UTENZE. STORIA DI UN PAESE CHE SVENDE IL BENE DELLA COLLETTIVITA’

UTENZE. STORIA DI UN PAESE CHE SVENDE IL BENE DELLA COLLETTIVITA’
Liberalizzazione delle utility, devastazione ambientale e l’urgenza di un cambio di rotta.

Queste settimane di emergenza sanitaria e quarantena obbligata hanno messo migliaia di persone, e in particolar modo i giovani, lavoratori e studenti che vivevano di lavoretti ed espedienti, nella condizione di totale o parziale impossibilità di pagare il canone di affitto, ma anche le utenze (acqua, luce e gas) accumulate.

Il governo Conte inizialmente si era speso in dichiarazioni sulla parziale sospensione delle bollette, poi cadute nel vuoto. Ma perché, nemmeno in condizione di straordinarietà, il governo non prende decisioni precise sulle utenze che non possiamo permetterci di pagare? La risposta è semplice: non ne ha più il controllo dopo decenni di liberalizzazioni nei settori strategici, compreso quello delle utility.

Le grandi aziende multiutility da anni infatti speculano su beni che dovrebbero essere pubblici garantendosi utili d’esercizio e dividendi notevoli, sostenuti anche dal continuo rincaro delle bollette, e la collettività, progressivamente, ha perso il potere di tutelarsi, divenendo semplici clienti. Il controllo pubblico su settori come quello dell’energia avrebbe concesso allo Stato quantomeno la possibilità di bloccare i pagamenti in una situazione sociale esplosiva come quella attuale.

Il mercato del gas è stato aperto in Italia nel 2003, quello dell’energia elettrica nel 2007, ma si è optato per un regime di ‘maggior tutela’ fino al 2022, anno di passaggio ufficiale alla piena concorrenza, cioè alla libertà estrema del mercato di regolarsi in questo settore. Dagli anni ’90 in poi, infatti, il progetto di integrazione europea ha costretto il nostro paese a svendere gran parte delle aziende statali, comprese quelle strategiche: tra le aziende privatizzata troviamo anche Enel e Eni, di fronte alle quali il Governo oggi non dice nulla, anteponendo alla priorità sociale di garantire una vita dignitosa il loro profitto anche nel disastro sanitario mondiale.

Va inoltre ricordato che sono le stesse grandi aziende da tempo riconosciute e additate tra le principali responsabili della crisi climatica e ambientale del Pianeta. Fatturano miliardi e producono devastazione su larga scala dell’ambiente, della salute e dei nostri territori.

Non pagare le bollette e chiedere che siano annullati i pagamenti è una necessità per tutte le fasce popolari. Nazionalizzare i settori strategici, tra cui quelli dell’energia, e ridare alla collettività il potere di decidere e pianificare sul proprio futuro un’urgenza che si pone nel futuro prossimo.

25 Aprile. Covid nelle fabbriche e manganelli per strada, la Resistenza continua!

Allontanando gli spauracchi sul fascismo alle porte, e cercando invece di inquadrare le dinamiche attuali all’interno di categorie legate alla gestione dei risultati a cui hanno portato le politiche scellerate delle classi dominanti, proponiamo nel giorno della liberazione una riflessione sul tema del controllo sociale e della torsione antidemocratica.

È assicurato che la crisi e la recessione globale che verranno – di cui vediamo già i primi segnali – rappresenteranno un problema enorme per le fasce popolari, ma anche per la tenuta delle classi dirigenti. Confindustria sta già ponendo infatti le basi per il post-pandemia, avanzando richieste di agevolazioni per la classe padronale, massimo livello di concertazione da parte dei grandi sindacati confederali e restrizione dei diritti sindacali. In pratica, una ricetta da economia di guerra.

La situazione sociale in Italia ha subito delle evoluzioni dall’inizio del periodo di quarantena, e si cominciano a vedere i primi tentativi di contenimento dei possibili – e allarmanti, nell’ottica della classe politica – scenari futuri. Le preoccupazioni che aleggiano ai piani alti dello stato sono lì a dimostrarlo.

La Commissione di Garanzia ha aperto un procedimento d’infrazione nei confronti del sindacato USB per aver proclamato lo sciopero generale il 25 marzo a difesa della salute di tutto il mondo del lavoro e contro la decisione di mantenere aperte le fabbriche e i settori produttivi “strategici”. Si tratta di un attacco pesantissimo al diritto di sciopero, facendosi garante non tanto di “contemperare” gli scioperi ai servizi essenziali, quanto di tutelare gli interessi aziendali rappresentati da Confindustria. Il presidente Passarelli ha sottolineato proprio lo scontro tra interessi divergenti che la crisi sanitaria porrà sul piatto.

L’esercito è stato dispiegato per le strade, rimpolpando le fila dell’operazione “strade sicure” in aiuto delle FF OO sul territorio. Queste si ritrovano infatti prevalentemente impegnate a dover presidiare supermercati e punti focali per evitare tentativi di “esproprio”, a fronte di un drastico calo dei reati di criminalità predatoria e diffusa. I servizi segreti, inoltre, hanno già fatto rapporto al governo a fine marzo, ponendo l’accento sul pericolo di rivolte sociali dato dalla povertà crescente e non coperta dagli interventi governativi o regionali, in particolare nella “polveriera” del sud Italia.

A ruota poi si è espressa la ministra dell’interno Lamorgese, seguita da tutti i suoi apparati. Ha proclamato il pericolo di esplosione di tensioni e di “focolai di espressione estremistica” direttamente correlati alle difficoltà economiche generali e alla disoccupazione. L’operazione che stanno portando avanti dal ministero dell’interno consiste in un tentativo di criminalizzazione preventiva rispetto a futuri episodi di esternazione di rabbia sociale. L’attenzione è rivolta in particolare alla possibilità di organizzazione collettiva di questi settori sociali, che possa sfociare in rivendicazioni collettive più avanzate dal punto di vista politico e che non si limitino solamente alla richiesta di viveri o del minimo per sopravvivere. Questo elemento è quello che incute maggiore timore nei confronti di coloro che nascondono, dietro il paravento della legalità e del rispetto dell’ordine pubblico, le mosse silenti di un pesante attacco futuro.

Anche la stampa gioca il suo ruolo. Il faro costantemente puntato sui comportamenti individuali dei cittadini è funzionale alla strategia di distrazione rispetto ai reali problemi del paese e a fronte del 55,7% degli italiani che non ha mai smesso di lavorare.

La funzione della repressione, in tutti i suoi aspetti, è preventiva e va collocata nel contesto di capitalismo in crisi. La gestione antidemocratica del presente e il dirigismo autoritario diventano un elemento di pianificazione delle classi dominanti per consolidare il proprio dominio e stroncare sul nascere un potenziale inasprimento dello scontro di classe di fronte al drastico peggioramento delle condizioni materiali delle fasce popolari e della tenuta egemonica della borghesia al potere. La totale assenza di pianificazione della produzione fino ad ora, lasciando pieni poteri al libero mercato, ha contribuito a destrutturare i settori statali fondamentali e ha stabilito la priorità della totale libertà di circolazione delle merci, a scapito della capacità degli individui di percepirsi come collettivo. Sono queste le ragioni che spiegano l’attuale contraddizione tra la ripartenza di tutto il mondo del lavoro nella fase 2 e l’impossibilità di movimento della popolazione per altre ragioni che non riguardino il lavoro.

In questo senso vanno letti anche gli strumenti, in particolare penali, sfoderati negli ultimi anni contro le forme di resistenza militante e sindacale organizzate e contro quelle più disarticolate e spontanee di lotta sociale, ma comunque in assenza di reale lotta di classe a livello di massa. Questi strumenti tecnici e giuridici sono stati predisposti in passato per mano di tutto l’arco parlamentare, dalle facce più pulite del PD alla Lega.

Si prospettano tempi duri e tira una brutta aria. Per questo, dobbiamo prepararci ancora meglio ad affrontare il futuro che ci attende.

IN RICORDO DEL COMPAGNO SEPULVEDA

L’iniziativa di mercoledì 22 aprile in ricordo di Luis Sepulveda, ha rappresentato un momento di confronto ricco e partecipato nel panorama asfissiante che la pandemia da più di un mese ci consegna.

Circa centocinquanta persone in diretta hanno scelto di ricordare lo scrittore cileno che pochi giorni fa ci ha lasciato, piuttosto che affidarsi all’offerta culturale che in questo momento dilaga in tv o sui social, poche ore dopo le visualizzazioni sono state superiori a quattromila.

C’è necessità di rompere il vetro dell’informazione a una dimensione e di riappropriarsi degli strumenti che ci permettano di leggere, capire e in prospettiva trasformare la realtà che stiamo vivendo, ma anche di saper comunicare queste esigenze. In questa occasione lo strumento più adatto ci è sembrato essere una semplice favola, tra i relatori che si sono susseguiti Germano Bonaveri ha impreziosito la serata con alcuni intermezzi in cui, con passione, ha letto delle poesie di Sepulveda e di Alexandros Panagulis.

