri. Anche il nodo bolognese della campagna Noi Restiamo ha avuto modo di ospitare lui, i suoi lucidi racconti e la sua esperienza nei locali occupati del CSO Terzopiano: un’iniziativa che ha visto la sala granda gremita di gente fino a notte tarda, tutti incollati alla sedia.
Del movimento delle carceri Sante è stato un militante di spicco, in una mobilitazione continua che tra rivolte, cariche dei carabinieri nei cortili delle prigioni, tortura sistematica sui prigionieri politici (confermata storicamente da recenti sentenze, come quella della corte di Assise di Perugia del 2013), ha portato a rivoltare le carceri italiane fino alla riforma del ‘75.
Instancabile, da quando è tornato a Bologna ha già realizzato una performance di ricostruzione storica della figura di Bianchi Guidetti Serra, avvocatessa contro l’ergastolo ed ex partigiana.
Oggi, nell’ambito dell’Infoaut Fest, presenterà un documentario sui fatti di Piazza Statuto. Il capogruppo di Fd’I al consiglio comunale di Torino (ma gli stessi Pd e Sel)e Gianguido Passoni (che con l’assessorato al Bilancio da lui diretto sta coordinando poprio la svendita della Cavallerizza, i locali occupati in cui ha luogo il festival) hanno condannato l’invito, e si è arrivati a chiedere al Prefetto di intervenire per impedire questo dibattito pubblico, dando vita a una polemica ridicola che vorrebbe veder tacere un testimone diretto di un evento storico, alla faccia dell’ipocrisia alla “Je suis Charlie” (il tutto nella Torino del processo a Erri De Luca). Sante all’epoca dei fatti di piazza Statuto faceva parte della 9° sezione di Piazza Crispi del Pci, la quale ebbe un ruolo importante in quell’evento (come emerge anche dalle testimonianze dirette raccolte in “La rivolta di Piazza Statuto. Torino, Luglio 1962” del 1979 a cura di Lanzardo, edito da Feltrinelli), e che segnò un salto di qualità nelle lotte operaie e aprì la strada a una lunga fase storica di lotta. Una cosa Sante ha sempre sostenuto pubblicamente, e pensiamo che sia questo il caso in cui sottolinearlo nuovamente: il mancato processo di pacificazione, quando si è chiusa la combattiva fase politica degli anni ’60-’70, è stato un’opportunità perduta per questo paese, la cui classe dirigente non ha mai voluto fare i conti con la propria storia, portando conseguentemente all’attuale permanenza nelle carceri di tanti prigionieri politici di allora, e riscrivendo faziosamente un pezzo importante anche dell’identità collettiva della nostra classe. Non è un caso che proprio in questi giorni giunga notizia di un’altra vicenda simile a quella cui abbiamo assistito sotto la Mole: il ritiro dell’invito da parte della AUSL di Modena a Renato Curcio in seguito a polemiche emerse per la sua possibile presenza a un dibattito centrato sui temi di cui oggi l’ex brigatista si occupa con metodo e con successo.
Come campagna Noi Restiamo esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai compagni di Askatasuna e a Sante, sapendo che è compito di tutti noi costruire nelle lotte quell’identità collettiva le cui forme vorrebbero essere tenute nell’ombra dell’unica ideologia ammessa, fatta degli interessi ideali e materiali di chi pratica lo sfruttamento ed estende la miseria, pretende la concorrenza ma la riversa sulla pelle degli utlimi, traccia confini e disegna conflitti.

campagna Noi Restiamo – Torino

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