Torino 27 marzo. Presentazione “Il musulmano errante” di Alberto Negri

La campagna Noi Restiamo invita alla presentazione del libro “Il musulmano errante”, lunedì 27 marzo.

Interverranno Alberto Negri, autore del libro e inviato speciale del Sole 24ore in Medio Oriente, Africa e Balcani e
Marco Santopadre di Contropiano.org

“Il musulmano errante” è la storia di mille anni di un ramo misterioso ed esoterico dell’Islam fino all’ascesa al potere in Siria e all’assedio di Aleppo, raccontata dal reporter di una guerra che sta cambiando il Medio Oriente e la scena internazionale.

“Gli alauti e gli Al-Assad in particolare sono diventati “il nemico perfetto”. Nel mirino tanto dei jihadisti che dei turchi, dei sauditi come dei francesi e degli americani. Ecco un buon esempio di come per spiegare fenomeni tanto complessi possa essere utile partire da una realtà specifica, limitata, che una volta analizzata rivela un prisma capace di illuminare di luce nuova l’intera scena geopolitica.” -Luca Caracciolo, da la postafazione de “Il musulmano errante”

AULA C1, ore 17:30 al Campus Luigi Einaudi

evento fb: https://www.facebook.com/events/268153966956776/

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Nessun futuro nella UE: verso il 25 marzo

60 ANNI DI UNIONE EUROPEA. NESSUN FUTURO PER I GIOVANI

Oggi negli atenei di Bologna, Roma e Torino è stata rilanciata la manifestazione di Eurostop del 25 marzo contro UE, Euro e NATO.

Proprio oggi presso la sede di Scienze Politiche dell’Unibo si svolgeva uno dei tanti incontri di propaganda ideologica sulle opportunità per i giovani nell’UE. Abbiamo voluto portare anche noi qualche contributo, abbiamo ricordato il prodotto delle politiche economiche sui giovani dei paesi della fascia mediterranea, una realtà costantemente calpestata dalla retorica di istituzioni come le nostre Università. Per questo abbiamo simbolicamente attaccatto a terra quei numeri e quei fatti costantemente messi sotto i piedi.

Alla guerra dall’alto verso il basso che l’intera classe dirigente europea sta perpetuando dalla firma dei Trattati di Roma ad oggi, dopo l’accelerazione impressa con il passaggio Maastricht, opponiamo la nostra ostilità all’Unione Europea, nel segno della solidarietà di classe e dell’internazionalismo.

Le iniziative verso il 25 marzo proseguono: Questa sera Assemblea e Pullman Verso il 25 Marzo; Domani Infopoint @UniBO – Verso il 25 Marzo: NO UE, NO EURO, NO NATO.

 

+++ Di seguito il testo del volantino distribuito ai tanti studenti interessati +++

60 ANNI DI UNIONE EUROPEA,
NESSUN FUTURO PER I GIOVANI

Il 25 marzo si celebrano i 60 anni dei Trattati di Roma: non c’è davvero niente da festeggiare!

Arriviamo a queste celebrazioni dopo anni in cui le politiche di austerità promosse dall’Unione Europea hanno portato solo impoverimento e disoccupazione per le classi popolari. La componente giovanile delle periferie europee è stata colpita con particolare violenza. In Italia la disoccupazione giovanile è letteralmente esplosa, arrivando a sfiorare il 50 per cento, per poi rimanere stabilmente intorno al 40 per cento. Anche chi lavora si trova spesso in lavori precari e malpagati (passati i voucher si inventeranno qualcos’altro), per non parlare poi di chi è costretto a lavorare gratis, fra tirocini “formativi” e la nuova alternanza scuola-lavoro. La situazione è analoga negli altri paesi della periferia europea: l’Italia, insieme al Portogallo, la Spagna e la Grecia si trova in fondo al “Young Workers Index”, che misura le prospettive economiche per i giovani dei paesi OCSE.