Come ha sottolineato Lorenzo Giustolisi, Sepulveda aveva la capacità di sintonizzarsi con il sentire della gente, creando un immaginario riconoscibile, sia attraverso una  biografia così intensamente vissuta, sia confrontandosi  con i generi e con le forme diverse della letteratura. Due aspetti che nell’opera di Sepulveda si combinano senza sovrapporsi e in “Storia di una lumaca che scopre l’importanza della lentezza” il messaggio e la scrittura, secondo Lorenzo, risultano bilanciati nell’esatta misura.

La polisemia e l’ironia, che permette a Sepulveda di parlare dietro ai tanti volti dei personaggi della sua storia, hanno sicuramente contribuito a renderlo conosciuto al grande pubblico, al punto che oggi è sottoposto anche a letture compatibiliste. Per strapparlo a questa narrazione abbiamo voluto ricordare il compagno Sepulveda e non semplicemente l’artista.

Ma a scorrere, come un fiume carsico nella sua produzione, è soprattutto uno sguardo storico che abbraccia tutta la realtà delle lotte dell’America latina. Lotte che, come ci ha ricordato il professor Fernando Martinez, benché tagliate in fiore, da colpi di stato e blocchi economici, non sono morte ma hanno resistito e tornano a chiedere il conto alla Storia. Il prof. Martinez ripercorre la vita di Luis in rapporto alla sua opera, fatta di una letteratura moderna concepita come la proiezione del proprio immaginario. È stato interessante notare come Sepulveda abbia cercato di unire due aspetti contrapposti, quello della favola e quello della trattatistica, proprio a significare questa intenzione di tenere insieme la realtà della Storia con l’immaginario della favola.

Luciano Vasapollo ha aperto il suo intervento sottolineando come il compagno Sepulveda abbia saputo svolgere il compito che la Storia gli ha dato all’interno del percorso concreto della lotta di classe. Secondo Vasapollo, Luis ha saputo svolgere il proprio ruolo da rivoluzionario sia nelle vesti di guerrigliero che di intellettuale organico. Un passaggio riteniamo fondamentale dell’appassionato  intervento di Luciano, quello in cui ha descritto la favola della lumaca come il “Che fare?” dei tempi moderni. Ovvero una linea guida che ci permette di rispondere alla barbarie della società, una favola all’interno della quale è contenuto il concetto di democrazia partecipativa: Ribelle che decide di andare via dal Paese del dente di leone con una minoranza, una minoranza partecipativa. La lumaca rappresenta l’avanguardia capace di spingere sulla soggettività perché avvenga quel distacco che ritiene necessario, un chiaro riferimento alla teoria del delinking di Samir Amin.

Inoltre, il tema dei maestri della favola s’intreccia con il ruolo dei comunisti nella società, un ruolo funzionale ad indicare la direzione migliore e che non da soluzioni pronte per l’uso. Nella favola proposta, quando Ribelle chiede alla tartaruga Memoria “dove stai andando?” lei, il divenire storico, risponde che è la domanda sbagliata, che è più corretto chiederle da dove venisse, cioè dall’oblio degli esseri umani. La storia quindi non è determinata a prescindere, ma è un processo, un divenire nel quale si muovono i soggetti che possono cambiarne il corso se sanno sincronizzarsi con essa. È in ciò che si pone il “Che fare?” qui ed ora.

È pertanto necessario immaginarsi fin da subito come possiamo rispondere alla barbarie di quel sistema su cui si è innestata la pandemia del Covid. Su quali linee di faglia ci troviamo e come possiamo muoverci?

Due elementi saltano all’occhio in questi giorni. Il virus è figlio di uno stravolgimento degli equilibri tra uomo e ambiente, che si è amplificato con gli anni e con lo sviluppo delle forze produttive. Come ha giustamente sottolineato Luciano “Il Covid è la natura che si ribella alla sottomissione alla logica del capitale.” Da qui l’esigenza di ricondurre il conflitto capitale e natura in quello capitale e lavoro perché la lotta ambientale, come ci insegnano i paesi del Sud America, non può che essere a anche lotta anticapitalista e antimperialista. Luciano ha tenuto molto a sottolineare la grande importanza di portare avanti la lotta ambientale all’interno della dimensione del conflitto di classe, la compatibilità sociale e ambientale è l’obiettivo primario da porsi nella costruzione di un’economia che risponda ai bisogni della popolazione e non ai profitti.

La sfida è quindi quella di giocarsi una partita per capire come costruire un’organizzazione all’altezza dei tempi, un’operazione che senza dubbio necessità di tempi ma è importante cominciare fin d’ora a elaborare perché i “maestri” possono dare il metodo, ma siamo noi che dobbiamo individuare il senso del momento storico.

Per dirla con la favola di Sepùlveda: possiamo prendere coscienza di chi siamo grazie alla Memoria storica e farci aiutare dalla saggezza del Gufo, ma per trovare il nuovo paese del dente di leone non possiamo fermarci sull’asfalto caldo della strada. Ci tocca partire e non tornare indietro. È nostro compito agire da protagonisti, così come ha più volte sottolineato Vasapollo facendo anche riferimento a come Noi Restiamo si sia relazionato con le lotte nel mondo giovanile. .

Dopo gli interventi dei relatori si è aperta oltre un’ora di dibattito, con interventi e domande molte ricche di sollecitazioni sulle questioni teoriche e sull’agire politico delle nuove generazione in continuità con l’insegnamento di Luis. Infine l’iniziativa si è conclusa con il pensiero rivolto al Cile di Sepulveda che qualche mese fa riempiva le piazze chiedendo una rottura radicale con le politiche neoliberiste che dagli anni settanta hanno aumentato le disuguaglianze all’interno del paese.   

Noi Restiamo

Covid-19 e diritto allo studio, le nostre richieste!

La diffusione del Covid19 ha fatto emergere con più forza moltissimi problemi presenti nella nostra società che attanagliano in particolare le giovani generazioni. Un mese fa abbiamo iniziato una campagna di mobilitazione per il blocco degli affitti e utenze per giovani studenti e precari perché con l’inizio della quarantena moltissimi di noi hanno perso il lavoro e, dato che dal governo non è arrivato alcun tipo di tutela, non potevamo più permetterci il pagamento dell’alloggio e delle bollette.

All’interno dei vari coordinamenti regionali che abbiamo costruito in tutta Italia ci siamo riconosciuti come appartenenti ad una generazione che vive le stesse difficoltà perché tutti facciamo parte di un sistema che produce esclusione sociale rendendo impossibile l’accesso all’istruzione e ad un futuro degno. Nelle riunioni dei molti coordinamenti regionali e nell’assemblea nazionale del 19 aprile è stato riscontrato che oltre al problema dell’affitto siamo tormentati da altre difficoltà materiali che stanno diventando un’ipoteca sul nostro futuro e ci negano il diritto ad un’esistenza dignitosa: dalle altissime tasse universitarie che dobbiamo continuare a pagare, alla scarsità di aiuti per il diritto allo studio in questo momento di pandemia. Quindi abbiamo stilato un programma di rivendicazioni sulla questione universitaria che vogliamo unire con quelle sul blocco degli affitti e delle utenze. Se il governo e il MIUR continuano a stare in silenzio noi sappiamo quali sono i problemi e che cosa dobbiamo pretendere.

ABOLIZIONE DI TUTTE LE RATE DELL’ANNO ACCADEMICO IN CORSO E DEL PROSSIMO
Tutti gli studenti dovranno pagare nei prossimi mesi una o più rate delle tasse universitarie. Con il decreto Cura Italia il governo Conte ha prorogato il pagamento di poco più di un mese ma per noi questa misura non è abbastanza! Nell’emergenza che stiamo vivendo molti studenti e le loro famiglie hanno perso il lavoro e il governo ha dato pochissime tutele per le fasce più deboli della popolazione. Il pagamento della rata universitaria rappresenta un grosso problema. Le ultime rate sono quelle più alte per chi non ha un ISEE rientrante nelle prime fasce e non beneficia di borse di studio, ed inoltre sono quelle che aumentano per i fuori corso.

La crisi sanitaria in corso dimostra che la tassazione universitaria nega il diritto allo studio a sempre più studenti sulla base della loro condizione economica e la presentazione dell’attestazione ISEE in molti casi non aiuta poiché sempre meno studenti rientrano nelle fasce che permettono delle agevolazioni. Per questo, pretendiamo la totale abolizione delle tasse universitarie anche per il prossimo anno accademico. Sappiamo che l’emergenza sociale non finirà con la fine della quarantena e ci rifiutiamo di essere noi studenti a pagare questa crisi. Oltre alle tasse sappiamo che molti studenti, soprattutto i pendolari, devono continuare a pagare l’abbonamento ai mezzi pubblici che ora non stanno usando. Chiediamo, inoltre, l’immediato rimborso di tutto l’abbonamento.

