DON’T LOOK UP TO UNIONE EUROPEA!

Nell’ultimo periodo, come era previsto e prevedibile, l’Italia sta toccando nuovi record di persone contagiate da Coronavirus, sfondando la soglia dei centomila al giorno e anche i morti tornano stabile sopra la soglia dei 100/150 ogni 24 ore.

Questa situazione molto probabilmente però non riflette la reale condizione in cui versa il paese, la verità è che il tracciamento in questo paese è completamente saltato: le cifre esponenziali di contagiati raggiunte sono solo la conseguenza di una totale assenza di investimenti in sistemi di tracciamento a partire ancora dal 2020. Persino a Bergamo, dove i camion portavano via le bare di morti, ad oggi non è stato fatto nulla per la maggiore assunzione del personale sanitario.

Enorme è la confusione sotto il cielo, e la situazione si fa sempre peggiore: ad oggi, infatti, le stime dei contagiati sono probabilmente a ribasso, considerando che la profilazione dei positivi, l’organizzazione e il monitoraggio delle quarantene è lasciata tutta al “fai da te”. A questo si somma la chiusura delle scuole per le vacanze, poiché molto del tracciamento precedente era “appaltato” proprio all’istituzione scolastica: a questo si aggiunge, inoltre, delle linee guida che per la scuola risalgono ancora a settembre/ottobre. Non è un caso, perciò, che i contagi marcino fra i giovanissimi.

Dopo due anni di pandemia e con l’aggravarsi dei contagi ormai a numeri incontrollabili, sembra che questa classe di cialtroni al governo non abbia imparato nulla. Anzi, ormai la maschera è stata completamente tolta e il governo parla dritto per dritto: non possiamo permetterci di ostacolare ancora il profitto dei privati, che anzi deve essere tutelato con ogni mezzo necessario. Da qui il sostanziale annullamento della quarantena, per cui viene lasciata alla cura del singolo individuo e non è più considerata malattia, quindi al lavoro s’ha da andare lo stesso. Non contenti, però, il governo tollera ben altri soprusi sempre per non toccare i profitti: l’azienda San Donato che fornisce tamponi rapidi al SSN ha quasi raddoppiato i prezzi visto l’aumento della domanda.

Dopo le bare di morti di Bergamo, dopo centinaia di migliaia di famiglie che hanno visto perdere dei cari, nulla è stato fatto per garantire una sicurezza alla popolazione. Il pensiero fisso della classe dirigente in Italia era quello di adeguare il paese e di ordinare modi e tempi dei finanziamenti europei. Siamo, infatti, nell’era dell’ipercompetitività: tutta l’Unione Europea sta accelerando il processo di integrazione in cui l’Italia ha un ruolo ben preciso. Il modello di gestione della pandemia a cui stiamo assistendo, quindi, è direttamente frutto della governance europea, che lo sta infatti applicando anche in altri paesi. Nonostante il crescente dilagare della variante Omicron, l’Unione Europea non si può permettere di avere altri tracolli economici, dopo che la crescita fa molta fatica a ripartire: anzi, la crisi dei rifornimenti energetici è sempre più forte e con scarse prospettive di via d’uscita. Intanto, in Cina, non solo la tutela della salute procede spedita non guardando all’economia ma assicurandosi che il virus non circoli (dopo i primi 209 casi 13 milioni di persone sono state messe in lockdown, con la dovuta assistenza da parte dei volontari, e a loro è stato fatto un tampone al tappeto), ma in più si hanno anche buoni risultati, con una crescita economica che anche per quest’anno si presenterà positiva e che la vedrà diventare la prima economia del mondo per il 2030. 

La situazione che ci troviamo a vivere è sintomo proprio di quel modello di sviluppo, di quell’impianto sociale che l’Unione Europea sta portando avanti. Questo periodo tragico e complesso che stiamo vivendo ci dà il segno di che cosa voglia dire andare avanti ad ogni costo, come stanno proponendo: ci ritroviamo su un treno a massima velocità che le classi dirigenti stanno facendo sbattere addosso al muro, passando sopra alle centinaia di morti che ancora ci sono ogni giorno. Le ricette che mettono in campo, però, in due anni non hanno portato risultati nemmeno per loro, ritrovandosi di nuovo al punto di partenza. Ci troviamo di fronte alla visione estremamente ristretta, che non va oltre i profitti che si riescono a produrre nell’immediato per poi pestarsi i piedi il mese successivo. Una classe dirigente, di stampo europeo, che sta navigando a vista, cercando di rimanere in equilibrio fra una pandemia che scappa di mano al proprio interno e i confini che si fanno sempre più caldi al proprio esterno.  Per questo è giunto il momento di indicare il vero pericolo che incombe sopra le nostre teste: quell’Unione Europea in grado di programmare solo la costruzione del proprio esercito e brancolare nel buio mentre un virus la mette per l’ennesima volta in ginocchio, quell’Unione Europea che costruisce i suoi grandi campioni industriali a prezzo di un impoverimento generalizzato della popolazione. Dal dibattito pubblico e dalla ristrettezza nazionale con cui molto spesso vengono presi di petto le problematiche che affrontiamo, succederà che prima o poi il meteorite arriverà lo stesso: e ad ogni ondata avremmo detto “questa è la volta buona che ne usciamo, torniamo alla normalità”.

I pallidi tentativi di costruire una narrazione in questo paese per cui l’Unione Europea sarebbe riformabile dall’interno insieme al suo progetto imperialista hanno prodotto solo ridicoli personaggi da balocco: con più di centomila casi al giorno, non si sente parlare del Ministro Speranza, che da due anni dovrebbe occuparsi della Sanità in questo paese. Come se non bastasse, gli stessi che parlano contro questo governo denunciandone gli scarsi investimenti nella sanità si sono dimenticati che un loro ministro è proprio in quel governo con le responsabilità rispetto alla sanità. Figure marginali, timide ed inesistenti come Speranza sono esattamente quelle che più fanno comodo a questa governance europea: mentre le sorti del paese vengono decise, queste lasciano fare. E’ tempo quindi di alzare la testa e guardare un po’ più in alto di questi scialbi figurini della sinistra, comprendendo che senza la cornice dell’Unione Europea e senza la prospettiva di rottura di questo processo imperialista non sarà possibile fare niente di alternativo perché non verrà lasciato nessuno spazio di manovra. Dai tamponi gratuiti fino agli investimenti strutturali nella sanità, dal finanziamento del pubblico fino all’assunzione massiccia di personale medico, dal tracciamento fino alla liberalizzazione dei brevetti: porsi sul livello dello scontro con l’imperialismo europeo è l’unico modo per sconfiggere il meteorite, che pian piano sta portando la nostra civiltà sull’orlo del baratro.

No al pugno di ferro contro gli studenti e le studentesse!