Non sorprendentemente l’emigrazione dal Sud verso il Nord Europa durante la crisi è cresciuta in maniera esponenziale. Più di 400.000 greci, in maggioranza giovani e con alti livelli di istruzione, hanno lasciato il loro paese negli ultimi anni, sotto la spinta di una disoccupazione giovanile che tocca il 50%, mentre in Italia l’emigrazione dal 2006 al 2016 è aumentata del 55 per cento, e oltre un terzo sono giovani under 34. Questi dati non riflettono qualche sfortunato “effetto collaterale” di politiche “sbagliate”, ma sono invece coerenti con una strutturazione dell’Unione Europea che vede un centro produttivo e una periferia che in misura crescente fornisce una manodopera qualificata a basso costo, in un contesto di generale precarizzazione del mondo del lavoro in linea con i vari dispositivi nazionali quali Plan de Trabajo, Loi Travail, Jobs Act, Piani Hartz, ecc. che creano un panorama uniforme di attacco ai diritti sociali in tutto il continente. Una piano di involuzione sociale voluto e programmato da istituzioni non elette, nell’assordante afasia di palazzi vuoti come il Parlamento europeo.

Contemporaneamente, tramite il ricatto giuridico costantemente pendente sulla testa dei migranti, i governi europei hanno trovato un valido strumento in favore delle multinazionali bisognose di manodopera disposta a salari da fame, contro cui si rigetta il risentimento popolare di ceti sociali impoveriti e bombardati dalla propaganda mediatica dell’utile opposizione delle destre eurofasciste. Le istituzioni comunitarie e un ceto intellettuale connivente spendono molte energie per mascherare questa realtà, ma nulla a confronto delle ingenti spese a suon di miliardi di euro volte a contenere i migranti in arrivo nello spazio comune, come nel caso dell’accordo liberticida con la Turchia o del più recente con la Libia. Il Mediterraneo è un cimitero a cielo aperto, ma questo certamente non turba i sonni di chi implementa politiche nel segno dell’austerità in casa e della guerra alle porte, con evidenti complicità con formazioni dell’Islam radicale in Medio Oriente o neonaziste come nel caso ucraino.

Il voto al referendum costituzionale di dicembre ha mostrato chiare componenti generazionali e di classe. A rifiutare la riforma costituzionale proposta dal governo è stata prima di tutto la working poor generation: sono stati i giovani, i disoccupati e i lavoratori a basso reddito. Adesso è il momento di continuare a lottare per conquistarci il diritto a restare.

Alla guerra tra poveri opponiamo la nostra ostilità all’Unione Europea, nel segno della solidarietà di classe e dell’internazionalismo.

SABATO 25 MARZO saremo a Roma per contestare chi ci nega il futuro: h 14 @ Porta San Paolo

Giovedì 23 marzo. 60 ANNI DI UNIONE EUROPEA, incontro con Luciano Vasapollo

giovedì 23 marzo ore 17.30
Campus Einaudi aula F4

60 ANNI DI UNIONE EUROPEA
ma c’è davvero qualcosa da festeggiare?

Austerity, precarietà strutturale, disoccupazione, distruzione welfare e diritti sociali, morti nel Mediterraneo, emigrazione di massa, fuga/furto di cervelli.
Degenerazione del sogno europeo, o suo coerente sviluppo?
Ne parliamo con Luciano Vasapollo, docente dell’Università di Roma la Sapienza e dirigente della Rete dei Comunisti.

Verso la manifestazione nazionale di sabato 25 marzo a Roma in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dalla firma del Trattato di Roma e del vertice dei capi di stato europei: https://www.facebook.com/events/258760374550177/

www.noirestiamo.org
noirestiamotorino@gmail.com

 

NO ALL’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO NO A LAVORO GRATUITO E PRECARIETA’

A quasi due anni dall’approvazione della legge 107/2015, è possibile tracciare un primo bilancio di uno degli aspetti più controversi introdotti dalla Buona Scuola, quello dell’alternanza scuola-lavoro.

Ed è subito evidente come questa non sia stata progettata nell’interesse della formazione degli studenti. Infatti sono numerosissimi i casi segnalati in cui gli studenti sono stati mandati a svolgere mansioni che nulla hanno a vedere con il loro percorso educativo e con la loro formazione. Gratis ovviamente.

Altrettanto evidente è che la manovra non sta avendo (e non avrà) alcun ruolo positivo nel mitigare quella piaga sociale che è la disoccupazione giovanile: al contrario, fornendo alle imprese una grande forza lavoro gratuite e perennemente rinnovata, non può che contribuire a rendere meno conveniente assumere con contratti stabili e buoni stipendi.