EROGAZIONE IMMEDIATA DELLE BORSE DI STUDIO
L’Italia è tra i paesi con la tassazione universitaria più alta in Europa, e all’incirca solo uno studente su dieci riceve una qualche forma di sostegno. Le borse di studio, erogate sulla base del valore ISEE che spesso non rispecchia la reale situazione economica della famiglia o del singolo, diminuiscono inoltre di anno in anno, garantendo sempre meno un reale accesso all’istruzione. Ciò dipende dai continui tagli fatti in nome dell’austerità, dall’irrigidimento di criteri di merito slegati dai condizionamenti sociali ed economici, ma anche dalla regionalizzazione delle competenze sul tema, che ha portato alla frammentazione del quadro di intervento. Ovviamente, della forte differenziazione delle misure da regione a regione, nonché della loro inadeguatezza, ne fanno le spese gli studenti. In questa crisi abbiamo visto gli effetti della regionalizzazione e l’importanza di una gestione pianificata e centralizzata dei servizi fondamentali per rispondere ai bisogni della popolazione, e non possiamo che ribadirla anche in questo caso. Intanto, pretendiamo che in questa situazione di emergenza vengano subito erogate per gli studenti vincitori tutte le rate della borsa di studio, comprese della monetizzazione dei servizi attualmente non erogabili (mense e residenze per chi ora non ne sta usufruendo), senza alcun criterio di merito. Sempre nell’emergenza che stiamo vivendo, pretendiamo che tutti i servizi che continuano ad essere erogati all’interno delle residenze vengano garantiti correttamente e con la sicurezza sanitaria che è fondamentale in un momento come questo e che in alcuni casi non sta venendo rispettata.

Inoltre, I criteri di merito per vincere le borse di studio vanno del tutto aboliti per il prossimo anno accademico in modo tale che vengano basate soltanto sul reddito. Pretendiamo inoltre che, per il criterio reddituale, si accettino alternativamente l’ISEE 2020 o l’ISEE corrente 2020 con il valore fissato al momento della scadenza del bando, a prescindere da modifiche successive, e tramite il quale si può tenere conto in maniera più aderente alla realtà della possibile perdita reddituale e di posti di lavoro che si è verificata in questi mesi di blocco delle attività lavorative.

UN SEMESTRE IN PIU’
Con la chiusura delle scuole e delle università è stata attivata la didattica a distanza. Un metodo che sicuramente non permette di seguire le lezioni adeguatamente, infatti, molti studenti, sia per problemi economici (non hanno un pc e una linea wi-fi abbastanza veloce), sia per problemi psicologici legati alla difficile situazione, non potranno conseguire gli esami. Per questo pretendiamo, innanzitutto, che per tutti gli studenti sia laureandi, sia gli studenti in corso, sia fuori corso, sia dottorandi, venga prolungata la carriera universitaria di almeno un semestre senza un aumento delle tasse.

AGEVOLAZIONI PER LA DIDATTICA A DISTANZA
Moltissimi studenti e dottorandi a causa della chiusura delle biblioteche non riescono a reperire i libri da studiare per gli esami e per la scrittura della tesi. Invitiamo tutti i docenti ad inviare i libri che hanno a disposizione in pdf ai loro studenti “disobbedendo” alla legge del copyright che, soprattutto durante questa emergenza, si dimostra essere un ostacolo all’accesso alla conoscenza. Pretendiamo che le biblioteche universitarie e civiche e le case editrici mettano gratuitamente a disposizione online i loro testi in modo tale che gli studenti non siano costretti ad acquistarli su Amazon (mettendo in pericolo la salute dei lavoratori) e riescano a studiare. Fin dall’inizio della quarantena abbiamo denunciato il sistema malato della privatizzazione della conoscenza ed abbiamo attivato il servizio “Facciamo Rete” per il mutuo scambio di libri di testo (per accederci potete iscrivervi alla piattaforma discord, server collegalementi.it).

ELIMINAZIONE DI TUTTI I TEST DI INGRESSO
Il sistema dei test di ingresso è sempre stato un altro ostacolo al diritto all’istruzione superiore. Con questa crisi sanitaria abbiamo visto il suo totale fallimento: dopo anni di selezioni sia per l’accesso al primo anno, sia per la specializzazione, il nostro paese non aveva abbastanza medici per far fronte a tutti i contagi. Per questo pretendiamo l’eliminazione dei test di ingresso di tutti i corsi di laurea. Al posto del numero chiuso, proponiamo un massiccio stanziamento di fondi pubblici per attivare corsi di recupero che permettano agli studenti del primo anno di laurea di triennale di iniziare e proseguire più facilmente il loro percorso universitario.

BLOCCO AFFITTI E BOLLETTE IMMEDIATO E AUMENTO DELLE RESIDENZE UNIVERSITARIE PUBBLICHE
Milioni di studenti in tutta Italia, soprattutto i fuorisede, stanno soffrendo l’annoso problema del pagamento dell’affitto e delle bollette. Molti hanno perso il lavoro, non hanno alcun risparmio da parte e non possono pesare sulle famiglie. In queste settimane in tutta Italia sono nati coordinamenti regionali per chiedere il blocco dell’affitto e delle utenze formati da giovani studenti e lavoratori. Questa crisi ha fatto emergere il problema del caro affitti, della mancanza di residenze universitarie e della speculazione che va a ricadere sugli esorbitanti prezzi che devono pagare, soprattutto gli studenti fuorisede, per studiare in una metropoli. Quindi, pretendiamo investimenti pubblici per l’aumento delle residenze per studenti e la stabilizzazione di prezzi calmierati per gli alloggi nelle città. Le briciole che fino ad ora le regioni hanno sporadicamente distribuito non sono assolutamente sufficienti! Inoltre, pretendiamo che tutti i rettori di Italia non stiano in silenzio difronte alla situazione tragica in cui i loro studenti stanno vivendo. Se il sapere è potere, se la conoscenza significa prendere posizione, pretendiamo che i rappresentanti della cultura del nostro paese facciano pressione sulle istituzioni regionali e nazionali per risolvere questo problema.

RETRIBUZIONE COMPLETA DI TUTTI I CONTRATTI DI COLLABORAZIONE A TEMPO PARZIALE INTERROTTI
A causa dell’emergenza sanitaria molti studenti hanno dovuto interrompere i contratti di collaborazione a tempo parziale promossi dalle università, perdendo così quell’unica fonte di reddito che al momento poteva garantirgli un minimo di sussistenza economica. Per questo, non solo vogliamo che la partecipazione a questi bandi sia estesa anche agli studenti fuori corso, che sempre più spesso non riescono a portare avanti il piano universitario nei tempi previsti proprio perché devono anche lavorare parallelamente per far fronte a tutte le spese universitaria oltretutto in costante aumento; ma vogliamo anche che l’università retribuisca immediatamente di tutte le ore previste dal bando anche a chi, per ovvie ragioni, non hanno potuto completarle.

RETRIBUZIONE DEI TIROCINI CURRICULARI
I tirocini obbligatori sono sempre più diffusi, e diversamente da quello che ci viene detto, sono pura manodopera gratuita al servizio di grandi imprese.
Durante questa emergenza abbiamo assistito concretamente all’uso di tirocinanti per sopperire alle mancanze strutturali di personale qualificato, come sta succedendo con l’impiego di studenti di medicina e infermieristica che stanno salvando vite mettendo a rischio la propria, senza avere nemmeno diritto di retribuzione perché stanno svolgendo un tirocinio curriculare.

Inoltre, molti studenti in questo momento si trovano in difficoltà economica e non riescono a laurearsi nei tempi previsti anche dalle proroghe perché non possono svolgere il tirocinio curriculare che gli permette di ottenere gli ultimi cfu. Per questo pretendiamo che dove possibile il tirocinio venga sostituito con altre attività formative che non vadano a inficiare sui tempi di conseguimento della laurea e che tutti i tirocini curriculari venga da ora in poi retribuiti.

DIFENDIAMO LA RICERCA
Per i dottorandi, assegnisti e precari della ricerca chiediamo non solo che vengano prorogate le scadenze per tutto il tempo necessario ma che venga garantita la retribuzione per il periodo di proroga. Riteniamo che i finanziamenti per questo periodo debbano venire erogati dallo Stato per evitare che si accentuino le disuguaglianze tra atenei di serie A e atenei di serie B.

Questa situazione di emergenza ha evidenziato sia l’importanza sia l’estrema precarietà del mondo della ricerca. Chiediamo la stabilizzazione di tutti i precari e la garanzia che i costi della crisi non si scarichino sui settori già penalizzati della ricerca.