“Vi chiedo di denunciare formalmente il reato di interruzione del pubblico servizio e di chiedere lo sgombero dell’edificio, avendo cura di identificare, nella denuncia, quanti possiate degli occupanti” e ancora: “Agli occupanti identificati occorrerà anche applicare le misure disciplinari previste dal regolamento interno di ciascuna scuola e dell’occupazione si terrà conto nel determinare il voto in condotta“.

Sono queste le parole che il direttore generale dell’ufficio scolastico regionale Lazio, Rocco Pinneri, utilizza per affrontare una situazione di mobilitazione generale che a Roma ha portano negli ultimi due mesi ad oltre settanta occupazioni scolastiche, numeri che non si vedevano da più da più di dieci anni.

Un dato cosi macroscopico deve fare riflettere il dottor Pinneri cosi come tutti coloro che hanno in gestione il ruolo di direzione degli ambiti formativi nel nostro Paese, il Ministro Bianchi per primo.

Quanto sta avvenendo a Roma, e in maniera minore in altre città come Firenze, Bologna e Torino, non può essere derubricato a questione di “ordine pubblico” ma chiama in causa profonde ferite che le giovani generazioni stanno vivendo dopo oltre due anni di convivenza con la pandemia.

Alle carenze strutturali di sempre del diritto allo studio si è aggiunto in questo periodo un vero e proprio blackout pedagogico, con centinaia di migliaia di studenti che hanno abbandonato gli studi e la perdita di credibilità del processo formativo come strumento di emancipazione.

È tempo che si apra una discussione di ampio respiro sulla funzione sociale della scuola nella società in cui viviamo, capace di rimettere in discussione le fondamenta di un sistema che parla solo di competizione e meritocrazia e che ha perso ogni capacità di ascolto.

Crisi sanitaria, economica e sociale ed infine ambientale. Probabilmente molti giovani non hanno gli strumenti per conoscere nel dettaglio molti di questi temi, quello che però percepiscono chiaramente è che per loro non c’è futuro, non esiste prospettiva in questo mondo.

Non è un caso infatti che, come denuncia il Prof. Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambin Gesù di Roma, siano in crescita tra gli adolescenti disturbi di ansia, irritabilità, stress e disturbi del sonno, fino ad arrivare ai casi estremi in aumento di autolesionismo e tentato suicidio.

Le occupazioni di queste settimane sono un segnale di allarme generale con cui gli studenti stanno comunicando la propria sofferenza al mondo e alla politica, la risposta non può e non deve essere il pugno di ferro della repressione.

Sono già, invece, diversi i casi di sospensioni, denunce e sanzioni disciplinari di vario tipo disposte dalle scuole a danno degli studenti e delle studentesse in mobilitazione e sempre più frequenti terrificanti immagini di forze dell’ordine che, in divisa o in borghese, entrano dentro edifici scolastici e aggrediscono fisicamente gli studenti.

Facciamo dunque appello al mondo della cultura, agli insegnanti, alle organizzazioni di categoria, a giuristi e tutti coloro condividano quanto scritto affinché questi episodi e questo sistema di gestione delle proteste cessi immediatamente di essere applicato, in nome dell’agibilità democratica di questo Paese è necessario cogliere le spinte progressiste che vengono invocate dagli studenti aprendo un tavolo di confronto con tutte le parti chiamate in causa.

Solidali con gli studenti e le studentesse in lotta


Per sottoscrivere l’appello scrivere alla mail: solidalistudentiestudentesse@gmail.com

Primi firmatari del mondo della formazione, arte, cultura e solidali:

Marco Veronese Passarella (economista, docente alla Link Campus University)

Alessandro Barbero (storico)

Alberto Prunetti (scrittore)

Fioramonti Lorenzo (ex ministro dell’istruzione)

Marta Fana (economista)

Paolo Maddalena (vice presidente emerito della Corte Costituzionale)

Davide Steccanella (avvocato)

Valerio Evangelisti (scrittore)

Moni Ovadia (uomo di teatro, attivista per i diritti)

Ascanio Celestini (attore)

Fabio Marcelli (giurista)

Giuseppe Aragno (docente di Storia dell’Università Federico II)

Fabrizio Casari (giornalista)

Marco Bersani (Attac Italia)

Sergio Cararo (giornalista, direttore Contropiano.org)

Alessandro Bianchi (giornalista, direttore l’Antidiplomatico)

Emiliano Brancaccio (economista, docente all’Università del Sannio)

Raul Mordenti (Storia della critica letteraria, Università di Roma Tor Vergata)

Luciano Vasapollo (professore di Politica economica presso Università la Sapienza di Roma)

Nicoletta Dosio (attivista No Tav)

Lorenzo Giustolisi (insegnante e sindacalista USB)

Lucia Donat Cattin (insegnante e sindacalista USB)

Dario Furnari (insegnante e sindacalista USB)

Luigi del Prete (insegnante e sindacalista USB)

Nadia Cardello (insegnante e sindacalista USB)

Stefano D’Errico (professore e sindacalista UNICOBAS)

Alessandra Fantauzzi (professoressa e sindacalista UNICOBAS)

Giovanna lo Presti (professoressa e sindacalista CUB)

Renata Puleo (già dirigente scolastica, Collettivo NiNaNd@)

Andrea Vento (coordinamento del gruppo insegnanti di geografia autorganizzati)

Matteo Saudino (docente di filosofia)

Riccardo Pariboni (Coniare Rivolta, docente all’Università di Siena)

Caterina Manicardi (dottoranda in economia al Sant’Anna)

Tancredi Salamone (dottorando in storia economica al Sant’Anna)

Alessandro Brizzi (dottorando in storia alla Normale di Pisa)

Cristina Re (dottoranda in economia all’università di Siena)

Fanco Russo (Forum diritti lavoro)

Daniela Albano (docente Torino)

Christian Raimo (docente, scrittore, assessore)

Daniela Torro (avvocato del Foro di Milano)

Ernesto Screpanti (docente di Economia politica presso l’Università degli Studi di Siena)

Giorgio Gattei (economista)

Stefano Gallo (primo ricercatore Cnr Istituto di studi sul Mediterraneo – Napoli)

Pierpolo Capovilla (cantautore)

Stefano Azzarà (docente di Storia della filosofia Università di Urbino)

Riccardo Bellofiore (economista)

Giovanni Carosotti (insegnante)

Rossella Selmini (professoressa associata di Criminologia all’Università di Bologna)

Doriana Sarli (deputata gruppo misto)

Matteo Mantero (senatore Potere al Popolo)

Paola Nugnes (senatrice gruppo misto/Sinistra Italiana)

Virginia La Mura (senatrice gruppo misto)

Simona Suriano (deputata gruppo misto)

Giorgio Cremaschi (Potere al Popolo)

Marta Collot e Giuliano Granato (portavoce nazionale Potere al Popolo)