Ma soprattutto è chiaro che l’alternanza è coerente con un progetto decennale di dequalificazione dell’istruzione in Italia, portato avanti attraverso tagli lineari e aziendalizzazione delle scuole. Tale scempio dell’istruzione pubblica si colloca perfettamente all’interno della ristrutturazione produttiva della macro-area europea. È il risultato un processo di costruzione di un’Unione Europea che nella sua stessa natura prevede una differenziazione territoriale. Un’area, quella mediterranea o dei paesi PIIGS, in cui la disoccupazione tocca cifre folli e l’istruzione di qualità diventa un privilegio per pochi; ed un’Europa centro-settentrionale a guida tedesca, che attira sia manodopera a basso costo sia le menti più brillanti dei paesi PIIGS.

Di fronte a questo furto di cervelli noi rispondiamo NOI RESTIAMO, noi restiamo e lottiamo per ottenere le stesse possibilità che erano state garantite ai nostri genitori, lottiamo per avere un’istruzione di qualità e accessibile a tutti, lottiamo contro il lavoro precario o gratuito.

Per questo sosteniamo lo sciopero della scuola indetto da USB, Cobas, Unicobas e altri sindacati di base per venerdì 17 marzo, e sempre per questo parteciperemo alla mobilitazione nazionale del 25 marzo a Roma, in occasione delle celebrazioni dei 60 anni dalla firma dei trattati di Roma e quindi dall’inizio di costruzione della UE. Crediamo davvero non ci sia nulla da festeggiare!

Martedì 21 marzo. Che fine ha fatto l’università? Ne parliamo con il prof. D’Orsi

Martedì 21 marzo, ore 17.30
Palazzo Nuovo, via Verdi 9 Torino, aula 15
Sempre meno si iscrivono all’università, sempre più vanno a studiare all’estero.
CHE FINE HA FATTO L’UNIVERSITÀ?
Università d’élite, emigrazione di massa, repressione del dissenso e chiusura degli spazi: dove sta andando l’università?
Alla luce dei fatti di Bologna la campagna Noi Restiamo propone una riflessione sui processi di ristrutturazione che stanno attraversando l’università italiana.
Ne discutiamo con Angelo d’Orsi (prof. di Storia delle dottrine politiche dell’Università di Torino)
Recentemente, dalla valutazione della Qualità della Ricerca 2011-2014 Unito è risultato essere al terzo posto fra i mega Atenei italiani per la qualità della ricerca in quasi tutte le aree disciplinari e al primo posto per il Public Engagement, rientrando quindi a pieno titolo fra le eccelenze universitarie. Alla luce però dei gravi fatti avvenuti a Bologna nel mese di febbraio, dalla chiusura e normalizzazione della biblioteca in via Zamboni 36, perchè ”non in linea” con l’immagine che una delle più importanti e rinomate università italiane deve avere, fino all’irruzione delle forze dell’ordine e alle cariche contro gli studenti che hanno cercato di riaprire quegli spazi, ci chiediamo quali siano, oltre agli onori, gli oneri che le università devono avere se vogliono guadagnarsi quei titoli prestigiosi e se questi non debbano essere ricondotti a un progetto più ampio di ristrutturazione dell’intero sistema universitario.
Da circa vent’anni, sotto le spinte delle potenti trasformazioni dell’economia globale e delle teorie neoliberiste, si è assistito a un vero e proprio mutamento genetico dell’università e della sua funzione. In un contesto di crisi generale, di precarietà diffusa e di incertezza sociale che va a colpire soprattuto le fasce giovanili sono sempre meno coloro che scelgono di iscriversi, o di proseguire gli studi dopo averli iniziati, spinti ora dagli alti costi che i continui tagli alla scuola pubblica hanno portato con sé, ora dalla mancanza di una rassicurante prospettiva occupazionale. D’altra parte, è lo stesso titolo di studio ad aver perso la sua valenza di diritto saciale e di servizio garantito dallo Stato, divenendo un mero investimento economico operato dallo studente o dalla sua famiglia e che viene valutato in base alla sua spendibilità sul mercato del lavoro. Non importa quanti anni tu abbia trascorso in un settore dell’istruzione e quale sia il tuo bagaglio di conoscenze, basta che siano migliori di quelle di tutti gli altri e si possano vendere meglio.
Questo meccanismo basato unicamente sulla concorrenza e condito dalla logica della meritocrazia e dell’autoimprenditorialità da un lato accellera il processo di aziedalizzazione dell’Università pubblica, dall’altro non fa che acuire quel divario fra (pochi) atenei di serie A e i numerosi atenei di serie B. I primi, grazie alle maggiore risorse economiche e alle prestigiose partnership con le diverse aziende, riescono a fornire servizi migliori e ad essere quindi più attrattivi, i secondi invece, sempre più penalizzati e depotenziati dai numerosi tagli ai finanziamenti, finiscono per fornire preparazioni mediocri e a diventare delle ”università parcheggio”. Questa polarizzazione si riflette inevitabilmente nella società che vede una minoranza di studenti salvarsi dal mare della precarietà in cui invece annega la maggioranza. Da qui la necessità dei più di
cercare fortuna all’estero, non certo (solo) per ”crescere culturalmente e fare nuove esperienze” come vorrebbero quelli che ci vogliono definire la ” generazione erasmus” (gli studenti che usufriscono di questo servizio rappresentano appena lo 0,4% dei giovani italiani in età universitaria) ma per fuggire da un paese in cui la disoccupazione giovanile è al 40%.
Non possiamo accettare passivamente questo modello di Università senza sottolineare le contraddizioni e le disuguaglianze che esso genera, né possiamo permetterci di arrivare impreparati alla ormai incombente riforma della ”buona università”. Occorrono strumenti critici con cui far fronte a questa lotta. E la discussione non può che ripartire dalle aule. Contro il modello delle università di èlite, contro la chiusura degli spazi di democrazia, contro la repressione violenta del dissenso!