Le nostre richieste non si fermano all’emergenza perché la crisi sanitaria è stata la cartina tornasole che ha evidenziato i problemi strutturali di un sistema diseguale che riproduce esclusione sociale in ogni sua parte: dal mondo universitario a quello del lavoro. Come giovani studenti, lavoratori, precari, disoccupati, fuorisede e costretti all’emigrazione forzata ci riconosciamo come figli di un organismo che ci sfrutta quando gli occorre e ci abbandona al momento del bisogno. Rendendoci conto di questo, vogliamo mettere in discussione tutto e vogliamo riprenderci il futuro a partire dal presente. È venuto il momento di costringere il governo ad invertire le priorità perché milioni di giovani studenti e precari non sono disposti ad accettare che il dopo quarantena torni ad essere la drammatica “normalità” nella quale vivevamo prima.

Per questo lanciamo il 29 e il 30 aprile una due giorni di mobilitazione sulla questione universitaria per ripensare ed invertire la rotta che ha seguito fino ad adesso il mondo della formazione che si è rivelata un completo fallimento.

Rete Nazionale Noi Restiamo
Campagna nazionale blocco affitti e utenze per giovani, studenti e precari

DA CRISI SANITARIA A CRISI FINANZIARIA: LA FINE DI UN MONDO

Da una crisi sanitaria di questa portata non ci si poteva che aspettare una crisi economica della stessa misura. Una percezione che veniva confermata anche da diversi studi recenti, ultimi su tutti quello della Bundesbank, in cui l’istituto parla di recessione profonda per l’economia tedesca. A seguire la Banca centrale di Madrid, che ha previsto un crollo del Pil spagnolo fino ad un massimo del -13,6% nel 2020. Anche per l’Ufficio Parlamentare del Bilancio italiano si prefigura un calo dell’attività economica di intensità eccezionale con una perdita di 15 punti di PIL nel primo semestre, un calo mai registrato nella storia della Repubblica.

In che modo e quando sarebbe partita la crisi, invece, rimaneva un dibattito aperto. Lunedì 20 aprile alle 20:30 (ora italiana) la spia si è accesa e si è registrato il primo chiaro episodio di recessione che segna di fatto l’inizio dello spostamento dalla crisi sanitaria alla crisi economica, attraverso una crisi finanziaria. L’evento in parte non ci deve sorprendere, ma assume un valore simbolico e storico epocale.

Nello specifico, la quotazione dei contratti a maggio del Wti, ossia il greggio di riferimento per il mercato statunitense, ha chiuso con una diminuzione del –305% e il prezzo del barile è sceso sotto lo zero, addirittura a -37 dollari. Avvenimento mai successo da quando hanno aperto le negoziazioni di futures sul petrolio. Tecnicamente, un future è uno strumento finanziario che impegna l’acquirente ad acquistare alla scadenza ed al prezzo prefissati l’oggetto dello scambio, in questo caso il petrolio. Quindi, coloro che devono consegnare il petrolio Wti a maggio sono arrivati a “pagare” il compratore purché glielo togliesse dalle mani (e non poco, ma ben 37 dollari al barile!). Un crollo gigantesco se consideriamo che solo tre mesi fa il prezzo era di 60 dollari al barile.

Questa situazione straordinaria è legata al fatto che la domanda di petrolio è precipitata perché sono bloccate tutte le attività a causa della pandemia e che l’offerta invece non si è fermata per motivi di scontro geopolitico, arrivando così a saturare i magazzini degli USA. È probabile che qualcosa di simile avverrà in Europa e all’indicatore finanziario di riferimento, il Brent, che da giorni sta registrando cali drastici. L’evento di lunedì sera, registrato sul mercato finanziario, avrà pesanti ripercussioni sull’economia reale, a partire dal mercato del petrolio e a seguire su tutta l’economia mondiale e sui fragilissimi equilibri su cui si basava.

Il mercato del petrolio, infatti, non è un mercato qualsiasi e negli ultimi 50 anni è stato il simbolo di un modello di capitalismo basato sul dollaro e sull’egemonia statunitense. Tuttavia, il fatto che sia il primo a cedere non è casuale, diversi analisti avevano previsto il possibile declino dell’egemonia del petrolio USA. Questo perché negli Stati Uniti negli ultimi 10 anni si è deciso di iniziare a sfruttare dei giacimenti di combustibili (i c.d. shale fields) che erano già conosciuti ma non sfruttati per via dell’enorme costo di estrazione. Dalla presidenza di Barack Obama, invece, hanno deciso di utilizzarli per ridurre la dipendenza energetica dal resto del mondo e mettere in difficoltà il cartello dell’Opec. Raggiunti questi obiettivi, il governo Usa ha potuto così perseguire scelte geopolitiche più aggressive contro regimi ostili, in primis quello iraniano e venezuelano, senza dover sopportare i rischi di una crisi petrolifera stile anni ’70.

Tutto ciò però è stato possibile solo grazie alla presenza di enormi quantitativi di liquidità sui mercati finanziari per via delle espansioni monetarie delle banche centrali. In questo modo, le aziende del settore hanno potuto ottenere credito a costi nulli e sostenere la crescita produttiva nonostante la maggioranza delle imprese non riuscisse ad ottenere profitti dall’attività. Basti pensare che negli ultimi 10 anni i principali 40 produttori hanno speso oltre 200 miliardi di dollari in più di quanto abbiano incassato. Qualcosa che non poteva durare a lungo.

Gli analisti però immaginavano che il declino dell’egemonia USA nel mercato del petrolio sarebbe stato legato ad un inevitabile calo della produzione o ad uno scontro geopolitico, visto che Cina e Russia avevano deciso di iniziare a scambiare petrolio con valute diverse dal dollaro. Invece, è stato il cigno nero del Coronavirus a innestare la crisi. Influisce anche la guerra sotterranea fra USA, Arabia Saudita e Russia. Nonostante l’accordo per tagliare la propria produzione, Riad e Mosca sono ancora impegnate a strapparsi quote di mercato a colpi di sconti, e così deprimono i prezzi. Dalla loro hanno le più basse spese di estrazione al mondo, appena 3 dollari per i sauditi contro i 18 dei russi. Il costo di estrazione per lo “shale oil” americano è molto più alto, fra i 43 e i 53 dollari. Per questo motivo ora tremano molti produttori americani che rischiano un’ondata di bancarotte e il crollo di un settore che ha contribuito all’elezione di Donald Trump. Questa volta, a differenza del passato, non è detto che il solito ricorso al credito sia sufficiente.

L’evento di lunedì segna così anche l’ennesima disfatta dei mercati finanziari. Nella storia non si era mai registrato un valore negativo di una merce perché non possono esistere prezzi negativi, da un punto di vista economico non hanno alcun significato. Nei mercati per definizione i prezzi devono essere maggiori o uguali a zero. Si infrange così la favola della superiorità dell’autoregolamento del mercato, che per decenni è stata usata per piegare le scelte politiche e che si mostra nuovamente del tutto incapace di saper gestire la situazione. Ad oggi, infatti, tutti i parametri di riferimento sono fuori mercato: tassi di interesse negativi, prezzi negativi, crescita negativa. Il problema principale però è che il fallimento dei mercati finanziari si ripercuoterà poi a cascata sull’economia reale con ingenti costi che verranno scaricati su lavoratori e cittadini.

L’episodio di lunedì può essere così considerato come un punto simbolico di caduta di tutti i tentativi politici di risoluzione della crisi sistemica iniziata negli anni ’70 e che va trascinandosi con crisi economiche sempre più ravvicinate e violente alla quale il capitalismo cerca di porre da decenni delle pezze senza riuscirci. Alle ultime crisi, quella finanziaria del 2007-2008 e quella dei debiti del 2012, aveva risposto con una maggiore finanziarizzazione neoliberista e un intervento straordinario della politica monetaria, le quali oggi potrebbero non bastare più. A questo punto il sistema economico-finanziario si sta dirigendo nuovamente in un territorio inesplorato e guarda a un altro salvataggio illimitato da parte delle banche centrali e dello Stato.

Oro nero, energie fossili, petrodollari, interessi geostrategici, derivati finanziari, guerre, sono alcuni aspetti legati al petrolio che hanno riempito le pagine della nostra recente storia e hanno orientato non solo i rapporti internazionali e le politiche di tanti Paesi ma anche cambiamenti climatici e modi di vivere. L’arrivo improvviso del coronavirus ha scombussolato questo enorme castello che si pensava solido e incrollabile e una merce-simbolo di tale sistema, come l’oro nero, si è tramutata in un vettore della crisi sistemica e dei rapporti geo-politici tradizionali. È la fine di un mondo.

Questa accelerazione, però, dobbiamo stare attenti a saperla descrivere come la fine di UN mondo, ma non la fine DEL mondo, tanto meno di quello capitalista. Dobbiamo, infatti, assolutamente evitare di pensare che questa crisi non possa essere risolta in qualche modo da parte del sistema e quindi aspettare che il capitalismo crolli da solo sulla spinta dell’esplosione delle sue contraddizioni. La storia ci insegna che non è così. In questa accelerazione, la nostra funzione di saper delineare un’alternativa sistemica e di sviluppare strumenti di analisi adeguati diventa ancor più fondamentale. Come ci ricorda Lenin, di cui ieri ricorreva l’anniversario della nascita, non sono possibili cambiamenti reali a meno che non vi sia una forza sociale e politica pronta ad attuarli.