Nunzio d’Erme (osservatorio repressione)

Giulia Livieri e Alvise Tassell (Cambiare Rotta)

Tommaso Marcon e Calcagnile Myriam (OSA)

Vincenzo Maccarrone (ricercatore alla Ucd di Dublino)

Andrea Genovese (professore all’Università di Sheffield)

Leonardo Bargigli (professore all’Università degli Studi di Firenze)

Beatrice Gamberini (Potere al Popolo)

Michele Colombo (Potere al Popolo)

Giulio Macilenti (docente di Roma)

Luigi Piccioni (ricercatore al Dipartimento di Economia Statistica e Finanza “Giovanni Anania” dell’Università della Calabria)

Diego Zanoni (lavoratore teatrale, Potere al Popolo Milano)

Benedetta Malavolti (docente)

Leonardo Ciambezi (dottorando in economia all’Universitè Côte d’Azur)

Francesco Cutruzzulá (coordinamento regionale USB vigili del fuoco Calabria)

Emiliano Manca (insegnante)

Alessandro Verga (Potere al Popolo)

Elena Dobici (operatore socio sanitario)

Marta Malaguti (docente di italiano, latino e storia alle medie superiori)

Natale Alfonso (insegnate e sindacalista CUB)

Rosella Cugis (docente di materie letterarie al liceo Eleonora D’Arborea di Cagliari)

Marina Boscaino (Insegnante di Roma)

Gianpiero Decortes

Cristina Da Canal

Giulia Angeloni

Tiziano Teodori

Orietta Moreschini

Elide Vilardo

Rosaria Natale

Angelo Di Cerbo

Marzia Mussoni

Nicola Gastini

Enrico Gargiulo (professore associato di Sociología, Università di Bologna)

Brunella Sermoneta

Giacomo Mercuriali (dottorando in Filosofia, Università Statale di Milano)

Maurizio De Vita

Raimondo Maria Pavarin (sociologo)

Antonella Avolio ed Ernesto Rascato (Libreria Quarto Stato di Aversa)

Enrico Rubiu (coord. Federazione del Sociale USB Ssrdegna)

Andrea Benati (Potere al Popolo – Bologna)

Marco Vecchi (impiegato iscritto a USB)

Anna Laura Mora (avvocato del Foro di Rovereto)

Aniello De Vita (attivista di Potere al Popolo di Roma)

Sara Falasca (docente di Roma)

Enrico Imperiali

Francesca Galli

Davide Romaniello (ricercatore in economia, Università Cattolica del Sacro Cuore)

Augusto “Pikkio” Catalani (Insegnante di Arti Marziali e Responsabile del settore Discipline Orientali della UISP di Roma, Responsabile Nazionale Attività Giovanile UISP settore Karate)

Francesco Petrini (docente Università di Padova)

Annalisa Canofari (insegnante)

Enrico Strobino (educatore musicale)

Dott. Alessio Brancaccio

Giulia Giovinazzo (studentessa e insegnante di Firenze)

Roberto Meneghetti (operaio iscritto a Potere al Popolo)

Francesca Fortuzzi (Attivista per i diritti umani e sociali, Potere al Popolo Bologna)

Prof. Leonardo Mangialardi

Alessio Bergamo (docente accademia delle belle arti Frosinone)

NON SARÁ UNA CLAUSOLA A CANCELLARE UN CRIMINE! PETIZIONE PER RIDISCUTERE GLI ACCORDI POLITO FRONTEX

Oggi eravamo sotto il Politecnico durante il Senato Accademico per ribadire che non ci fermeremo, che questi accordi non li tolleriamo: vogliamo la ridiscussione del bando negli organi, per la desecretazione dei fini di questa ricerca e la cancellazione totale del contratto di committenza!

FIRMA LA PETIZIONE!

L’agenzia della guardia di frontiera dell’Unione Eureopea, Frontex, ha stretto accordi di committenza dal valore di 4 milioni di euro con il Politecnico di Torino e l’Università di Torino, insieme a Ithaca srl, per la produzione di infografiche e mappe dallo scopo secretato.

L’operato dell’agenzia da anni ormai solleva violazioni aperte ai diritti umani fondamentali verso i migranti, fra i quali migliaia di essi lasciati morire nel mediterraneo e presso le frontiere continentali, sulla rotta balcanica per mano della stessa agenzia.

Frontex e i suoi accordi di ricerca con le università, visto l’assoggettamento del sapere in funzione di progetti militari, sono da mesi nel mirino delle contestazioni da parte di noi studenti, lavoratori degli atenei e soggetti solidali, che lottiamo per la cancellazione totale degli accordi di ricerca, denunciando l’operato dell’agenzia sui confini.

Le contestazioni e le mobilitazioni, che si sono succedute per settimane, hanno costretto gli organismi di governo del Politecnico a convocare una seduta straordinaria del Senato Accademico il 14 dicembre. Per tutta la durata della seduta, il grande presidio nei locali del Politecnico ha scandito le ragioni della cancellazione e ha raggiunto il culmine della lotta portata avanti finora. Il Senato Accademico, sottoposto alla pressione della mobilitazione, da una parte ha articolato manovre volte a salvare la reputazione dell’Ateneo, costruendo un’immagine esteriore con la quale la stessa istituzione prova ipocritamente ad apparire rispettosa dei principi etici. Mentre dall’altra parte ha confermato gli accordi di committenza con l’inserimento di due sole clausole nel contratto, mediante le quali si millanterebbe di “escludere” l’uso militare delle ricerche prodotte dal Politecnico. Sappiamo bene come tali clausole non possano essere rispettate, in quanto la stessa funzione di Frontex è un controllo militare dei confini europei.

Noi non ci fermiamo. Non accettiamo che la ricerca universitaria venga piegata a fini militari, non tolleriamo che non ci sia chiarezza sui progetti di ricerca portati avanti negli atenei pubblici, e conosciamo bene la funzione criminale di Frontex a livello europeo.

Per questo lanciamo una raccolta firme, rivolta al mondo accademico e studentesco, dal Politecnico a Unito, per la rimessa in discussione negli organi di governo degli atenei di questi accordi criminali, nonché esigiamo la desecretazione di progetti di ricerca che vedono coinvolti insieme Frontex e Politecnico.

NON SARÁ UNA CLAUSOLA A CANCELLARE UN CRIMINE!

FIRMA LA PETIZIONE!