Dove sta andando l’UniBO?

VERSIONE AGGIORNATA SETTEMBRE 2019

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Di fronte alle trasformazioni che sta subendo l’Università sul piano nazionale e visti gli eventi accaduti negli ultimi anni all’Università di Bologna – dalle ordinanze “antidegrado” ai tornelli in Via Zamboni 36, passando per la stretta securitaria con la negazione delle aule agli studenti, i vigilantes e l’investimento spropositato nella cancellazione dei murales fino alla laurea ad honorem a Mario Draghi – riteniamo doveroso porci alcune domande e individuare alcune linee di ragionamento.

A partire dagli anni Novanta si assiste al progressivo snaturamento del ruolo dell’università pubblica in Italia, dando il via al processo di aziendalizzazione dell’istruzione accademica attraverso varie riforme (di cui il Bologna Process è l’architrave) che hanno sancito l’autonomia degli atenei dal controllo diretto del Miur e il principio di concorrenza tra di essi, la creazione di corsi di laurea a numero chiuso, la nascita della famosa
struttura 3+2, il riordino dell’attività di ricerca (tra le altre cose spariscono i contratti a tempo indeterminato per i ricercatori), a cui si sommano i drastici tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO).

Alla luce di queste cambiamenti, che tipo di università sta diventando l’Unibo?

Su cosa sta puntando nella sua offerta formativa?

Quali sono le conseguenze che si producono in questo scenario?

Unito rinnova la partnership con il Technion e l’oppressione israeliana sui palestinesi

Nonostante le più di 1300 firme di studenti dell’Università di Torino e gli appelli dei docenti universitari e dei ricercatori contro il rinnovo degli accordi con il Technion di Haifa, il Senato accademico ha votato martedì 14 marzo per la continuazione della partnership con l’università israeliana complice dell’oppressione palestinese.
Con questo voto si palesa ancora una volta l’ipocrisia di un’istituzione che professa al suo interno integrazione e cooperazione tra popoli ma legittima poi attivamente l’occupazione della Palestina.
Come sono stati calpestati i diritti dei palestinesi, così i senatori hanno calpestato all’uscita la volontà degli studenti espressa con le loro numerose firme.
Nonostante la sconfitta la lotta di Studenti contro il Technion continua. #FreePalestine #studenticontroiltechnion

Foto dal partecipato presidio al rettorato

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Bologna. Che fine ha fatto l’università?

Bologna, incontro in Università mercoledi 15 marzo ore 19.00 presso l’aula I di via Zamboni 38

CHE FINE HA FATTO L’UNIVERSITA’?
L’Erasmus fa 30 anni, ma i trentenni dove vanno?