Non saremo noi giovani a salvare l’Unione Europea

È certamente ormai chiaro a tutti: viviamo in tempi decisamente fuori dall’ordinario. La crisi sanitaria causata dall’attuale pandemia di Coronavirus sta mettendo in luce tutte le contraddizioni e fragilità che hanno sempre caratterizzato il sistema economico, politico e sociale in cui siamo cresciuti. Siamo sempre stati abituati a pensare al capitalismo come a qualcosa di immutabile, alle dure leggi della competizione come a qualcosa di irriformabile; di fronte ai nostri fallimenti preferivamo crocefiggere noi stessi piuttosto che provare ad illuderci che le regole del gioco potessero in qualche modo cambiare. E invece adesso appare chiaro che quel sistema che sembrava l’unico orizzonte possibile va perdendo ogni giorno pezzi, risultando incapace di rispondere alla crisi.

In questo contesto, ad essere entrata in crisi è anche la retorica del “sogno dell’Unione Europea”: come ci si può ancora illudere, d’altronde, circa l’esistenza di una fantomatica “solidarietà europea”, quando i falchi di Germania e Olanda (con il tacito assenso degli altri Paesi del Nord Europa) pongono un veto alla possibile condivisione del costo della crisi, infrangendo ogni possibile illusione di riforma interna. Così, in questo periodo di totale insicurezza e crisi sistemica, anche le convinzioni degli europeisti più duri e puri vacillano. Se da un lato, infatti, avevano provato a raccontarci di come l’integrazione europea avrebbe dovuto portare alla convergenza tra i diversi Paesi, al benessere e alla prosperità, la realtà ci ha mostrato il contrario: un distanziamento sempre più acuto tra centri e periferie, una disuguaglianza sempre più pronunciata e un futuro di miseria per la maggior parte della popolazione. Tutti questi nodi stanno ora venendo al pettine e davanti a quella che si preannuncia essere una delle crisi economico-sociali più acute degli ultimi anni, l’UE si presenta totalmente inadeguata sia per quanto riguarda la produzione di macchinari e dispositivi di sicurezza medici, sia per quanto riguarda la capacità di immaginare soluzioni per contenere la crisi e rilanciare una futura crescita.

Così, ogni giorno vengono prese decisioni politiche che superano limiti che sembravano insuperabili o, più correttamente, che ci volevano far credere che lo fossero. Le fondamenta stesse dell’UE vengono messe in discussione, solo per citarne qualcuna: sospensione del trattato di Schengen, sospensione del Fiscal Compact, estensione del Quantitative Easing. Un processo però non pacifico, anzi molto conflittuale, tra chi vorrebbe provare a limitare questi cambiamenti ad un momento eccezionale e tra chi vorrebbe estenderli anche nel futuro. Uno scontro che si può vedere nella spaccatura tra paesi del Sud e del Nord nella decisione di emettere o meno eurobond, nel rinvio della riunione dell’Eurogruppo dopo 16 ore di negoziati inconcludenti, che hanno poi portato ad un compromesso completamente instabile e che dovrà essere ridiscusso nella prossima riunione del Consiglio Europeo (il 23 aprile) che si preannuncia molto tesa. Uno scontro che però si sta svolgendo tutto all’interno della grande borghesia europea che teme di non riuscire più a difendere la propria quota di profitto nella competizione internazionale che si farà sempre più aspra. Vediamo così i teorici più importanti dell’austerity europea, su tutti Alesina, Giavazzi e Tabellini, fare delle giravolte incredibili per sostenere la necessità di un cambiamento che potrebbe essere rappresentato da alfieri del grande capitalismo quali Macron e Draghi.

Un contrasto che è quindi sbagliato leggere come uno scontro tra sovranismi, in quanto piuttosto è legato alle stesse regole dell’UE che alcuni vorrebbero dismettere. Gli eventi di questi giorni ci aiutano così a vedere meglio qual è la vera natura dell’UE: una gabbia nata e sviluppata per difendere gli interessi di pochi rispetto a quelli della collettività, in una cornice di competizione tra economie piuttosto che di solidarietà e che spinge alla guerra piuttosto che alla pace tra popoli.  Del resto, sono state le politiche di distruzione generalizzata dello Stato Sociale targate UE e adottate da tutti i governi degli ultimi 30 anni che ci hanno portato all’attuale situazione. Politiche che hanno comportato che il Servizio Nazionale Sanitario in Italia è stato alleggerito con tagli per 37 miliardi in soli 10 anni, regionalizzato, riformato per poter essere meglio privatizzato, riorganizzato in funzione delle cosiddette eccellenze, ed ora non ha più la capacità di essere strumento di difesa della salute pubblica. Tuttavia, se un fattore positivo ci ha portato questa crisi, è che si è manifestato come un cigno nero che sta mettendo in discussione tutte le regole che sembravano incontrastabili. E se la gabbia dell’Unione Europea sta entrando in crisi, spetta a noi darle la spallata finale. Di fronte a questa situazione, ai giovani europei non conviene continuare a spacciare dei sogni, ma, al contrario, devono aprire gli occhi una volta e per tutte. E se un tempo potevamo avere tutti i timori del mondo pensando ad un’eventuale rottura, il baratro che si vede innanzi è ben più spaventoso di qualsiasi ipotetico scenario alternativo.

Il virus però ha reso anche il lavoro più complicato del solito alla sinistra italiana europeista che si trova spaesata davanti ad una materialità del reale che si infrange contro tutte le frottole che ha aiutato a diffondere negli ultimi decenni, la cui voce viene rappresentata anche dalle colonne de La Repubblica. Tra i vari articoli indecenti che ha pubblicato in questi giorni spicca quello di Paolo Rumiz, da sempre in prima linea tra gli spacciatori del “sogno europeo”. Questa volta, ammirando “il colpo d’occhio dalle Alpi al Mediterraneo” dalla finestra della sua casa di campagna dove può godersi -lui sì- una quarantena dorata lontana dagli affanni della maggioranza della popolazione, lancia un grido quasi disperato di aiuto: giovani salvate voi la “nostra” Europa.

Giocano sporco, tanto Paolo Rumiz come gli altri europeisti in crisi, che nel sostenere la riformabilità di quest’impalcatura si rendono complici del sistema UE complessivo, anche nei meccanismi che dicono di criticare. Sanno benissimo che per salvare la baracca non è possibile appellarsi alla generazione dei più anziani, che stanno pagando il conto della carenza cronica di strutture sanitarie morendo senza nemmeno la possibilità di ricevere le cure minime; non è possibile appellarsi ai lavoratori, mandati a migliaia a morire nelle catene di montaggio che continuano a restare aperte per garantire il profitto dei padroni; e allora che fanno? Lanciano un grido d’aiuto rivolto a noi “giovanissimi”, quelli che fin da piccoli sono stati educati a vedere nella Unione Europea un mito di progresso, la prima generazione che fin dalla più tenera età è stata imbevuta di ideologia europeista, che è stata spinta a pensare ad astratti valori anche quando questi venivano palesemente smentiti dai fatti concreti, alla quale per anni sono state spacciate convinzioni che adesso appaiono chiaramente per quello che sono: delle vere e proprie balle.

Ma, d’altro canto, perché mai noi giovani dovremmo difendere l’Unione Europea? Noi, membri di una generazione costretta a studiare in scuole che ci crollavano addosso ogni giorno mentre ci raccontavano l’importanza della formazione; una generazione costretta a scegliere tra emigrazione forzata, spacciata per “meravigliosa esperienza all’estero”, e un futuro fatto di disoccupazione e fame a casa propria; una generazione che hanno indottrinato con la favola della “meritocrazia” mentre chi andava avanti era sempre e soltanto chi già aveva i mezzi per permetterselo e le università diventavano sempre più elitarie e inaccessibili; giovani definiti senza vergogna “generazione Erasmus” mentre in realtà siamo “working poor generation”.

Piuttosto che cercare di salvare un mondo che sta andando in pezzi a causa delle sue stesse contraddizioni, dobbiamo avere il coraggio di guardare a quei Paesi e modelli sociali diversi e che ci stanno mostrando di essere superiori nel gestire la crisi tanto a livello sanitario quanto a livello economico e sociale. Tra questi, spiccano sicuramente Cina e Cuba, le quali in modo differente tra di loro ci mostrano come la dimensione pubblica è la sola che è in grado di affrontare emergenze sociali di questa dimensione e di come ci sia necessità di un modello basato sulla pianificazione economica che metta l’economia al servizio dei bisogni di tutti. Alla crisi totale che investe il capitalismo dobbiamo far seguire un’alternativa sistemica. Noi giovani non siamo necessariamente destinati alla morte sociale, condannati da un fato avverso alla sconfitta generale. L’Unione Europea ci ha sempre dato ben poco e, se ora promette di darci ancora meno, è il momento giusto per dire basta.