PER APPROFONDIRE:

Cosa sono questi accordi

Frontex ha emesso un bando da 4 milioni di euro per la produzione di analisi scientifiche, nello specifico mappe ed infografiche, di interesse per l’operato dell’agenzia. Il bando è stato vinto dal dipartimento interateneo (PoliTo e UniTo) di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio, portando alla sottoscrizione dei suddetti accordi e impegnando i ricercatori e gli studiosi del dipartimento nei lavori al soldo di tale committente. Nel quadro dell’aziendalizzazione dell’Università e della ricerca che attraversa tutto il sistema universitario italiano e non, piegare la ricerca a interessi discutibili, come accade con tale accordo, viene percepito come un’opportunità per dimostrare la competitività degli istituti coinvolti, in questo caso del dipartimento vincitore del bando, che contribuisce a confermare e rafforzare la reputazione dei relativi atenei come atenei d'”eccelleza” e ottenere i benefici derivanti da ciò, quali più forti collaborazioni con enti privati come Intesa SanPaolo e l’industria produttrice di armi e morte Leonardo.

Cos’è Frontex

Nata come primo embrione nel 2004, Frontex è una diretta emanazione dell’Unione Europea e dei progetti di quest’ultima sui confini.

É inoltre la più potente agenzia europea, dotata di personale militare, aereonautico, navale con un budget di 5,6 miliardi di euro, è responsabile di 18.709 morti accertate fra il 2015 e l’agosto 2021. L’Unione Europea, non contenta di gestire flussi migratori con le sue stesse “guerre per la democrazia”, oltre a stringere accordi per la gestione dei confini con Erdogan o la Libia, si è dotata di un’agenzia capace di gestire quelle frontiere. Frontex, quindi, diventa lo strumento europeo fondamentale, inscindibile dallo stesso progetto dell’Ue di difesa armata dei propri confini, con finanziamenti da parte degli stati membri sempre più in aumento.

Per citare un aspetto di interesse sull’essenza stessa dell’agenzia, consideriamo che risorse fondamentali di Frontex vengono da collaborazioni con aziende del settore della sorveglianza aereo marittima, private e non, per la produzione e l’acquisto di droni di ultima generazione come l'”Heron” (da aziende israeliane, apprezzato per le sue ottime performance, per citare un caso, quelle in cui Israele se ne è servito negli assalti a Gaza a cavallo fra il 2008 e il 2009 in cui decine di civili palestinesi sono stati uccisi), l'”Hermes 450″ e l'”Hermes 900″ (un esemplare dei quali è coinvolto nell’uccisione di quattro ragazzi che stavano giocando in una spiaggia di Gaza il 16 agosto 2014), il “FalcoEVO” (dal gruppo italiano Leonardo).

LEGGI LE NOSTRE RIFLESSIONI A MARGINE DELLA GIORNATA DI MOBILITAZIONE DEL 14/12

LEGGI IL NOSTRO DOSSIER SU FRONTEX

PONZIO POLITO: SUGLI INGANNI DI FRONTEX E POLITECNICO

Ieri per la prima volta dopo tanto tempo il Politecnico di Torino ha conosciuto una giornata di mobilitazione partecipata e determinata che non si vedeva da tempo: più di 200 fra studenti, docenti e solidali si è radunata nel primo pomeriggio all’ingresso di Corso Duca degli Abruzzi con parole d’ordine chiare: stracciate gli accordi con Frontex.

Un risultato che non piove dal cielo ma che è il frutto di un lavoro di analisi e di agitazione che organizzazioni universitarie, docenti e solidali hanno portato avanti ormai da più di un mese, dopo che il progetto da 4 milioni è stato denunciato pubblicamente dal prof. Michele Lancione alzando l’attenzione a livello mediatico: a quegli articoli sono seguite iniziative sia nell’Università di Torino che al Politecnico (essendo il Dist dipartimento di Interateneo), assemblee partecipate sia negli atenei che negli spazi della città; è nato un gruppo di ricerca, sono stati prodotti dossier di analisi e di studio che avevano l’obiettivo di inchiodare l’Unione Europea e la sua Agenzia alle proprie responsabilità (qui puoi leggere il nostro opuscolo); si è tenuta alta l’attenzione anche con azioni di agitazione e sanzionamento, come il blitz nella sede centrale di Ithaca, società partecipata del Politecnico e di Compagnia di San Paolo che metterà a disposizione di Frontex le proprie tecnologie e laboratori nella produzione di mappe e infografiche anche al dettaglio con cui l’agenzia potrà portare avanti in maniera più accurata la “caccia al migrante” lungo i confini oppure rappresentare un’ illusoria invasione dando adito a una narrazione tossica e reazionaria. L’obiettivo del percorso era tenere alta l’attenzione finché questi accordi non fossero stati discussi anche negli organi centrali dell’Ateneo e così effettivamente è stato: il Politecnico è stato costretto a convocare un Seduta straordinaria del Senato accademico in concomitanza della quale è stato organizzato il partecipatissimo presidio di ieri di fronte al quale lo stesso Rettore Saracco ha dovuto prendere parola. Le titubanti dichiarazioni del Rettore tuttavia si sono fermate a riportare scuse burocratiche che ancora impedivano al Politecnico di Torino di recidere il contratto e che sembravano rimandare la responsabilità di questa scelta politica a soggetti terzi, come Commissioni Etiche che avrebbero potuto proporre un congelamento degli accordi. Il Rettore insomma prendeva tempo e alle incalzanti domande dei manifestanti ,nonché alla richiesta di prendere una posizione politica chiara, ha preferito abbandonare la piazza dicendo che avrebbe “protetto l’istituzione del Politecnico”. Da quello che è successo in seguito possiamo dire che Saracco è stato di parola e che effettivamente gli sporchi interessi economici del politecnico sono stati messi in salvo, anche grazie a un enorme dispiegamento di forze dell’ordine in tenuta antisommossa che ha letteralmente blindato diversi piani dell’edificio, spintonato gli studenti che cercavano di entrare nel cortile interno e di avvicinarsi al luogo della seduta del Senato.

Se è vero che la pressioni di queste settimane hanno avuto il merito di mettere alle strette l’amministrazione centrale del Politecnico provando a neutralizzare uno dei tanti contratti criminosi che questo polo di eccellenza ha siglato da tempo e obbligando il Rettore a convocare un Senato Straordinario, è altrettanto vero che la forza messa in campo non è ancora sufficiente per determinare le decisioni in quegli organi. La piazza pretendeva chiaramente la cessazione immediata di ogni accordo, una decisione avvallata anche da ricercatori e docenti disposti a rinunciare a quegli accordi sporchi di sangue. Ma quanto deciso nella Seduta è ben lontana da essere una vittoria: tanto per cominciare la mozione della cancellazione immediata degli accordi, appoggiata dalla piazza, è stata infine scartata e bocciata. In secondo luogo, fra le delibere in campo è passata quella più inefficace, vale a dire l’approvazione degli accordi con l’aggiunta di clausole di salvaguardia: si tratta di un provvedimento completamente inutile con il quale Politecnico da il via alla progetto di committenza e alla produzione delle cartine di cui Frontex ha bisogno purché Frontex rispetti i diritti umani e non le usi a scopi militari.