Contro l’università d’élite.
Contro la chiusura degli spazi di democrazia.
Contro la repressione violenta del dissenso

Ne parliamo con:
Francesco Sylos Labini – redazione Roars
Luciano Vasapollo – docente università La Sapienza
Marta Fana – ricercatrice di Economia
Giorgio Cremaschi – piattaforma sociale Eurostop

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Nelle ultime settimane, a Bologna, l’escalation che ha portato all’irruzione della polizia in una biblioteca ha palesato una volta di più la direzione che sta prendendo l’Alma Mater Studiorum e, a livello più generale, la trasformazione che stanno vivendo il sistema universitario nazionale e la sua funzione sociale. Ci piace evidenziare una contraddizione su tutte, che svuota in un secondo tutta la narrazione con cui provano a raccontarci una realtà che non esiste: mentre lo 0,4% degli universitari italiani partecipa ogni anno all’ormai consolidato programma Erasmus, la disoccupazione giovanile supera ormai il 40% (dati MIUR e ISTAT).

Da anni infatti stiamo assistendo a un processo di ristrutturazione per adeguare il sistema universitario italiano alla competizione tra atenei sul piano internazionale. Non è un progetto di sviluppo futuro. È già un processo reale in atto.

In un contesto di crisi generale, che vede un’intera generazione penalizzata da precarietà diffusa, incertezza esistenziale e massacro sociale, l’accesso all’università risulta sempre più difficile: negli ultimi dieci anni si registra un calo di 66.000 iscritti, concausa di una dequalificazione complessiva del lavoro in Italia. Non c’è da stupirsi quindi se il fenomeno dell’emigrazione dei giovani verso presunti lidi felici abbia assunto dimensioni preoccupanti.

A questo si somma una ridefinizione strutturale che consiste nell’aumento delle disparità tra poli accademici di serie A e di serie B. I primi acquisiscono la capacità di essere più attrattivi, grazie alle maggiori risorse e quindi a un miglior servizio; mentre i secondi finiscono per diventare “università parcheggio” con un’offerta formativa scadente dovuta alle necessità di far quadrare i bilanci. Il tutto incasellato in un sistema di distribuzione dei fondi (sempre meno grazie alle politiche di austerità) che va a premiare gli atenei già “virtuosi”, innestando così un circolo vizioso e giustificando un intreccio sempre maggiore con partner privati che determinano le scelte strategiche.

Quello che legittima e giustifica sul piano ideologico questo modello è l’insopportabile retorica basata sulla meritocrazia e sull’auto-imprenditorialità, che assume la funzione di dare l’illusione alla maggioranza degli studenti di poter entrare a far parte di quella minoranza che riesce a sottrarsi alla precarietà. Sappiamo bene che i canali di accesso all’Alta Formazione delle future classi dirigenti sono accessibili a pochissimi privilegiati, tramite vie preferenziali estremamente esclusive. Qualcun altro – nel mare di uomini e donne in formazione – ce la farà, perché per essere convincente il sistema deve permettere un minimo di elevazione sociale, mentre per tutti gli altri esisterà solo la guerra di tutti contro tutti, la guerra tra poveri.

In questo quadro l’Unibo si candida a essere un ateneo di serie A e quindi ha bisogno anche di un restyling della sua immagine, trasformando l’università in una caserma dove non trovano più spazio nemmeno forme di socialità differenti, delle quali la Biblioteca di Scienze umanistiche in Via Zamboni 36 rappresenta storicamente un esempio. Il messaggio per il quale qualsiasi tipo di dissenso deve essere represso a ogni costo si è esplicitato con l’intervento dei reparti antisommossa dentro la biblioteca. Si tratta di un processo di normalizzazione che riguarda non solo la sfera dei movimenti studenteschi ma tutti i movimenti sociali su scala nazionale.

E’ giunto il momento di prendere posizione e di tornare ad affrontare il nodo della formazione e della realtà dell’Università post Gelmini su cui nuovamente incombe la scure di una nuova possibile “riforma”. Iniziamo confrontandoci all’Unibo tra studenti e professori, realtà organizzate e singoli che rivendicano la necessità di un’inversione di rotta. Partendo dal NO sociale diffuso con cui anche la working poor generation, il vero volto di quella che definiscono generazione Erasmus, si è già espressa nell’autunno contro l’attuale corso delle cose, è il momento di canalizzare quel rifiuto nella possibilità concreta di mettere a critica i dispositivi reali con cui questo presente è governato per negarci il futuro. Confrontiamoci contro un modello di università d’élite, contro la chiusura degli spazi di democrazia, contro la repressione violenta del dissenso.