Mentre seppelliamo il sogno dell’Unione Europea, dobbiamo però essere anche in grado di immaginarci un’ideale di vera solidarietà tra i popoli. Come fare? Di certo non rimanendo in silenzio quando il sogno dell’UE viene smentito dai fatti, o quando viene perpetrato il massacro sociale in suo nome. Costruire l’alternativa è possibile solo dando uno smacco all’Europa del profitto e della tecnocrazia spietata, spingendo per formare una nuova alleanza, magari con quei Paesi mediterranei che sono vessati come noi (i cosiddetti PIGS), magari anche con i Paesi che si trovano all’altra sponda del Mediterraneo e che sono stati da sempre trattati come popoli da sfruttare piuttosto che come uguali. Un’alleanza che sia votata alla costruzione di una società nuova, che garantisca davvero la piena realizzazione di ciascun individuo, il benessere comune. Un nuovo inizio, perché tutto possa davvero cambiare e si possa mettere fine al marcio a cui questo sistema economico ci ha abituato fino ad oggi.

No, non saremo noi giovani a salvare la creatura infernale che avete creato. Non saremo noi giovani a salvare l’imperialismo europeo dalla pattumiera della storia: quello è il posto che gli spetta. Avete ragione, “il vento soffia forte”, più forte che mai, e fate benissimo ad avere paura.

BLOCCHIAMO LA VALUTAZIONE DELL’ESAME DI MATURITA’ E I TEST DI INGRESSO ALL’UNIVERSITA’

Con l’emergenza sanitaria legata alla diffusione del Coronavirus in Italia sono venute al pettine le contraddizioni che questo sistema si porta dietro da anni, segnando nettamente un prima ed un dopo, e preannunciando un impatto impressionante su tutto il sistema economico-sociale che si sta mostrando incapace di gestire la situazione.

Anche nell’ambito della formazione la crisi attuale ci dimostra che lo schema di valori portato avanti dalle classi dirigenti è fallimentare e dannoso. In particolare, per quel che riguarda il sistema di valutazione scolastico, le scelte politiche del MIUR e del governo hanno promosso come unico obiettivo quello di continuare a valutare tutti gli studenti dividendoli fra “meritevoli” e “non meritevoli”, in una logica di eterna competizione. La ministra dell’Istruzione Azzolina ha così deciso di assicurare l’ammissione all’esame di Stato a tutti gli studenti, ma al tempo stesso di strutturare l’esame di maturità in una sola grande prova orale che sarà come di consueto valutata in centesimi.

Dai primi giorni di questa emergenza abbiamo più volte espresso la nostra totale contrarietà riguardo alla valutazione a distanza perché significa riprodurre uno schema di normalità, intendendo l’emergenza solo come una parentesi, che non tiene conto né del portato psicologico di questa crisi, né della mancanza di strumenti tecnologici per moltissimi studenti. Perseverare con la valutazione a distanza si traduce nella lesione del diritto allo studio e nell’aumento delle disuguaglianze sociali.

Per questo pretendiamo l’annullamento dell’esame di maturità e la promozione di tutti gli studenti, senza lasciare ai singoli docenti l’onere di dover decidere come valutare.

Ma questo non è sufficiente. Per poter garantire il diritto di studio a tutti si devono anche abolire i test d’ingresso e gli sbarramenti a tutti i corsi di laurea triennale, magistrale, nonché per i corsi di specializzazione medica. In questo sistema, infatti, il numero chiuso significa solo escludere dalle università migliaia di giovani che non hanno le condizioni materiali per accedervi, alimentando una logica classista ed elitista del sapere. In questa situazione di emergenza, questa selezione diventa ancora più profonda. In sostanza, chi viene da scuole di periferia, chi non ha avuto i mezzi per seguire le lezioni a distanza, chi non ha genitori in grado di aiutare i figli adeguatamente, chi non ha la disponibilità economica per prepararsi privatamente ai test di ingresso verrà quasi automaticamente escluso da alcune università.

Inoltre, il numero chiuso non rappresenta solo una negazione del diritto all’accesso all’istruzione, ma anche una scelta politica fallimentare. La ricerca e la formazione fino ad ora sono sempre state sottomesse agli interessi di competizione delle aziende private senza tener conto delle necessità della collettività. In questo senso, l’applicazione del numero chiuso non è solo uno strumento di selezione classista ma è anche un ostacolo alla soddisfazione dei veri bisogni della popolazione. La pandemia ci ha mostrato come la formazione delle nostre università sia carente non solo nel settore medico ma anche in tanti altri. Scelte legate alla necessità di contenere i costi stanno portando a carenze sempre più ampie di personale medico sanitario, ricercatori, ingegneri, professori, ecc., professionisti che, di sicuro, non smetteranno di servirci dopo la fine della quarantena. Quindi è la realtà stessa a dimostrarci che questo modello di formazione fondato sugli interessi di mercato e sulla selezione, addirittura capace di tentare di brevettare e quindi “privatizzare” il vaccino e le cure contro il Covid-19, non può garantire sicurezza a tutta la popolazione.

È venuto il momento di mettere completamente in discussione questo modello.

Vogliamo l’abolizione di test di ingresso e delle valutazioni di accesso ai corsi universitari. Pretendiamo un investimento pubblico massiccio nell’attivazione di corsi integrativi che garantiscano il recupero della didattica persa nei mesi di distanziamento sociale e permettano a tutti gli studenti di avere la stessa possibilità di accesso a quelle conoscenze utili all’inizio e al proseguimento della carriera universitaria.

Partendo dalla promozione di tutti i maturandi e dall’eliminazione di tutti i test di ingresso universitari, ci battiamo per porre fine una scuola escludente, classista, basata sulla competizione e sull’individualismo. Oggi più che mai occorre avere la volontà politica di ripensare il mondo della formazione da zero per avanzare con una proposta che sia di rottura e di reale alternativa.

Occorre rimettere al centro la funzione sociale della ricerca per il benessere della collettività.

È arrivato il momento di invertire la rotta.

Opposizione Studentesca d’Alternativa
Rete nazionale NOI RESTIAMO

MI CHIAMO RIBELLE, È IL NOME CHE MI HA DATO MEMORIA. #Decamerovid5

Il 16 aprile il corona virus si è portato via lo scrittore cileno Luis Sepulveda, conosciuto da molti per i suoi romanzi più noti come Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnó a volare, il vecchio che leggeva romanzi d’amore, le rose di Atacama e Patagonia express. Sepulveda, oltre che scrittore, è stato però un compagno protagonista degli eventi che sconvolsero il suo paese e l’intero continente nella seconda metà del Novecento. Vissuto tra idee di rivoluzione, al fianco della natura ribelle che spesso emerge nei suoi libri, si iscrive alla Gioventù Comunista e a inizio anni 70 ebbe in Bolivia rapporti diretti con la guerriglia rivoluzionaria.

In seguito alla vittoria di Salvador Allende, decide di tornare in Cile, dove diventerà la Guardia del Corpo personale del Presidente. Dopo il Golpe di Pinochet, sarà arrestato, torturato e condannato all’ergastolo.

Esiliato dal Cile, girerà diversi paesi del Centro e Sud America vivendo in varie comunità indios come quelle degli Shuar, protagonisti del suo celebre romanzo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore. Apprende qui il ritmo e i tempi della della natura e della grande foresta, nonché il rispetto che questa necessità.

A fine anno 70 e ‘ in Nicaragua per combattere al fianco del Frente Sandinista di Liberacion Nacional con Daniel Ortega.
Dopo la vittoria della Rivoluzione sandinista, viaggerà per i mari come attivista di Green peace, ma anche in Spagna e America Latina e Italia.

Sepulveda era capace di disseminare messaggi potenti in forme semplici, favole o racconti solo apparentemente per bambini. Nel prossimo appuntamento di Decamerovid vogliamo ricordarlo con “Storia di una lumaca che imparò il segreto della lentezza” , un’ allegoria dei processi conoscitivi e di come per immaginarsi un mondo differente sia necessario porsi delle domande e iniziare a lavorare al cambiamento lentamente, (molto lentamente) ma con la stessa determinazione che guida la lumaca Ribelle e le sue compagne fuori dal prato dei denti di leone, vincendo la paura.

In questo momento di isolamento nel quale il tempo è deformato dalla quotidianità anomala della quarantena, torniamo quindi a ragionare sul tempo e sulla lentezza, un concetto così avverso ai ritmi frenetici che vivevamo e che anche ora vorrebbero farsi strada con la cosiddetta fase due.

Ne parliamo Mercoledì 22 alle ore 21.00 su Discord, canale Collega (le)Menti.