Il paradosso è evidente: da settimane infatti denunciamo come l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera sia largamente finanziata dagli stati membri europei con lo scopo di respingere i migranti sui confini, e sia responsabile, direttamente e indirettamente (quando collabora con la cosiddetta Guardia Costiera Libica) di torture, violenze e morti. Quella del Politecnico quindi non è ingenuità, ma vera e propria ipocrisia da parte del polo e di chi lo dirige. Una decisione che hanno avuto il coraggio di spacciare come decisione all’insegna del rispetto dell’etica della ricerca pur di non fare i conti con la realtà, ovvero che il Polo di eccellenza di Torino è pronto a vendersi al miglior offerente pur di non perdere la partita nella competizione con le altre università. Se infatti gli accordi fossero stati congelati, in attesa del responso della Corte Europea, o cancellati, Frontex si sarebbe dovuta rivolgere alla seconda classificata e i 4 milioni sarebbero evaporati da Torino e dalle sue università. Una clausola così debole, facilmente rimpiazzabile, non è altro che fumo negli occhi o comunque una bella operazione per lavarsi la coscienza e deresponsabilizzare politicamente chi ha preso questa decisione.

Propendere per questa mozione è come chiedere a Frontex di non essere quello che è. Stiamo parlando di uno strumento di gestione violenta dei confini di cui l’Unione europea si è dotata per far fronte a flussi di migranti che lei stessa ha provocato e che non è in grado di gestire. È per questo,che quando parliamo di Frontex non possiamo non parlare della politica estera imperialista dell’UE e non possiamo pensare che quest’agenzia sia “una mela marcia” in mezzo a un mucchio di “sani” apparati europei: piuttosto è un’emanazione stessa dell’UE e del suo progetto sui confini e delle sue politiche in territori considerati strategici, ovvero quelli dei “confini di fuoco”.

Una politica imperialista che inizia con la destabilizzazione politica di interi paesi nei diversi quadranti del mondo (pensiamo a quello che è stato l’impegno ventennale delle truppe NATO in Afghanistan che hanno lasciato un paese in macerie in mano a quegli stessi terroristi che l’occidente ha contribuito a creare, oppure alla cruenta guerra civile in Libia dopo la caduta di Gheddafi per mano di americani e francesi o da ultimo al rinnovato intervento da parte di Italia e Francia nel Sahel) e termina con le violenze sui migranti, i profughi e i richiedenti asilo di quegli stessi paesi per mano di Frontex; un progetto che va analizzato, criticato e combattuto in tutte le sue implicazioni e che chiama in causa non solo il diritto a spostarsi liberamente da un paese all’altro, ma prima di tutto la possibilità di un popolo di rimanere nella propria terra, di autodeterminarsi e non essere costretto a fuggire da un futuro che è fatto solo di miseria, crisi e guerra.

La vicenda di Frontex e del Politecnico tuttavia ci parla anche di un altro aspetto, ovvero la tendenza che da un po’ di anni a questa parte, permea la ricerca: non solo la privatizzazione selvaggia di questo comparto che porta inesorabilmente alla sottomissione di questa a interessi tanto profittevoli quanto criminali, ma anche la piega preoccupante che sta prendendo nella città Torino come sul territorio nazionale. Nel capoluogo piemontese infatti, stiamo assistendo a una sempre più palese vocazione militare e bellicista della città con un riflesso nelle università: l’ultima prova di questo lo si ha avuto con l’Aerospace & Defence Meeting di inizio mese, durante il quale è stata presentata con insistenza la costruzione della cittadella dell’Aerospazio (un progetto da 1,15 miliardi che vedrà i colossi della difesa e della produzione di armi come Leonardo, Thales Alenia e Avio Aero lavorare fianco a fianco del Politecnico e dell’Università di Torino). A questo si aggiunge la già consolidata collaborazione di Politecnico e Leonardo nella progettazione di droni e di ricerca applicata all’intelligenza artificiale. Prima di questo Polito e Unito avevano fra le proprie “medaglie” l’ignobile collaborazione con il Politecnico israeliano del Technion di Haifa, responsabile della costruzioni di bulldozer e droni impiegati nell’occupazione del territorio palestinese per mano di Israele, collaborazioni inoltre che non riguardano soltanto Torino (sono decine infatti le università italiane che hanno stretto accordi con aziende implicate nell’industria militare).

Di fronte a questo scenario si impone la necessità di costruire una forza organizzata capace di tenere testa alle trasformazioni in atto nell’Università e che sia forza di rottura: le decisioni della Seduta del Senato Accademico di Polito (ma ne abbiamo avuto riprova anche a Unito nei mesi passati) indicano chiaramente che gli interessi dell’Amministrazione universitaria e quelli degli studenti e della comunità accademica sono del tutto inconciliabili e la mediazione e il dialogo si rivelano del tutto fallaci a meno che non ci si trovi ad avere i rapporti di forza sufficienti a fare pressioni affinché le istanze delle piazze arrivino fin dentro le stanze degli organi. Una sinergia che ieri chiaramente non si è creata dal momento che le stesse rappresentanze studentesche impegnate nella discussione non hanno minimamente aiutato il presidio, arrivando, nel caso delle Associazioni dei Dottorandi, a dissociarsi dagli studenti che sono entrati in cortile forzando il cordone di polizia, non volendo essere costretti a esporre le proprie ragioni sull’uscio dell’Università, come se fossero estranei all’Ateneo. Una mossa che ha indebolito la proposta della piazza facendo passare gli studenti che erano in seduta come un corpo estraneo rispetto alla piazza stessa.

Per costruire questa forza bisogna continuare a mobilitarsi e fare controinformazione non solo a Torino: di questi accordi ne esistono tantissimi in numerosi atenei sul territorio nazionale che devono essere portati alla luce e smascherati. Anche per questo nei prossimi giorni ci saranno mobilitazioni e iniziative nel resto del paese: se è vero che il Politecnico ha alla fine deciso di approvare questa committenza, è altrettanto vero che l’eco della mobilitazione a Torino non rimarrà inascoltata.

DOSSIER FRONTEX: IL PROGETTO DELL’UNIONE EUROPEA SUI SUOI CONFINI

I contributi presenti in questo opuscolo nascono in seno all’iniziativa che come Cambiare Rotta abbiamo organizzato in occasione della IV edizione di “SottoSopra Fest, ribaltiamo il presente“, il festival di controcultura e controinformazione all’interno dell’Università di Torino.