Martedì 7 marzo al Politecnico di Torino – La rivoluzione dell’automobile

Martedì 7 marzo ore 17.30 al Politecnico di Torino
Sala Riunioni Emilio Cafaro
(Dipartimento di Energia, ingresso 5, piano 3)

Presentazione di
“La rivoluzione dell’automobile” (Altrimedia Edizioni)
di Francesco Morante

Con l’autore ne discute Francesco Piccioni (Contropiano.org)

Saluto del prof. Massimo Zucchetti (Dipartimento di Energia Politecnico)

Dopo le iniziative dell’anno scorso (vedi qui e qui)prosegue il nostro percorso al Politecnico dedicato all’approfondimento del rapporto tra innovazione, automazione, disoccupazione tecnologica e rapporti di classe.
Questa volta presenteremo il lavoro di Francesco Morante, che indaga in profondità le trasformazioni avvenute nei processi produttivi del settore automobilistico. A discutere con l’autore, Francesco Piccioni di Contropiano.

Consultabile e scaricabile online il nostro libretto “Automazione e disoccupazione tecnologica”, con interventi tra gli altri di Juan Carlos De Martin, Carlo Formenti, Giorgio Gattei e Francesco Piccioni

www.noirestiamo.org

facebook: Noi Restiamo Torino
noirestiamotorino@gmail.com

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La rivoluzione cubana arriva all’università

Comunicato della Rete dei Comunisti – Campagna Noi Restiamo

Si è svolta martedi in una sala universitaria della Dipartimento di Lettere, in via Zamboni 38, l’incontro con Ramon Labanino uno dei 5 eroi cubani, detenuto per 16 anni nelle carceri Statunitensi e ora di nuovo libero a servizio della rivoluzione cubana. Un’occasione per presentare il libro Yo soy Fidel, alla cui stesura hanno collaborato diverse personalità cubane, e che è stato curato da Ramon Labanino stesso e da Luciano Vasapollo in collaborazione con la Rete dei Comunisti.

Un libro che raccoglie l’eredità di un gigante della storia com’è stato Fidel Castro, il suo pensiero e il suo testamento politico, che ha lasciato oggi a Cuba e a tutto il mondo.

Una sala gremita di oltre un centinaio di persone, soprattutto giovani studenti, hanno partecipato all’incontro con curiosità e passione, nonostante in questi giorni l’università sia in piena mobilitazione per la difesa degli spazi pubblici, e nonostante la lunga giornata di mobilitazione contro il Career Day, che ieri ha visto anche l’arresto di uno studente.

Una serata che ha portato ad analisi attraverso le parole e le elaborazioni del comandante Fidel, temi che da tempo sono usciti dall’università e dall’agenda politica a sinistra. Attraverso la testimonianza di Ramon, si è parlato di crisi internazionale e di geopolitica, di politica e di economia, e di come lo sviluppo di un paese si basi anche e soprattutto sullo sviluppo sociale che la politica riesce a mettere in campo. L’esempio di Cuba, come faro rivoluzionario per noi tutti, ha dimostrato come la transizione al socialismo sia stata possibile solo investendo grosse risorse nello sviluppo sociale del Paese, nell’educazione, nella ricerca, nello sport e nella pianificazione di un economia uguale per tutti.

Parlare del processo rivoluzionario di Cuba in un aula universitaria ha fatto appassionare molti giovani e non giovani presenti, che di fronte a un gigante della storia come Fidel Castro, e ad un esempio di integerrima lealtà alla rivoluzione come Ramon Labanino, hanno potuto riflettere sul profondo significato della solidarietà internazionale e dell’internazionalismo dentro l’attuale fase dello lotta di classe nel mondo, ma anche come nella storia, Fidel insegna, “si fa quello che bisogna fare”, e quindi è giusto lottare, lottare sempre per i propri diritti, per gli spazi collettivi e per un mondo migliore possibile.

L’eredità di Fidel, racchiusa nel libro Yo soy Fidel, è la testimonianza che la rivoluzione ancora vive attraverso il popolo cubano e attraverso un gruppo dirigente solido e inspirato dalla stessa tensione rivoluzionaria che ha fatto si che Cuba non si piegasse mai al volere dell’imperialismo statunitense, e ha ancora oggi il processo di sviluppo di Cuba sia guidato e protetto ancora e sempre dagli stessi ideali di socialismo e di libertà rivoluzionaria.

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