 

“Pazienza zero” il Primo Maggio un grande corteo telematico attraverserà l’Italia

Il Primo Maggio un grande corteo attraverserà tutta la Penisola con lo slogan “Pazienza zero”. In tempi di distanziamento sociale sarà un corteo telematico ma non per questo meno carico di forza e di rabbia: una diretta live no-stop, sui siti e sui social delle organizzazioni promotrici, racconterà le lotte, le denunce e le iniziative di solidarietà – intervallate dai contributi dal mondo della musica – che fanno intravedere la nascita di un’altra società.

Non stiamo infatti morendo solo di Covid-19 né la crisi mondiale è frutto unicamente del coronavirus. Affiora ovunque la consapevolezza che il sistema economico e sociale occidentale non sia in grado di proteggere la società umana da una crisi con queste caratteristiche e che sia arrivato il momento di intraprendere un altro cammino. La diffusione del virus ha solo messo in evidenza l’accaparramento delle risorse nelle mani di pochi, che oggi è diventato insopportabile perché mette a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

L’assenza di sicurezza sui posti di lavoro, lo smantellamento della sanità pubblica, l’impreparazione alle emergenze testimoniano che tutto è sacrificato alla competitività delle imprese sui mercati mondiali.

Le morti sul lavoro, le morti in mare dei migranti, le morti degli anziani nelle RSA, le morti degli operatori sanitari di base e ospedalieri, dimostrano che è stato ucciso il diritto alla sicurezza ed alla salute e che l’articolo 32 della Costituzione viene subordinato agli interessi delle aziende.

La cinica fretta dei padroni a riaprire tutte le attività e la mancanza dei dispositivi di protezione producono una sequela continua di omicidi che non sono dovuti alla diffusione del virus ma alla responsabilità precisa di chi, di fronte ad una emergenza di enormi proporzioni, continua a mettere i profitti ed il valore dei titoli azionari davanti agli interessi della collettività.

L’aumento delle disuguaglianze sociali, l’enorme diffusione della povertà, l’allargamento della precarietà e del lavoro povero, il moltiplicarsi delle mille forme di lavoro atipico, autonomo e a partita iva, sfruttato, impoverito e senza tutele, l’accrescersi delle disparità di genere, sono il frutto delle controriforme del mercato del lavoro varate in questi anni. La diffusione del virus ha solo messo in evidenza l’accaparramento delle risorse nelle mani di pochi, che oggi è diventato insopportabile perché mette a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

Il distanziamento sociale è oggi una necessità per fermare il contagio. Ma c’è il forte rischio che diventi un’arma per chiuderci la bocca ed impedire l’esplodere della protesta. Nei rinnovati divieti a scioperare si intravede già una voglia di disciplinare il paese. Un bavaglio alla voce di milioni di lavoratori che vogliono il rispetto del diritto alla salute, al reddito, alla democrazia.

I popoli potrebbero aver esaurito la pazienza. Mentre il pensiero unico si sgretola, l’austerità fortemente voluta dall’Unione Europea entra in crisi e le ricette neoliberiste vengono rimesse in discussione, sta forse scoccando l’ora di un nuovo inizio. Difendere la vita e la salute del pianeta e di chi lo abita sono il nuovo imperativo della solidarietà internazionalista.

Facciamo del Primo Maggio il punto limite della nostra pazienza. La fine della nostra pazienza è un dispositivo di protezione di massa.

Promuovono l’iniziativa:

Rete Iside Onlus

Unione Sindacale di Base

Potere al Popolo

Noi Restiamo

C.S. Il Cantiere (MI)

Opposizione Studentesca d’Alternativa

Federazione Giovanile Comunista Italiana

Centro Internazionale Crocevia

Forum Diritti/Lavoro

Coniare Rivolta

Radio Sonar (RM)

Radio Ciroma (CS)

Radio Città aperta (RM)

Rete dei Comunisti

MGA – Sindacato nazionale forense

C.S. Nuvola rossa (Reggio Calabria)

Brigate di Solidarietà Attiva di Rosarno e Lampedusa

Rete Popolare Tiburtina

Rapporti sociali e conflitti di classe, nell’Europa che segue la peste

Per un’analisi materialista della peste del trecento, quattro appuntamenti di analisi materialista dell’epidemia nel trecento. Contributo prodotto in occasione dell’iniziativa “Epidemie detonatrici” organizzata dalla Rete dei Comunisti sabato 4 aprile 2020, Video completo.

Parte 1 La Storia e la Peste: Un quadro teorico
Parte 2. Appunti per un’analisi di classe delle società precapitalistiche
Parte 3. Il trecento e la contraddizione tra forze produttive e rapporti sociali di produzione

Parte 4. Rapporti sociali e conflitti di classe, nell’Europa che segue la peste.

Se la prima considerazione richiedeva di capire le tendenze e le contraddizioni, il secondo punto che abbiamo tracciato definendo le regole per un’analisi materialista delle società precapitalistiche, richiede di valutare quali sono i generali rapporti sociali di produzione del sistema che la peste colpisce, per capire come e perché la situazione evolve in un certo modo dopo lo shock provocato dalla peste.

Abbiamo detto in precedenza che i rapporti sociali in un modo di produzione si strutturano sulla base delle modalità in cui viene estratto plus-lavoro dalle classi subalterne. Ora, nel trecento, l’impianto giuridico e politico è completamente diverso rispetto a quello attuale, il rapporto di estrazione è diretto, come già detto, e poggia su una sovrastruttura molto più debole, di cui l’egemonia ideologica in questo momento è fragilissima.

La terra non è capitale che si valorizza autonomamente, ma ha valore nella forma del prodotto che il lavoratore ne estrae, i mezzi di produzione sono controllati direttamente dal lavoratore, e il concetto giuridico di proprietà privata (nelle forme sacrali in cui lo conosciamo) non esiste.

Molte terre del demanio sono comuni, accessibili a tutti e forniscono già da sole, con una popolazione tanto ridotta, di che vivere ai contadini. In un contesto in cui  i lavoratori sono legati ai padroni non dalla necessità come nel sistema capitalistico (dove i padroni posseggono i mezzi di produzione), ma dalla coercizione, in cui è il controllo diretto delle persone, a fornire valore, non il loro controllo indiretto, lo shock ha modalità di agire sui rapporti sociali diverse da quelle che avrebbe oggi.

Teniamo presente che in antico regime, proprio per gli effetti del sistema sociale descritto, i lavoratori non rispondono agli incentivi economici come oggi (è un errore pensarlo), di fronte a salari più alti non sono disposti a lavorare di più per il padrone, ma meno, perché vogliono più tempo libero per la socialità, e una volta che hanno guadagnato di che vivere bene per la settimana o il mese, non hanno altri impulsi consumistici o accumulativi per cui sono spinti a lavorare ulteriormente.

Tendenzialmente è vero dunque 1) che i rapporti di forza si spostano a vantaggio dei lavoratori, ma non perché i lavoratori rispondano direttamente agli stimoli della domanda e dell’offerta, non perché intuiscano l’opportunità di nuovi guadagni e vogliano sfruttarla aggredendo i padroni (come ci dice la letteratura), molto semplicemente perché le condizioni strutturali li rendono autosufficienti, mentre i padroni, la cui ricchezza si fonda sul controllo diretto dei lavoratori, in un momento in cui le terre comuni a disposizione sono molte di più, la legittimità loro e del clero a governare è profondamente minata e la forza coercitiva stessa è ai minimi, faticano a imporre gli obblighi feudali. 2) É vero altresì che il capitale perso dai morti viene, in questo sistema, tendenzialmente redistribuito tra i lavoratori e non speculativamente acquisito dai signori, ma questo non è affatto un rapporto logico e squisitamente economico come sembrano dirci le analisi classiche, dipende da rapporti sociali in cui la terra ben appunto ha valore per il prodotto che il lavoratore ne estrae; e comunque è un processo che non si afferma omogeneamente e dove lo fa, lo fa in conseguenze di lotte sociali e politiche.

Da qui l’ultimo punto dell’analisi e la conclusione, non solo è necessario capire le contraddizioni tra forze produttive e rapporti sociali di produzione, e investigare i rapporti sociali di produzione, per comprendere gli effetti possibili di uno shock esogeno, ma pure i rapporti di classe specifici caso per caso nelle loro particolarità  e nel loro evolvere, perché come vedremo, purtroppo solo approssimativamente, danno risultati che non sono affatto omogenei come li ritiene la letteratura.

Quest’ultima parte rappresenta più che altro l’occasione di uno spunto di riflessione, perché lo stato della ricerca non è in grado di trarre conclusioni definitive.

La prima cosa da notare è che se è vero che nel medio periodo le condizioni economiche dei lavoratori migliorano in gran parte dell’Europa occidentale, queste non migliorano anche in Germania in particolare nella parte all’est dell’Elba e in tutta l’Europa orientale, dove la servitù della gleba e rapporti feudali si rafforzano in seguito alla peste nera.