  • Studenti contro FrontexCambiare Rotta – organizzazione giovanile comunista
  • Fuori Frontex dal Politecnico Michele Lancione
  • Frontex: il volto cattivo delle tre scimmie dell’Unione EuropeaSergio Cararo
  • Frontex nel MediterraneoSea Watch Italia

Leggi e scarica l’opuscolo

TORINO E LA CORSA ALL’AEROSPAZIO: LE SORTI DI UNA CITTÀ IN DECLINO FRA TENDENZA ALLA GUERRA E RISTRUTTURAZIONE EUROPEA

Il capoluogo piemontese in questi giorni ospita l’ VIII edizione dell’Aerospace & Defence Meeting (A&DM), una business convention internazionale per l’industria aeronautica, spaziale e della Difesa che viene tenuta ogni due anni. Poco si sa di questa fiera, per questo pensiamo sia utile provare a chiarirne alcuni aspetti anche alla luce delle manovre che il governo Draghi sta mettendo in campo.

Tra gli sponsor dell’A&DM, nonché principali espositori che occupano dal 30 novembre al 2 dicembre gli spazi espositivi dell’Oval di Lingotto si trovano più di 600 aziende operanti nel settore: oltre all’ormai noto patrocinio di Leonardo spa, i principali partner industriali sono Thales Alenia space, Avio Aero, Collins Aerospace, Boing International Corporation. Nei fatti, stiamo parlando di una biennale in cui, applauditi e accolti dai principali esponenti istituzionali e non (dal Presidente della regione Cirio, a Michela Favaro, la vice sindaca scelta da Lo Russo, passando ovviamente da esponenti della Camera di Commercio e di Confindustria), i colossi che producono armi a livello internazionale si possono incontrare con i loro acquirenti per uno dei mercati più profittevoli del mondo.

Facciamo una premessa: quando parliamo di industria dell’aerospazio e della difesa, ci addentriamo in una zona grigia, in cui non rientrano soltanto quelle scoperte che un po’ romanticamente associamo ai viaggi nello spazio, bensì tutta una serie di impieghi delle nuove tecnologie e di vantaggi tecnologici che possono rivelarsi strategici nella competizione internazionale. Basti pensare a quella che è stata la corsa allo spazio durante la Guerra Fredda, per capire che la produzione di missili e satelliti e la collezione di successi nelle missioni spaziali non è mai estemporanea a quello che è la contrapposizione fra due o più potenze in campo. Allora Usa e Unione Sovietica rappresentavano due modelli economici, sociali, politici e ideologici nettamente diversi e misuravano la propria egemonia anche a kilometri di distanza dal pianeta Terra. Oggi, in un mondo multipolare, a contendersi i cieli, troviamo invece altri soggetti che si stanno attrezzando da anni per ritagliarsi uno spazio sempre maggiore nella competizione internazionale, come dimostra il durissimo contenzioso tra Unione Europea e Stati Uniti sui dazi, innescato dalla competizione tra i giganti dell’aerospazio Boeing (americana) e Airbus (francese) che solo recentemente ha trovato una temporanea tregua con il Covid dopo diciassette anni.

Oltre a ciò, se a questi termini si aggiunge la “sicurezza per la salvaguardia di interessi nazionali’’, ecco che l’impiego di queste tecnologie si può tranquillamente estendere a tutto ciò che uno Stato intende per minaccia, sia interna che estera. Il tutto supportato da articolata e diversificata filiera produttiva che va da software di precisione ai velivoli da combattimento, con un largo impiego, negli ultimi anni, della cosiddetta tecnologia dual use (ovvero di quella tecnologia che può essere impiegata sia nel campo civile -motivo per cui trova un notevole sviluppo all’interno dei progetti di ricerca delle università- sia in quello militare – un po’ meno digerito dagli Atenei ma comunque presente sottotraccia nelle allettanti partnership con i colossi del settore). In questo senso Torino si riconferma uno dei principali centri dell’industria bellica italiana con le sedi di Alenia a Torino Caselle e a Collegno, ed una sede di Leonardo in Corso Francia: una “eccellenza” che necessita di una vetrina espositiva che l’A&DM da anni offre. Ma se fino a qualche anno fa la vocazione all’Aerospazio di Torino era stata espressa più timidamente, oggi i processi di ristrutturazione produttiva della città si sommano alla più generale ridefinizione dei settori strategici sui quali puntare a livello europeo.

Ne è un esempio la costruzione della cittadella dell’aerospazio, un progetto già espresso nell’ultimo Piano Regolatore ma sul quale in questi giorni il governatore leghista Cirio ha insistito più volte durante il convegno all’Oval affermando che con questa operazione Torino, dopo la sua vocazione per l’automobile, si candida a diventare «la sede dell’aerospazio con idee molto chiare». Si tratta di un progetto da 1,15 miliardi di euro, con sede tra corso Francia e corso Marche, che vede tra gli stakeholder Regione, Comune, Polito, Unito, Tne, Finpiemonte, Leonardo, Avio Aero, Altec, Thales Alenía. Nei fatti il progetto permetterà a multinazionali private specializzate nel fabbricare ordigni di morte di sfruttare conoscenza e risorse (intellettuali ed economiche) fornite dall’Università e dal Politecnico di Torino. La partecipazione e l’integrazione rivoltante degli Atenei torinesi alla filiera dell’industria bellica, non stupisce affatto se si pensa che nella biennale di due anni fa Unito e Polito avevano un’aerea dedicata in cui poter esporre i propri brevetti e che i dipartimenti di Fisica e Matematica hanno già presentato alle aziende coinvolte nel progetto della cittadella dell’aerospazio, due Master per il 2021-2022 con i quali l’Università intende avviare una stretta collaborazione con Thales Alenia Space, Altec, Leonardo, Avio Aero . Questi fatti ci riconfermano una volta di più l’urgenza di sbattere i privati fuori dai progetti di ricerca, a maggior ragione quando questi sono finalizzati alla produzione di ordigni mortali o di strumenti direttamente impiegabili dai gendarmi europei dell’Agenzia della guardia di costiera e di frontiera per respingere la “minaccia’’ migrante lungo i confini, come ci ha dimostrato il criminale accordo fra Politecnico e Frontex che sta facendo scalpore in queste settimane e che ha prodotto un forte malcontento fra la componente decente e studentesca.

Il tempismo con cui arriva questa fiera e la candidatura di Torino a città dell’aerospazio non sono per nulla casuali: infatti i fondi per la sua realizzazione sono inscritti per la quasi totalità nel Pnrr (qualcosa arriverà inoltre da fondi Ue, Cassa depositi e prestiti, Banca Europea per gli Investimenti, nonché da banche e privati) e le riforme che il Governo Draghi sta attuando per allinearsi a quelle che sono le indicazioni europee in materia di riorganizzazione produttiva, permettono al progetto della cittadella dell’aerospazio di inserirsi perfettamente nel solco del NGEU. Già nell’estate del 2020 il governo italiano aveva chiesto 12 miliardi a Bruxelles per finanziare il complesso militare-industriale e aerospaziale e realizzare i nuovi sistemi d’arma da destinare alle forze armate. In particolare nelle schede presentate dal MISE venivano citati elicotteri di nuova generazione (in risposta al programma statunitense FVL), aerei di sesta generazione (ipersonico, tempest), tecnologia sottomarina avanzata, tecnologia unmanned intersettoriale, I.A. (Intelligenza Artificiale, NdA), nave futura europea (green vessel), cyber ed elettronica avanzata, tecnologie spaziali e satellitari”.

Spazio, Difesa e Digitalizzazione sono state poi al centro degli ultimi meeting internazionali e degli incontri fra i paesi europei. Il Trattato del Quirinale firmato negli ultimi giorni fra Italia e Francia va anche verso un piano di “cooperazioni rafforzate’’ dove i due paesi intendono svolgere un ruolo di punta nelle nuove ambizioni dell’Unione Europea, in particolare dal punto di vista militare e tecnologico per contribuire allo sviluppo e al potenziamento della base industriale e tecnologica della difesa europea rafforzando « le rispettive industrie di sicurezza e di difesa» anche attraverso «alleanze strutturali» e «rafforzando la strategia spaziale europea». Un passo in avanti che l’Unione Europea deve fare se vuole costituirsi come polo imperialista capace di essere sempre più autonomo dal punto di vista militare e tecnologico, rafforzando, con ogni mezzo necessario, la propria proiezione in zone strategicamente rilevanti per l’acquisizione di materie prime (sia esso lo spazio o i paesi limitrofi). Un ruolo cardine lo giocheranno i “campioni europei” nella filiera dell’industria della morte come i nostrani Leonardo, Aero Avio o i francesi di Airbus che non hanno risentito per nulla della crisi economica del Covid e che anzi si preparano a ricevere il bottino dei fondi europei.

Insomma, l’Unione Europea chiama alla guerra e allo Spazio, Torino risponde.

NO NUKE DAY: IL NUCLEARE NELL’ITALIA DEI “PRENDITORI” PRIVATI

OGGI GIORNATA DI AGITAZIONE NAZIONALE #NONUKE 1/12
Smascheriamo la truffa ecologica di Congolani e UE!

Da oggi in tarda mattinata partiranno gli info point della giornata nazionale no nuke! Condividiamo un contributo di Massimo Zucchetti sul ruolo della (im)prenditoria italiana nel ripartirsi il bottino del mercato energetico, mettendo in difficoltà non soltanto l’ambiente, ma anche le tasche delle fasce deboli della popolazione.


Il nucleare nell’Italia dei “prenditori” privati
Massimo Zucchetti

Sono un ingegnere nucleare, mi sono laureato nel 1986: un mese dopo l’incidente di Chernobyl. Sono professore ordinario di impianti nucleari. Non penso che mi si possa accusare di essere un “boomer” contrario alla tecnologia. In questo momento i miei corsi si chiamano: Impianti di produzione di potenza e sostenibilità; Radiation Protection and Nuclear Safety e Fuel cycle, waste and decommissioning.

Quando Grillo si è infatuato di Cingolani e rilasciava dichiarazioni quali: “questo è l’unico ministro su cui puntiamo nel governo Draghi” o “è il nostro ministro verde” pensavo venissero fuori altri nomi, tanto da farmi credere in un errore o in un omonimo quando uscì il nome di Cingolani come ministro della transizione ecologica. Il dottor Cingolani era infatti amministratore delegato della Leonardo: una multinazionale delle armi. Il suo CV è pubblico e si sa benissimo quali sono le sue opinioni e ad oggi ne abbiamo avuto un chiaro esempio, anche grazie all’incarico assunto.

Il problema è che adesso ci sono moltissimi soldi che fanno gola a tutti: l’Unione Europea ha messo sul piatto una serie di fondi basati su un concetto di transizione green tale per cui Draghi, anche a seguito dell’appoggio del Movimento Cinque Stelle, ha incaricato il Ministro della Transizione Ecologica di dipingere di verde una serie di cose in modo da riuscire ad accedere ai fondi europei.
Cingolani ha iniziato dipingendo di verde gli inceneritori, detti anche centrali a biomasse, termo-valorizzatori (o più correttamente termo-cancro-valorizzatori).

A Torino, ad esempio, è presente un termo-valorizzatore che funzionerebbe molto bene se bruciasse ciò che dovrebbe, ma nella pratica brucia tutt’altro e ciò risulta in ingenti emissioni di diossine. Tanto è vero che i prezzi degli alloggi son diminuiti del 60% perché la gente non vuole vivere vicino alla centrale. Inoltre, questo termo-valorizzatore, che era pubblico, sta passando nelle mani dei privati. Come è noto il passaggio ai privati (in Italia in particolare) comporta l’andare in malora: non sono dei datori di lavoro, ma tuffatori di fondi che privatizzano i guadagni e rendono pubbliche le perdite.

Questa è la classe industriale italiana, quella di cui ci dovremmo fidare oggi, la stessa che ha ridotto Torino a com’è oggi, la stessa che si trasferisce in Olanda per non pagare le tasse e poi viene a dare a noi delle lezioni di correttezza e di ecologismo. Scrissi un articolo anni fa intitolato “Agnelli finalmente ve ne andate da Torino”: e se ne andarono, ma dall’Italia, decidendo di pagare le tasse in Olanda, continuando a prendere però incentivi e finanziamenti dallo Stato italiano. Non sono imprenditori, ma prenditori.

Successivamente ai termo-valorizzatori Cingolani ha dovuto dipingere di verde le trivelle, dando nuovamente il via al funzionamento delle trivelle off-shore. Il PD si era avvalso di un referendum per confermare le trivelle; va ricordato che gli stessi che adesso fanno gli ecologisti pochi anni fa hanno votato a favore e fatto fallire il referendum sulle trivelle. Per cosa è usato il petrolio estratto dalle trivelle? Beh, per i motori a scoppio puliti. Cingolani ad oggi sta rimuovendo gli incentivi sulle auto elettriche perché è possibile avere il cosiddetto diesel pulito, che resta tale forse per i primi 50km percorsi fuori dalla fabbrica. Basta stare in coda vicino ad un’automobile a diesel per capirne l’incongruenza, soprattutto in città quali Milano o Torino. Quest’ultima non è neanche dotata di metropolitana in quanto non voluta dagli Agnelli, al fine di vendere le automobili; la stessa famiglia che ha fatto sì che si creasse una fittissima rete di quartieri-dormitorio sprovvista di servizi, ma dove tutti avessero la propria auto.
Questa parentesi trovo sia necessaria per capire quanto la classe imprenditoriale italiana sia eticamente repellente.