É molto difficile dare una spiegazione a questo diverso andamento sulla base di considerazioni esclusivamente strutturali, demografiche ed economiche (non dimentichiamo che siamo nel trecento quando pure le scoperte geografiche e la trovata centralità dell’Atlantico sono lontane a venire)[1]. Perché la forza dei lavoratori da una parte aumenta dall’altra arretra? Quel che è certo è che forme di organizzazione da parte delle masse contadine si erano sviluppate molto più in occidente che in oriente, tanto che ne abbiamo delle prove documentate, in Francia, ad esempio o in alcune province a ovest dell’Elba, i contadini erano riusciti a far sostituire attraverso pratiche organizzative politiche ed economiche i sindaci e i magistrati nominati dai signori con funzionari da loro eletti. Non si riscontrano per esempio nella Germania orientale simili casi di successo. Le ragioni di questo sviluppo politico-sociale asimmetrico possono essere molteplici, sicuramente originate da basi strutturali, tuttavia il punto è che i diversi livelli organizzativi delle classi subalterne, nel momento in cui arriva lo shock, sono determinanti nel produrre uno sviluppo piuttosto che un altro, hanno effetti in parte indipendenti sull’indietreggiare o l’avanzare della reazione dei signori feudali.

La seconda cosa da notare è che anche dove i contadini escono nel lungo periodo rafforzati dallo shock della peste nera lo fanno, come già detto, attraverso una serie di episodi di rivolte che ancora oggi segnano il nostro immaginario. Le rivolta della Jacquerie in Francia nel 1358, l’enorme rivolta contadina guidata da Wat Tyler in Inghilterra del 1381, le rivolte contadine in Catalogna, in Boemia, in Linguadoca, in Belgio, nelle Fiandre, a Lubecca, a Nîmes rimodellano i rapporti economici e sociali in maniera non omogenea.

I vettori di conflittualità che da metà del trecento apriranno per quasi 150 anni scontri violentissimi tra contadini e signori sono principalmente due, la servitù della gleba con tutte le pratiche annesse e la proprietà diretta dei terreni coltivati.

Vediamo rapidamente insieme tre casi e traiamone alcune considerazioni prima di concludere.

In Catalogna, le Corts Catalanes, il principale organo legislativo del principato di Catalognareagiscono al crollo demografico introducendo provvedimenti asprissimi contro la mobilità dei contadini e contro i salari richiesti dai piccoli artigiani. I provvedimenti vengono applicati duramente da un’alleanza compatta del patriziato urbano, del clero e dei latifondisti con estremo successo, tanto che, per circa un quarantennio, le condizioni di vita delle classi subalterne non migliorano affatto, la reazione durissima delle classi dominanti tuttavia produce un elevatissimo livello di organizzazione contadina che conta sull’appoggio di quella che poteva essere considerata la piccola borghesia rurale.

Gli scontri tra le parti proseguono pressoché ininterrottamente dal 1395 al 1486 e si risolvono con la vittoria totale degli insorti che ottengono, con la sentenza di Guadalupe, il pieno diritto alla libertà personale, il pieno e perpetuo diritto alla propria proprietà e pieno diritto a tutti i terreni che avevano occupato proprio nel periodo seguente la catastrofe demografica.

Vediamo l’Inghilterra. In Inghilterra viene promulgata già nel 1349 l’ordinanza dei lavoratori, rinforzata nel 1351 dallo statuto dei lavoratori, che evidenziano scelte delle soggettività diverse rispetto a quelle riscontrate in Catalogna, infatti gli editti hanno lo scopo di attaccare direttamente i contadini, con molta meno attenzione ai piccoli borghesi, esaudendo direttamente tutte le richieste dei grandi proprietari terrieri: vengono dichiarati illegali, pena il carcere, il vagabondaggio e la richiesta di elemosina, viene decretato che chiunque sotto i 60 fisicamente abile anni debba lavorare, viene dichiarato inammissibile da parte dei lavoratori salariati richiedere salari superiori a quelli comuni nel 1347, viene impedito il movimento da una contea a un’altra. Le legislazioni sembrano rivolgersi in maniera compatta contro le classi che si stanno formando nel mondo rurale, non solo contro i piccoli contadini e i salariati, ma pure contro gli affittuari che avevano in leasing terre dai signori e offrivano ai lavoratori salari più alti di quelli che offrivano i feudatari: prevedevano infatti punizioni severe anche per chi offriva salari troppo alti, non solo per chi li chiedeva.

Infine la Francia, la legge che re Giovanni il buono firma nel 1351 sulle conseguenze demografiche della peste nera non fa alcun alcun riferimento alla mobilità o ai doveri dei contadini, il re mostra di non avere alcuna intenzione di supportare l’aristocrazia terriera, che in Francia è storicamente fortissima, e una minaccia considerevole per la stabilità del regno, ma si rivolge solo alla regolamentazione delle prestazioni svolte da artigiani, mercanti e notabili, andando ad attaccare il potere di quella che è la media e alta borghesia dell’epoca (alcuni leggono in questa legislazione addirittura una legislazione liberista).

Anche solo dalle due grandi rivolte contadine del trecento che seguono la peste nera, quella della Jacquerie (1358) in Francia, dove i contadini tentano alleanze con la corona contro l’aristocrazia e quella del 1381 in Inghilterra dove i contadini puntano direttamente contro corona, clero e aristocrazia si possono notare i diversi rapporti che si vanno a formare tra le classi in Francia e Inghilterra, nel nuovo contesto, per condizioni strettamente legate a quelle che con Marx abbiamo definito circostanze empiriche date.

Sia la rivolta della Jacquerie che quella inglese vengono represse nel sangue, ma nel medio lungo periodo i rapporti tra le classi si strutturano differentemente nei due paesi: in Inghilterra, l’aristocrazia terriera è alleata della corona, si mantiene estremamente forte (emblematico il potere che la nobiltà terriera inglese preserva di imporre tasse di passaggio o successione a piacimento sulle terre non di sua diretta proprietà), un secolo dopo possederà ancora direttamente circa il 75% delle terre coltivate. Col tempo questi rapporti permetteranno il consolidamento di due  altri classi distinte, una di grandi affittuari che gestivano vasti appezzamenti per la nobiltà, un’altra di salariati nullatenenti.

In Francia, la situazione è diversa, l’aristocrazia pur conservando un ruolo politico, militare e amministrativo persino più importante che in Inghilterra (le guerre in Francia sono molto più all’ordine del giorno) si trova a competere con lo stato (che poi sarà assolutistico) nell’estrazione diretta di risorse dalle classi subalterne. La corona prima appoggia i contadini contro l’aristocrazia, tanto che la redistribuzione di terre in Francia riesce (solo il 35/40% sarà nelle mani dell’aristocrazia un secolo dopo contro il 75% inglese), ma poi nella sua strutturazione burocratica diventa competitore della aristocrazia nell’oppressione fiscale su queste classi subalterne, che si trovano schiacciate dalla duplice oppressione di Stato e Aristocrazia.

Così mentre i rapporti inglesi alla lunga produrranno lavoratori salariati (che poi saranno la manodopera industriale), e grandi affittuari, che da classi intermedie si trovano a competere tra di loro sui contratti di leasing della terra, in dinamiche molto simile a quelle capitalistiche – traggono vantaggio dal reinvestire parte del surplus estratto dai lavoratori nella produttività della terra, perché non hanno poteri extra-economici ma solo economici per estrarre surplus. e più efficienza per loro vuol dire più potere -; i contadini francesi sono proprietari di piccoli appezzamenti, non sono schiacciati da alcuna urgenza di competitività e vivono nell’incertezza dell’arbitrarietà di due padroni, finiscono per investire dunque molto meno nella produttività della terra, perché non hanno la stessa urgenza e lo stesso interesse nel farlo.

Queste non vogliono essere definitive conclusioni sulle conseguenze della peste del trecento, ma spunti di riflessione su come un’analisi materialista della storia, che consideri tutti i piani in cui va compreso il trasformarsi di una società, dovrebbe cercare di svilupparsi. Ogni approccio deterministico, meccanicistico o teleologico è essenzialmente astorico, dobbiamo recuperare l’analisi materialista della storia non solo per allenarci a individuare possibili trasformazioni sistemiche nelle contraddizioni tra rapporti sociali di produzione e forze produttive, ma anche per abituarci a scrutare le particolarità del loro realizzarsi nelle dinamiche di classe specifiche di ogni singolo contesto, per comprendere gli esiti eterogenei in cui le contraddizioni si traducono, e ritrovare l’importanza dell’azione di una soggettività comunista, che interagendo con scenari storici in trasformazione, sappia spingerli in direzione progressiva.


[1] Il commercio è stato usato storicamente sia per giustificare il rafforzamento che l’arretramento dei rapporti feudali.

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