In questa parabola, Cingolani ha finito per dipingere di verde anche il nucleare. In Italia il primo referendum al riguardo è stato nel 1987 e il secondo è stato nel 2011. Andando a prendere in considerazione il secondo, è stata fatta una forte campagna a favore dei quattro sì per evitare che l’Italia entrasse a contatto con questo incubo. Negli anni ‘80 in Italia c’erano 4 impianti nucleari, uno diverso dall’altro, uno per ogni cattedra di impianti nucleari. L’accademia era infatti suddivisa in quattro baronie: Milano, Torino, Roma e Palermo e ogni barone aveva il proprio impianto nucleare. Questa è stata la serietà dei nostri padri e dei nostri nonni sulla questione nucleare. Dal 1999 poi si è giunti all’accordo sulla necessità di smantellare gli impianti e trovare un singolo sito dove mettere le scorie.

Sono soddisfatto se si parla di ricerca, ma non abbiamo bisogno di Cingolani che ci venga a dire dopo venticinque anni che qualcuno debba procedere in questo campo, visto che i generatori di terza generazione funzionano molto bene. Soprattutto se se ne discute come se il Generation Four fosse una novità, seppur si sia iniziato a lavorarvi nel 1998.
Per capire quale è il ragionamento dietro ai reattori di nuova generazione è necessario comprendere che in alcune nazioni, sprovviste di tecnologia, legislazioni e personale qualificato non si potrà mai raggiungere un’infrastruttura nucleare. In altri paesi, invece, ci sono reattori di terza generazione che funzionano, ma si incentiva la ricerca su questi sei modelli di quarta generazione, consapevoli della possibilità che la ricerca in questo ambito abbia delle ricadute e trovi nuove tecnologie e soluzioni grazie alle migliaia di persone che le studiano.
Tuttavia, sarebbe prematuro ed errato sostenere che il nucleare di quarta generazione sia pronto e che sia conveniente dal punto di vista economico. Ad oggi quindi la ricerca sulla quarta generazione non è funzionale ad una transizione ecologica immediata, ma verrà comunque continuato a studiare a fini scientifici da interi enti e settori accademici.

A detta di Cingolani il mondo è pieno di ambientalisti radical chic e pieno di ambientalisti oltranzisti ed ideologici, ma è anche pieno di venditori di fumo come lui che vorrebbero venirci a raccontare che data la situazione attuale, in cui l’81% della produzione di energia viene ricavata dai combustibili fossili e una parte dal rinnovabile tradizionale come l’idroelettrico o il geotermico, quella sia la scusa per voler investire sui piccoli reattori nucleari modulari.
Quali sono le questioni legate ai reattori nucleari modulari? Essendo l’Italia un paese molto popolato, è assai difficile localizzarvi un impianto nucleare dalla taglia corretta e normale (1200-1300/1600 MegaWatt). Basti pensare che non si riesce neanche a trovare il sito per un deposito a bassa e media attività. Si è pensato quindi di dividere i 1000MW in cinque impianti da 200MW, semplificandone quindi la locazione. A parità di energia prodotta e di potenza installata è sicuramente più sicuro un solo reattore da 1600MW che una decina di reattori da 200MW. Se la volontà è quella di produrre energia è chiaro che mettere otto impianti invece di uno, sebbene più piccoli, non fa che aumentare il rischio.

Quindi, quando ai primi di settembre si è aperta la discussione al riguardo a me ha fatto piacere perché sapevo sarebbe successo il caos. La nuova dichiarazione di Cingolani, quella del 24 settembre, in cui auspicava il “nucleare in Italia” è impossibile da veder realizzata: il nucleare oggi in Italia non potremmo farlo. Bisognerà sentire di nuovo che cosa ne pensa l’opinione pubblica.

Il nucleare, a mio parere, è una tecnologia molto importante e seria, ma va gestita correttamente e non da politici e industriali innominabili. A chi vogliamo affidare l’eventuale costruzione di impianti nucleari in Italia? A ditte come l’Ansaldo? Ricordiamo inoltre che le due centrali nucleari in costruzione da dieci anni, una in Francia e una in Finlandia, non sono ancora ultimate. Nel frattempo, in Cina ne fanno circa cinquanta al decennio. È evidente quindi che nell’Unione Europea qualcosa non funziona più, in particolar modo su questa questione.

Il dibattito in Italia viene distorto in vari modi: da un lato abbiamo Cingolani che sostiene che con l’ultimo referendum si sia votato un no solo alle vecchie tecnologie (considerazione errata visto che il referendum del 2011 prendeva in considerazione tutte le tecnologie presenti fino ad allora). Inoltre, la stessa maggioranza si trova divisa e contrapposta da interessi diversi, se pensiamo ad esempio alle parole del leader della Lega Matteo Salvini che ha dichiarato che vedrebbe di buon occhio una centrale in Lombardia. Sarebbe utile e costruttivo se si riuscisse a trovare davvero un modo per mettersi d’accordo, non ponendoci la risoluzione del problema da subito, ma iniziando ad individuare gli opportuni paletti da mettere.

Una settimana fa ha dichiarato invece Cingolani di non aver cambiato idea – che è la classica cosa che si dice quando l’idea la si cambia – sostenendo che “ci sono 4 paesi che stanno studiando il nucleare di quarta generazione – in realtà sono ben più di 4 – e per quanto invece riguarda il futuro immediato occorre spingere sulle energie rinnovabili, così da sganciarci più rapidamente possibile dal costo del gas”. Cingolani ha appunto lanciato una sorta di appello in cui confida che “il decreto semplificazioni porti da 1200 a circa 300 i giorni necessari per autorizzare un impianto per energia rinnovabile.”
L’attuale ministro dovrebbe capire che il suo mestiere non è quello di dipingere di verde delle cose che sono eticamente non mascherabili, ma di pensare a quali siano nell’ambito attuale le possibili transizioni ecologiche reali.

Concludendo, resta il fatto che, occupandomi anche di cambiamenti climatici sono convinto che l’ambiente possa essere forse salvato solo attraverso l’abbattimento del capitalismo, smantellando con la forza l’insieme di regole che fanno sì che ci sia qualcuno che possa ad esempio possedere una barca da milioni di euro per portare Greta attraverso l’Atlantico. Non è colpa di cattivi politici se stiamo distruggendo il pianeta, sono gli interessi che loro rappresentano che lo stanno facendo. Non c’è nessun capitalismo sostenibile e non c’è nessuna energia sostenibile se continuiamo ad aumentare i nostri consumi energetici. Qualsiasi energia, persino un nucleare miracoloso senza problemi o un rinnovabile solare, non è sostenibile se continua ad aumentare la domanda e se non ci dotiamo di pacchetti di provvedimenti semplici ed efficaci che possano mettere tutto a posto. Questi provvedimenti non esistono, perché comporterebbero il ribaltamento dello stato attuale delle cose e la caduta di chi sta attualmente al potere. Tutto ciò è riassumibile della frase di Chico Mendez, il quale sosteneva che “l’ambientalismo senza lotta di classe non è altro che giardinaggio”.